Ambiti della produzione documentaria

Come nella precedente, anche in questa sezione dell'Atlante le articolazioni interne non seguono rigidamente una scansione cronologica definita in ragione del susseguirsi di fasi istituzionali (comune consolare, podestarile, «di popolo») pur sufficientemente connotate al proprio interno, storiograficamente consolidate e, come primo riferimento, di sicura utilità didattica in un progetto che punti a fornire un quadro orientativo per lo studio dei nessi fra produzione documentaria e attività di governo nelle città bassomedievali.
Privilegiare un approccio problematico alla questione, portare in primo piano i grandi ambiti politico-diplomatici che presentano maggiore continuità e attraversano l'esperienza istituzionale del comune urbano, è parso tuttavia pił opportuno anzitutto per non restare intrappolati in paradigmi interpretativi di tipo "evoluzionistico", che pretenderebbero di giudicare le soluzioni offerte dalla mediazione delle scritture documentarie in termini di "forza" e "debolezza". Così (in ottica pił generale) Bartoli Langeli: «Il compito della documentazione, quale che sia, è di rispondere a determinate esigenze, insite in ogni corpo sociale fondato sul diritto, quale che sia (…). Ne discende che ogni società storica espresse quel ceto di redattori specializzati e quelle forme di documentazione che le erano congeniali e necessarie, utilizzando le risorse umane, istituzionali, culturali di cui disponeva» (A. BARTOLI LANGELI, Notai. Scrivere documenti nell'Italia medievale, Roma 2006, p. 12). Congeniali e necessari (o per lo meno sufficienti) erano, già alla metà del XII secolo, i provvedimenti normativi stesi in forma di giuramenti e le prime raccolte di consuetudini; necessarie alle mutate pratiche di governo (e certamente congeniali alla nuova cultura politica) saranno le grandi sistemazioni legislative nella Firenze fra Due e Trecento.

In questo panorama sembra rappresentare un'eccezione l'ultimo sviluppo monografico, dedicato al passaggio dal documento comunale al documento signorile.
Eccezione solo apparente (o comunque parziale), e passaggio invero tutt'altro che lineare, come lì viene ampiamente dimostrato specie in relazione al caso veronese, in cui si registrano brusche accelerazioni e improvvisi ritorni, oscillazioni continue fra soluzioni formalmente dimesse e consapevoli aspirazioni alla solennità del dettato, dove la scelta di campo in favore del documento cancelleresco 'puro' non è mai definitiva e incostante pure la ricerca di un inquadramento funzionariale del notariato. Dove una linea di lettura passa necessariamente attraverso la considerazione degli ambiti serviti dalla documentazione e dei profili dei redattori di volta in volta impiegati, non troppo diversamente dalle possibilità d'interpretazione del documento 'ibrido' di genesi e pertinenza comunale.

Gianmarco De Angelis