Documenti notarili sciolti

Nel corso del XII secolo (non a caso, lo stesso in cui si vanno consolidando nelle principali città dell'Italia centrosettentrionale le forme del comune consolare e la transizione al comune podestarile) la figura del notaio assunse il pieno e definitivo assetto di persona publica, in grado cioè di assumere pienamente su di sé ogni capacità e responsabilità di attribuire ad una scrittura la forza giuridica che ne fa un documento in senso diplomatistico. Il riconoscimento del ruolo e della funzione notarili da parte di collettività urbane in grande effervescenza espansiva fece sì che il generico riferimento al potere imperiale come autorità delegante cui i notai facevano riferimento nelle formule di autentica (con l'autodefinizione di notarius palatinus e, più tardi, di publicus imperiali auctoritate notarius) si trasformasse in concreto nel loro profondo coinvolgimento entro le strutture della realtà sociale e in quella istituzionale delle nuove forme di governo cittadino, di cui peraltro i membri più prestigiosi del ceto notarile facevano parte a pieno titolo anche a livello politico.

Questa posizione privilegiata e tendenzialmente totalizzante del notariato del pieno e tardo medioevo si manifesta oggettivamente nelle forme assunte dalla struttura tecnico-retorica del documento nuovo, l'instrumentum, fra le quali occorre mettere in evidenza:

  • l'assunzione stabile della forma narrativa, in cui la "terzietà" espressa a livello verbale riflette l'impegno ad una oggettività di pubblico servizio nei confronti della committenza privata, di fronte a cui il notaio si rappresenta come narratore dell'evento, non a caso espresso con i tempi verbali del passato, e dunque come già avvenuto e, insieme, esplicitamente testimoniato dal redattore che si configura come unico responsabile della fissazione e autenticazione in forme scritte dell'azione documentata (Costamagna);
  • l'identificazione del rogatario, mediante l'adozione del segno personale del notaio (il signum tabellionis) e la redazione autografa del testo in tutte le sue componenti formulari e contenutistiche, che diviene dunque l'unico elemento di autenticazione del documento notarile;
  • l'assunzione del registro notarile - registro cartaceo, denominato, soprattutto fra XII e XIII secolo, "imbreviario" e, più tardi, "protocollo", contenente i testi ora nelle dimensioni ridotte delle imbreviature, prive delle formule ripetitive, ora invece nella forma integrale in cui solo, ma non sempre, la data e la formula di autentica (o completio) sono incomplete - come momento finale e necessario dell'azione documentaria: da esso si potrà, ma solo se lo vorrà la committenza, procedere alla ulteriore formalizzazione dell'imbreviatura o dell'instrumentum in registro in un mundum pergamenaceo.

Questo quadro di autonoma capacità documentaria del notariato, che le società urbane del secolo XII evidentemente riconobbero come funzionale - al punto da accettarne il sostanziale monopolio favorendone la spinta ad acquisire una dimensione totalizzante delle espressioni in scrittura degli atti giuridicamente rilevanti - trovò, nell'incontro con le istituzioni comunali, un motivo di confronto che risulta tanto un potenziamento del suo prestigio quanto una limitazione legata alle necessità di un potere istituzionale cui occorreva, a sua volta, acquisire, sia a livello ideologico sia nella pratica di una nascente burocrazia, forme autonome di gestione e controllo della propria produzione documentaria.

Dunque, sulla base della cultura giuridica e della prassi professionale dei notai come elemento unificante dell'espressione documentaria della civiltà urbana, assistiamo all'incontro e alla interazione - assai significativa per lo sviluppo delle forme documentarie - fra le esigenze di un notariato professionalmente rivolto alla domanda diffusa di una committenza privata e quella, carica del peso politico e del prestigio istituzionale, di organismi comunali la cui funzione di committenza necessitava di distinzioni non tanto di carattere ideologico quanto soprattutto di corrispondenza fra operazioni burocratiche e successivo e duraturo controllo - in senso archivistico e cancelleresco - della documentazione a queste correlata. Al dominio assoluto del rogatario nei confronti dei propri registri per tutta la durata della sua vita corrispondeva una vera e propria patrimonializzazione del suo archivio. A tale dominio si opponevano le esigenze di organismi pubblici che intendevano proteggere l'integrità del proprio patrimonio documentario e insieme controllare la continuità d'uso di essa al di là della discontinuità delle funzioni dei notai attivi come scribi del comune e sottoposti perciò al rapido mutare dei rapporti fra essi e gli uffici comunali, sottoposti essi stessi a continua e spesso assai rapida rotazione degli incarichi. Non bisogna certo pensare ad un vero e proprio scontro fra interessi divergenti, cosa tra l'altro del tutto improbabile se si pensa che le figure di maggiore prestigio tra i notai cittadini erano direttamente presenti e coinvolti nel ceto politico comunale. Occorre piuttosto cogliere, proprio nell'interazione di due linee di sviluppo per larga parte convergenti, quelle della professione e quelle della "cancelleria" comunale, il continuo gioco di equilibri e di risistemazione da cui la prassi notarile ottiene conferme, rafforzamenti e utili momenti di riflessione e razionalizzazione proprio nel momento in cui è chiamata ad adeguarsi alle specificità delle richieste di ordine cancelleresco. D'altra parte, il comune ricerca, all'interno della cultura e della prassi notarile, la propria via tesa alla valorizzazione della propria specificità di funzionamento burocratico e, cosa altrettanto importante, la salvaguardia dell'integrità del proprio archivio.

In questo ambito, nel quadro di una casistica ampia, di carattere tipicamente regionale ma insieme tendenzialmente uniformata dalla comune matrice notarile, vanno osservate con particolare cura le modalità con cui si procedette alla razionalizzazione delle procedure di estrazione in mundum di atti comunali da protocolli e da registri di vario tipo connessi con l'azione di notai in temporanea funzione di officiali comunali. Dallo studio di tali modalità consegue una visione limpida e articolata delle elaborazioni intellettuali e dei procedimenti pratici messi in movimento dall'incontro delle due autonomie. In essi emerge quanto, a sua volta, il notariato abbia saputo adeguare la propria pratica professionale nella gestione dei propri protocolli ad un disegno tendenzialmente omogeneo ma fortemente segnato dalle linee delle prassi escogitate in ambito comunale: in una quadro delle vicende documentarie di questo periodo che vede agire i due protagonisti su un piano di cooperazione fortemente integrata (Bartoli Langeli).

Le schede che seguono si rivolgono proprio a questo doppio livello di approccio alle fonti notarili in carte sciolte. Nella gestione dei protocolli dei notai defunti come nelle modalità della estrazione in mundum da registri comunali e della produzione di copie autentiche assume una evidente posizione di rilievo l'intervento risolutivo dell'autorità comunale, in una prospettiva che propone come elemento determinante dell'evoluzione della documentazione notarile il suo stretto rapporto con le istituzioni del comune: un rapporto che, pur lasciando intatto il valore fondante del legame professionale fra rogatario e committente, è condizionato (nelle situazioni in cui oggettivamente questo si indebolisce, per la morte del rogatario ovvero per il mutare dei referenti istituzionali) da modelli di cogestione gerarchicamente organizzata nati per e nell'ambito delle amministrazioni cittadine.

Gian Giacomo Fissore - Antonio Olivieri

Bibliografia

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