Dal documento comunale al documento signorile

Le precedenti sezioni di questo Atlante seguono il processo di sviluppo della documentazione comunale a partire dal XII secolo: un processo che, nella diversificazione delle forme documentarie, rispecchia la crescente complessità della vita politica. Un principio resta saldo e costante, nella documentazione qui esemplificata: il riferimento al documento notarile, e il rapporto sempre più complesso tra il notaio dotato della fides publica e l'istituzione.

Questo processo ha, come sfondo politico, la progressiva trasformazione del governo comunale. Il comune consolare, il comune podestarile, il comune popolare (adottiamo evidentemente queste definizioni per esigenze di schematicità didattica, senza dare ad esse la necessaria articolazione) scelgono via via soluzioni documentarie diverse per risolvere problemi di carattere funzionale ma anche per dare via via diverse rappresentazioni di se stessa.

Evidentemente, anche questa sezione dell' Atlante ha come sfondo politico una trasformazione importante del regime comunale: i professionisti della documentazione sono chiamati a rispondere a nuove e diverse esigenze dettate loro dalle istituzioni.
Si tratta di una trasformazione del regime comunale che la storiografia ha tradizionalmente inteso come la "negazione" del regime comunale: il passaggio dal regime comunale al regime signorile. Per motivi diversi, in condizioni politiche diverse da caso a caso, in numerose città dell'Italia centro-settentrionale a partire dalla metà del Duecento il consiglio cittadino conferisce a un singolo cittadino eminente, a vita o per un tempo definito, un potere politico discrezionale e assoluto. Una apposita riunione dell'assemblea dei cittadini (la concio) riconosce a un dominus - spesso appartenente a una grande casata aristocratica, oppure titolare di una carica espressa dal comune popolare (capitano del popolo, ad esempio) - un'autorità incondizionata ( arbitrium) sugli statuti, cioè sulla legge fondamentale della città (quella legge che il podestà del comune era chiamato a giurare); gli assegna compiti particolari e specifici per la difesa militare, la sicurezza e la pacificazione interna della città; lo autorizza a espellere i sostenitori di una fazione.
Il governo signorile si afferma, secondo modalità diverse da caso a caso, a Ferrara nel 1240 (Estensi), a Mantova nel 1272 (Bonacolsi), a Verona nel 1277 (della Scala), a Milano nel 1277 (Visconti), a Treviso nel 1283 (da Camino), e così via. In numerosi altri casi, il regime signorile si afferma nel corso dei primi decenni del Trecento: a Padova con i da Carrara, per esempio (1318, e poi 1339). Né bisogna dimenticare il fatto che il governo di uno solo può insistere non su una città soltanto: per alcuni anni Castruccio Castracani, nella Toscana dei primi decenni del Trecento, governa ad un tempo Lucca, Pisa e Arezzo.
Dal punto di vista dei principi giuridici, la contrapposizione tra regime "comunale" (fondato sul principio di rappresentanza e di delega) e regime "signorile" (fondato sulla discrezionalità di uno solo, designato a vita) non potrebbe essere più netta. E infatti nel lessico politico corrente, e nella dottrina politico-giuridica, si farà strada abbastanza rapidamente e sarà oggetto di discussione il termine "tiranno" "tirannide". E per molti decenni, lungo il Novecento, questa contrapposizione netta ha continuato a tenere il campo. Negli ultimi decenni, peraltro, la storiografia ha sottolineato che in diversi casi, nella seconda metà del Duecento e nei primi decenni del Trecento, non soltanto i signori cittadini godono del consenso reale dei cives, ma la stessa vita politica e amministrativa mantiene una certa vitalità. Così, può accadere per un verso che un cronista definisca - con un eloquente ossimoro - un signore cittadino della fine del Duecento (Gerardo da Camino signore di Treviso) come aequissimus tirannus, "un tiranno giustissimo"; e per un altro verso che autoritari domini come Alberto I della Scala, signore di Verona, oppure Pinamonte Bonacolsi, signore di Mantova, partecipino talvolta alle sedute di qualche consiglio comunale, e pongano in votazione le loro proposte.

Nel giudizio storiografico attuale, la contrapposizione drastica tra forme del governo comunale e forme del governo signorile è dunque attutita: gli episodi ora citati segnalano le remore, le incertezze, le perplessità dei signori cittadini, che non possono e non vogliono rinunciare al consenso reale dei cives (quanto meno, dell' élite dirigente), e pertanto non spezzano il cordone ombelicale con le istituzioni del comune cittadino. E ciò per un periodo di tempo variabile nel tempo, ma che può essere abbastanza lungo, e che si può ripresentare talvolta anche nell'inoltrato Trecento, se è solo allora che si afferma il regime signorile.

Questa convincente revisione storiografica ha un preciso riscontro sul piano diplomatistico, che qui interessa. Sul piano delle scelte documentarie, infatti, una contrapposizione meno drastica tra il governo comunale e il governo signorile si armonizza molto bene con la lunga fase di incertezza e di ambiguità, con le innovazioni e con le marce indietro e con le inversioni di rotta, che constatiamo tra Duecento e Trecento.

In teoria, i signori cittadini avrebbero potuto benissimo distaccarsi - solo che avessero voluto - dal modello documentario imperniato sul ruolo dei notai provvisti di fides publica, che aveva dominato nelle città (nelle loro città, nelle città da loro governate) negli ultimi cento o centocinquant'anni. L'alternativa era lì, a portata di mano, bella e pronta. La modalità che possiamo senz'altro definire "cancelleresca" di scrittura di un atto dotato di valore giuridico (vale a dire di un documento) era ben nota, perché le istituzioni sovrane (l'impero e il papato)

  • grazie a un ufficio apposito
  • producevano direttamente documenti che avevano di per sé efficacia
  • erano riconoscibili per un formulario specifico
  • e avevano specifiche modalità di convalidazione.

Del resto, proprio nella seconda metà del secolo XII, papa Alessandro III «parificava quanto a "firmitatis robur" gli scritti che "per manum publicam [di un notaio] facta fuerint ita quod appareant publica" e quelli che "authenticum sigillum habuerint per quod possint probari"» (Bartoli Langeli).

I signori cittadini avrebbero potuto, in linea di principio, adottare queste nuove/vecchie forme di documentazione; ma le condizioni politiche non lo consentivano. Essi avevano ancora bisogno dei notai comunali. Si determina così una fase di transizione, anche piuttosto lunga, nella quale i signori cittadini, lungi dall'organizzare una cancelleria, ricorrono ancora ai notai, non adottano subito il sigillo come strumento di convalidazione.

E tanto nei caratteri estrinseci, quanto nei caratteri intrinseci del documento prodotto dai signori, gli elementi di "novità" e di rottura rispetto alla tradizione comunale ("novità" che, si badi, esistono da secoli!), vengono introdotti lentamente. I principali tra questi sono, sul piano estrinseco

  • l'adozione di una forma materiale che prevede la scrittura sul lato lungo della pergamena
  • l'adozione del sigillo (impresso o pendente), che "chiude" il documento
  • la cura formale della scrittura (con littere elongatae nella prima riga, e altri artifici grafici).

e sul piano intrinseco, tra l'altro,

  • la forma epistolare (con redazione del testo in prima persona)
  • l'enfasi posta sull'autore del documento, che viene citato in apertura di documento (intitulatio), con conseguente rimozione della invocatio verbale («In Christi nomine») o simbolica che apriva il documento notarile e spostamento della datazione alla fine del documento
  • l'inserimento delle formule di minatio.

Sul piano strettamente diplomatistico, ovviamente, l'adozione delle nuove formulazioni comporta l'abbandono della rogatio del notaio. Non v'è più la "richiesta" rivolta al notaio di redigere un documento, il notaio che redige il documento non ha più caratteristiche di "terzietà" rispetto a chi compie l'azione giuridica che viene documentata (distinzione tra azione e documentazione). Si adotta ora in modo sistematico la iussio (peraltro usata anche nel contesto documentario comunale) o il mandatum, per esprimere una volontà esplicita e non condizionata. C'è ora un "ordine" rivolto dal signore, o da un suo delegato, a un subalterno (che può ovviamente essere anche un notaio, ma via via più spesso, man mano che ci si inoltra nel Trecento e man mano che la documentazione delle diverse signorie si trasforma, non lo è): l'azione e la documentazione tendono a coincidere.

Quando tutte queste caratteristiche compariranno in modo compiuto e perfetto nella documentazione prodotta dai signori, il processo sarà giunto al termine, e nascerà l'ufficio documentario denominato cancelleria: un ufficio anonimo, un mero strumento nelle mani del signore, nel quale la funzione prevale sull'assunzione di responsabilità da parte del singolo notaio. Ma così come le forme del documento autoritativo vengono adottate lentamente, allo stesso modo l'ufficio di cancelleria viene organizzato alla fine di un lungo percorso; lo stesso nome astratto, cancelleria, compare più tardi rispetto alle formulazioni che segnalano un singolo «scriba domini» (che è anche un notaio; mentre assai spesso nelle cancellerie signorili lavorano grammatici o letterati) o anche un singolo «cancellarius».

L'esemplificazione che segue esemplifica per tre signorie cittadine questo "processo".

Gian Maria Varanini

Bibliografia

  • A. BARTOLI LANGELI, La documentazione degli stati italiani nei secoli XIII-XV: forme, organizzazione, personale, in Culture et idéologie dans la génèse de l'état moderne, Actes de la table ronde organisée par le Centre National de la Recherche Scientifique et l'École française de Rome, Roma 15- 17 ottobre 1984, Rome, l'École française de Rome, 1985, pp. 35-55, in particolare 52-55; poi anche in Le scritture del comune. Amministrazione e memoria nelle città dei secoli XII e XIII, a cura di G. Albini, Torino, Scriptorium, 1998 [Disponibile anche on line: Reti medievali - Biblioteca, http://fermi.univr.it/RM/biblioteca/scaffale/volumi.htm#Giuliana%20Albini]
  • ID., Diplomi scaligeri, in Gli Scaligeri 1277-1387. Saggi e schede raccolti in occasione della mostra storico-documentaria, (Verona, Museo di Castelvecchio, giugno-novembre 1988), a cura di G. M. Varanini, Verona 1988, pp. 77-90 [Disponibile anche on line: Scrineum - Biblioteca, http://scrineum.unipv.it/biblioteca/diplomi-scaligeri.pdf].
  • ID., Cancellierato e produzione epistolare, in Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento, Relazioni tenute al convegno internazionale organizzato dal Comitato di studi storici di Trieste, dall'École française de Rome e dal Dipartimento di storia dell'Universita degli studi di Trieste (Trieste, 2-5 marzo 1993), a cura di P. Cammarosano, Roma, École française de Rome, 1994, pp. 250-265
  • D. GALLO, Appunti per uno studio delle cancellerie signorili venete del Trecento, in Il Veneto nel medioevo. Le signorie trecentesche, a cura di A. Castagnetti, G. M. Varanini, Verona, Arnoldo Mondadori, 1995, pp. 125-161
  • G.M. VARANINI, Benzo d'Alessandria a Verona: la procura per la cittadinanza veneziana di Cangrande I, in Gli Scaligeri 1277-1287, op. cit., 548
  • ID., Notai trecenteschi tra tradizione comunale e cancellerie signorili. Appunti, in Cecco d'Ascoli. Cultura scienza e politica nell'Italia del Trecento, Atti del convegno di studio svoltosi in occasione della XVII edizione del Premio internazionale Ascoli Piceno (Ascoli Piceno, Palazzo dei Capitani, 2-3 dicembre 2005), a cura di A. Rigon, Roma, Istituto storico italiano per il medioevo, 2007, pp. 289-300
  • ID., I notai e la signoria cittadina. Appunti sulla documentazione dei Bonacolsi di Mantova fra Duecento e Trecento (rileggendo Pietro Torelli), in Scritture e potere. Pratiche documentarie e forme di governo nell'Italia tardomedievale (XIV-XV secolo), a cura di I. Lazzarini, sezione monografica di «Reti medievali. Rivista», IX (2008), pp. 1-54.
  • ID., La documentazione delle signorie cittadine italiane tra Duecento e Trecento e l'Eloquium super arengis del notaio veronese Ivano di Bonafine «de Berinzo», in Chanceleries et chanceliers au Moyen Âge, a cura di G. Castelnuovo, O. Mattéoni, in corso di stampa