Giurisdizione

Il processo di sviluppo della documentazione comunale prese avvio nel corso del secolo XII quale aspetto dell'affermazione dell'autonomia politica delle città comunali e della conquista del territorio tradizionalmente pertinente alla città (il comitatus corrispondente alla circoscrizione pubblica imperiale e di norma coincidente con la circoscrizione ecclesiastica, la diocesi, erede a sua volta del territorio su cui la città esercitava già in età romana una funzione di coordinamento) e anche di quelli pertinenti ad altre città.

Due furono gli antagonismi fondamentali che diedero luogo alle prime scritture documentarie dei comuni cittadini: il conflitto con la volontà degli imperatori tedeschi di organizzare in un tessuto coerente le prerogative di natura pubblica rivendicate da una varietà di centri di potere (città, vescovati, signorie locali, etc.), e le guerre ricorrenti e diffuse con le signorie di castello esercitate da famiglie dell'aristocrazia maggiore (operanti su scenari "regionali" fino alle prime decadi del secolo XII) e, soprattutto, dell'aristocrazia intermedia e minore (insediata in ambiti "zonali" quando non "puntiformi").

L'ampiezza delle rivendicazioni di autonomia da parte dei comuni si manifestò nello scontro con l'impero che iniziò alla metà del secolo XII, quando in quasi tutte le città si erano formate le prime istituzioni comunali, benché non ancora riconosciute. Come è noto (richiamando alcune nozioni didattiche) Federico I Hohenstaufen convocò nel 1158 a Roncaglia, presso Piacenza, un'assemblea pubblica in cui riaffermò (con la Constitutio de regalibus) le prerogative dell'autorità regia (regalia): esercizio della giustizia, riscossione delle imposte, facoltà di battere moneta, diritto di arruolare eserciti, controllo di strade e fortezze. I comuni non disconobbero la sovranità imperiale, ma rivendicarono il diritto all'autogoverno, a una libera politica di alleanze, all'estensione della loro autorità sui contadi, rifiutando l'invio di funzionari imperiali e l'imposizione arbitraria di tributi. La crescita della pressione fiscale spinse molti comuni veneti e lombardi alla formazione di un'alleanza, sostenuta da papa Alessandro III, che sconfisse militarmente e costrinse il Barbarossa a concedere attraverso la pace di Costanza del 1183 l'esercizio delle regalie ai comuni (in primo luogo il diritto di eleggere i propri consoli, di costituire leghe, di esercitare diritti sul territorio e di erigervi fortezze), in cambio del riconoscimento formale dell'autorità imperiale.

L'imperatore riconobbe legittimamente alle città della lega la regalia "in iurisdictione, tam in criminalibus causis quam in pecuniariis [...], tam in civitate quam extra civitatem", dalla quale poi si sarebbe sviluppato nei fatti - e nel lungo antagonismo tra /leges/ imperiali e consuetudines locali - anche quello ius statuendi che rappresentò il fulcro giuridico della conseguita autonomia politica dei comuni italiani. Ai comuni inoltre concesse la "potestas constituendorum magistratuum ad iustitiam expediendam", vale a dire di proporre i propri consoli all'investitura imperiale, e la competenza nelle cause d'appello fino al valore di 25 lire, riservandosi il sovrano di esercitare la giurisdizione su quelle maggiori attraverso propri funzionari, che avrebbero comunque dovuto giudicare "in loco" e "secundum mores et leges" delle singole città.

Questo impianto giurisdizionale conobbe una relativa applicazione negli ultimi anni di regno del Barbarossa, fondandosi su una rete di circoscrizioni territoriali rette da funzionari. Nel corso dei successivi decenni la debole e intermittente presenza imperiale consentì invece ai comuni di continuare quella erosione delle prerogative imperiali che la pace del 1183 in teoria avrebbe dovuto arrestare. L'investitura sovrana dei consoli cadde progressivamente in disuso, e quasi ovunque la magistratura consolare finì con l'essere sostituita da quella podestarile - che rappresentò per i regimi comunali un profondo cambiamento istituzionale e di fondamento giuridico del potere -, il ricorso al tribunale imperiale per le sentenze d'appello rimase sporadico, e tutte le città proiettarono la loro giurisdizione sul contado.

Il rinnovato conflitto tra la lega lombarda e Federico II tra 1237 e 1250 sancì il definitivo tramonto di ogni pretesa di sottomettere i comuni italiani all'autorità dell'impero. Il processo di autonomia giuridica condusse i comuni italiani ad acquisire de facto, dalla seconda metà del secolo XIII, il pieno potere di legiferare (attraverso gli organi consiliari di cui facevano parte i cives, e nella forma diffusa ovunque degli statuta et ordinamenta) e di amministrare la giustizia (attraverso proprie magistrature, in primo luogo i podestà e i capitani del "popolo"). Formalmente le autonomie comunali si inserivano nella compagine imperiale.

Il testo della pace di Costanza fu riprodotto infatti in molti libri iurium e in molti libri statutorum comunali. I giuristi di formazione universitaria e di tradizione romanistica si rifecero alle concessioni imperiali di Costanza per individuare gli elementi di legittimazione allo sviluppo delle consuetudini giuridiche locali. All'inizio del secolo XIII, per esempio, Azzone, distinguendo una pluralità di livelli di iurisdictio discendenti da quella plenissima dell'imperatore, riconobbe alle universitates comunali la validità di una iurisdictio ordinaria che le nuove autorità giudiziarie potevano esercitare anche sui crimini maggiori.

Parallelamente a questi sviluppi, i comuni promossero sin dalla prima metà del secolo XII uno sforzo continuo di sottomissione dei territori rurali. L'assoggettamento politico e fiscale delle comunità rurali garantiva approvvigionamenti alimentari e favoriva la diffusione della proprietà fondiaria dei cittadini, fonte di reddito presto tutelata dagli statuti comunali. Anche le liberazioni forzose dei contadini messe in atto da alcuni comuni (Vercelli, Bologna, Firenze) nel corso del Duecento ebbero per fine quello di sottrarre uomini ai signori rurali, di aumentare il numero dei contribuenti fiscali e di liberare manodopera per le manifatture urbane.

Antagoniste maggiori della proiezione territoriale dei comuni furono infatti le signorie locali (laiche e soprattutto ecclesiastiche), che esercitavano in maniera dispersa e frantumata sul territorio una miriade di prerogative pubblicistiche che le città si sforzarono di ricomporre in un quadro giurisdizionale e politico unitario. Il controllo diretto del "contado" e di altri territori, avviato nel secolo XII e consolidato nel successivo, ricorse sia alle armi sia agli accordi, utilizzando anche i vincoli feudali per legare alla città i signori, che spesso decisero di integrarsi nel mondo comunale. Lo sforzo compiuto dai comuni cittadini per sottomettere signori, castelli e comunità rurali fu grande e durevole, pluridecennale, talora secolare, e scandito da successivi patti di soggezione, più volte infranti e più volte rinnovati.

L'impegno militare e politico per rivendicare l'autonomia comunale e per assoggettare il territorio determinò una dilatazione delle esigenze finanziarie e un impulso a una più funzionale organizzazione amministrativa, che ebbe un evidente riscontro nei modi di produzione e di conservazione della documentazione comunale.

Le serie più antiche degli archivi comunali, venutesi formando tra la fine del secolo XI e l'inizio del XIII, interessano infatti i rapporti tra la comunità urbana e il territorio rurale. La forma prevalente è quella del "diploma", redatto da notai o da cancellieri, attraverso il quale si stipulavano negozi giuridici tra il comune cittadino e altre autorità (signori di castello, comunità rurali, ma anche comuni urbani minori, etc.), il cui contenuto verteva sostanzialmente sulle modalità di subordinazione alla città: patti di alleanza, vincoli di dipendenza feudale, aiuti militari, obbligazioni fiscali, e così via. Accanto a questo nucleo di pergamene - che, là dove sopravvissute, sono confluite nelle moderne serie archiviste dei "diplomatici" - altre carte sciolte, con la medesima struttura formale, contenevano atti di natura diversa: patti tra città, accordi con il vescovo, convenzioni tra comuni, privilegi di imperatori, lettere papali, oltre alle tradizionali attestazioni di transazioni e stipulazioni di contenuto economico.

Fino a tutto il XII secolo questi documenti furono scritti su pergamene sciolte, in forma di pezzi singoli e autonomi, e conservati nelle casse e negli armadi degli uffici ove avevano sede le principali magistrature del comune e più spesso nelle chiese. Una sistemazione diversa iniziò a essere data in corrispondenza con l'affermazione del sistema politico consigliare e podestarile nei primi decenni del Duecento, quando un po' tutta la documentazione comunale, che fino ad allora era stata costituita da insiemi di pergamene sciolte, cominciò a essere arricchita da scritture di altra natura: le prime redazioni delle consuetudini e degli statuti, bandi giudiziari, elenchi di creditori fiscali del comune e altri documenti di natura fiscale, etc.

In molte città si procedette alla trascrizione in quaderni o fascicoli, spesso legati in codici (ma talora lasciati sciolti), dei vari "diplomi" del comune accumulatisi nel tempo. Queste compilazioni furono indicate dai contemporanei "liber" o "registrum comunis" o "instrumentorum", "libri pactorum", "memoriale", "instrumentarium" o anche chartularium - in analogia alla procedura di trascrizione di diplomi sciolti in "cartulari" adottata, sin dai secoli precedenti, da molte chiese e monasteri -, ma più appropriato appare il termine di libri iurium, che ne sottolinea la natura di raccolta della documentazione attestante i diritti (gli iura) esercitati dal comune nei confronti di terzi.

Quasi sempre la redazione dei libri iurium era disposta dalle autorità pubbliche: il podestà, i consigli del comune, poi anche - dalla metà del Duecento - gli anziani del "popolo", il capitano del "popolo", etc. In molte città vennero nominate anche apposite commissioni di "savi" o giurisperiti, ai quali era affidato il compito di rintracciare e scegliere la documentazione da inserire nella raccolta e di sovrintendere al lavoro. Promossi dalla autorità pubblica i libri iurium erano convalidati dai notai nell'originale rapporto tra fides publica e istituzioni che caratterizzò l'opera notarile nella civiltà comunale italiana. Ciò spiega anche perché i libri iurium fossero pergamenacei, a maggiore garanzia del loro valore giuridico e della loro forza di prova.

Libri iurium furono compilati un po' in tutti i comuni maggiori, ricevendo talora nomi singolari ("Biscioni" a Vercelli, "Caleffi" a Siena, etc.). In più di un caso - come detto - vi furono trascritti il testo della pace di Costanza del 1183 e altri documenti e pattuizioni con l'impero. Soprattutto, essi testimoniavano dell'estensione territoriale della giurisdizione dei comuni cittadini. Gli atti trascrittivi inerivano i rapporti di soggezione dei territori alle città (paci, leghe, unioni, accomandite, dichiarazioni di confini, elenchi dei castelli e delle villae sottomessi, etc.) e gli interventi patrimoniali delle città nei territori (in termini di acquisti e locazioni di beni). Perlopiù, i documenti non erano ordinati cronologicamente, bensì raggruppati secondo criteri geografici e tematici, destinando - perlomeno inizialmente - quaderni e sezioni specifiche ai rapporti con una determinata stirpe signorile, comunità rurale o area del contado, etc.

Va precisato peraltro che non tutti i documenti originari venivano trascritti nei libri iurium, anche perché scaduti o superati da altri documenti, e che, talora, i notai del comune scrivevano direttamente sui libri documenti di particolare interesse, senza effettuarne una scrittura parallela su pergamena sciolta. Per questa via i primitivi archivi comunali vennero arricchendosi, affiancando al nucleo originario delle pergamene sciolte una serie a sé stante di libri iurium in forma di quaderno e di codice, che in taluni casi poterono assumere nel tempo la forma di codici imponenti e talora sontuosi.

Andrea Zorzi

Bibliografia

  • A. BARTOLI LANGELI, La documentazione degli stati italiani nei secoli XIII- XV: forme, organizzazion e personale, in Culture et idéologie dans la genèse de l'état moderne, Actes de la table ronde organisée par le Centre National de la Recherche Scientifique et l'École française de Rome (Rome, 15-17 octobre 1984), Rome, l'École française de Rome, 1985, pp. 35-55 [Disponibile anche on line: Reti medievali - Biblioteca, http://fermi.univr.it/RM/biblioteca/scaffale/volumi.htm#Giuliana%20Albini]
  • P. CAMMAROSANO, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991, pp. 144-150
  • A. ROVERE, I libri iurium dell'Italia comunale, in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento, Atti del Convegno (Genova, 8-11 novembre 1988) (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XXIX/2, 1989), pp. 157-199 [Disponibile anche on line: Scrineum - Biblioteca, http://scrineum.unipv.it/biblioteca/biblioteca-rovere.html]
  • P. TORELLI, Studi e ricerche di diplomatica comunale [1911-1915], Roma, Consiglio nazionale del notariato, 1980, pp. 183 sgg.