Norme e legislazione. Parte II

Provvisioni antimagnatizie di carattere generale che confluirono negli statuti del comune

In questa sezione sono illustrati, attraverso un altro paio di esempi, i processi di scrittura che portarono all'inserimento negli statuti del comune di Firenze di provvisioni deliberate dai consigli del comune in materia antimagnatizia.

Come nel caso delle deliberazioni inserite negli Ordinamenti di giustizia furono pochi i provvedimenti approvati dai consigli che seguirono l'iter destinato a farli confluire negli statuti del comune: lo statuto del podestà e lo statuto del capitano del popolo.

Le motivazioni sono in larga misura analoghe. Il sistema normativo comunale era concepito come un insieme articolato di scritture e di norme, vigenti al di là della loro collocazione in una o più compilazioni (registri delle provvisioni, ordinamenti, statuti, etc.). Ogni registro, ogni liber statutorum, costituiva di per sé un'unità testuale del sistema normativo comunale, al punto che non era concepita una sostanziale differenza il testo normativo e il codice che lo raccoglieva. La perdita o la distruzione di quest'ultimo poteva significare la decadenza delle norme contenutevi in assenza di altre redazioni in altre unità documentarie.

Non a caso, gli stessi statuti, anche quando raggiunsero una struttura omogenea in grado di proporsi quale stabile punto di riferimento - e ciò avvenne, per le raccolte fiorentine perlomeno a partire da quelle superstiti risalenti alle revisioni degli anni 1322-1325 - rimasero sempre un testo aperto a integrazioni e aggiunte, come è testimoniato dalle carte finali dei codici statutari, che accoglievano nel tempo riforme e nuove disposizioni. La natura "stratiforme" dello statuto era strettamente legata infatti alla sua dimensione materiale.

La varietà tipologica della documentazione normativa esprimeva inoltre un unico linguaggio legislativo. Come testimoniano i documenti raccolti nelle sezioni immediatamente successive (III e IV), molte deliberazioni ebbero vigenza così come approvate dai consigli e scritte nei registri delle provvisioni, anche se non inserite negli Ordinamenti di giustizia o negli statuti. Ma inserire una provvisione in un libro di statuti o in una raccolta di ordinamenti aveva soprattutto lo scopo di renderne più facile la conoscenza e la consultazione nel tempo e, in certa misura, di assicurarne una maggiore conservazione, e dunque anche una maggiore vigenza, nel tempo.

La decisione di riportare anche nei libri statutari le deliberazioni approvate dai consigli rispondeva a scelte motivate in base al loro contenuto e alla congiuntura politica. Innanzitutto, le materie disciplinate dovevano avere un valore generale e potenzialmente valido nel tempo. È il caso del primo esempio raccolto in questa sezione: una provvisione che vietava ai magnati in stato di inimicizia di partecipare senza autorizzazione a funerali e matrimoni, onde evitare che si ripetessero le violenze e i conflitti che erano sorti nell'occasione che aveva originato il provvedimento (la provvisione del 1297).

Anche il secondo esempio è relativo a misure di carattere generale: la proibizione ai popolani di recarsi nelle case di magnati in occasioni di sedizioni e il divieto ai magnati di armarsi e di uscire dalle loro abitazioni nelle medesime occasioni; in questo caso, però, non si tratta in senso stretto di provvisioni bensì di rubriche comprese in ordinamenti che restauravano le società armate territoriali del "popolo" (gli ordinamenti del 1304). Una variante ulteriore della variegata tipologia documentaria normativa comunale.

Andrea Zorzi