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Rifacimento di originale

1178 giugno 24, <Arles>, in curia Raimundi Arelatensis archiepiscopi

Lombardo, giudice del comune di Arles, pronuncia sentenza nella controversia tra Aldiarda, badessa del monastero di San Cesareo di Arles, e i consoli della città in merito ai diritti di pesca nel territorio di Arles.

Originale [A], Archives Départementales Buches du Rhône, 60H25, n. 1; copia del secolo XIX [B], Archives Départementales Buches du Rhône, 26F10.

Nel verso, di mano duecentesca: "Robine regis de militia sunt hec instrumenta"; di mani moderne: "1178 Pecheries. n° 1"; "N° 23"; "n° LXXIII".

La pergamena misura circa mm. 223 x 171.
Le lacune di A sono state integrate con il testo di B.

Testo

In nomine domini nostri Iesu Christi. Anno ab incarnatione eiusdem [MCLXXVIII, VIII kalendas iulii]. [Controversia que] vertebatur inter Aldiardam, abbatissam Sancti Cesari, et con[sules Arelatenses Poncium de] Aqueria, Bertrandum [Gui]berti, Willelmum de Sancto Georgio, Rostagnum de Borriano, [Ugonem Farau]di, Willelmum de Rivo Frigido, Raimundum de Ucecia, Willelmum de Aramone, satisdatione facta in manum Rainaudi Rostagni, Petri de Roveria, Petri Rainaudi, Willelmi Guiquiranni, sic amicabili composicione per iudicem Lombardum Avinionensem, qui Iudex proprio nome vocabatur, sopita est. Ab infixo termino infra versus stagnum usque ad Claram abbatissa habeat medietatem levate in ebdomada, quocumque die voluerit excepta die lune. Piscatores constituti a consulibus presenti abbatisse iurent de redenda supradicta portione fideliter et hanc medietatem levate percipiat monasterium quando aqua per fossam curret, cum desinet currere totam levatam monasterium percipiat, set a termino infra versus Rodanum nichil habeat monasterium aliquo tempore et a supradicto termino usque ad Claram nullam fraudem, nullum dolum, nullam machinam piscandi piscatores vel consules vel alia persona in piscando ad dampnum monasterii facere possint et ita ut superius scriptum est et consules et abbatissa hec omnia firmiter tenere sine dolo in perpetuum promiserunt. Acta sunt hec in curia Raimundi, Arelatensis archiepiscopi, in presentia multorum proborum virorum, videlicet Porcelli, Ugonis de Arenis Arezati, Petri Guillelmi de Arenis, Willelmi Bernardi de Arenis, Rigaudi, Ymberti de Sancto Georgio, Iaufredi [de Confurtio], Rainardi Amelii, Berengari Guillelmi, Willelmi Pauli, Ugonis Iaufredi, Ia[ufredi de Arlatano, Ugonis] de Ucecio, Ugonis Faraudi, Garnerii, Petri Bonfilii, Gilii Audenacii, Willelmi de Nisis, Ugoni de Arenis Darderii, Bertrandi de Arenis, Willelmi Aostenc, Willelmi de Agon, Petri Lamberti Cotaroni, Raimundi Garnerii, Bertrandi Petri, Ianfredi Aura Levada, Bertrandi Carbonelli, Petri de Camargis, Petri Maignimar, Sibaudi, Guillelmi, sacerdotis Sancte Marie Magdalene, Petri Durantis sacerdotis, Petri Ferreoli, Ysnardi Audeguerii, Marie de Tarascone, Audiarde monace, Dulcie monace, Genciane monace, domine Bonafos, Guillelme de Lunello, Guillelme de Nempse, Galbores de Neian, Cecilie. Acta sunt hec anno dominice incarnationis MCLXXVIII ut supra dictum est. Set postea tempore precedente, quia nullum sigillum apositum fuerat in instrumento quo hec supradicta continebantur et hoc posset esse materia litigandi inter consules et abbatissam, placuit consulibus et abbatisse Aldiarde ut hoc sigillum aponeretur ne veritas rei in posterum perire posset et si aliqua questio de robina oriretur hoc instrumentum mediante determinaretur. Ideoque mandato consulum et voluntate predicte abbatisse hoc sigillum in hoc instrumento apositum fuit anno dominice incarnationis MCLXXXVIII, existentibus consulibus Petro de Aqueria, Willelmo de Valle Florida, Raimundo de Borriano, Willelmo Bernardo, Bertrando Petro, Raimundo Austenc, Petro de Toro, Raimundo de Airaga, Iaufredo Arlatano, Stephano Gaillardo, Poncio Archimbaldo, Willelmo Bonito. Et ego Vincencius, consulum notarius, mandato consulum, hanc [cartam scripsi].

Traduzione

In nome di nostro signore Gesù Cristo. Nell'anno della sua incarnazione 1178, il giorno 24 del mese di giugno. La disputa che verteva tra Aldiarda, badessa di San Cesario e i consoli di Arles Ponzio de Aqueria, Bertrando di Guiberto, Guglielmo di San Giorgio, Rostagno de Borriano, Ugo Faraudo, Guglielmo di Rivo Freddo, Raimondo di Uzès, Guglielmo de Aramon, versata la cauzione nelle mani di Rainaudo Rostagno, Pietro de Roveria, Pietro Rainaudo, Guglielmo Guiquiranno, è stata composta amichevolmente dal giudice Lombardo di Avignone, che era chiamato Giudice di nome proprio, nel modo seguente. Dal termine fissato in direzione dello stagno fino ad Claram, la badessa ha la facoltà di riscuotere la metà del pescato nella settimana, in qualsiasi giorno volesse, salvo il lunedì. I pescatori, rappresentati dai consoli giurano alla presente badessa di restituire convenientemente la sopraddetta quota e il monastero percepirà questa metà del pescato quando l'acqua scorrerà nel canale, il monastero percepirà tutto il pescato quando cesserà di scorrere, ma al di sotto del termine fissato verso il Rodano il monastero non abbia mai nulla e dal suddetto termine fino alla località Clara alcuna frode, i pescatori o i consoli o altra persona possano fare alcuna frode, alcun inganno, alcun attrezzo da pesca per pescare a danno del monastero e così come sopra è scritto sia i consoli e sia la badessa promisero di rispettare tutto ciò saldamente senza inganno in perpetuo. Queste decisioni sono state prese nella curia di Raimondo, arcivescovo di Arles, alla presenza di molti uomini probi, ovvero di Porcello, Ugo de Arena de Arezato, Pietro di Guglielmo de Arena, Guglielmo di Bertrando de Arena, Rigaudo, Imberto di San Giorgio, Gaufredo de Confurcio, Rainardo di Amelio, Berengario di Guglielmo, Guglielmo di Paolo, Ugo di Gaufredo, Gaufredo de Arlatano, Ugo de Uzès, Ugo di Faraudo, Garnerio, Pietro di Bonfiglio, Gilio di Audenacio, Guglielmo de Nisis, Ugo de Arena di Darderio, Bertrando de Arena, Guglielmo Aostenco, Guglielmo de Agon, Pietro di Lamberto Cotarone, Raimundo Garnerio, Bertrando di Pietro, Gaufredo Aura Levata, Bertrando Carbonello, Pietro di Camargue, Pietro Maignimar, Sibaudo, Guglielmo, sacerdote di Santa Maria Maddalena, Pietro di Durante sacerdote, Pietro Ferreolo, Ysnardo Audeguero, Maria di Tarascona, Audiarda monaca, Dolce monaca, Genziana monaca, domina Bonafede, Guglielma di Lunello, Guglielma de Nempse, Galbores de Neian, Cecilia. Acta nell'anno dell'incarnazione del Signore 1178, come è già stato detto. Qualche tempo dopo, poiché non era stato apposto alcun sigillo al documento nel quale erano contenute le sopradette decisioni e ciò potrebbe essere materie di lite tra i consoli e la badessa, sembrò opportuno ai consoli e alla badessa Aldiarda apporre questo sigillo, affinché la verità della decisione non possa, in futuro, venir meno e se sorgesse qualche questione di ruberia venga definita grazie a tale documento. Pertanto, su mandato dei consoli e per volontà della predetta badessa, questo sigillo è stato apposto su questo documento nell'anno dell'incarnazione del Signore 1188, quando erano consoli Pietro de Aqueria, Guglielmo di Valle Florida, Raimondo de Borrian, Guglielmo Bernardo, Bertrando Pietro, Raimondo Austenc, Pietro di Thor, Raimondo de Ayragues, Gaufredo Arlatano, Stefano Gaillardo, Ponzio Arcimbaldo, Guglielmo Bonito. Io Vincenzo, notaio dei consoli, per mandato dei consoli stessi, ho scritto questa carta.

Commento

Nella bassa valle del Rodano, tra gli anni '20 e '30 del secolo XII, i comuni cittadini arricchiscono il quadro dei poteri tradizionali, rappresentati dai vescovi e dalle grandi famiglie aristocratiche, assicurandosi in breve tempo un posto privilegiato nella vita politica cittadina. Dopo un inizio condizionato da un forte potere episcopale, essi vivono un rapido sviluppo istituzionale che li porta a sperimentare un sistema consolare dotato di una buona stabilità almeno fino al primo ventennio del secolo XIII, a conoscere la formazione di strutture di tipo associativo, come confraternite e corporazioni di mestiere, e a ricorrere a un sistema podestarile, a partire dal secondo quarto del secolo XIII, nel quale il personale forestiero si alterna a rettori locali o, comunque, molto vicini all'ambiente urbano.
Tale percorso è scandito dalla continua volontà di stabilire un primato, essenzialmente politico, nei confronti del potere episcopale. L'aspirazione a una sempre maggiore autonomia giudiziaria è uno dei principali motivi di scontro già nelle fasi iniziali della vita del comune. L'aumento delle cause giudicate da personale civile e da magistrati comunali, e di conseguenza lo sviluppo di nuove procedure, indica come, a partire dalla seconda metà del secolo XII, le nuove istituzioni fossero capaci di presentarsi alla cittadinanza come istituzioni giudiziarie alternative agli antichi tribunali episcopali e signorili. Grazie ai giuristi, inizialmente ecclesiastici, che circolavano agevolmente tra le città del Midi e le principali scuole italiane, Bologna, Piacenza e Pavia già dall'inizio del secolo XII, l'ambiente provenzale introduce nuovi e originali elementi, mutuati dallo ius commune, nella pratica giuridica e scritturale provenzale. È infatti proprio la capacità di combinare insieme elementi propri della procedura romana con elementi specifici delle tecniche arbitrali, più vicine alle esigenze dei cittadini, che permette al comune di legittimarsi come autorità giuridica autonoma e di intervenire anche in campo documentario.

La controversia del giugno 1178 tra Aldiarda, badessa del monastero di San Cesareo di Arles, e i consoli della città in merito ai diritti di pesca nel territorio di Arles, offre un esempio dell'evoluzione giudiziaria in direzione di soluzioni alternative rispetto a quelle tradizionali e mostra l'attenzione delle nuove istituzioni alla trasmissione dei documenti scritti.

La disputa è arbitrata da Lombardo Giudice, giudice di Avignone, chiamato a esercitare nella città vicina e nella curia di Raimondo, cioè nel luogo in cui l'arcivescovo di Arles amministrava abitualmente la giustizia. Come in altri casi simili, il giudice è assistito da alcuni probi viri, tutti membri piuttosto influenti dell'élite di governo arlesiana. I tribunali comunali, secondo una prassi consueta alla fine del secolo XII, risolvono le cause giudiziarie non tanto secondo il modello processuale-placitario, ma soprattutto grazie a compromessi di varia natura. L'uso massiccio del compromesso come forma di "risoluzione" delle dispute non deve però indurci a ritenere che i conflitti fossero definiti unicamente seguendo vie extra o para-giudiziarie, troppo spesso concepite come disordinate prassi esterne al diritto pubblico. L'evoluzione della struttura istituzionale dei comuni va infatti di pari passo con il raggiungimento di una piena legittimità dei tribunali civili, i quali non erano più istanze di mediazione e di "risoluzione" amichevole, bensì esprimevano il potere dell'istituzione, che si esplicava in una reale capacità di pronunciare giudizi.

Nel caso suddetto, la badessa ottiene un verdetto positivo da parte dei consoli, che agivano in nome del comune e dei pescatori di Arles, i quali si impegnano a rispettare i diritti del monastero sul canale che collegava il fiume Rodano alla periferia della città.
Sotto l'aspetto della prassi documentaria è da sottolineare che l'originale della sentenza non era mai stato convalidato con il sigillo dei consoli anche se, come sembra verosimile, doveva essere munito della sottoscrizione notarile. Solo dieci anni dopo, nel 1188, nel timore che la mancanza di un instrumentum, formalmente ineccepibile, potesse essere motivo di ulteriore conflitto tra il monastero e i consoli della città, si provvede alla redazione di un nuovo originale. Qui il notaio, subito dopo il testo della sentenza, enuncia le motivazioni che hanno indotto a produrre il nuovo esemplare e la procedura seguita, che prevede l'apposizione del sigillo dei consoli.
Il dubbio che questa aggiunta sia stata vergata sul primitivo originale, che in tal modo sarebbe stato completato, è fugato dalle caratteristiche della scrittura e dell'inchiostro, attestanti inequivocabilmente che la redazione è avvenuta in un unico momento, quindi nel 1188.
La pratica notarile, come emerge anche dal documento, non è ancora completamente svincolata dall'intervento dei consoli del comune. Nelle città della bassa Provenza, infatti, almeno fino agli anni '20 del secolo XIII, le modalità di convalidazione del documento non sono affidate solo all'auctoritas notarile ma anche a elementi esterni. Nel Midi il processo di convalidazione del documento pubblico è formalizzato soprattutto dall'apposizione da parte del notaio del sigillo delle istituzioni richiedenti, anche se altri tipi di corroborazione dello scritto persistono, per esempio la carta partita o, come appare anche nella sentenza in questione, la presenza di un nutrito numero di testimoni - in questo caso 43, ma talvolta molto più numerosi - spesso definiti boni homines o probi viri, conformemente alla tradizione placitaria.

La presenza, ma soprattutto la posizione di preminenza dei consoli al momento della redazione degli atti, assume ad Arles significato esemplare, se consideriamo il fatto che tale caratteristica è ravvisabile anche in atti di natura privata: tra il 1185 e il 1218 per gli oltre 190 atti di natura contrattuale disponibili, i consoli sono presenti e si sovrappongono al notaio nelle operazioni di convalidazione nel 60% circa dei casi.
In altre parole la capacità certificatoria del notaio è subordinata all'intervento del collegio consolare, che può esprimersi anche attraverso la iussio. Questa posizione appare sottolineata anche dalla qualifica di notarius consulum usata da Vincenzo, attestato in città per una trentina di anni, tra il 1185 e il 1212; infatti così si definisce già nei primi atti e ricorre alla stessa qualifica quando redige sia solenni atti pubblici, sia semplici contratti stipulati tra privati, nei quali le magistrature comunali non avevano interessi diretti.

Edizione, traduzione, commento: Simone Balossino

Revisione redazionale e codifica: Gianmarco De Angelis