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Provvisione

1304 marzo 31, Firenze

Deliberazione del 31 marzo 1304 sul pagamento delle spese sostenute per la demolizione di alcune case delle famiglie magnatizie dei Tornaquinci e dei Visdomini.

Firenze, Archivio di Stato, Provvisioni, Protocolli, 2.

Cart.; ff. II, 137, II'; bianchi i ff. 6, 36-42, 47, 87-90, 111-112, 113-116, 119-120, 133, 137; tra i ff. 134-135 e 135-136 vi sono due fogli non numerati aggiunti in occasione di qualche restauro; numerazione del sec. XX, a lapis (numerosi ff. mantengono traccia di una numerazione del sec. XIV in cifre arabe; vi è poi un'ulteriore numerazione stampigliata, forse del sec. XIX, caratterizzata da lacune); 110 (ff. 1-10), 2-616, 714, 816, 9-102, 116, 123, 135 (il fascicolo 12 è un duerno privo del foglio iniziale; il fascicolo 13 è un duerno con un foglio aggiunto all'inizio); ff. 1-10 318 × 232, ff. 11-42 322 × 230, ff. 43-90 317 × 230, ff. 91-120 324 × 230, ff. 121-122 323 × 228, ff. 123-124 322 × 232, ff. 125-130 320 × 230, ff. 131-133 318 × 232, ff. 134-137 320 × 232; rigatura a secco. Legatura in cartone rivestito in pergamena, con rinforzi in pelle sulla costola.
Contiene: parte delle provvisioni del Comune per il periodo 1293 gennaio 18 - 1306 agosto 19.
Scritto da ser Bonsignore di Guezzo, notaio delle riformagioni del Comune di Firenze, e dai suoi coadiutori ser Antonio di ser Bonsignore (suo figlio) e ser Guido Capone da Modena.
Alcuni provvedimenti (ad esempio ff. 1-8; e 121-130) presentano numerose cancellature e integrazioni ai margini, di mano dello stesso notaio estensore. In alcuni casi i fascicoli sono contrassegnati attraverso una lettera ripetuta sul bordo superiore della prima carta, di mano dello stesso notaio estensore. L'ordine dei provvedimenti, a causa della natura composita del registro, non segue la corretta successione cronologica degli stessi. Sul foglio di guardia si legge, di mano forse del sec. XVIII: Deliberazioni del Consiglio dal 1299 al 1306.

Testo

[54r] In Dei nomine amen. Anno sue salutifere incarnationis millesimo trecentesimo quarto, indictione secunda, die ultimo mensis martii. In Consilio Centum virorum et subsequenter in aliis Consiliis domini Capitanei et Populi florentini et Capitudinum duodecim maiorum artium civitatis Florentie, mandato nobilis viri domini Iohannis Francisci de Capite Pontis de Padua, Capitanei et Defensoris Populi et Comunis Florentie, precona convocatione campaneque sonitu in ecclesia Sancti Petri Scheradii more solito congregatis. Et postmodum in eisdem anno et indictione die nono mensis aprilis, in Consilio Generali trecentorum et Spetiali nonaginta virorum et Capitudinum artium predictorum, mandato nobilis viri domini Manni domini Conradi de la Brancha de Eugubio, Comunis Florentie Potestatis, precona convocatione campaneque sonitu in ipsius Comunis pallatio more solito congregatis, et per ipsa iamdicta Consilia, iuxta formam ordinamentorum canoniçatorum et statutorum eiusdem Populi et Comunis, solempniter et successive ac debito modo et ordine celebrata et facta absolutis, correctis et sublatis statutis, ordinamentis, et Consiliorum reformationibus quomodolibet infrascriptis contradicentibus, provisum obtentum et firmatum fuit quod de ipsius Comunis peccunia camerarii iamdicti Comunis tam presentes quam futuri expendant dent et solvant et expendere dare et solvere possint, teneantur et debeant licite et impune et absque eorum preiuditio infrascriptis personis infrascriptis pecunie quantitates, modo et forma et occasionibus infrascriptis (...).

[54v] (...) Et in alia parte pro satisfactione expensarum per Vexilliferum iustitie eiusque consiliarios et familiares in cibo et potu et balistis, tornis et sagitamento deferendis quibus eidem Vexillifero una cum peditibus iustitie ad domum de Tornaquincis et ad domum de Vicedomini[s] pro executione ordinamentorum iustitie facienda libras vigintisex florenorum parvorum dandis et exibendis per ipsos camerarios illi persone de qua placuerit et videbitur Prioribus et Vexillifero antedictis.

Traduzione

Nel nome di Dio amen. Nell'anno della sua incarnazione apportatrice di salvezza 1304, seconda indizione, 31 marzo. Nel Consiglio dei Cento, e a seguire negli altri Consigli del messer Capitano e del Popolo fiorentino e delle Capitudini delle dodici arti maggiori della Città di Firenze, su mandato del nobile uomo messer Giovanni di Francesco da Capo del Ponte da Padova, Capitano e Difensore del Popolo e Comune di Firenze, riuniti nel solito modo nella chiesa di San Pier Scheraggio con la voce degli araldi e il suono delle campane. E di seguito, negli stessi anno, indizione e giorno, il 9 di aprile, nel Consiglio Generale dei trecento e Speciale dei novanta e delle predette Capitudini delle arti, su mandato del nobile uomo messer Manno di messer Corrado della Branca da Gubbio, Podestà del Comune di Firenze, riuniti al solito modo nello stesso palazzo del Comune con la voce degli araldi e il suono delle campane, e dagli stessi Consigli svoltisi solennemente secondo il dettato degli ordinamenti canonizzati e gli statuti del Popolo e Comune nel debito modo e ordine, essendo sospesi e corretti gli statuti, gli ordinamenti e le delibere dei Consigli in qualsiasi modo in contrasto con le infrascritte cose, è stato stabilito e ordinato che i camerari del Comune, presenti e futuri, spendano e paghino, e siano autorizzati a pagare e spendere, in maniera lecita e senza loro danno, del denaro del Comune, le infrascritte cifre alle infrascritte persone, nel modo e nelle occasioni infrascritte (...).

(...) E nell'altra parte, per il pagamento delle spese fatte dal Gonfaloniere di giustizia e dai suoi consiglieri e dal suo seguito in cibarie, bevande e balestre, frecce e scalpelli che lo stesso Gonfaloniere, assieme ai pedoni della giustizia, ha portato alla casa dei Tornaquinci e alla casa dei Visdomini per l'esecuzione degli ordinamenti di giustizia, 26 lire di fiorini piccoli, che i camerari pagheranno a colui che verrà indicato dai Priori e dal Gonfaloniere suddetti.

Commento

È qui edita una disposizione approvata dai consigli del comune di Firenze il 31 marzo e il 9 aprile 1304, che dava mandato ai camerari del comune (responsabili dell'ufficio finanziario) di pagare le spese sostenute per un'esecuzione degli Ordinamenti di giustizia, vale a dire per la demolizione di alcune case delle famiglie magnatizie dei Tornaquinci e dei Visdomini.

Il provvedimento è registrato in forma sintetica, ma offre alcune informazioni di qualche interesse. Lo stanziamento è di 26 lire di fiorini piccoli per coprire la spese "in cibo et potu et balistis, tornis et sagitamento", che il gonfaloniere di giustizia aveva disposto quando si era recato, insieme con i consiglieri e il suo seguito, "una cum peditibus iustitie ad domum de Tornaquincis et ad domum de Vicedominis pro executione ordinamentorum iustitie facienda". Gli oggetti elencati suggeriscono, nella loro materialità, le modalità dell'esecuzione: le balestre e le frecce dovettero servire per fronteggiare eventuali reazioni armate da parte dei lignaggi colpiti, gli scalpelli per diroccare i fabbricati (che venivano arsi per farli crollare), le bevande e il cibo per il vettovagliamento della milizia e degli operai che furono impegnati, certo per non poche ore, nella demolizione degli edifici. Dalle memorie della famiglia Tornaquinci, scritte intorno al 1370, apprendiamo che furono distrutti il palazzo e la sua loggia nel centralissimo popolo di san Michele Berteldi.

L'esecuzione attuava in parte quanto previsto nella rubrica De penis impositis et ordinatis contra magnates offendentes populares degli Ordinamenti di giustizia del 1293 (ribadita nella revisione del 1295: cfr. le schede V.1.1 e V.1.2): in caso di omicidio di un popolano da parte di un magnate, il colpevole doveva essere condannato a morte e i suoi beni distrutti e confiscati dal comune. La documentazione giudiziaria dell'epoca è perduta e dunque non è possibile stabilire se il podestà o il capitano del popolo emanarono o meno una sentenza di condanna a morte.

Grazie a un paio di cronache coeve siamo però in grado di ricostruire parzialmente gli episodi che portarono all'esecuzione. Un testo anonimo (la cosiddetta Cronica marciana magliabechiana) di evidente sentimento popolano annota che

"in questo anno [1304], d'aprile, s'armò il popolo per fare guasto sopra uno de' Tornaquinci, per micidio ch'avea fatto a uno popolare. Parve al popolo ch'avesse fatto sì sozza cosa, ch'andò e sì arsono le case loro: fuvi messo [il fuoco] per molte reie opere ch' e' grandi faceano".

Più dettagliata e più vivida è invece la cronaca di Dino Compagni, popolano politicamente attivo di quegli anni:

"Accadde [...] che il Testa Tornaquinci, e un figliuolo di Bingieri suo consorto, in Mercato Vecchio fediron e per morto lasciorono uno popolano loro vicino; e niuno ardia a soccorrerlo, per tema di loro. Ma il popolo rassicurato si crucciò, e con la insegna della giustizia armati andorono a casa i Tornaquinci, e misono fuoco nel palagio, e arsollo e disfeciono, per la loro baldanza" (Cronica, III, 3).

Entrambi i testi non menzionano i Visdomini, che pure ebbero distrutta anch'essi una casa, probabilmente in un giorno diverso da quello in cui furono demoliti gli edifici dei Tornabuoni, come appare con maggiore chiarezza nelle registrazioni delle votazioni con cui fu approvata la delibera (cfr. la scheda seguente IV.1.2). Né alcun riferimento è fatto a sentenze contro le persone. Sappiamo però da altre fonti che Testa Tornaquinci morì nel dicembre 1338 e che Bingeri Tornaquinci assunse l'incarico di vicario del Chianti e della val di Greve nel 1308. Se vi fu condanna a morte, certo essi trovarono il modo di negoziarla e di evitarla.

D'altra parte sono rare in assoluto le attestazioni documentarie di effettive esecuzioni degli Ordinamenti di giustizia. Esse dovettero essere più eccezionali che ordinarie, al punto che se ne trova menzione nelle cronache proprio come eventi degni di nota e di memoria. Più che come strumento di repressione penale, la legislazione antimagnatizia servì da leva per escludere alcuni lignaggi potenti dagli uffici politici maggiori del comune, tenendoli sotto la minaccia continua di un penale potenziato e la pressione costante dell'obbligo di dare cauzione finanziaria del proprio comportamento di cui era responsabili penalmente anche i familiari (cfr. le schede della I sezione).

È dunque probabile che la distruzione delle case dei Tornaquinci e dei Visdomini, cui non seguì la condanna a morte dei responsabili dell'omicidio del popolano, fu disposta dai priori delle arti e dal gonfaloniere di giustizia nel marzo 1304 soprattutto come atto simbolico in una difficile congiuntura per il governo popolare.

Firenze era in quei mesi lacerata da conflitti armati all'interno dei gruppi dirigenti del comune, alimentati dalle inimicizie che correvano tra alcuni dei maggiori esponenti magnatizi. Tra il 4 e il 10 febbraio 1304 la città era stata teatro di scontri bellici violentissimi tra la fazione "del vescovo", roccaforte dei lignaggi magnatizi, e quella "del popolo", che combinava le attese del regime di "popolo" con le ambizioni signorili del suo leader, il magnate Rosso Della Tosa. Gli scontri avevano riproposto modi desueti che al cronista Giovanni Villani ricordarono pratiche che Firenze non aveva più conosciuto da tempo ("e combattési la città in più parti e più dì, e armarsi più torri e fortezze de la città al modo antico per gittarsi e saettarsi insieme"). Il pontefice Benedetto XI inviò allora in città il cardinale Niccolò da Prato, vescovo di Ostia, per rimettere pace tra le varie fazioni dei guelfi: egli arrivò il 2 marzo e il 17 dello stesso mese ottenne dai consigli del comune i pieni poteri per adottare i provvedimenti che gli sembrassero più adatti alla pacificazione generale (cfr., per un approfondimento, le schede II.2.1 e II.2.3).

L'esecuzione degli Ordinamenti di giustizia che fu attuata in quegli stessi giorni contro le case dei Tornaquinci e dei Visdomini probabilmente intese rappresentare un segnale di fermezza che il governo di "popolo" cercò di dare alla cittadinanza, per riguadagnare autorevolezza di fronte ad attori politici che usavano principalmente il linguaggio della violenza. Se non si riuscì ad assicurare alla giustizia i responsabili dell'omicidio del popolano (che si saranno dati contumaci, come quasi sempre avveniva in tali occasioni), la decisione di colpire i Tornaquinci nei beni immobili fu comunque un atto non privo di significati simbolici, dal momento che aveva come obiettivo proprio edifici come quelli che nelle settimane precedenti erano stati strumento della guerra urbana provocata dai lignaggi magnatizi.

Una notazione finale la merita anche il registro in cui la delibera si è conservata fino a noi. Esso non appartiene alla serie dei Registri delle provvisioni, bensì a quella dei Protocolli, che raccoglievano in genere i fascicoli preparatori delle proposte di legge, le minute dei testi, etc., ed era pertanto cartaceo (cfr. al proposito anche l'introduzione generale alla sezione fiorentina dell'Atlante). Il volume è il 2° della serie e copre un lungo arco di tempo (1293-1306) con registrazioni e scritture molto varie, di mano del notaio delle riformagioni, il modenese Bonsignore di Guezzo, e dei suoi coadiutori. È probabile che la stesura in extenso del testo della provvisione, in forma più solenne e destinata a essere raccolta nei Registri in pergamena, sia andata persa. Peraltro, che la disposizione sia stata approvata dai consigli del comune e dunque resa effettiva lo conferma la registrazione delle votazioni nel registro dei Libri fabarum (per il quale cfr. la scheda IV.1.2).

Edizione, traduzione: Piero Gualtieri

Commento: Andrea Zorzi

Revisione redazionale e codifica: Gianmarco De Angelis