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Norme statutarie

1322, Firenze

Rubriche concernenti i magnati dello statuto del capitano del 1322 riprese dagli ordinamenti di riforma delle società territoriali del popolo promossi dal cardinale Niccolò da Prato il 19 aprile 1304.

Firenze, Archivio di Stato, Statuti del Comune di Firenze, 4.

Membr.; ff. 129; bianco il f. 129; numerazione del sec. XIX in cifre arabe; 16 (ff. 1-6), 2-38, 42, 5-78, 813, 910, 106, 113, 12-178, 182 (il fascicolo 8 è un sesterno con un foglio aggiunto alla fine; il fascicolo 9 è un sesterno privo dell'undicesimo e dodicesimo foglio; il fascicolo 10 è un quaterno privo del settimo e dell'ottavo foglio; il fascicolo 11 è un ternione privo degli ultimi tre fogli; il fascicolo 18 è composto da due fogli singoli); inizio fascicolo lato carne; 424 × 314; rigatura a secco; rubriche; iniziali delle rubriche alterne in rosso e blu. Legatura in assi con quattro borchie metalliche per piatto e costola in pelle, parzialmente rovinata. Contiene: lo statuto del capitano del 1322. Il testo è suddiviso in cinque libri, ognuno con rubriche numerate e un rubricario in inchiostro rosso.
Scritto da due mani (rispettivamente ff. 1-50; e ff. 51-128) della metà del sec. XIV. Vi sono poi numerose aggiunte e note a margine di mani diverse, sempre del sec. XIV. Sul f. 1r, di mano forse del sec. XVIIII: Statuta domini Capitanei Civitatis Florentie 1321. Sul piatto anteriore della coperta è un cartiglio in pergamena con la scritta, in caratteri di stampa del sec. XVI: Codex membranaceus archetypus Statutorum Populi Florentini nomine Capitanei ex publica recensione ann[i] MCCCXXI [La data è stata cancellata da una mano moderna; aggiunto nell'interl. sup.: 1322-1325].

Testo

[112r] [Liber Quintus] LXXXX - QUOD NULLUS POPULARIS TRAHAT AD DOMUM ALICUIUS MAGNATIS.
Item quod nullus popularis vel de dictis sotietatibus vel aliquis alius qualiscumque condictionis et undecumque sit audeat vel presummat trahere vel ire ad domum alicuius magnatis, tempore alicuius rumoris vel cum eis convenire vel stare, sub pena arbitrio domini Executoris imponenda et auferenda in personis et rebus, inspecta qualitate et condictione persone. Et quod nullus de comitatu vel districtu Florentie tempore huiusmodi rumoris trahat, eat vel stet cum armis vel sine armis ad domum alicuius magnatis vel cum aliquo, sub pena pedis, nec etiam ad civitatem Florentie trahat vel veniat, sub pena librarum [112v] ducentarum florenorum parvorum, nisi traheret et veniret de licentia dominorum Priorum et Vexilliferi qui [pro] tempore fuerint. Et in predictis dominus Executor habeat arbitrium inquirendi, procedendi clanculum et (a) palam et condempnandi (b), prout sibi videbitur convenire.

(...) LXXXXII - QUOD MAGNATES ET PROHIBITI ESSE DE SOTIETATE TEMPORE RUMORIS NON SEPARENT SE AB EORUM DOMIBUS.
Item quod nullus de magnatibus nec aliquis prohibitus esse de sotietate, tempore alicuius rumoris cuius occasione cohadunarentur vel armarentur sotietates, possit vel debeat separare vel removere armatus vel in armis a domo sua vel porticu sine speciali licentia domini Executoris et Priorum et Vexilliferi, sub pena contrafatienti arbitrio domini Executoris imponenda et auferenda in personis et rebus.

(a) C vel

(b) C condempnando

Traduzione

LXXXX - NESSUN POPOLANO SI DIRIGA PRESSO LA CASA DI ALCUN MAGNATE, RUBRICA.
Ancora, che nessun popolano o membro delle società predette, o altro di qualsiasi condizione o provenienza, osi o presuma di dirigersi o andare presso la casa di alcun magnate durante una sommossa, o con lui accompagnarsi o stare; la pena dovrà essere imposta e riscossa ad arbitrio del messer esecutore nelle persone e nelle cose, tenuto conto del tipo e della condizione della persona. E che nessuno del contado o distretto di Firenze debba dirigersi, accostarsi, essere, andare o stare, in armi o senza, durante tale sommossa presso la casa di alcun magnate o con alcun magnate, sotto pena dell'amputazione del piede, né arrivare o venire nella città di Firenze, sotto pena di 200 lire di fiorini piccoli. E nelle predette cose il messer esecutore abbia la facoltà di investigare, di procedere e di condannare segretamente e palesemente, come a lui sembrerà conveniente.

LXXXXII - I MAGNATI NON VADANO VIA DALLE PROPRIE CASE DURANTE UNA SOMMOSSA, RUBRICA.
Ancora, che nessun magnate durante una sommossa per cui si radunino le dette società nel predetto modo possa o debba andar via o uscire equipaggiato alla battaglia o in armi dalla sua casa, corte o portico senza un permesso speciale dei predetti signori; la pena verrà imposta e riscossa al contravventore nella persone e nelle cose ad arbitrio dei detti signori e di ciascuno di loro.

Commento

Sono qui riportate due rubriche del libro V dello statuto del capitano del popolo rivisto nel 1322 e tràdito nel registro n° 4 della serie degli Statuti del Comune di Firenze dell'Archivio di Stato di Firenze. Il testo costituisce una riscrittura delle rubriche corrispondenti degli ordinamenti di riforma delle società territoriali del popolo promossi dal cardinale Niccolò da Prato il 19 aprile 1304 (cfr. scheda II.2.1).

La missione pacificatrice del legato pontificio, dopo alcuni risultati iniziali, fu presto avversata dall'ala più intransigente della fazione nera che accusò Niccolò da Prato di parteggiare per i bianchi e per i ghibellini fuorusciti. Abbandonato anche da molti che gli avevano prestato consenso, il cardinale lasciò Firenze il 4 giugno 1304 scagliando su di essa l'interdetto. Il comune tornò a reggersi sul precario equilibrio tra il governo del regime di "popolo" guidato dai priori delle arti e dal gonfaloniere di giustizia e il potere della parte guelfa, egemonizzata dai lignaggi magnatizi ma solcata dalle profonde inimicizie dei suoi leaders. Sul fronte esterno la pressione dei bianchi rimase forte continuando a costituire una continua minaccia militare.

Nel marzo 1306 il consiglio dei Cento approvò una serie di misure per la custodia e la difesa della città tra le quali era prevista anche l'istituzione di una milizia di cui dovevano far parte tutti i maschi tra i 15 e i 70 anni di età, sia popolani sia magnati, di sicura fede guelfa (cioè nera), su base parrocchiale. È probabile pertanto che le società armate territoriali istituite dagli ordinamenti approvati nel 1304 da Niccolò da Prato fossero decadute in seguito alla partenza del legato pontificio, perché non ve ne è traccia nella pur rarefatta documentazione dei mesi successivi. Diversamente si dovrebbe pensare che alla milizia di 1.000 fanti che dall'istituzione degli Ordinamenti di giustizia nel 1293 costituiva il braccio armato del priorato delle arti e dal gonfaloniere di giustizia, si affiancassero sia le società armate del "popolo" sia la milizia guelfa.

Anche la milizia "mista" di magnati e popolani istituita nel marzo 1306 non dovette durare a lungo se nel dicembre dello stesso anno il regime di "popolo" riuscì a reintrodurre le società armate che erano state rinnovate già due anni prima con gli ordinamenti promossi da Niccolò da Prato. La fonte della notizia è la rubrica LXXXVII del libro IX della Nuova cronica di Giovanni Villani, Come i Fiorentini rafortificaro il popolo, e feciono il primo esecutore degli ordini de la giustizia:

"parendo a' popolani di Firenze che i loro grandi e possenti avessero presa forza e baldanza per la guerra fatta e vittorie avute contra i Bianchi e' Ghibellini usciti di Firenze, sì vollono riformare il popolo di Firenze, e chiamarono XVIIII gonfalonieri de le compagnie, e che tutti i popolani per contrade com'erano ordinati, quando bisogno fosse, traessono con arme a loro gonfalone".

Di fatto fu riscritto il testo degli ordinamenti del 1304 adattandolo al nuovo contesto politico. La versione che abbiamo conservata è quella inserita nel libro V dello statuto del capitano del popolo rivisto nel 1322 alle rubriche LXXXIII-CXI, della quale le rubriche LXXXX e LXXXXII edite qui corrispondono alle rubriche concernenti i magnati degli ordinamenti del 1304 (per le quali, cfr. la scheda II.2.1). È probabile che tali rubriche fossero state aggiunte allo statuto del capitano in occasione della sua revisione nel 1307, di cui si ha notizia nei Libri fabarum ma di cui non si è conservato il codice. Nel testo del 1322 è infatti citato il nuovo rettore del comune, l' esecutore degli Ordinamenti di giustizia, istituito il 23 dicembre 1306 e il cui primo eletto, Matteo dei Ternibili di Amelia, entrò in carica nell'aprile 1307. La provvisione istitutiva lamentava come gli "ordinamenta iustitie populi Florentini diu quasi languida iacuere ac etiam propter diversas tempestates guerrarum que hactenus est passus populus florentinus, propter quas oportuit iniquitatem subesse iustitia", e affidava ai priori e al gonfaloniere di giustizia il potere di eleggere "unus probus et legalis vir plebeus qui secundum vulgarem florentinum dicitur popularis, non miles nec iudex legista, guelfus et partis guelfe zelator ut dictum est executor Ordinamentorum iustitie populi fiorentini", "ad iniquorum contenendam superbiam que in tantum excrevit quod ulterius coniventibus oculis pertransiri non potest" (ne conosciamo il testo perché la provvisione, non presente nell'attuale serie dei registri, fu inserita a sua volta nella compilazione degli Ordinamenti di giustizia promossa dal rinnovato governo di "popolo" dopo la caduta del regime del Duca d'Atene nel 1343, ora conservata nella serie degli Statuti del Comune di Firenze dell'Archivio di Stato di Firenze al numero d'ordine 3: cfr. schede V.1.4 e V.2.4 per la sua descrizione).

La creazione di un nuovo rettore incaricato di dare applicazione alla legislazione antimagnatizia, integrando con più vigore l'attività del podestà e del capitano del popolo e vigilando sulla stessa (ritenuta insoddisfacente se all'esecutore spettò anche il sindacato degli altri giusdicenti: il primo esecutore, con molto zelo, condannò infatti il podestà uscente del primo semestre del 1307, Ferrantino Malatesta, reo di favoritismi), e la riproposizione delle società armate territoriali espressero un evidente "fortificamento di popolo", come scrisse il Villani, annotando anche che "de le quali novitadi e reformazione di popolo i grandi si tennero forte gravati", e che il primo esecutore, Matteo dei Ternibili, "fu valente uomo e molto temuto da' grandi".

Il cronista non chiarisce se i due provvedimenti, datati entrambi al dicembre 1306, furono approvati dai consigli del comune anche lo stesso giorno (il 23 del mese). Nondimeno è palese come rispondessero a un comune indirizzo politico: rilanciare l'azione di contrasto dei lignaggi magnatizi, attingendo alla tradizione politica di "popolo" (espressa dall'esperienza delle società armate "al modo dell'antico popolo vecchio", per usare sempre le parole di Villani) e innovando sul piano istituzionale con la creazione dell'esecutore degli Ordinamenti di giustizia.

Questa sintesi è rispecchiata dal testo delle rubriche qui editate. Come detto, esse riprendono l'impianto degli ordinamenti di riforma delle società territoriali del 1304, ma con significative integrazioni. La sanzione penale è affidata ora all'esecutore, là dove nel testo approvato dal cardinale Niccolò da Prato essa era affidata all'arbitrio del capitano. La rubrica Quod nullus popularis trahat ad domum alicuius magnatis è incorporata negli statuti del 1322 come rubrica LXXXX. La rubrica Quod magnates tempore rumoris non separent se ab eorum domibus è invece integrata (al numero d'ordine LXXXXII) sia nel titolo (Quod magnates et prohibiti esse de sotietate tempore rumoris non separent se ab eorum domibus) sia nel dispositivo da una precisazione ovvia solo in apparenza: il divieto di armarsi e uscire di casa in occasione di sedizioni venne esteso anche ai membri delle rifondate società armate di "popolo". Con tutta evidenza la fedeltà al regime non era data per scontata.

Edizione, traduzione: Piero Gualtieri

Commento: Andrea Zorzi

Revisione redazionale e codifica: Gianmarco De Angelis