Visualizzazione: predefinita | testo - traduzione | testo - commento | testo - facsimile | solo facsimile 

Norma statutaria

1325, Firenze

Rubrica dello statuto del podestà del 1325 sul divieto ai magnati in stato di inimicizia di partecipare senza autorizzazione a funerali e matrimoni.

Firenze, Archivio di Stato, Statuti del Comune di Firenze, 7.

Membr.; ff. I, 205, I'; bianchi i ff. 69v, 122v, 146v, 167v, 203v; numerazione del sec. XX a lapis in cifre arabe (la numerazione attuale coincide con una numerazione a penna, forse del sec. XIX, fino al f. 144; quindi prosegue autonomamente a causa di una lacuna - l'attuale f. 145 - di quest'ultima dovuta a svista); 1-38 (ff. 1-24), 4-512, 68, 77, 84, 96, 1010, 116, 1210, 136, 142, 156, 165, 174, 1811, 196, 2010, 216, 2216, 2310, 247, 258, 262 (il fascicolo 7 è un quaterno privo dell'ottavo foglio; il fascicolo 16 è un duerno con un foglio aggiunto alla fine; il fascicolo 18 è un sesterno privo del dodicesimo foglio; il fascicolo 24 è un ternione con un foglio aggiunto alla fine); inizio fascicolo lato carne; ff. 1-5 420 × 285, ff. 6-205 420 × 295; rigatura a secco; note marginali di mani diverse (tutte del sec. XIV); rubriche; iniziali delle rubriche alterne in rosso e blu. Legatura in assi con quattro borchie metalliche per piatto e costola in pelle (restaurata nel 1997).
Contiene: lo statuto del podestà del 1325. Il testo è suddiviso in cinque libri, ognuno con rubriche numerate e un rubricario in inchiostro rosso.
Scritto da cinque mani (A, B, C, D, E; ognuna ha scritto un libro diverso) della metà del sec. XIV. Una sesta mano (ser Benozzo di Piero da Paterno) ha trascritto (f. 204r-v) il testo di quattro provvisioni del 30 marzo 1344 relative ad alcuni patti tra Firenze e San Gimignano. Sul f. 204v la sottoscrizione del notaio: (SN) Ego Benoçus filius Pieri de Paterno Florentie diocesis, imperialis auctoritate iudex ordinarius [et] publicus notarius, predicta omnia in hoc presenti folio scripta ex actis reformationum Consiliorum Populi et Comunis Florentie existentibus penes ser Fulchum ser Antonii domini Bonsignoris notarii et nunc dictarum reformationum scribam sumpsi et hic fideliter scripsi.
Nel f. 123r-v si trova il testo di due rubriche (e parte di una terza) sbarrato con dei tratti obliqui. Nei ff. 148r-156v, della mano C, si trovano delle Constitutiones populares contra hereticam pravitatem. Nei ff. 157r-167r, ancora della mano C, si trova il testo del lodo di pace pronunciato dal Cardinale Latino Malabranca.
Sul piatto anteriore della coperta è un cartiglio in pergamena con la scritta, in caratteri di stampa del sec. XVI: Codex membranaceus Statutorum Populi Florentini nomine Potestatis ex publica recensione anni MCCCXXIV.

Testo

[114v] [Liber Tertius] CXXVII - DE PROHIBENDO MAGNATES HABENTES INIMICITIAS NON IRE AD INVITATAS.

Ordinatum et statutum est, ad scandala evitanda, quod aliqui seu aliquis de magnatibus et potentibus civitatis Florentie habentes seu habens guerram seu inimicitiam patentem non audeant vel presumant de cetero in civitate, burgis vel suburgis seu in comitatu Florentie ire ad aliquam invitatam que fieret de ipsis magnatibus vel magnate pro aliquo defuncto vel ad exequias alicuius defuncti vel pro aliquo moglaçço seu sponsalibus vel pro aliquo presbitero, monaco vel monaca seu pro misterio alicuius mortui, nisi de licentia et parabola dominorum Priorum artium et Vexilliferi iustitie; contra facientes seu faciens puniatur in libris centum florenorum parvorum pro quolibet eorum per dominum Potestatem. Et de hiis que continentur in hoc capitulo et contra illos qui facerent contra predicta dominus Potestas possit cognoscere et secrete et palam inquirere cum accusa et sine accusa. Et (a) u[t] (b) de magnatibus et potentibus habentibus huiusmodi guerras et [115r] inimicitias, et in quibus et contra quos locum habeat hoc presens statutum, notitia habeatur, unusquisque futurus Potestas deinceps infra octo dies introitus sui regiminis teneatur et debeat, prout et sicut sibi placuerit et videbitur, inquirere et investigare qui et quot sint huiusmodi magnates de quibus supra in hoc presenti statuto dicitur.
Qua quidem inquisitione facta, idem dominus Potestas precipiat vel precipi faciat personaliter eisdem magnatibus vel ad domos eorum, et sub pena predicta, quod non vadant, venia[n]t vel facia[n]t contra predictam ordinamenti formam. Si quis igitur ex ipsis magnatibus post tale preceptum contra predicta vel aliquod predictorum fecerit, Communi Florentie per dominum Potestatem puniatur et condennetur pena predicta; in hiis statuto vel ordinamento aliquo non obstante.

(a) Corretto su Co

(b) C ubi.

Traduzione

CXXVII - I MAGNATI CHE HANNO INIMICIZIE NON VADANO A RICEVIMENTI.

È stabilito e ordinato, per scongiurare i motivi di discordia, che nessuno dei magnati e potenti della città di Firenze che sia in conflitto o abbia un'inimicizia palese osi o presuma d'ora in poi partecipare, nella città, borghi e sobborghi o nel contado di Firenze, a qualche ricevimento, organizzato dagli stessi magnati, in occasione delle esequie di qualche defunto, o di qualche matrimonio, o dell'ordinazione di qualche sacerdote, monaco o monaca, o della veglia funebre di qualche defunto, senza l'apposita licenza dei signori Priori delle arti e del Gonfaloniere di giustizia; i contravventori siano puniti dal Podestà con un'ammenda di 100 lire di fiorini piccoli per ciascuno. E il messer Podestà possa occuparsi delle cose che sono contenute in questo ordinamento, e indagare apertamente e segretamente, sia che venga presentata una denuncia formale o meno, contro coloro che non le osservassero. E affinché si conosca quali sono i magnati e potenti che sono coinvolti in tale tipo di conflitti e di inimicizie, e contro i quali è rivolto il presente ordinamento, il Podestà sia tenuto a ricercare e a informarsi entro i prossimi otto giorni, e allo stesso modo sia tenuto a fare ciascun futuro Podestà entro otto giorni dall'inizio del suo mandato, nel modo che gli sembrerà migliore, di quali e quanti siano quei magnati di cui si parla sopra in tale presente ordinamento. E una volta svolta detta inchiesta, lo stesso messer Podestà ammonisca o faccia ammonire gli stessi magnati personalmente o presso le loro case di non partecipare a tali ricevimenti o di non contravvenire al presente ordinamento. Se poi qualcuno di tali magnati contravvenisse a dette norme o ad alcuna di esse dopo tale ammonimento venga punito dal messer Podestà per il Comune di Firenze e condannato alla pena predetta; nonostante qualsiasi rubrica degli statuti od ordinamento.

Commento

È qui riportata la rubrica CXXVII, De prohibendo magnates habentes inimicitias non ire ad invitatas, del libro III dello statuto del podestà rivisto nel 1325 e tràdito nel registro della serie degli Statuti del Comune di Firenze dell'Archivio di Stato di Firenze (al numero d'ordine 7). Il testo è una trascrizione quasi letterale della provvisione approvata dai consigli del comune il 17-18 gennaio 1297 nell'ambito di una serie di misure sull'ordine pubblico promosse dai priori delle arti e dal gonfaloniere di giustizia dopo lo scontro armato tra le fazioni magnatizie dei Cerchi e dei Donati del 16 dicembre 1296, originato da una zuffa scoppiata durante la veglia funebre in casa dei Frescobaldi.

I consigli del comune non avevano disposto l'inserimento della provvisione nel corpo degli statuti, come era consuetudine in altre circostanze (e, come abbiamo visto nella prima sezione dell'Atlante, anche per quanto riguarda gli Ordinamenti di giustizia), probabilmente per il contesto politico molto contingente in cui essa era stata assunta. Delle cinque provvisioni approvate in unico blocco solo quella sui magnati fu inserita stabilmente nella statuizione cittadina, probabilmente perché era anche l'unica di carattere permanente (per un'analisi delle provvisioni, cfr. la scheda II.1.1).

La rubrica disponeva infatti il divieto ai magnati "habentes (…) guerram seu inimicitiam patentem" di partecipare a ricevimenti (inivitatas) in occasioni di funerali, matrimoni e ordinazioni religiose organizzate da altri magnati in città o nel contado, senza la licenza dei priori delle arti e del gonfaloniere di giustizia. L'origine della norma fu dettato da un evento contingente, ma la misura fu resa definitiva "ad scandala evitanda". Per i contravventori era prevista una pena di 100 lire di fiorini piccoli, e il podestà era tenuto a indagare e a perseguire i colpevoli anche in assenza di una denuncia ("cum accusa et sine accusa"). Inoltre fu ingiunto al podestà di informarsi entro i primi otto giorni del proprio mandato su quali e quanti fossero i magnati in stato di inimicizia o di faida, e di ammonirli "personaliter (...) vel ad domos" di non partecipare a tali ricevimenti.

Non è dato sapere in occasione di quale revisione degli statuti del podestà la provvisione del 1297 vi fu inserita. A noi è giunta solo la redazione del 1325, ma sappiamo che in precedenza furono condotte revisioni perlomeno nel 1301 e nel 1308. È dunque possibile che essa sia stata incorporata come rubrica già nel 1301, data la turbolenza politica di quegli anni, segnati dall'erompere del conflitto tra le fazioni (guidate da molti lignaggi magnatizi) dei Bianchi e dei Neri.

La rubrica è inserita tra le ultime del libro III dedicato principalmente ai maleficia, vale a dire al diritto penale. Significativamente, essa è preceduta da una rubrica sul diritto di fare vendetta: la CXXVI, De puniendo qui fecerit vindictam nisi in principalem personam. Va sottolineato infatti che, contrariamente a quanto voglia un radicato luogo comune storiografico, nelle città comunali la vendetta era una pratica riconosciuta socialmente, elaborata culturalmente e legittimata sul piano giuridico. Negli statuti e nella normativa dei comuni italiani non si riscontra infatti alcun testo che vieti la vendetta: la linea di fondo della ratio normativa era quella di considerare lecite le pratiche di ritorsione. Le leggi si limitavano a regolamentare il diritto alla vendetta, definendone la congruità in relazione alle persone che potevano compierla e subirla, alla sua entità, ai luoghi, etc., come è appunto il caso della rubrica CXXVI, che riconosceva la liceità della vendetta compiuta ai danni dell'offensore, e il cui intento era quello di evitare il coinvolgimento di schieramenti conflittuali più ampi. Obiettivo che era alla base anche della rubrica che vietava ai magnati in stato di inimicizia di partecipare a riunioni pubbliche che potessero dare adito a scontri ulteriori, e che non a caso fu inserita dai revisori dello statuto immediatamente dopo di essa.

Edizione, traduzione: Piero Gualtieri

Commento: Andrea Zorzi

Revisione redazionale e codifica: Gianmarco De Angelis