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Lodo consolare

1109 settembre 30, <Genova>, in ecclesia Sancti Laurencii

I consoli di Genova riconoscono al monastero di Santo Stefano <di Genova> la proprietà di un mulino posto in località Molinellus contro le pretese avanzate da Baldo chierico de Murteto, dai figli di Bongiovanni Caponis, dai figli di Magno e da altri consorti dello stesso mulino.

Originale [A], Archivio di Stato di Genova, Archivio Segreto 1508, n. 64.

Nel verso, di mano del secolo XII: "Laus molendini de Molinello".

La pergamena misura circa cm. 9 (11) x 24,3 (24). Inchiostro rossiccio.

Ed.: Codice diplomatico del monastero di Santo Stefano di Genova (965-1200), a cura di M. CALLERI, Genova 2009 (Fonti per la storia della Liguria, XXIII), n. 138.

Testo

Die (a) k<a>lendarum octubris, in ecclesia Sancti Laurencii. Nostri electi consules, videlicet Guilielmus Malabitus et Iterius Pedegola itidenque Oto Fornarius, laudaverunt omnibusque modis afirmaverunt quod abbas Sancti Stephani et eius successores ab illo die in antea abeat et quiete sine lite omni te(m)pore possideat molendinum quod est constructum in loco ubi dicitur Molinellus, de quo suprascriptus abbas abebat litem cum Baldone clerico de Murteto et cum filiis Boniiohannis Caponis atque cum filiis Magnii et cum aliis illorum consortibus eiusdem molendini, sub tali condicione: si suprascripti letigatores infra hanc nostram conpagnam requixicionem fecerint suprascripto abbati quod Guilielmus eius frater sit in Ianua, debet abbas habere Guilielmum et alium testem qui iurent sicuti predicti consules laudem factam habent. Sin autem suprascripti letigatores infra hanc conpagnam peticionem testium non fecerint, estra hanc conpagnam potestatem faciendi querelam predicti molendini non habeant. Uius laudacionis testium dificile est nomina scribere, tamen de melioribus nominatim dicamus: Ugo de Ture et Anselmus iudex itidenque Gisulfus iudex et Adolus Porcus, Anselmus de Iterio, Lanfrancus avocatus et Opizo de Conrado clerico, Obertus Turclus et Conradus, filius Anselmi de Salvatore, et Oto Arpagus, Anricus, filius Oberti Cavalerii, et Iohannis (b) Blancus de presbitero Silverado. Anni ab incarnacione domini nostri Iesu Christi milleximo centeximo nono, pridie kalendarum octubris, indic(tione) tercia.
(S.T.) Ego Guinigisus iudex per laudem suprascriptorum consulum hanc laudacionem scripsi.

(a) È probabile che il notaio abbia omesso pri davanti a die: v. data nell'escatocollo.

(b) Iohannis: così A

Traduzione

Primo ottobre, nella chiesa di San Lorenzo. I nostri consoli eletti, vale a dire Guglielmo Malabito e Iterio Pedegola e parimenti Ottone Fornario, hanno sentenziato e sotto ogni aspetto ribadito che l'abate di Santo Stefano e i suoi successori da quel giorno in poi detengano e pacificamente senza mai alcuna lite possiedano il mulino che è costruito nel luogo denominato Molinello, sul quale verteva una controversia tra il soprascritto abate, <da una parte>, e Baldone chierico de Murteto e i figli di Bongiovanni Capone e i figli di Magno e altri consorti del medesimo mulino, <dall'altra>, alla seguente condizione: se i soprammenzionati litiganti all'interno della nostra compagna richiederanno al suddetto abate che Gugliemo suo fratello sia presente a Genova, l'abate deve proporre Guglielmo e un altro testimone che giurino come i predetti consoli hanno deliberato. Se invece i suddetti litiganti all'interno di questa nostra compagna non ricorressero ai testimoni, non abbiano facoltà di intentare causa per il predetto mulino al di fuori di questa compagna. È difficoltoso scrivere i nomi dei testimoni di questa sentenza, tuttavia elenchiamo i più autorevoli: Ugo di Torre e Anselmo giudice e anche Gisolfo giudice e Adolo Porco, Anselmo de Iterio, Lanfranco Avvocato e Opizo di Corrado chierico, Oberto Turco e Corrado, figlio di Anselmo di Salvatore, e Ottone Arpago, Anrico, figlio di Oberto Cavalerio, e Giovanni Bianco di prete Silverado. Anno dell'incarnazione di nostro signore Gesù Cristo 1109, 30 settembre, indizione terza.
(Segno del notaio) Io Guinigiso giudice per laudem dei suddetti i consoli questa sentenza ho scritto.

Commento

A Genova, diversamente da quanto avviene in altri centri dell'Italia centro settentrionale, i consoli sembrano aver detenuto il potere giudiziario già nelle fasi iniziali della vita del comune: sul rapido sviluppo dell'istituzione comunale nei primi decenni della sua esistenza deve avere avuto un peso non trascurabile, oltre alla posizione geografica, eccentrica rispetto all'influenza imperiale, ed economica, fortemente sostenuta dal commercio marittimo, la particolare situazione politica anteriore, che vede il vescovo - a lungo in atteggiamento di fedeltà nei confronti dell'impero - in posizione preminente, ma senza mai un'investitura temporale, in una comunità che precocemente presenta tratti di autonomia, anche nei confronti di quella stirpe marchionale, il cui potere origina, a metà del secolo X, da un'enorme dotazione patrimoniale per mano regia: gli Obertenghi, che, dal canto loro, hanno con la città e con il suo presule rapporti piuttosto labili.

Purtroppo la pressoché totale perdita della documentazione di tipo giudiziario fino a tutto il secolo XI ci impedisce di disporre di un punto di riferimento e di confronto per le più antiche sentenze consolari, dette lodi. Il documento del 1109 è la seconda sentenza dei consoli del comune di Genova pervenutaci, con la quale viene assegnato al monastero cittadino di Santo Stefano la proprietà di un mulino (la prima, di datazione incerta, attribuibile al 1104-1105, e pervenutaci in copia autentica - Archivio Doria-Pamphili di Roma, Liber instrumentorum monasterii Sancti Fructuosi de Capite Montis, Codice A, c. 8 r. -, relativa al possesso dei falchi esistenti su Capodimonte, fu pronunciata in favore del monastero di San Fruttuoso, situato nella stessa località).

La struttura del documento (data cronica, limitata al giorno del mese, data cronica - la chiesa di San Lorenzo, luogo in cui si riuniscono abitualmente i consoli - dispositivo, all'interno del quale è inserita una breve narrazione, elenco dei testimoni, data cronica - questa volta completa di anno, giorno, mese e indizione - sottoscrizione del notaio) non è paradigmatica di questa particolare tipologia, anzi presenta diversità rispetto sia al lodo più antico, sia a quelli degli anni seguenti. L'assenza di omogeneità denota la mancanza di un modello comune di riferimento, soprattutto se si considera che anche sentenze scritte dagli stessi redattori (dal 1104-1105 al 1122 compaiono sempre e solo due giudici: Guinigiso, redattore nel nostro lodo, e Gisolfo, anche a distanza di anni) sono articolate diversamente, pur presentando quasi sempre gli stessi elementi che abbiamo elencato per l'atto del 1109, con l'aggiunta, in un caso, del riferimento al nome del vescovo tra gli elementi della data cronica, di una breve narrazione, in un altro. Maggiori affinità nei documenti più recenti possono sottendere il tentativo di arrivare a un unico modello, elaborato attraverso un percorso continuo solo a partire dal 1125, anno di istituzione dei publici testes, ma anche di inizio di un processo di trasformazione del documento consolare di cui i pubblici testimoni sembrano essere solo un elemento, anche se tra i più significativi), ad appena tre anni quindi dal 1122, quando l'organizzazione comunale si arricchisce di clavarii scribanique, cancellarius pro utilitate rei publice.

Vale la pena di soffermarsi su alcuni elementi della nostra sentenza che appaiono particolarmente significativi, anche perché comuni agli altri lodi fino ad arrivare al 1125 e soprattutto in rapporto alla documentazione successiva a tale anno (v. lodi degli anni 1127, 1130, 1206).

È innanzittutto da considerare la presenza di un nutrito numero di testimoni qualificati (12 in questo caso, ma si può arrivare anche a 21), che spesso si configurano come boni homines, di tradizione placitaria: nel lodo preso in considerazione possiamo leggere i nomi di due giudici, di un chierico e di Lanfranco Avvocato, membro di una famiglia che vedrà sempre un suo componente tra i boni homines nei lodi fino al 1125, per scomparire poi, da questo momento, nei pochi che ancora presentano l'elenco dei testimoni. Per comprendere le ragioni della partecipazione costante di un gruppo parentale che trae il proprio nome dalla funzione di advocati, collegato soprattutto alla funzione di rappresentanza e di difesa giuridica e fisica del clero e in particolare dell'episcopio, occorre tenere presente che si tratta sempre di documentazione in cui sono coinvolti i due maggiori monasteri cittadini. L'intervento potrebbe quindi essere volto alla tutela degli interessi tanto dell'arcivescovo, quanto dei monasteri stessi.

Nella separazione e nella posizione della data topica (all'inizio del documento) e di quella cronica (nell'escatocollo) si può riconoscere il tentativo di connotare il lodo consolare rispetto al coevo documento privato: la presenza di alcuni elementi della data cronica nel protocollo, ripetuti e completati nell'escatocollo sembrerebbe rivelatrice dell'incertezza del redattore di questo lodo, il primo a presentarli in quest'ordine, esattamente invertito rispetto al coevo documento privato, al quale il giudice-notaio è abituato ad adeguarsi, che riporta nella parte protocollare la data cronica e nell'escatocollare quella topica.

Particolare attenzione deve essere prestata infine alla sottoscrizione, ricordando che tutti i lodi fino al 1125 sono redatti da giudici, attestati anche come rogatari di documenti privati. Guinigiso si sottoscrive, in questo caso come in tutti i lodi successivi: Ego Guinigisus iudex per laudem suprascriptorum consulum hanc laudacionem scripsi. Allo stesso modo si comporta l'altro giudice, Gisolfo, redattore di lodi, nelle sue sottoscrizioni. La loro attività per il Comune è pertanto definita attraverso una delibera dei consoli, purtroppo non pervenutaci, ma che doveva formalizzare il rapporto tra giudici-notai e Comune almeno rispetto alla redazione dei lodi. Si instaura una collaborazione continuativa e stabile con le autorità comunali che sicuramente si protrae nel tempo: almeno fino al 1116, quando troviamo ancora Guinigiso impegnato nella redazione di una sentenza, mentre per Gisolfo l'attività è attestata dal 1111 al 1122 (i lodi più recenti, anteriori al 1125, sono tramandati in copie che omettono la sottoscrizione). Si manifesta così la consapevolezza dell'istituzione, ancora ai suoi primi passi, del ruolo fondamentale dei redattori di documenti per tutte le attività politiche, giudiziarie e amministrative della nuova realtà di governo e la conseguente necessità di instaurare rapporti formalizzati, tali da garantire con loro ben più di un rapporto privilegiato, alla stregua dei monasteri cittadini.

Bibliografia

A. BARTOLI LANGELI, Il notariato, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Atti del convegno internazionale di Studi (Genova-Venezia, 10-14 marzo 2000), a cura di G. Ortalli - D. Puncuh, (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLI/I, 2001), pp. 73-101.

A. ROVERE, Comune e documentazione, in Comuni e memoria storica. Alle origini del comune di Genova, Atti del convegno di studi (Genova, 24-26 settembre 2001) (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLII/1, 2002), pp. 261-298 [Disponibile anche on line: Scrineum - Biblioteca, http://scrineum.unipv.it/biblioteca/biblioteca-rovere.html].

A. ROVERE, L'organizzazione burocratica: uffici e documentazione, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Genova-Venezia, 10-14 marzo 2000), a cura di G. Ortalli - D. Puncuh, (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLI/I, 2001), pp. 103-128 [Disponibile anche on line: Scrineum - Biblioteca, http://scrineum.unipv.it/biblioteca/rovere2.html].

A. ROVERE, I "publici testes" e la prassi documentale genovese (secc. XII-XIII), Roma 1997 (Serta Antiqua et Mediaevalia, I), pp. 291-332.

Edizione, commento: Antonella Rovere

Traduzione: Paola Guglielmotti

Revisione redazionale e codifica: Gianmarco De Angelis