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Lodo consolare

1127 agosto <Genova>, in palatio Ianuensis episcopi quod est situm iuxta ecclesiam Sancti Laurentii

De decima montane Cete (a).

+ In palatio Ianuensis episcopi quod est situm iuxta ecclesiam Sancti Laurentii, in presentia bonorum hominum quorum nomina su[bter leguntur], convenerunt Ianuenses consules, scilicet Iterius Pedicula et Ottone vicecomes atque Marchio de Caphara, insimul cum Mascaro et Aimerico de Plumbeto pro discordia quam habebant cum comuni Ianue de decima montane Cete, quam discordiam hoc modo finierunt quod si fuit discordia pro tenimento de Runcho in dictis duorum bonorum hominum (b) legittimorum de Vultabio et duorum Flacone (c), quos Ianuenses consules elegerunt, credatur et debent totam aliam decimam dividere per medium de Ceta. Pro hac diffinitione et concordia dederunt consules libras decem denariorum brunitorum Mascaro et Aimerico et dederunt libras octo eiusdem monete Petro, Terdonensi episcopo. Mascarus vero et Aimericus obligaverunt se per se et per fratres suos et per episcopum Terdonensem ut amodo non debent agere nec causare tam ipsi quam heredes eorum adversus (d) comune Ianue aut cui ipse comune dederit medietatem totius decime de Ceta neque comune adversus eos sicut superius dictum est (e). Quod si fecerint, posuerunt penam in duplum. Factum est hoc in anno dominice incarnationis millesimo centesimo vigesimo septimo, mensis augusti, indictione IIIIa. Testes Lanfrancus Roça, Lambertus Gueço, Girardus Scotus, Ingo Galeta, Bellamutus, Martinus de Auria, Lanfrancus Guercius, Obertus Malusaucellus, Iohannes Barcha, Rainaldus Gauxum (f), Willelmus Porcus, Bonusvassallus Bocca, Obertus de Movacha, Willelmus iudex, Martinus (g) de Porta, Otto Gontardus, Oglerius Capra, Arnaldus Batigaldus et reliqui plures.
(S.N.) Ego Bonusinfans notarius interfui et per preceptum suprascriptorum consulum scripsi.
(S.N.) Ego Lantelmus, notarius sacri palacii, hoc exemplum, de mandato domini Pegoloti, Ian(ue) (h) potestatis, extraxi et exemplavi ab autentico et originali instrumento manu Boniinfantis notarii scripto secundum quod in eo vidi et legi per omnia contineri, nichil addito vel diminuto nisi forte littera vel sillaba, titulo seu puncto, absque ulla mutatione, corruptione seu diminutione dictionum vel sensus et ad ipsum corroborandum, iussu dicte potestatis, propria manu subscripsi.

(a) de Ceta in C'

(b) hominum bonorum in C con segno d'inversione

(c) de Flacono in C'

(d) adversum in C'

(e) sicut - est om. C'

(f) Gauxon in C'

(g) Marinus in C'

(h) scioglimento da C'.

Questo documento è tramandato in copia attraverso il liber iurium Vetustior (la più antica raccolta di documentazione comunale pervenutaci), che la trae dal registro del 1229, oggi perduto, e attraverso le raccolte successive, da questa derivate.

La sua redazione si colloca in un periodo successivo a due date determinanti per lo sviluppo di questa tipologia: l'istituzione della cancelleria (1122) e dei publici testes (1125). Rispetto ai lodi precedenti (vedi doc. 1109 settembre 30), che vedevano sempre coinvolte istituzioni ecclesiastiche, qui è il comune stesso ad agire, opposto a due privati nella rivendicazione della decima del monte Ceta. Più che di una sentenza si tratta quindi, proprio perché il comune è parte in causa, di un accordo fra tre dei sei consoli in carica, in rappresentanza del comune stesso, e la controparte: ciò rende la struttura del dispositivo difficilmente confrontabile con quella dei lodi veri e propri.

Non rivela invece variazioni sostanziali nelle parti protocollari rispetto ai lodi degli anni precedenti: si apre con la data topica, preceduta per la prima volta dal signum crucis: + In palatio Ianuensis episcopi quod est situm iuxta ecclesiam Sancti Laurentii. Viene quindi preannunciata la presenza dei boni homines, poi elencati nell'escatocollo: ben 18 nomi et reliqui alii, tra i quali due personaggi, Lamberto Gueço e Ottone Gondardo, che in documenti posteriori si sottoscriveranno come publici testes. Sempre nella parte escatocollare, prima dell'elenco dei boni homines, si legge la data cronica ormai stabilmente inserita in questa posizione (anno dominice incarnationis millesimo centesimo vigesimo septimo, mensis augusti, indictione IIIIa), che comprende il millesimo espresso, contrariamente a quanto indicato, secondo lo stile volgare (Natività o Circoncisione), l'indicazione del mese e dell'indizione, computata secondo l'uso genovese, con inizio dell'anno, come per la bedana, il 24 settembre, ma in ritardo di un'unità rispetto a questa. Indubbiamente la comparsa dell'indizione genovese, le cui prime tracce si possono cogliere a partire dal secondo decennio del secolo per diventare più consistenti proprio negli anni in cui si colloca il nostro documento, si inserisce nel contesto di rapide e radicali definizioni di nuove tipologie e forme documentarie che sono frutto di un'attenzione diffusa da parte dell'istituzione comunale alle diverse espressioni scritte attraverso le quali concretizza la propria attività di governo.

Una particolare attenzione merita la sottoscrizione: (S.N.) Ego Bonusinfans notarius interfui et per preceptum suprascriptorum consulum scripsi. La qualifica del redattore che, a differenza della documentazione precedente, non è un giudice, ma un semplice notaio, può forse essere messa in relazione al tipo di documento (non una sentenza, ma un accordo). Quel che più importa sottolineare tuttavia è la diversa posizione assunta dal notariato nell'ambito dell'organizzazione comunale, precisata dall'esplicitazione dell'ordine ricevuto - per preceptum - che rivela già un vincolo funzionariale, istauratosi attraverso la cancelleria, al cui vertice lo stesso notaio giungerà solo qualche anno più tardi (nel 1132), ricoprendo la carica di cancelliere.

L'uso del verbo interfui, assente invece sia nei lodi più antichi, sia nei successivi, richiama il coevo documento privato, che va evolvendo verso l'instrumentum, e come tale il documento in questione viene definito nell'autentica della copia presente nel registro del 1229, (quando ormai la nuova forma, alla quale corrisponde una nuova denominazione, è ormai entrata stabilmente nell'uso), dove il notaio Lantelmo dichiara di derivare: ab autentico et originali instrumento. In realtà l'esempio qui proposto presenta una struttura profondamente diversa dal documento privato, molto più simile invece ai lodi, soprattutto nella parte protocollare ed escatocollare, ai quali lo avvicina la stessa presenza dei boni homines.

Anche in questo caso le scelte del notaio riflettono la politica documentaria del comune, rivolta a differenziare ogni tipologia di sua pertinenza rispetto alla produzione notarile in ambito privato.

L'esserci l'atto pervenuto in copia impedisce di stabilire con certezza l'intervento dei publici testes, peraltro già istituiti; tuttavia la loro regolare presenza in altre copie tramandate dallo stesso registro e la precisazione con la quale i redattori del liber riportano tutti gli elementi di convalidazione degli esemplari da cui derivano inducono a ritenere che le sottoscrizioni dei testimoni pubblici non fossero presenti nell'originale.

Bibliografia

A. BARTOLI LANGELI, Il notariato, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Atti del convegno internazionale di Studi (Genova-Venezia, 10-14 marzo 2000), a cura di G. Ortalli - D. Puncuh (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLI/I, 2001), pp. 73-101.

A. ROVERE, Comune e documentazione, in Comuni e memoria storica. Alle origini del comune di Genova, Atti del convegno di studi (Genova, 24-26 settembre 2001) (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLII/1, 2002), pp. 261-298 [Disponibile anche on line: Scrineum - Biblioteca, http://scrineum.unipv.it/biblioteca/biblioteca-rovere.html].

A. ROVERE, L'organizzazione burocratica: uffici e documentazione, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Genova-Venezia, 10-14 marzo 2000), a cura di G. Ortalli - D. Puncuh, (="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XLI/I, 2001), pp. 103-128 [Disponibile anche on line: Scrineum - Biblioteca, http://scrineum.unipv.it/biblioteca/rovere2.html].

A. ROVERE, I "publici testes" e la prassi documentale genovese (secc. XII-XIII), Roma 1997 (Serta Antiqua et Mediaevalia, I), pp. 291-332.