Il greco in Sardegna e la carta greca di Marsiglia (1081-1089).

 

Il documento, conservato in ADMar, 1. H. 88., n. 427, in lingua sarda e in caratteri greci, è tra i più celebri della documentazione sarda più antica. Per l’edizione bisogna ancora far capo a M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde de l’abbaye de Saint-Victor de Marseille écrite en caractères grecs, in "Bibliothèque de l’ École des chartes", 35 (1874), pp. 255-265, con facsimile. Si veda la bibliografia in Blasco Ferrer, Il sardo, p. 253 e in Inventaire, n. 74.017, p.47, cui andranno aggiunti: R. Volpini, Documenti nel Sancta Sanctorum del Laterano, p. 17, nota 46 (cui siamo debitori della datazione da noi proposta); D. Nebbiai-Dalla Guarda, Saint-Victor de Marseille et l’ Italie: notes d’histoire culturelle, in D. Nebbiai-Dalla Guarda, J-F. Genest, Du copiste au collectionneur. Mélanges d’histoire des textes et des bibliothèques en l’honneur d’ André Vernet , "Bibliologia. Elementa ad librorum studia pertinentia, 18", Turnhout 1998, p. 293. Secondo Blasco Ferrer (ibid.) l’impiego dei caratteri greci da parte della cancelleria cagliaritana può giustificarsi con "lo spirito di rivendicazione d’un’identità sui generis da parte dei neo-re campidanesi nei confronti della Romània non sottoposta prima all’ amministrazione bizantina" o anche come "mero esercizio imitativo da parte di monaci avvezzi alla lettura di libri in greco". A queste due ipotesi ritengo se ne debba accostare un’altra, e cioè che l’alfabeto greco sia stato adottato con consapevolezza, seppure in modo non sistematico (almeno fino ai primi decenni del secolo XII), dalla cancelleria dei giudici del Campidano per la redazione dei documenti. Un segnale per definire non solo la propria identità di giudici-re, ma anche per esprimere, con un messaggio forte e chiaramente visibile, il collegamento con il precedente dominio bizantino. Contribuiscono a togliere dall’isolamento la carta di Marsiglia le non poche e conosciutissime testimonianze circa l’uso del greco in ambito epigrafico (G. Cavallo, Le tipologie della cultura , pp. 472-478) e nei sigilli superstiti (per la bibliografia, cfr. sopra, nota 62 e avanti, nota 185). Depongono in particolare in favore del bilinguismo, almeno a livelli colti, il noto passo della Vita di S. Giorgio di Suelli che accenna all’insegnamento del latino e del greco, all’inizio del secolo XI (B. Motzo, La vita e l’ufficio di S. Giorgio vescovo di Barbagia, in "Archivio Storico Sardo", 15, 1924, pp. 3-26, ora anche in B. R. Motzo, Studi sui Bizantini in Sardegna , p. 148) e alcune epigrafi frammentarie di Nuraminis, già note, ma recentemente riesaminate con esiti di notevole portata dalla Pani Ermini, cfr. L. Pani Ermini, Una testimonianza del culto di San Costantino in Sardegna, in Memoriam Sanctorum Venerantes. Miscellanea in onore di monsignor Victor Saxer, Città del Vaticano 1992 (Studi di Antichità Cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 48), pp. 613-625. La nostra congettura circa l’uso del greco nella cancelleria giudicale fra l’ XI e i primi decenni del XII non contrasta con il fatto che i documenti dell’ AACa siano in lingua sarda ma in caratteri latini, poiché essi, come si dimostra in questo lavoro, sono stati scritti in epoca successiva. Neppure si ribella alla nostra supposizione la presenza a Genova di documenti campidanesi dell’inizio del secolo XII, pure in sardo e in caratteri latini, non tanto perché, essendo in copia del XIII secolo (Archivio di San Lorenzo di Genova, cf. CDS, doc. 5, pp. 180-181 e doc. 29, p. 201; D. Puncuh, Liber privilegiorum, docc. 35-36, pp. 53-54, 387 e doc. 37, pp. 54-55, 387-388) potrebbero anch’essi dipendere da antigrafi scritti con l’ alfabeto greco, quanto perché non si può escludere che l’adozione dell’uno o dell’altro dei due alfabeti fosse correlato alla cultura del destinatario. Tornando al documento marsigliese, andrà già ora annotato, in attesa di uno studio paleografico finora mai condotto, che nel bordo inferiore della pergamena, resecata appena sotto l’ultima riga del dettato, non sopravvivono tracce del sigillo. Si osservi infine che il pessimo stato di conservazione della membrana, lacerata al centro lungo l’antica piegatura, ha portato alla recente incollatura del verso su supporto cartaceo, togliendo ogni possibilità di lettura di eventuali annotazioni coeve.

 

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Scrineum
© Università di Pavia 1999