1. Il manuale di cronologia del Cappelli e i falsi d'Arborea.

 

1. Il convegno sulle carte d'Arborea, coraggiosamente promosso dalla città di Oristano nel 1996, è riuscito a coinvolgere una serie di competenze che dai più eterogenei punti di vista hanno studiato e analizzato uno dei capitoli più ricchi e avventurosi tra quelli che siano mai stati scritti nella storia, pur eccentrica, delle falsificazioni moderne (1).
Effettivamente tutto quello che si poteva dire è stato detto (2), ma è da questo episodio che può essere utile partire, non soltanto per accennare a una sua imprevista quanto curiosa sopravvivenza, ma soprattutto perché ho la convinzione che esso ha continuato a influenzare gli atteggiamenti con cui la storiografia o parte di essa si è posta nei riguardi delle questioni che svilupperò nella terza sezione di questo lavoro.

2. Nel 1906 usciva nella fortunatissima collana dei "Manuali Hoepli" il volumetto dal titolo Cronologia e calendario perpetuo, comprensivo delle "Tavole Cronologiche dei Sovrani dei principali Stati d'Europa", dove peraltro la Sardegna veniva del tutto ignorata (3). La nuova edizione del 1930 colmava la lacuna, inserendo nell'elenco 46 nuovi stati, tra cui appunto la nostra isola (4). Una riparazione sacrosanta che subito a una prima lettura appare però pesantemente contaminata dai suggerimenti fraudolenti delle carte d'Arborea, dalle quali furono tratte in modo acritico le genealogie altomedievali dei quattro giudicati a partire dal mitico Gialeto. La ricerca delle cause di questo stravagante recupero, che in età così bassa ha dell'inverosimile essendo nel 1930 la questione dei falsi arborensi definitivamente chiusa, ci porta oltre le Alpi dove nel 1890 veniva pubblicato a cura di Stokvis, per i tipi dell’ editore Brill di Leida, un Manuel d'histoire, che riproponeva le genealogie dei giudici sardi, dipendenti dalla ricostruzione del Martini, anche se, a dire il vero, la fonte non risulta esplicitamente indicata (5). L'opera di Stokvis, che ebbe una certa fortuna in Italia soprattutto negli ambienti araldici, divenne di fatto la fonte principale del Cappelli il quale si avvalse anche della Storia del Manno (6). Due fonti che, non essendo in contrasto tra loro (è noto che i falsari scrissero i loro racconti integrando e completando, seppure a volte in modo maldestro, le conclusioni cui era giunto lo storico sardo), hanno consentito di dipingere un quadro tanto elaborato quanto incontestabilmente fasullo.

3. Una situazione cui non ha posto rimedio la recentissima edizione (1998) del manuale, rivista e ampliata anche per quanto riguarda la scheda riferita alla Sardegna, ma nella quale troviamo ancora inseriti i giudici altomedievali creati dalla fervida fantasia dei falsari ottocenteschi (7).

4. Ma in fondo questo pur singolare episodio, ormai depurato da ogni potenziale infettivo, resta soltanto a indicare quanto siano imprevedibili e duri a estinguersi i rivoli attraverso i quali scorrono i dati, anche i più improbabili e inconsistenti, una volta immessi nella circolazione storiografica. Più subdola, invece, anche se meno vistosa, è l'altra eredità delle carte d'Arborea, una specie di retaggio inconscio che in taluni casi ha portato ad atteggiamenti ipercritici di fronte alle testimonianze scritte dell'antichità e del medioevo sardo, altre volte ha favorito assoluzioni preconcette e indiscriminate. Posizioni contrastanti che nel primo caso inducono a condannare in modo netto la documentazione fornita di anomalie o singolarità che non si possono inserire in schemi consolidati, nell'altro spingono a rimuovere di fatto il problema della genuinità della fonte senza lasciare spazi a un aperto dibattito.

5. Per quanto riguarda il primo atteggiamento è quasi d'obbligo il riferimento al grande Mommsen, il quale, dopo aver contribuito al benemerito abbattimento dell'ingegnoso castello di menzogne costruito dalla pattuglia dei falsari cagliaritani, ha voluto coinvolgere nella rovina anche alcune epigrafi di età romana che la critica ha successivamente recuperate alla credibilità storica con argomentazioni ineccepibili (8). Un'influenza dell'eredità arborense ancor più esplicita e intrigante si è fatta sentire di recente a proposito della vexata quaestio sulla genuinità di uno dei baluardi della storia linguistica della Sardegna, il famoso ‘privilegio logudorese’ del 1080-1085 (9). Il Wolf, in un argomentato e ben congegnato articolo del 1990, torna a sostenere (10) che il privilegio è un falso ottocentesco costruito con il coinvolgimento più o meno diretto di Leopoldo Tanfani, suo primo editore (1871) (11), il quale avrebbe agito nel tentativo di "scongiurare il discredito in cui <i falsi d'Arborea> rischiavano di cadere ed erano già caduti agli occhi di molti" (12). In altre parole, secondo il Wolf, Tanfani si sarebbe servito del falso documento pisano per portare argomenti in favore di quei pochi studiosi che si ostinavano a non accettare la condanna emessa dall'Accademia di Berlino nei riguardi delle carte d'Arborea.

6. Un lavoro successivo, contestando sul piano paleografico le tesi di Wolf, ha restituito pieno vigore al privilegio logudorese, sanzionandone in modo definitivo la veridicità (13). È stato così escluso qualsiasi collegamento tra il nostro documento e le carte d'Arborea, semplicemente segnalando la presenza, nel verso della pergamena, di un'annotazione settecentesca e di un timbro risalente all'ultimo quarto del secolo XVIII (14). Una prova, se ancora ve ne fosse bisogno, di quanto sia importante, prima di giudicare sulla schiettezza o meno di un documento, procedere a un esame attento del supporto e in particolare delle annotazioni che in esso sono contenute.

continua

 

NOTE

(1) L. Marrocu (a cura di), Le carte d'Arborea. Falsi e Falsari nella Sardegna del XIX secolo, Atti del Convegno di Studi "Le carte d'Arborea", Oristano 22-23 marzo 1996, Cagliari 1997.

(2) Non mancano tuttavia studiosi che ritengono ancora aperta "la polemica scientifica sull'autenticità o meno delle Carte", cfr. F. Casula. C, La storia di Sardegna, II, L'Evo Medio, Roma 1994, p. 916, nota a lemma 359.

(3) A. Cappelli, Cronologia e Calendario perpetuo. Tavole cronografiche e quadri sinottici per verificare le date storiche dal principio dell'Era Cristiana ai giorni nostri, Milano 1906, pp. 257-413.

(4) A. Cappelli, Cronologia, Cronografia e Calendario Perpetuo. Dal principio dell'Era Cristiana ai giorni nostri. Tavole cronologico-sincrone e quadri sinottici per verificare le date storiche, Milano 1930 (seconda edizione interamente rifatta ed ampliata), pp. 311-314. A p. VII dell'introduzione così il Cappelli: "Nella prima edizione si erano dovuti omettere alcuni Stati di minore importanza, per non uscire troppo dai limiti imposti da un semplice manuale, ma nell'ampliamento, dato a questa seconda edizione, essa viene arricchita delle tavole cronologiche di altri 46 Stati".

(5) A.-M.-H.-J. Stokvis, Manuel d'histoire, de généalogie et de chronologie de tous les états du globe, depuis les temps les plus reculés jusqu'à nos jours, Leide 1890-1893, III (Les états de L'Europe et leurs colonies, II), pp. 740-745. Secondo la cortese segnalazione del dr. Roberto Coroneo, le false genealogie dei giudici sardi entrarono nella circolazione storiografica d'Oltralpe attraverso il Della Marmora che, nel Supplément à la première partie du Voyage en Sardaigne, seconde édition, Paris 1839, inserito nell'ultima parte del suo Itinéraire (A. De La Marmora, Itinéraire de l'île de Sardaigne pour faire suite au voyage en cette contrée, tome II, Turin 1860, pp. 501-528), pubblica le tavole così come gli furono trasmesse dal Martini. Cfr. anche A. Della Marmora, Itinerario dell’isola di Sardegna, III, a cura di M. G. Longhi, Nuoro 1997 (Biblioteca sarda, 16), pp. 243-260.

(6) A. Cappelli, Cronologia, Cronografia, p. 311, nota 1. La sequenza editoriale della Storia del Manno ebbe inizio nel 1825 (G. Manno, Storia di Sardegna, Torino 1825-1827, voll.4). L'opera fu più volte ristampata nei decenni successivi con ampliamenti e correzioni, cfr. R. Ciasca, Bibliografia sarda, III, Roma 1933, p. 41. Si veda ora la nuova edizione Ilisso: G. Manno, Storia di Sardegna, a cura di A. Mattone, con revisione bibliografica di T. Olivari, voll. 3, Nuoro 1996 (Biblioteca sarda, 4-6).

(7) A. Cappelli, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo. Dal principio dell’era cristiana ai nostri giorni. Settima edizione riveduta, corretta e ampliata a cura di M. Viganò, Milano 1998, pp. 485-489.

(8) Cfr. A. Mastino, P. Ruggeri, I falsi epigrafici romani delle Carte d'Arborea, in L. Marrocu, Le Carte d'Arborea, pp. 224-225 e bibliografia a nota 13.

(9) ASPi, Diplomatico Coletti, sec. XI, corta. Riproduzioni in R. M. Ruggieri, Testi antichi romanzi, I: facsimili, Modena 1949, n. 18; E. Blasco Ferrer, Les plus anciens monuments de la langue sarde. Histoire, genèse, description typologique et linguistique, in M. Selig, B. Frank et J. Hartmann, Le passage à l'écrit des langues romanes, Tübingen 1993, p. 140; F. C. Casula, La storia di Sardegna, p. 548 (a colori); A. Petrucci - A. Mastruzzo, Alle origini della ‘scripta’ sarda: il privilegio logudorese, in "Michigan Romance Studies", 16 (1996), p. 205.

(10) Lo aveva già detto lo Schultz nel 1894, subito contraddetto dal Bonazzi negli anni successivi, cfr. O. Schultz, Über die älteste Urkunde in sardischer Sprache und ihre Bedeutung, in "Zeitschrift für Romanische Philologie", 18 (1894), pp. 138-158; G. Bonazzi, Il condaghe di San Pietro di Silki. Testo logudorese inedito dei secoli XI-XIII, Sassari-Cagliari 1900 (ristampa con correzioni, Sassari, libreria Dessì, 1979), p. XIX. Ulteriori riserve, avanzate dal Besta nel 1901, furono confutate dal Solmi nel 1904 e nel 1906, cfr. E. Besta, Nuovi studi su le origini, la storia e l'organizzazione dei giudicati sardi, in "Archivio Storico Italiano", 27 (1901), p. 54, nota 3; A. Solmi, La costituzione sociale e la proprietà fondiaria in Sardegna, in "Archivio Storico Italiano", 34 (1904), pp. 315-316, nota 1; Id., Sul più antico documento consolare pisano scritto in lingua sarda, in "Archivio Storico Sardo", 2 (1906), pp. 149-183.

(11) L. Tanfani, Due carte inedite in lingua sarda dei secoli XI e XIII, in "Archivio Storico Italiano", 13 (1871), pp. 357-375. Le più recenti edizioni del documento sono quelle di Blasco Ferrer e di Banti: E. Blasco Ferrer, Nuove riflessioni sul privilegio logudorese, in "Bollettino Storico Pisano", 62 (1993), pp. 399-416 (edizione critica e interpretativa del documento a pp. 410-413); E. Blasco Ferrer, Il sardo, in Lexikon der Romanistischen Linguistik, herausgegeben von G. Holtus, M. Metzeltin, Ch. Schmitt, II, 2, Die einzelnen romanischen Sprachen und Sprachgebiete vom Mittelalter bis zur Renaissance, Tübingen 1995, pp. 256, 259-260 (con traduzione); O. Banti (a cura di), I brevi dei consoli del Comune di Pisa degli anni 1162 e 1164. Studio introduttivo, testi e note con un'Appendice di documenti, Roma 1997 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Fonti per la storia dell'Italia medievale. Antiquitates, 7), doc. 2, pp. 107-108. Cfr. anche M. L. Sirolla, Carte dell'Archivio di Stato di Pisa, 2 (1070-1100), Pisa 1990 (Biblioteca del "Bollettino Storico Pisano", Fonti 1), doc. 46, pp. 79-80. Si veda infine la scheda del privilegio logudorese in Inventaire, n. 74.005, pp. 30-31.

(12) H.J. Wolf, Il cosiddetto "privilegio logudorese" (1080-1085). Studio linguistico, in "Bollettino Storico Pisano", 59 (1990), pp.7-47; la citazione è a p. 46.

(13) A. Petrucci - A. Mastruzzo, Alle origini della ‘scripta’ sarda, pp. 201-214. La tesi di Wolf è stata contestata anche sul piano linguistico da Blasco Ferrer, che tuttavia inserisce la costruzione del documento "attorno al 1121 in un’area compresa nel Giudicato d’ Arborea", cfr. E. Blasco Ferrer, Nuove riflessioni sul privilegio logudorese , pp. 399-413 (citazione a p. 410). È un trasferimento cronico che la paleografia fatica ad avallare.

(14) A. Petrucci - A. Mastruzzo, Alle origini della ‘scripta’ sarda, p. 203.

 

Scrineum
© Università di Pavia 1999