2. Nuove idee sulle due più antiche pergamene arborensi conservate a Genova.

 

7. Nel filone delle riserve preconcette si inserisce anche un saggio del 1901 scritto da Enrico Besta, dove le ben note carte volgari dell'Archivio Arcivescovile di Cagliari, una delle fonti più ragguardevoli per costruire la storia del giudicato cagliaritano tra l'XI e il XIII secolo, accreditate ai primi decenni del Quattrocento, vengono giudicate, del tutto inconsistenti per studiare la "storia politica" della Sardegna (15). Esponente del fronte opposto è Arrigo Solmi: con modi ancor più sbrigativi di quelli usati dal Besta per condannare le pergamene di Cagliari, pronuncia una sentenza di assoluzione che non lascia spazio a incertezze di sorta (16).

8. È di questi documenti che, senza prevenzioni ma anche senza benevolenze aprioristiche, voglio soprattutto parlare in questa relazione, limitandomi a più brevi considerazioni su di un'altra questione, paleograficamente rilevante, posta dall'onciale e dalla cosiddetta ‘semionciale’ con cui sono scritte all'inizio del secolo XII due pergamene arborensi in volgare sardo, tanto celebrate quanto studiatissime - quella in onciale è anche citata nel manuale di paleografia di Bischoff (17) -, conservate nell'Archivio di Stato di Genova (18). L'interesse per queste pergamene si collega innanzitutto, è inutile nasconderlo, alla necessità di fugare in maniera definitiva i dubbi che non possono non emergere, e che qualche studioso non ha mancato, in tempi ormai lontani, di mettere in campo (19), di fronte all'anacronistico impiego in età così bassa di scritture che i paleografi in modo unanime segnalano come definitivamente scomparse dalle consuetudini dell'Occidente latino già alla fine del IX secolo. Coloro che più di altri hanno indagato gli aspetti formali dei nostri documenti sono stati Francesco Cesare Casula (20) e Paolo Merci (21). In due saggi, pubblicati rispettivamente nel 1974 e nel 1978, sia l'uno sia l'altro, seppure con movenze e sensibilità diverse (e con conclusioni a volte contrastanti), hanno toccato aspetti importanti dei due manufatti, indispensabili per definirne la fisionomia ma anche utilissimi per chi voglia verificarne la correttezza e la sincerità. L'analisi diplomatistica di Casula non trova nel formulario adottato alcun elemento di contrasto con la produzione autoctona dei quattro giudicati, così come il quadro lessicale indagato da Merci, con particolare riferimento al documento del 1102, si innesta con naturalezza nell'atmosfera linguistica sarda delle origini. Si noti poi come i contenuti storici, se da un lato segnalano la presenza di personaggi che si inseriscono senza eccessive forzature nell'albero genealogico dei giudici arborensi dei primi decenni del secolo - in favore dell'identità dei Torbeno che compaiono come attori nei due negozi si esprime ormai in modo unanime la storiografia (22) -, dall'altro si riferiscono a situazioni giuridiche di interesse privatistico che non sembrano presentare segmenti riconducibili a interpolazioni posteriori (23).

9. Il legame materiale tra i due pezzi emerge in modo palmare da una rinnovata valutazione codicologica. Non mi riferisco tanto alle tecniche di confezione e alle forme di ambedue le membrane (abbastanza spesse, trapezoidali, presentano un significativo contrasto cromatico tra recto e verso), quanto al sistema di rigatura, effettuata mediante una serie parallela di righi a secco, pesantemente tracciati sul lato pelo a intervalli diseguali. È questo un sistema non normalmente adottato, all'inizio del XII secolo, nell'Italia continentale, dove invece è più facile imbattersi in pergamene prive di rigatura o al massimo con rigatura, a secco o a colore, incisa con punta sottile sul lato carne. Anche se, in mancanza di indagini specifiche sull'argomento (24) (le mie valutazioni si fondano sull'osservazione, peraltro non sistematica, di pergamene di area lombarda), dobbiamo essere cauti nel rivendicare la peculiarità sarda di tale paradigma, è indubbio che esso, indipendentemente dal fatto che sia autoctono o di importazione, emerge in tutta la sua importanza per la valutazione della produzione locale nel momento in cui verifichiamo che è adottato, oltre che nei due pezzi genovesi, anche in tutte o quasi le altre pergamene sarde (scritte cioè in Sardegna, anche se non necessariamente per mano di scrivani indigeni) della prima metà del secolo: una specie di marchio che individua i pezzi superstiti, siano essi legati all'una o all'altra delle cancellerie giudicali.

10. Tornando alle due pergamene genovesi, dopo aver constatato che sono contraddistinte da questa comune impronta, dobbiamo subito aggiungere che le loro scritture, non solo appaiono, almeno a prima vista, stravaganti e anacronistiche, ma anche che in nessun modo possono essere accreditate al medesimo scriptor, sia per le inconciliabili morfologie grafiche sia per le sensibili differenze dei formulari adottati (25). Per tentare di capire questa e altre anomalie (non ultimo il fatto che i due negozi siano finiti nei depositi genovesi nonostante i contenuti si riferiscano a questioni interne all'isola), può essere di qualche vantaggio percorrere a ritroso la loro storia archivistica (26). Attualmente i documenti originali superstiti dell'Archivio di Stato di Genova riguardanti la Sardegna sono in piccola parte (e i nostri sono tra questi) situati nella serie "Paesi diversi" dell'Archivio Segreto, Ducato (27), mentre la maggioranza di essi sono inseriti nella serie "Materie politiche" del medesimo archivio: i primi si riferiscono a questioni interne al dominio, i secondi sono relativi ai rapporti con l'estero. È questa una divisione ottocentesca effettuata dopo il rientro del materiale da Parigi (dove era stato trasferito in età napoleonica), nel tentativo di separare le carte considerate di maggiore peso da quelle di argomento privatistico. Un'esigenza già sentita nel Seicento, a fronte dell'antico ordinamento che vedeva una seriazione dipendente dalla collocazione fisica di tutto il materiale documentario all'interno dei cassetti (cantere) di uno o più armadi. La ricostruzione di tale primitivo sistema è possibile grazie all'esame comparato del Catalogo superstite (28) e delle segnature vergate nel verso di ciascuna pergamena, che può essere condotto in tutte le pergamene genovesi (29) e in particolare in quelle che qui interessano in modo particolare (30). Ma più di un indizio lascia credere che l'inventariazione secentesca per cantere sia stata preceduta da una fase che, per tutto il basso medioevo, ha visto l'accumularsi della produzione documentaria della Repubblica secondo modalità non facilmente ricostruibili ma in qualche modo riferite ai contenuti dei singoli documenti. In un tale quadro si inserisce perfettamente una preziosa annotazione che Iacopo Doria, archivista del comune di Genova a partire dal 1280, ha vergata nel volume settimo dei libri iurium (il cosiddetto Settimo), dove, in margine a un documento sardo in esso registrato, accenna ad altri non registrati conservati "in armario de Sardinea" (31).

11. Se ne deduce che proprio in questo antichissimo contenitore dovettero essere inseriti i nostri due documenti, insieme a numerosi altri che almeno a partire dal 1131 hanno scandito i rapporti tra il comune di Genova e il giudicato d'Arborea. Documenti ‘forti’, in buona parte, trascritti nei libri iurium poiché rientranti a pieno titolo tra le conventiones e i privilegia, riguardanti gli 'affari esteri'. Documenti più poveri i nostri che, non segnalando nei loro dettati alcun legame con il comune ligure, vennero esclusi dalla registrazione in piena coerenza con la filosofia sottesa all'operazione promossa nel 1229 dal podestà Iacopo de Balduino e iniziata dai notai Attone Piacentino e Simone Donati (32). Le ragioni che hanno spinto i compilatori dei libri iurium a escludere i nostri due documenti sono le stesse che non consentono a noi, oggi, di capire con immediatezza quale può essere stato il contesto che ha favorito la loro migrazione dall'isola alla Liguria. Non è facile cioè intendere (ma va detto che nessuno finora, a quanto mi risulta, si è posto il problema) come mai i due negozi, pur riguardando transazioni patrimoniali interne all'isola (con riferimento particolare al territorio oristanese), siano giacenti ab antiquo nei depositi di Genova. Una giacenza che appare ancor meno spiegabile poiché almeno la datazione del documento n. 2, da qualche tempo ormai correttamente portata al 15 ottobre 1102 (33), si colloca poco meno di trent'anni prima dell'avvio di rapporti sicuramente accertati tra Genova e il giudicato d'Arborea. Eppure è con la più antica documentazione riferita a tali rapporti che dobbiamo confrontarci, non dimenticando (ed è un rilievo di per sé significativo) che tutti i negozi sardi riguardanti le relazioni tra l'isola e la Liguria nel XII secolo sono ospitati nel capoluogo ligure.

12. Il primo collegamento diretto tra i giudici d'Arborea e Genova (34) appare in un documento datato al dicembre del 1131, rogato a Oristano dal notaio Bonusiohannes (35): "Comita, giudice di Arborea, dona alla Cattedrale di S. Lorenzo e al comune di Genova la chiesa di S. Pietro de Claro, una curia con il territorio circostante, servi e armenti e la metà delle vene argentifere esistenti nel suo regno. Promette inoltre quattro curie e la quarta parte delle vene argentifere del regno di Torres quando ne entrerà in possesso" (36). Di questo documento abbiamo due redazioni diverse: la prima di esse, la più semplice, ci è nota attraverso due testimoni pervenutici in originale ed entrati nel circuito dei libri iurium attraverso Vetustior (quest'ultimo a sua volta derivato da registro precedente); la seconda redazione è più solenne: compare all' inizio un' insolita quanto raffinata espressione di saluto, alla fine sono elencati i testimoni genovesi in aggiunta a quelli indigeni, ma soprattutto ad essa si accompagna una clausola dispositiva con la quale il medesimo giudice, trasferitosi da Oristano a Cabras, "coram primatibus et nobilibus atque liberis regni", affida se stesso, il proprio figlio, il suo regno e tutto il suo patrimonio a Gontardo console di Genova nella speranza di vedere il giudicato d'Arborea "a Ianuensium defensione... plenarie munitum" (37). La clausola, gestita dal medesimo notaio, ci è nota soltanto attraverso Vetustior, essendo l'originale deperdito (38). L'accreditamento delle due redazioni (e dei tre pezzi) alla stessa data non esclude che i negozi ad esse sottesi siano stati effettivamente gestiti in tempi separati, seppure tra loro non molto lontani. Sarebbe sufficiente lasciar spazio all'ipotesi che la legazione genovese, costituita da una rappresentanza della cittadinanza e dal console Ottone Gontardo, sia stata anticipata nella missione sarda dal notaio Bongiovanni, il quale dopo aver rogato i due esemplari della donazione (tra loro pressoché simili), in presenza soltanto del giudice, dei testimoni locali e dell’ arcivescovo Pietro di Oristano, l'abbia ripetuta, su richiesta di una delle parti o di ambedue, con la medesima data (questa volta in presenza dei sopraggiunti membri della delegazione genovese), innovando, come si è detto, rispetto alla redazione precedente e introducendo anche una significativa variante nella parte dispositiva del dettato che segnala l'avvenuta acquisizione definitiva del giudicato di Torres da parte di Comita (39).

13. Non può certo sfuggire come la nuova, più solenne e articolata elaborazione del documento da parte del notaio Bongiovanni, sostituendo le precedenti, si pone come momento celebrativo di un patto bilaterale che segna la piena sottomissione del giudicato arborense al potente comune continentale. Una nuova situazione nella quale dovettero acquistare importanza tutti quegli adempimenti formali che in modo più o meno diretto erano in grado di irrobustire la credibilità della donazione del giudice agli occhi genovesi. Non solo con riferimento ai beni esplicitamente elencati nella prima sezione del documento ma anche in appoggio all'atteggiamento di omaggio e di dedizione sancito nella seconda parte. In un tale contesto non è difficile attribuire alle due pergamene dell'inizio del secolo, in armonia con comportamenti largamente presenti nella consuetudine medievale (40), il ruolo di munimina affidati al comune genovese quali garanzie delle donazioni effettuate con il privilegio del 1131, senza poter escludere del tutto un loro aggancio ad altre donazioni, delle quali è andata persa la memoria, elargite dal giudice in tempi immediatamente antecedenti o posteriori (41). Appare comunque evidente come la consegna ai consoli genovesi di due negozi riguardanti operazioni fondiarie interne all'isola, effettuate all'inizio del secolo da membri della famiglia giudicale, rappresenti un ulteriore e chiarissimo riconoscimento della supremazia conseguita dal comune ligure nei confronti del patrimonio arborense, almeno a partire dagli anni trenta. Conoscendo infatti lo scrupolo con cui l'archivio veniva conservato dalle istituzioni ecclesiastiche e laiche di età medievale (ma non solo medievale), non si può non convenire che la trasmissione volontaria di alcuni documenti ad altra persona o ente stia a significare il conseguente passaggio al medesimo destinatario di qualche diritto direttamente o indirettamente legato ai beni in essi menzionati. Purtroppo, nel nostro caso, mentre non affiora un apparentamento esplicito con la donazione del 1131, sfugge anche la possibilità di capire, a causa della reticenza e della pochezza delle fonti in nostro possesso, quali siano stati la qualità e la quantità dei diritti che Genova ha potuto esercitare sui beni menzionati nei due munimina. Ma quando nella clausola aggiuntiva al documento del 1131 il giudice Comita, nel fare atto di soggezione a Genova in persona del console Ottone Gontardo, pone a disposizione del medesimo tutto il suo patrimonio ("trado memetipsum et filium meum una cum regno et omni mea substantia Ottoni Gontardo, Ianuensi consuli") (42), come non pensare alle saline campidanesi, le stesse che, situate a nord e a sud di Oristano, risultano puntualmente elencate nel documento n. 2 (43)? Del resto l'inserimento di queste saline nella sfera di influenza del comune ligure appare del tutto coerente con la politica economica promossa da Genova già a partire dall'inizio del secolo, tendente a procurarsi nuove fonti di approvvigionamento del prezioso minerale in aggiunta a quelle provenzali. È questo un tema largamente presente nella storiografia sul quale non vale davvero la pena di insistere in questa sede (44).

14. Per quanto ci riguarda, facendo tesoro dei dati emersi in maniera concorde dalla ricostruzione della vicenda archivistica dei due pezzi e dal loro inserimento nella storia dei rapporti bilaterali Arborea-Genova, non possiamo far altro che lasciar cadere qualsiasi dubbio e incertezza circa la loro genuinità, venendo meno ogni appiglio che giustifichi l'ipotesi di un'esercitazione calligrafica di età tardomedievale (45): un ripristino di impronta erudita che comunque non troverebbe giustificazioni nella povera e disordinata scrittura (la cosiddetta ‘semionciale’) della pergamena datata.
Tuttavia il ruolo di munimina accordato ai nostri documenti, se da un lato legittima senza eccessive difficoltà la loro presenza nel tabularium genovese e, di conseguenza, il ruolo che hanno avuto nella definizione dei rapporti tra Arborea e Genova, dall’altro sembra lasciare irrisolto il problema da più parti sollevato (e dal quale avevamo preso le mosse), circa l'anacronismo delle loro scritture. Non è così, nel senso almeno che qualcosa si può aggiungere, incrociando i dati derivanti da un nuovo esame diplomatistico dei due pezzi con quelli che emergono da una loro più attenta valutazione in rapporto alla situazione grafica dell'isola.

15. Le poche, seppure significative, testimonianze della scripta sarda più antica, accreditabili ad autori ecclesiastici (non si riesce a immaginare in Sardegna un filone laico nella gestione della scrittura simile a quello coltivato dai notai, ma anche dai giudici, nel continente), sono espresse in una minuscola di base carolina, piuttosto povera e impacciata, in cui si colgono una serie di contaminazioni dipendenti dalla corsiva nuova altomedievale che gli scribi indigeni possono aver assorbito attraverso la mediazione della beneventana e/o delle scritture notarili. Così è per la carolina impiegata dallo scriba sardo Nicita lebita, artefice del documento del 1065, con cui Barisone I, giudice di Torres, dona chiese e beni all'abbazia di Montecassino (46), così è anche per la pergamena del 1080-1085, conservata a Pisa, di cui si è parlato all'inizio con riferimento alla sua recuperata credibilità (47), vergata in una carolina "dal tratteggio pesante, di esecuzione non molto abile, di orientamento e di allineamento irregolari, quasi priva di legamenti" (48). Sono due documenti (i soli dell'XI secolo, scritti in Sardegna per mano di operatori indigeni, che siano sopravvissuti in originale) estremamente importanti per le indicazioni che in modo univoco ci offrono sulle consuetudini grafiche dell'isola. Pur di fronte alla povertà delle due realizzazioni, segnali tanto evidenti quanto scontati dell'assenza in Sardegna di una educazione alla scrittura latina simile a quella che si era progressivamente consolidata nel continente a partire dall'età carolingia, emerge un quadro grafico influenzato dai contatti via via più intensi che a partire dalla seconda metà del secolo XI si andavano instaurando con il continente, in particolare con Montecassino, S. Vittore di Marsiglia e soprattutto con la chiesa pisana. Gli innesti introdotti in Sardegna, a partire dai primi decenni del secolo successivo, con l'avvento delle esperienze e delle culture proprie dei Camaldolesi, dei Vallombrosani nonché della chiesa e del comune genovesi (49), danno consistenza a una situazione grafica in cui è del tutto egemone l'impiego di una carolina non dissimile da quella adottata in Toscana e a Genova e nella quale non si riescono a cogliere influenze significative della beneventana cassinese. Si parlerà avanti (50), più a lungo, delle varietà espressive della minuscola adottata nell'isola nella prima metà del secolo XII, basti qui anticipare che anche i privilegi emanati dai giudici turritani in favore di Montecassino, ancora oggi conservati nell'archivio dell'abbazia, pur non essendo del tutto estranei ad alcune suggestioni della cultura grafica del destinatario, si inseriscono anch'essi in modo deciso nell'alveo della carolina adottata in tutta la Sardegna.

16. Il tentativo di individuare le ragioni che giustifichino l'inserimento in un tale contesto delle scritture dei due atti arborensi chiede innanzitutto che si tenga conto delle differenze sostanziali esistenti fra di loro: onciale e maiuscola l'una, minuscola l'altra. La presenza nel tessuto di quest'ultima di alcune maiuscole produce risultati d'insieme che possono ricordare le forme semionciali (e ad esse finora hanno fatto riferimento gli studiosi che se ne sono occupati), anche se di fatto questa scrittura può tranquillamente ricondursi alla mano di uno scriptor che su una base carolina ha innestato non solo un certo numero di lettere dipendenti dall'alfabeto capitale e onciale ma anche alcuni legamenti che, come già quelli presenti nel documento di Nicita e nel breve dei consoli, potrebbero dipendere sia dalla beneventana sia dalla corsiva documentaria di area toscana (51). Una koinè dunque che, non contrastando con la cultura denunciata dai due documenti dell'XI secolo, ma anche con quella delle testimonianze grafiche dei primi decenni del secolo successivo, non si fatica ad attribuire a uno scriba ecclesiastico al servizio della cancelleria (52) locale, tanto audace nelle intenzioni quanto inesperto e del tutto povero di mezzi, insicuro persino nel posare la scrittura sulla rigatura predisposta, soprattutto esitante nel disegno delle singole lettere e incapace di adottare regole morfologiche coerenti.

17. L'intenzione calligrafica emerge in maniera più trasparente e con risultati tecnicamente più apprezzabili nel documento n. 3. Qui, a differenza del caso precedente, ci troviamo effettivamente di fronte a un esperimento del tutto artificioso (e a prima vista innaturale) di riproposta della scrittura onciale, che pare ispirata al tipo "new style" (53). Un’esercitazione prodotta da uno scriba sicuramente fornito di buona professionalità, per il quale tuttavia sarebbe davvero peregrino immaginare in Sardegna, a Oristano, un ambiente di lavoro in cui, nei primi decenni del secolo XII, vi fosse la disponibilità di modelli onciali tratti da codici altomedievali in lingua latina (54).
All'anomalia della scrittura si accompagna una peculiarità diplomatistica che sembra rafforzare la distinzione del nostro documento dall'altro in scrittura minuscola: non solo il nostro si presenta come una conferma effettuata da Orzoccor de Zori, nipote di Nibata (ma anche successore e, forse, figlio di Torbeno), di una precedente donazione che la stessa donna, con l'autorizzazione di Torbeno, aveva in precedenza effettuato "pro domo de Nuragenigellu et de domo de Massone de Capras", ma appare anche privo di qualsiasi traccia del sigillo. Procedendo con ordine nel tentativo di ricostruire la traditio dell' arminantia oristanese, dobbiamo considerare quale capostipite un documento deperdito con il quale Nibata, effettuando la donazione con il consenso del figlio Torbeno, ci porta agli anni iniziali del secolo quando quest'ultimo, esattamente nel 1102, stipula il negozio di permuta con il cugino Costantino. Un antigrafo dunque che siamo costretti ad immaginare in una grafia di base carolina e comunque non lontana da quella del documento n. 2. Nel momento in cui Orzoccor de Zori decide di confermare la donazione (e la menzione di Orzoccor ci obbliga a trasferire la renovatio del documento in una data che seppure sconosciuta non può che essere posteriore alla morte di Torbeno e anteriore al regno di Costantino di Lacon (55), viene trascritto, a calco, il precedente documento, con la semplice aggiunta della formula di conferma: "Ego iudice Orzoccor de Zori, nepote de donna Nibata, qui arranobo ista carta". È questo un sistema di convalida estremamente semplificato, che, seppure coerente con una struttura burocratica elementare quale doveva essere quella al servizio dei giudici di questo periodo, non poteva non prevedere l'inserimento del sigillo (56). Che invece, come si è detto, risulta mancante (non solo è deperdito ma di esso non rimane alcuna traccia nel lembo inferiore della pergamena, rifilata appena al di sotto dell’ultimo rigo del dettato): una mancanza che può essere spiegata in diversi modi.

18. Per intendere la nostra pergamena come secondo anello della tradizione, ma anche come originale della duplicazione di Orzoccor, dovremmo innanzitutto presupporre che il sigillo, presente in origine, sia stato sottratto in terra ligure contestualmente al taglio dell'intera plica: o in epoca moderna (ma la sottrazione di un sigillo per assecondare un malsano interesse sfragistico poteva più agevolmente essere effettuata con il taglio del filo che univa il piombo alla plica) o in tempi immediatamente seguenti al rinnovo della donazione da parte di Orzoccor nell'ambito di un intervento dello stesso comune genovese in accordo con il giudice d'Arborea (57).
Mi sembra invece di poter escludere che la pergamena superstite possa essere intesa come "una copia non autenticata, di uso e destinazione non ufficiali o comunque interni alla Cancelleria" (58). Come si potrebbe infatti giustificare l'impiego di una scrittura tanto elaborata e pretenziosa per la stesura di una semplice minuta? E come poteva essa, priva com'era di qualsiasi valenza giuridica, essere accolta dai genovesi come munimen?

19. Se dunque sembra acquistare maggiore peso l'ipotesi che il documento superstite sia esso stesso la renovatio voluta da Orzoccor e che il sigillo, originariamente presente, sia stato asportato in età successiva (non è davvero facile esprimere preferenze sui tempi e sulle procedure della sottrazione), ci troviamo nella necessità di inserirlo negli anni di regno di questo giudice, allontanandolo in modo significativo (dieci-vent'anni), dalla prima donazione di Torbeno, e quindi portandone la confezione in momenti in cui la cultura grafica dell'isola, forte di intense e rinnovate influenze esterne, non poteva che essere diventata più ricca e matura.
Un mondo culturale non dissimile da quello del continente italiano, dove l'elegante onciale del nostro documento si potrebbe inserire senza eccessive forzature, non apparendo così estranea agli ambienti monastici e vescovili come una pigra storiografia paleografica vorrebbe far credere. Non solo l'alfabeto onciale è largamente presente nella consuetudine professionale dei lapicidi, ma anche in ambito librario incontriamo senza difficoltà scriptores in grado di adottare, insieme alla minuscola carolina, le maiuscole capitali e onciali per tracciare le iniziali, i titoli, le rubriche, ma anche più lunghi segmenti del dettato, allorquando si voleva dare ad essi una maggiore visibilità nell'architettura della pagina. Gli esempi non mancano nella produzione libraria di questo periodo, nelle testimonianze epigrafiche, ma anche nel variegato panorama della produzione cancelleresca, come, senza fare lunghi viaggi, appare in uno splendido privilegio dell'arcivescovo turritano Attone con il quale viene confermata al priore di Camaldoli la donazione della chiesa di S. Pietro di Scano, in diocesi di Bosa, datato al 1112 dicembre 13 e conservato nel fondo di Camaldoli dell'Archivio di Stato di Firenze. L'esemplare, scritto "per manus Odonis Turrensis Aecclesie notarii", in una elegante carolina, di grande modulo, su di una pergamena predisposta con "il metodo sardo", presenta le due righe iniziali del protocollo in lettere miste capitali e onciali e nell'escatocollo tre sottoscrizioni (non autografe) di vescovi sardi in un'onciale rigorosamente rispettosa del canone, seppure non allineata in maniera ordinata sul rigo (59).

20. Non ci pare dunque, per concludere, che ci siano ragioni sufficienti per sostenere che il saggio calligrafico del documento in questione sia prova della continuità dell'impiego in terra sarda dell'onciale altomedievale (60) o anche che rappresenti una "ripresa 'culta' d'una scrittura latina caduta in disuso" (61). Più semplicemente tutto lascia credere che la composizione, seppure inconsueta nella sua ampiezza, sia opera di uno scrittore di libri (postosi in modo più o meno occasionale al servizio della cancelleria), che abbia agito in un contesto in cui il rinnovo della donazione in favore delle ville oristanesi andava gestita da parte di Orzoccor con particolare ostentazione e solennità formali. Da qui il ricorso, da parte dell'anonimo scrittore, all’ onciale: la scrittura che più della carolina si prestava a un’ offerta paludata e prestigiosa dei contenuti, in puntuale assonanza con le esigenze del committente.

continua

 

NOTE

(15) E. Besta, Per la storia del giudicato di Cagliari al principiare del secolo decimoterzo, in "Studi Sassaresi", I(1901), pp.60-71. Lo storico del diritto, dopo aver inserito l'allestimento dei documenti cagliaritani negli anni successivi al 1423, quando "le pergamene perdute furono rinnovate a memoria perché il vescovado cagliaritano, cui dal 1423 s'era unita la diocesi suellense, non rimanesse sprovvisto di titoli", così conclude la sua requisitoria: "Nella redazione dei documenti nuovi non è poi neppure escluso che i raffazzonatori si valessero di qualche vecchio frammento scampato alla distruzione, ma se pur se ne può trarre profitto per riguardo alla storia delle instituzioni la storia politica non ne può tener conto" (ibid., p. 71). In una successiva revisione del precedente giudizio è il Besta stesso a dichiarare che i dubbi sulle pergamene cagliaritane erano nati in un contesto in cui ancora "gli strascichi della finzione delle pergamene arborensi avvelenavano l'atmosfera scientifica", cfr. E. Besta, La donazione della Tregenta alla luce di una ipotesi solmiana, in Studi di storia e diritto in onore di Arrigo Solmi, I, Milano 1941, p. 384, nota 2.

(16) A. Solmi, Le carte volgari dell'Archivio arcivescovile di Cagliari. Testi Campidanesi dei secoli XI-XIII, in "Archivio Storico Italiano", 35 (1905), p.273. Cfr. anche M. Lörinczi, La storia della lingua sarda nelle Carte d'Arborea, in L. Marrocu, Le Carte d'Arborea, p. 413.

(17) B. Bischoff, Paleografia latina. Antichità e medioevo, edizione italiana a cura di G.P. Mantovani e S. Zamponi, Padova 1992 (Medioevo e umanesimo, 81), p. 101, nota 134: "La conservazione dell'onciale come scrittura latina in Sardegna … costituisce forse l'ultimo residuo di questa tradizione".

(18) Il documento in ‘semionciale’ datato al 1102 ottobre 15 è in ASGe, Archivio Segreto, Genova (Ducato), Paesi diversi, busta 360, Sardegna n. 2. Per l'edizione è d'obbligo il rinvio a P. Merci, Il più antico documento volgare arborense, in "Medioevo Romanzo", 5 (1978), pp. 370-383. Il documento in onciale, non datato ma dell'inizio del sec. XII, è collocato nell'archivio genovese immediatamente di seguito al precedente (n. 3). L'edizione più corretta continua ad essere quella in E. Monaci, Crestomazia italiana dei primi secoli con prospetto grammaticale e glossario. Nuova edizione riveduta e aumentata per cura di F. Arese, Roma-Napoli-Città di Castello 1955, n. 9, pp. 10-11. Una bella immagine di ambedue le pergamene è anhe in F. C. Casula, Onciale e semionciale in Sardegna nel secolo XII, in Studi di Paleografia e Diplomatica, Padova 1974 (Pubblicazioni dell'Istituto di Storia medioevale e moderna dell'Università degli Studi di Cagliari, 20), tra le pp. 132 e 133. Sui due componimenti cfr. anche Inventaire, nn. 74.013 e 74.014, pp. 41-42. Con riferimento alla loro residenza archivistica saranno in seguito menzionati, rispettivamente: n. 2 e n. 3.

(19) O. Schultz, Über die älteste Urkunde, pp. 138-140.

(20) F.C.Casula, Onciale e semionciale, pp. 119-135.

(21) P. Merci, Il più antico documento, pp. 362-383.

(22) Mi limito a citare le Genealogie medioevali di Sardegna, a cura di L. L. Brook - F. C. Casula - M. M. Costa - A. M. Oliva - R.Pavoni - M.Tangheroni, Cagliari-Sassari 1984, pp. 58, 163, 164.

(23) Il documento n. 2 registra una permuta di beni tra il giudice Torbeno e il cugino Costantino d'Orrubu. Nel doc. n. 3 lo stesso Torbeno autorizza la propria madre Nibata ad effettuare una donazione di beni "pro domo de Nurage Nigellu et de domo de Massone de Capras": la donazione risulta rinnovata dal successore e figlio di Torbeno, Orzocco (II) de Zori. Cfr. anche E. Blasco Ferrer, Il sardo, pp. 256-257.

(24) La letteratura sui procedimenti di preparazione delle membrane è particolarmente interessata ai territori librari, come appare dai titoli selezionati in P. Rück (a cura di), Pergament: Geschichte - Struktur - Restaurierung - Herstellung, Sigmaringen 1991 (Historische Hilfswissenschaften. Herausgegeben von Peter Rück. Bd. 2), p. 474, voce Liniierung. Sulla rigatura dei documenti cancellereschi si vedano i cenni in H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la Germania e l’Italia, traduzione italiana di A. M. Voci-Roth, sotto gli auspici dell’ Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Roma 1998 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Sussidi 10), pp. 1114-1116.

(25) Della stessa opinione è Merci (Il più antico documento, pp. 366-369). Di parere opposto è Casula, che attribuisce le due scritture alla stessa "scuola" (Onciale e semionciale, pp.133-134).

(26) Già Merci non aveva mancato di osservare che le due pergamene giacciono "almeno dall' inizio dell' Ottocento nella stessa cantera d'archivio", cfr. P. Merci, Il più antico documento, p. 367.

(27) Nella busta 360, n.1, un foglio cartaceo, inserito da un anonimo archivista nel 1937, segnala la migrazione di una pergamena arborense nella capitale ("Carta Arborense attribuita all'anno 1090, trasmessa al R. Archivio di Stato di Roma in data 5 maggio 1937 - XV: Nota Ministero Interno n. 8900.14 di data 29 aprile 1937 – XV"), mentre una mano posteriore, nel prendere atto della restituzione, ne denuncia l' irreperibilità ("Restituita, ma non si trova"). Di fatto il rammarico per la perdita di un terzo documento arborense, rimasto inedito e sconosciuto, non ha ragion d'essere. Non sarebbe infatti potuto sfuggire al Manno e al Tola nel momento in cui, facendo esplicito riferimento all'archivio genovese, pubblicarono i due che conosciamo, cfr. Historiae Patriae Monumenta edita iussu Regis Caroli Alberti, Chartarum t. I, Torino 1836, docc. 466 e 467, coll. 764-767 (a cura di G. Manno); CDS, docc. 21 e 22, pp. 164-166. Tutto lascia credere che la nota del 1937 racconti il trasferimento a Roma e il ritorno a Genova di uno dei nostri due documenti, confuso poi, per ragioni che ci sfuggono, con un terzo mai esistito.

(28) ASGe, ms. n. 328, "Indige <così> delle pergamene et altri documenti politici delle antiche cantere". Il manoscritto, noto come Inventario delle Cantere, può essere accreditato, sulla base dei dati paleografici e contenutistici, al sec. XVII.

(29) La considerazione tiene conto di un sondaggio compiuto nella cart. 2720 dell'Archivio Segreto.

(30) Nel verso della pergamena n. 2 il dettato della nota archivistica secentesca è il seguente: "Sine die. Arboree. Sardinee. ++++++. Cant(er)a 13". Nel verso della pergamena n. 3 si legge: "Sine die. Arborea. Sardegna. Cant(er)a 13". Ambedue le annotazioni si correlano all'Inventario delle cantere, c.3v.

(31) ASGe, Libri iurium, VII, c.116r: "Nota quod plura scripta sunt de iudicibus Kalaritanis que non inveniuntur in hoc libro, set sunt in armario de Sardinea, unde ibi requirantur ...", cfr. D. Puncuh (a cura di), I Libri Iurium della Repubblica di Genova, vol. I/2, Genova 1996 (Fonti per la Storia della Liguria, IV), doc. 417, p.397. Sono debitore della segnalazione del passo ad Antonella Rovere. Sull'attività di Iacopo Doria presso il Comune genovese e sulle sue attenzioni nei riguardi dell'archivio, si veda D.Puncuh - A. Rovere (a cura di), I Libri Iurium della Repubblica di Genova. Introduzione, Genova 1992 (Fonti per la Storia della Liguria, I), pp. 25-26, 74-75. In attesa che venga condotta una ricerca sistematica e approfondita sulle vicende dell'archivio genovese, continuano ad essere preziose le annotazioni di Giorgio Costamagna inserite nell'Introduzione a P. Lisciandrelli, Trattati e negoziazioni politiche della Repubblica di Genova (958-1797). Regesti, Genova 1960 (Atti della Società Ligure di Storia Patria, LXXV, nuova serie, vol. I), pp. XII-XIII. Si veda anche D.Gioffré, Alcuni aspetti della legislazione archivistica della Repubblica di Genova, in "Bullettino dell' 'Archivio Paleografico Italiano'". Nuova Serie, II-III (1956-57). Numero speciale in memoria di Franco Bartoloni, parte I, pp. 369-382.

(32) D.Puncuh - A. Rovere (a cura di), I Libri Iurium, p.9.

(33) S. Debenedetti, Sull'antichissima carta consolare pisana, in "Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino", 61 (1925-1926), pp.73-74, nota 4; F. C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde, in Studi di Paleografia e Diplomatica cit, pp. 20-22; P. Merci, Il più antico documento, pp. 364-365. Il doc. 3, non esplicitamente datato ma sicuramente posteriore al precedente, andrà valutato, per quanto riguarda i tempi della sua redazione, in stretto rapporto con la sua natura di copia, cfr. avanti, testo in corrispondenza di nota 55.

(34) È inevitabile a questo proposito la rilettura della relazione che Geo Pistarino tenne in occasione di un convegno sassarese del 1978: G.Pistarino, Genova e la Sardegna nel secolo XII, in La Sardegna nel mondo mediterraneo. Atti del primo convegno internazionale di studi geografico-storici. Sassari, 7-9 aprile 1978. 2. Gli aspetti storici, a cura di M. Brigaglia, Sassari 1981, pp. 33-125.

(35) Cfr. avanti, nota 38. Lo stesso notaio gestisce anche un elaborato trattato tra Genova e Novi del gennaio 1135, dove è pure enunciato il suo ‘cognome’ (Cainardus), cfr. A.Rovere (a cura di), I Libri Iurium della Repubblica di Genova. I/1 Genova 1992 (Fonti per la Storia della Liguria, II), doc. 47, pp. 77-81. Il notaio, sia o meno di origine genovese (secondo Rovere, ibid, p. 67, "alcune caratteristiche grafiche e formali ... del tutto inconsuete nella prassi documentaria del comune genovese" farebbero sospettare "la presenza di una mano forestiera"), rivela comunque una professionalità di altissimo rilievo, della quale Genova si avvale per gestire due operazioni, giocate su scenari tra loro lontani , ma ugualmente importanti nel quadro della sua strategia verso l'estero. A questo proposito si osservi come sia profondo il divario esistente tra le competenze che rivela questo professionista continentale e quelle che mostrano gli operatori delle cancellerie sarde nel corso del XII secolo. Il primo è in grado di costruire con notevole disinvoltura situazioni negoziali complesse e articolate, i secondi si muovono all'interno di griglie formulari molto semplici, al servizio di una ristretta tipologia di contratti. Sul patto tra Genova e Novi si veda anche G. Pistarino, Genova e Novi preludio ad Alessandria, in "Rivista di storia arte archeologia per le province di Alessandria e Asti", 80-81 (1971-1972), pp. 1-29 (per un errore di impaginazione, non risultano numerate le prime due pagine dell'articolo); Id., Sulla tradizione testuale dei trattati fra Genova e Novi del 1135 e 1157, ibid., pp. 195-205; sulla produzione delle cancellerie giudicali sarde basterà rinviare a F. C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde, pp. 1-99.

(36) Il regesto è quello riportato in A. Rovere, I Libri Iurium , I/1, doc.42, p.66.

(37) D.Puncuh, I Libri Iurium, I/2, docc. 379-380, pp. 314-317. Alle peculiarità della seconda redazione rispetto alla prima se ne aggiunge un'altra che pare tutt' altro che casuale (così è intesa in D. Puncuh, I libri iurium cit, I/2, doc.379, p.315). Nella prima versione la donazione al console genovese delle quattro curie e della quarta parte delle vene argentifere del regno di Torres è condizionata alla conquista del medesimo regno da parte di Comita ("cum acquisiero regnum Turris", cfr. A.Rovere, I Libri Iurium , I/1, doc.42, pp.68), nella seconda si dà per scontato che Comita abbia la piena disponibilità dei beni donati ("Iterum dono comuni civitatis Ianue et ecclesie Beati Laurentii in regnum Turris...", cfr. D. Puncuh, I libri iurium cit, I/2, doc.379, p.315). È una correzione che ben s' innesta nel rinnovato tessuto formale, tutto indirizzato a sottolineare la completa dipendenza del giudice arborense dal comune di Genova.

(38) Circa la complessa tradizione di questo documento, cfr. A. Rovere, I Libri Iurium , I/1, doc. 42, pp. 66-69; D.Puncuh, I Libri Iurium, I/2, docc. 379-380, pp. 314-317. La seconda redazione, seppure articolata in due distinti momenti, scanditi da altrettante situazioni topiche (rispettivamente Oristano e Cabras), si riferisce a un unico negozio. Almeno così lo ha inteso il notaio Bongiovanni che ha disposto all'inizio dell'intero dettato la datazione e la formula di saluto, e ha inserito alla fine la propria sottoscrizione, evidentemente riferita a tutto l’ impianto documentario. Conferma infine in modo inequivoco la contestualità formale di tutta l'operazione, e anche, di conseguenza, l'impaginazione su di un'unica pergamena (che, pur deperdita, può essere immaginata sulla base della copia imitativa di Vetustior (ASGe, Libri iurium, I, Vetustior, c. 99v), il passaggio finale in cui il giudice Comita, in cambio della protezione del console genovese Ottone Gontardo, dichiara: "... postulationi sue ita satisfeci ut in hac cartula evidenter supra edixi" (D. Puncuh, I Libri iurium, I/2, doc. 380, p.317). Del tutto esplicita, a questo riguardo, è del resto anche la formula di autentica del notaio Atto Placentinus, integralmente riportata nel Registro (Ibid.), che segnala un solo exemplum tratto "ab autentico Boniiohannis notarii". D'altra parte, non è difficile recuperare nella consuetudine documentaria del secolo XII, notai che inseriscono in un unico impasto formale situazioni che, pur riferendosi allo stesso negozio, sono scaglionate nel tempo. Mi limito a rinviare ad E. Barbieri, M. A. Casagrande, E. Cau, Le carte del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, II(1165-1190), Spoleto 1984 (Fonti storico-giuridiche. Documenti 1), doc. 15, pp. 24-26 (1168 agosto 19); doc. 44, pp. 69-70 (1171 dicembre 19); doc. 88, pp. 146-148 (1175 dicembre 12, 1176 gennaio 10). Che la donazione di Comita in favore di Genova sia articolata in due rogiti (seppure coevi) lo sostiene Pistarino nel saggio citato alla precedente nota 34 (pp. 56-57). Tale opzione trova conferma nella recente edizione dei Libri iurium, citata all'inizio della presente nota.

(39) Cfr. la precedente nota 37.

(40) Chi ha familiarità con la documentazione medievale sa bene come sia prassi normale che, insieme a uno o più esemplari del documento attestante la vendita, la permuta o la donazione di una determinata porzione di beni immobili, vadano anche all'acquirente o comunque al nuovo titolare tutti i documenti rogati in precedenza e riguardanti, in modo anche indiretto, i medesimi beni. Si veda, a esempio: E. Cau, Il vero e il falso in un diploma di Federico II per S. Pietro in Ciel d'Oro (1216 agosto 30), in "Speciales fideles imperii". Pavia nell'età di Federico II, a cura di E. Cau e A.A. Settia, Pavia 1995, pp. 212-213. Soltanto in tale modo si giustifica la presenza in numerosi archivi monastici di documenti anteriori alla data della loro fondazione. Un caso emblematico è quello del monastero cisterciense di Morimondo nel cui tabularium sono compresi ben 55 documenti e 3 brevia terrarum antecedenti alla sua costituzione: M. Ansani, Le carte del monastero di Santa Maria di Morimondo, I (1010-1170), Spoleto 1992 (Fonti storico-giuridiche. Documenti 3), docc. 1-55, pp. 3-109; Appendice, nn.1-3, pp.441-449. Sulla presenza dei munimina negli archivi medievali, cfr. P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma 1991 (Studi Superiori NIS, 109. Storia), p. 55.

(41) Ragioni archivistiche rendono poco probabile tale ipotesi. Eventuali altri documenti di donazione non solo sarebbero finiti nei depositi del comune genovese, ma sarebbero anche stati trascritti nei libri iurium. Di essi, anche in caso di perdita dell'originale, avremmo quindi le relative copie, come del resto è avvenuto per la grande maggioranza dei documenti esterni finiti a Genova nel corso del secolo XII.

(42) D. Puncuh, I Libri Iurium, I/2, doc. 380, p. 316.

(43) "E dedimi su donnu meu iudice Torbeni una bagina in Cirras d'Aristanis cun Comita de Burcu a bagina de Piras. E dedimi atara bagina in Ponte de Sinis ante sa de Sanctu Iorci cun Gunnari Nigellu: cis perra nostra. Et dedimi atara bagina a solus in Ponte de Sinnis ante sa de frate meu donnu Gunnari et disa de frate meu donnu Comita", cfr. P. Merci, Il più antico documento, p. 371.

(44) Cfr. G.Pistarino, Genova e la Sardegna, pp. 33-125, in particolare, p. 56 ss. e la bibliografia citata alla nota 69 di pp. 60-61. Sulla vicenda storica del sale e sul ruolo che ha avuto nell’economia del Mediterraneo (e della Sardegna), basterà rinviare al volume di Ciro Manca e alla bibliografia ivi citata: C. Manca, Aspetti dell’espansione economica catalano-aragonese nel Mediterraneo Occidentale. Il commercio internazionale del sale, Milano 1966 (Biblioteca della rivista "Economia e storia", 16). Si è ora in attesa degli Atti, in corso di stampa, del 4° Congresso della Commissione Internazionale di Storia del Sale, Storia del sale, Quartu S. Elena, Cagliari, 10-13 settembre 1998.

(45) Cfr. sopra, nota 19.

(46) AAMc, aula III, caps. XI, n.11. Una sintetica descrizione paleografica, in cui si colgono motivi di ascendenza beneventana in un contesto carolino ("una carolina di modulo medio-grande dal tratteggio pesante e male allineata"), è in A. Petrucci - A. Mastruzzo, Alle origini della ‘scripta’ sarda, pp. 208, 211-212 (nota 15), riproduzione parziale a p. 206. Cfr. CDS, sec.XI, doc. 6, p.153 (alla data 1064); A. Saba, Montecassino e la Sardegna Medioevale. Note storiche e codice diplomatico sardo-cassinese, Montecassino 1927 (Miscellanea cassinese, 4), doc. 1, pp. 133 - 134; T. Leccisotti (a cura di), Abbazia di Montecassino. I regesti dell'Archivio, II, Roma 1965 (Ministero dell'Interno. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, 56), n. 11, p. 61; E. Blasco Ferrer, Les plus anciens monuments , p. 136 (alla data 1064). Riproduzione in F. C. Casula, La storia di Sardegna, p. 523. Sulla povertà culturale di Nicita, cfr. E. Blasco Ferrer, Il sardo, pp. 242-243.

(47) Cfr. sopra, note 9-14 e testo corrispondente.

(48) A. Petrucci - A. Mastruzzo, Alle origini della ‘scripta’ sarda, p. 204.

(49) Sui tempi, sulle modalità e sulle ragioni dell'arrivo e della diffusione in Sardegna fra l'XI e e la prima metà del XII secolo dei vari ordini del monachesimo occidentale, ma anche sul ruolo avuto dai comuni di Genova e di Pisa, con le rispettive chiese, nello stesso periodo, esiste una amplissima bibliografia che non è qui il caso di riprendere, ma che potrà essere recuperata in R. Turtas, La storia della Chiesa in Sardegna. Età antica e medievale, Roma, Città Nuova, 1999, in corso di stampa.

(50) Cfr. nota 86 ss. e testo corrispondente.

(51) Per l'elenco completo dei legamenti, cfr. F. C. Casula, Onciale e semionciale, p. 125.

(52) Il termine ‘cancelleria’, adottato qui e in seguito per indicare l'organizzazione burocratica dei giudicati sardi, non deve far pensare nel modo più assoluto a strutture complesse simili a quelle attive in questo stesso periodo al servizio dei re/imperatori o dei pontefici. Quelle dell’isola vanno pensate come organismi estremamente semplici che i giudici utilizzano comunque fra XI e XIII secolo in modo non esclusivo, appoggiandosi anche, per la gestione dei rapporti con le istituzioni esterne, ai notai continentali. Questi ultimi si ispirano a volte agli schemi propri della documentazione privata (charta, breve, instrumentum), a volte creano ex novo composizioni ibride e composite: sono forme documentarie che, estranee alla tradizione sarda, sottintendono il coinvolgimento del destinatario nella redazione del documento. È questa un'ipotesi già formulata a proposito di alcuni stravaganti documenti della cancelleria subalpina: E. Cau, Il ruolo del destinatario nella confezione del documento ‘semipubblico’. Riflessioni su alcune pergamene di Lucedio del secolo XII, in L'abbazia di Lucedio e l'ordine cistercense nell'Italia occidentale nei secoli XII e XIII.Vercelli 24-26 ottobre 1997 (Atti del III Congresso storico vercellese), in corso di stampa. Andrà qui aggiunto che l'eventuale ripresa del discorso diplomatistico sul documento sardo (e quindi sulle cancellerie giudicali), dopo il pionieristico lavoro di Casula del 1974 (F. C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde, pp. 1-99), dovrà tenere conto della metodologia adottata da Fissore nello studio delle cancellerie minori di area pedemontana (in particolare: G.G.Fissore, Pluralità di forme e unità autenticatoria nelle cancellerie del medioevo subalpino: secoli X-XIII, in Piemonte medievale. Forme del potere e della società. Studi per Giovanni Tabacco, Torino 1985, pp. 145-167), senza ignorare le aperture europee offerte dagli Atti del VI Congresso Internazionale di Diplomatica: Landesherrliche Kanzleien im Spätmittelalter. Referate zum VI. Internationalen Kongress für Diplomatik, München 1983, München 1984 (Münchener Beiträge zur Mediävistik und Renaissance-Forschung, hg. G. Silagi., vol. 35, 1-2).

(53) È la fortunata espressione ormai entrata nella manualistica (cfr. A.Petrucci, Breve storia della scrittura latina, Nuova edizione riveduta e aggiornata, Roma 1992, p.66) in contrapposizione a "old style", per identificare l' onciale usata dal VI all'VIII secolo: una scrittura rigida, provvista di artifici e poco rispettosa del tracciato bilineare. Per quanto riguarda il nostro documento si osservi in particolare come rientrino di fatto in uno schema quadrilineare le lettere D, F, G, H, L, P, Q. La somiglianza della nostra scrittura con modelli tardi emerge anche dalla presenza in alcune lettere di numerosi motivi di coronamento e dall'inserimento del trattino della E rotonda al centro, invece che in alto.

(54) Sui manoscritti altomedievali, scritti e/o circolanti in Sardegna, cf. E. Cau, Note e ipotesi sulla cultura in Sardegna nell'altomedioevo, in La Sardegna nel mondo mediterraneo, pp. 129-143. Altra bibliografia, con alcune considerazioni sullo scarso ruolo avuto dai benedettini cassinesi nella formazione scrittoria delle élites sarde, qui.

(55) Sull'intricata e tutt'altro che chiara vicenda dinastica arborense dei primi decenni del secolo, con riferimento a questo e all'altro documento genovese, si veda P. Merci, Il più antico documento, pp. 366-367, nota 14 e Genealogie medioevali,, pp. 58-59, 162-164.

(56) La carta bullada (va detto una volta per tutte, richiamando un dato largamente noto), povera ed essenziale nel formulario, non sempre datata (gli elementi cronici quando compaiono sono comunque privi dell’indizione), mancante di qualsiasi espressione corroboratoria –- la presenza in un documento di Pietro, giudice di Cagliari del 1168 dicembre <25-31> (D. Puncuh, I Libri Iurium, I/2, doc. 415, p.392; CDS, doc. 96, p. 240, erroneamente datato al 1169, e F. C. Casula, Sulle origini delle cancellerie giudicali, p.41) dell'espressione "Et hanc cartam sigillo meo feci corroborari", si inserisce in un contesto formulare, in lingua latina, di chiara dipendenza continentale –- , quasi sempre avallata dai testimoni (il nostro è tra le poche eccezioni: i testimoni mancano sia nella donazione originale di Nibata, sia nella conferma di Orzoccor), affidava al sigillo tutta la propria credibilità e la propria consistenza giuridica.

(57) Il taglio dell'intera plica finalizzato all'asportazione del sigillo è operazione tutt' altro che sporadica nella documentazione medievale. Due privilegi pontifici conservati nell' Archivio Mauriziano di Torino (devo la segnalazione a Ezio Barbieri) sono a questo riguardo particolarmente eloquenti: in essi la resezione del lembo inferiore delle membrane sembra dovuta alla necessità di invalidarne i contenuti, cfr. Archivio Mauriziano di Torino, Gerolimitani, pacco 40: 1148 luglio 7, Cremona; 1156 marzo 10, Benevento; P.F. Kehr, Regesta Pontificum Romanorum. Italia Pontificia, V: Aemilia sive Provincia Ravennas, Berolini 1911 (ristampa 1961), nn. 2 e 3, p. 533. Per quanto riguarda il nostro documento pare da escludere l'ipotesi che sia stata la stessa cancelleria a interromperne l'iter di costruzione (non procedendo cioè all'apposizione del sigillo o asportandolo nel caso fosse stato già applicato), per sopravvenute direttive del giudice: un documento abortito che, per ovvie ragioni, non sarebbe stato consegnato al destinatario e quindi non sarebbe mai finito nei depositi del comune genovese.

(58) P. Merci, Il più antico documento, p. 367, nota 15.

(59) Cfr. L. Schiaparelli e F. Baldasseroni (a cura di), Regesto di Camaldoli, vol. II, Roma 1909 (Regesta Chartarum Italiae, 5), n. 743, pp. 51-52; G. Zanetti, I Camaldolesi in Sardegna, Cagliari 1974 (Collana dell'Archivio storico sardo di Sassari, 1), doc. 2, pp. IV-VII, LXXIX (facsimile); P. F. Kehr, Regesta, X: Calabria-Insulae, a cura di D. Girgensohn, Turici 1975, n. 8, pp. 428-429; G. Vedovato, Camaldoli e la sua congregazione dalle origini al 1184. Storia e documentazione, Cesena 1994 (Italia Benedettina, 13), n. IV.3, pp. 260-261. Oddone, scriptor di notevole levatura, formatosi forse in ambiente toscano (è comunque un nome, il suo, assolutamente estraneo al mondo antroponimico della Sardegna), al servizio di Azzone arcivescovo turritano (un presule anch'egli di origine non sarda), si presenta come uno dei numerosi ecclesiastici che, venuti in Sardegna in questo periodo, contribuiscono in modo più o meno consapevole a diffondere la cultura e la scrittura latine proprie dell'Italia centro-settentrionale. Denunciano la sua dimestichezza con le scritture librarie, e in particolare con i codici liturgici, non soltanto l'eleganza del tratto e l'uso sicuro delle maiuscole, ma soprattutto l'impiego degli apici sia in funzione distintiva sulla doppia vocale, sia in funzione tonica: a esempio, riga 9, p(ré)ditum; r. 10, eídem; r. 12, illibáta, áliqua; r. 25, decretíque. Per una corretta valutazione della fisionomia grafica di Oddone si dovrà tenere conto del fatto che è autografa la sottoscrizione di Marino vescovo di Bosa (cfr. avanti, note 88 e 92) e che è di altra mano (una minuscola elementare e spontanea) la formula della datatio. Sono in onciale le seguenti tre sottoscrizioni: "+ Ego Petrus Plavacensis episcopus subscripsi. + Ego Nicholaus Ampuriensis aepiscopus subscripsi. + Ego Petrus Gisarcensis aepiscopus subscripsi". La genuinità del diploma vescovile si fonda sulla coerenza della scrittura (rimanda in particolare all'inizio del secolo la mancata adozione della et tironiana) e sul sigillo cereo aderente, già presente nel bordo inferiore della membrana e asportato mediante un taglio circolare. È pure in onciale la sottoscrizione che appone l’arcivescovo cagliaritano Gualfredo in un documento del 1112, per il quale cfr. avanti, nota 118/e. Al documento camaldolese andrà accostata la lettera (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14586, f. 10) con cui "Guglielmo, arcivescovo di Cagliari, presenta al papa Gelasio II un esposto sullo stato deplorevole della sua chiesa", databile al 1118 luglio-settembre e scritto a Cagliari. Proveniente dal Sancta Sanctorum del Laterano, è stata edita nel 1986: R. Volpini, Documenti nel Sancta Sanctorum del Laterano. I resti dell' ‘Archivio’ di Gelasio II, in "Lateranum", 52, 1986, doc. 5, pp. 47-50. Le puntuali indicazioni dell’editore sulla raffinatezza della pergamena ("bianca e assai sottile, dealbata anche nel verso"), sulla scrittura ("una nitida minuscola assai curata, anche se di modulo ridotto") e, aggiungiamo noi, la buona padronanza della lingua latina, ci portano ad escludere che lo scriptor sia un sardo. Secondo Volpini (ibid., p. 48) "la scrittura offre le caratteristiche proprie della tipica libraria in uso in Toscana tra XI e XII secolo".

(60) F. C. Casula, Onciale e semionciale, p.122 ss.; Id., Breve storia della scrittura in Sardegna. La ‘documentaria’ nell’epoca aragonese, Cagliari 1978, pp. 51-52. Tutto lascia credere che i soli libri circolanti in Sardegna in questo periodo fossero quelli portati dai monaci e dagli ecclesiastici continentali, vergati quindi in scrittura carolina, più difficilmente in beneventana, non certo in onciale. Sulla migrazione in Sardegna di amanuensi (e di codici) nel corso del secolo XI e XII non mancano una serie di testimonianze, per le quali si veda E. Blasco Ferrer, Il sardo, p. 242 e G. Mele, Note storiche e paleografiche sui libri liturgici nella Sardegna medioevale, in L. D'Arienzo (a cura di), Sardegna, Mediterraneo e Atlantico tra Medioevo ed Età moderna. Studi storici in memoria di Alberto Boscolo, vol. I: La Sardegna, Roma 1993, pp. 150-151. Un elenco di codici liturgici, che non possiamo pensare scritti in grafia diversa dalla carolina, è menzionato in un documento di Montecassino con il quale Furato de Gitil e la moglie Susanna de Zori danno in dotazione alla chiesa di S. Nicolò in Soliu servi nonché beni mobili e immobili, chiesa che viene donata con altro documento al monastero di Montecassino (sui due atti, ambedue accreditabili, con qualche incertezza, al 1122, cfr. avanti, nota 102). L'antichità di tale elenco di libri nel contesto italiano è rilevata in G. Mele, Note storiche e paleografiche, pp. 150-151, dove viene anche trascritto il passo del documento riguardante la dotazione libraria.

(61) P. Merci, Il più antico documento, p.369.

 

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