Morfologie notarili e ibride nei documenti sardi degli archivi pisani.

 

Particolarmente fertile, per sondare quanto sia forte il ruolo del destinatario nella costruzione del documento e quanto siano diversificati i singoli esiti formali, è il terreno pisano, dove i documenti sardi della prima metà del secolo XII risultano in gran parte gestiti dal notariato locale. Si vedano alcuni esempi, da questo punto di vista, particolarmente eloquenti:

a. ACPi, n. 292, CDS, doc. 1, pp. 177-178, 1103 maggio. Seppure in forma soggettiva, è della stessa mano del notaio che ha scritto l'intero documento la sottoscrizione di Torbeno giudice di Cagliari: "+ Ego Turbini Dei gratia iudex in hac carta subscripsi". Dopo il Tola è stato edito in M.Tirelli Carli, Carte dell'archivio Capitolare di Pisa, doc. 15, pp. 31-32; O. Banti, I brevi dei consoli, doc. 5, pp. 113-114. La mano di questo documento è la stessa (identico, in particolare, è il chrismon iniziale, il tratteggio della et in nesso, della f e della s alta) che redige la donazione coeva del medesimo Torbeno in favore del Capitolo pisano (ASPi, Diplomatico Primaziale, non rinvenuto; CDS, doc. 2, p.178), la quale, nonostante la lacerazione di tutta la parte sinistra della membrana, consente il ripristino sicuro sia della datatio sia della sottoscrizione del giudice: "Anno dominice incarnat[ionis millesimo centesimo quarto, in mense] madii, indictione .XI. | [+ Ego Turbini Dei gratia iu]d[ex] in hac carta subscripsi". Le datazioni dei due documenti seguono lo stile pisano dell'incarnazione.

b. ASPi, Diplomatico Primaziale, <[1104] maggio, stile dell'incarnazione pisana>, CDS, doc. 2, p. 178. Cf. il precedente par. a.

c. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1108, lunga, CDS, doc. 6, pp. 181-182: in una elaborata minuscola cancelleresca, convalidato dal sigillo (rimangono le sue tracce nel lembo inferiore della membrana), scritto in un latino professionale, presenta una struttura formale in cui si coglie la dipendenza da un antigrafo della cancelleria sarda (si legga, a esempio, nell' intitulatio l' espressione "Ego iudex Torchitor... per voluntatem Dei potestando regnum Caralitanum ..."), ma anche la padronanza del lessico notarile (si noti in particolare la datazione posta all'inizio subito dopo l'invocazione e, nell'escatocollo, la formula "hanc cartam fieri rogavi" attribuita all'autore, giudice Torchitorio); non sarà inutile precisare che tutte le sottoscrizioni, pur in forma soggettiva, sono di mano del notaio. Nella datazione non si legge, per caduta della membrana nella parte terminale del rigo, il numero delle calende: "Anno ab incarnatione Domini millesimo centesimo octavo, indictione .I., VII kalendas [...]". La concordanza del millesimo con l’ indizione rende possibili (ipotizzando che il notaio, secondo gli usi locali, abbia seguito lo stile pisano dell’incarnazione e l’indizione bedana) le seguenti date: 1108 gennaio 26, 1108 febbraio 23 o 24, ma anche 1107 settembre 25, 1107 ottobre 26, 1107 novembre 25, 1107 dicembre 26 (la scelta non potrà non tenere conto del contesto storico, per il quale cfr. G.Pistarino, Genova e la Sardegna, pp. 35-36.

d. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1113 marzo 14, corta, CDS, doc. 10, pp. 184-185: il documento, seppure in forma soggettiva, si presenta come un breve memoratorio ("Ego Rolandus causidicus a predicta Padulesa rogatus ad futuri temporis memoriam oc breve scripsi"). La datazione ("millesimo centesimo duodecimo <non tertio decimo come in CDS, p. 185 e come nella segnatura> pridie idus martii, inditione quinta"), calcolata secondo lo stile dell'incarnazione, coincide con il 1112 marzo 14, stile moderno. La gestione pisana del documento è provata, tra l'altro, dal contesto giuridico in cui si muove il causidico Rolando, che, per salvaguardare la validità della donazione di Padulesa alla Chiesa pisana, fa riferimento alla piena libertà di cui gode la donatrice in quanto professante la legge romana ("Dono et offero ex libero arbitrio meo eo quod Romana sum ...") e non quella longobarda che avrebbe richiesto la presenza e l'autorizzazione del mundoaldo. Una diversa e del tutto fantasiosa interpretazione di questo passo, fondata su una lettura erronea, è segnalata in R. Turtas, L'arcivescovo di Pisa legato pontificio e primate in Sardegna nei secoli XI-XIII, in Nel IX centenario della Metropoli ecclesiastica di Pisa. Atti del convegno di studi (7-8 maggio 1992), Pisa 1995 (Opera della Primaziale Pisana, quaderno n. 5), p. 200, nota 59. Su questo documento (il più antico in cui risulti menzionato il regno di Gallura), si veda anche la descrizione paleografica in O. Schena, Civita e il giudicato di Gallura nella documentazione sarda medioevale. Note diplomatistiche e paleografiche, in Da Olbìa ad Olbia. 2.500 anni di storia di una città mediterranea, a cura di G. Meloni e P. F. Simbula, Sassari 1996, pp. 98-99 , con riproduzione a p. 100 (fig. 1).

e. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1117 maggio 8, corta; CDS, doc. 23, pp. 195-196: vergato in una bella minuscola di ispirazione cancelleresca, si presenta come un originale regolarmente convalidato dal sigillo (di cui permangono tracce); datato secondo lo stile pisano, va ricondotto al 1116 maggio 8. Cfr. O. Schena, Civita , pp. 103-105, con riproduzione a p. 106 (fig. 3).

f. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1084, corta, CDS, doc. 20, pp. 192 (dove, su basi contenutistiche, è datato 1115 o 1116); privo di data e di sigillo, gestito, come tutto lascia credere, su iniziativa pisana, quasi certamente in accordo con l'autore Ithocor di Gallura, il documento è rimasto incompiuto e quindi è da considerarsi nullo. Va collegato a CDS, doc. 19, pp. 191-192 , già presente in ASPi, ma da me non rinvenuto. Su ambedue i documenti, cfr. O. Schena, Civita , pp. 101-102 e nota 14.

g. ASPi, Diplomatico Coletti, 1128 settembre 3 (ma 1127 settembre 3), lunga. È un instrumentum, rogato dal notaio pisano Ugo, con il quale S. Maria di Pisa dona la chiesa di S. Michele di Plaiano ai Vallombrosani; in calce ad esso è anche trascritto integralmente il dettato della donazione della medesima chiesa che il giudice di Torres Mariano aveva effettuata nel 1082 marzo 18 in favore di S. Maria di Pisa. Nella impaginazione iniziale non era prevista la partecipazione dei vescovi sardi, che sono stati inseriti successivamente nello spazio compreso tra l'apparato (autografo) dei membri della chiesa pisana e la completio del notaio. Sui due documenti cfr. P.F. Kehr, Regesta X: Calabria-Insulae , p. 433; E. Besta, Il Liber Iudicum Turritanorum con altri documenti logudoresi, Palermo 1906, doc. 1, pp. 14-15; R. Turtas, L'arcivescovo di Pisa, p. 185 ss.

h. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1130 febbraio 13, lunga, CDS, doc. 39, p. 206. È un altro documento, ispirato a modelli propri della documentazione privata (lo scrittore è appunto un notaio del quale compare all'inizio il signum, mentre il formulario è tratto dal breve ad memoriam retinendam), che tuttavia affida la propria credibilità al sigillo (deperdito) del giudice di Cagliari Costantino.

i. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1131 marzo 6, lunga. Si veda qui, tav 2d. Altra riproduzione in G. Meloni - A. Dessì Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna , pp. 96, 133, nota 21: "Gonnario, giudice di Torres, figlio del fu Costantino pure giudice, dona alla Chiesa pisana una serie di beni e diritti, dettagliatamente elencati". In esso è riportata la sottoscrizione autografa di Gonnario, giudice di Torres: "+In nomine Domini, amen <a- corr. da s alta>. Ego iudice Gunnari scripsi", cfr. CDS, doc. n. 40, pp. 206-207: è, non solo, l’unica sottoscrizione autografa di un giudice di cui abbiamo testimonianza (l’osservazione circa l’esclusività della sottoscrizione del giudice è già in R. Turtas, L’arcivescovo di Pisa , p. .203), ma è anche la sola scrittura di un appartenente alla classe dirigente laica attestata in tutta l’isola nell’arco almeno del XII secolo. Seppure di base carolina, la scrittura, costretta in un tracciato tendenzialmente bilineare, articolandosi in una sequenza di lettere tra loro separate, di grande modulo, inchiostrate in modo differenziato, tracciate in più tempi e con fatica, tradisce senza equivoci una mano assolutamente irrisoluta e inesperta, propria di un semianalfabeta. Il documento, vergato in una carolina notarile ancora contaminata da elementi corsivi (si osservi in particolare la presenza costante della t con asta raddoppiata), strutturato in maniera inconsueta, è di eccezionale interesse diplomatistico: scritto da un notaio pisano e non dal giudice Gonnario, come ritiene il Tola, CDS, p. 207, nota 6, e come ribadiscono Casula e Schena (F. C. Casula, Sulle origini delle cancellerie giudicali sarde, p. 34; O. Schena, Scrittura e cultura nel Regno di Torres nei secoli XI-XIII, in Il regno di Torres. Atti di "Spazio e suono". 1992-1993-1994, a cura di G. Meloni e G. Spiga, Sassari 1995, p. 40), di cui compare all'inizio il signum, si presenta chiaramente diviso in tre parti: nella prima, che occupa da sola circa metà del foglio, compare in forma soggettiva, dopo l'invocazione verbale e la datazione ("In nomine Domini nostri Iesu Christi Dei eterni. Anno ab incarnatione eius millesimo centesimo trigesimo primo, pridie nonus martii, indictione nona"), il dettato della donazione ("Ego iudice Gonnari de loco qui dicitur Turri, filius quondam Costantini item iudicis ... dono et trado atque concedo ..."). Subito di seguito alla subscriptio del giudice, seguono in forma oggettiva le dichiarazioni giurate effettuate dallo stesso Gonnario nonché da altri maggiorenti e componenti della sua famiglia ("Suprascripto iudice Gonnari iuravit ad sancta Dei evangelia hec omnia supradicta adimplere et observare ... Mariano Manno et curatore similiter iuravit ..."). La terza parte è riservata all' elenco dei testimoni, prima quelli sardi, poi quelli pisani, cui segue immediatamente una clausola, scritta in grafia compatta e su righi infittiti, nella quale in forma soggettiva vengono elencati i servi della corte di Bosove che dovranno prestare la loro opera alla Chiesa pisana ("In curte de Bosoe damus servos ..."). E infine, nel margine inferiore della membrana, mentre non compare la completio notarile, vi sono invece i forellini che segnalano in maniera inequivoca la primitiva presenza del sigillo. È un documento che, insieme ad altri, meriterebbe una valutazione più attenta e larga di quella che le finalità del presente lavoro richiedono. Basti qui ricordare che ci troviamo di fronte a un prodotto ibrido e composito, in cui si intrecciano stilemi e formule propri del documento privato e di quello cancelleresco. Esplicite al riguardo sono le modalità di corroborazione: ai due elenchi di testimoni, ciascuno dei quali introdotto e concluso secondo il costume notarile con l'espressione "Signum manus", si accompagnava, in sostituzione della normale completio, il sigillo giudicale.

j. ASPi, Diplomatico Coletti, 1133 giugno 26 (stile pisano e quindi 1132 giugno 26), corta, cfr. E. Besta, Per la storia del giudicato di Gallura nell'undecimo e dodicesimo secolo, in "Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino", 42 (1906-1907), pp. 131-133. In forma di breve, ha come autore il giudice di Gallura, Comita Spanu. La resezione della membrana appena al di sotto dell'ultima riga del dettato, in cui compare la datatio (ma non è indicata l'indizione, che in base ai suggerimenti dello stile pisano dovrebbe essere la decima), lascia irrisolto il problema della validità o meno del nostro documento. Dando infatti per scontato, in base al confronto con altre pergamene sarde conservate nei fondi pisani (in particolare quelle che vedono l’intervento dei giudici di Gallura), che anche questa avrebbe dovuto essere garantita dal sigillo, non siamo in grado di precisare se esso sia mai stato inserito o, se inserito, sia stato da subito asportato per intervento delle parti mediante il taglio dell'intera plica. Non si può escludere che l'annullamento del documento, in cui il giudice gallurese giura fedeltà a Ruggero, arcivescovo di Pisa, sia da collegare in qualche modo alla morte di quest'ultimo o magari alle conseguenze politiche che essa ha provocato nei rapporti tra le parti. In tale prospettiva si potrebbe pensare che il nostro, breve rogato ad Ardara da un notaio pisano il 26 giugno 1132, quando l'arcivescovo era ritenuto ancora vivo, fosse stato invalidato non appena si venne a conoscenza della sua morte. Una morte che dunque andrebbe collocata in una data antecedente al 26 giugno 1132 e forse prima del 25 marzo dello stesso anno, se è vera la segnalazione del Chronicon Pisanum seu fragmentum auctoris incerti (in Gli Annales Pisani di Bernardo Maragone, Rerum Italicarum Scriptores, nuova edizione, tomo VI, parte II, a cura di M. Lupo Gentile, Bologna 1936, p. 102), che la inserisce nel 1132 (stile pisano) e quindi tra il 1131 marzo 25 e il 1132 marzo 24. Una messa a punto di tutta la questione è stata effettuata da Raffaello Volpini, che, tra l'altro, correggendo la trascrizione del Besta, ha posticipato il giorno del mese del nostro documento (dal 21 giugno al 26 giugno), cfr. R. Volpini, Additiones Kehrianae II. Nota sulla tradizione dei documenti pontifici per Vallombrosa, in "Rivista di Storia della Chiesa in Italia", 23 (1969), p. 339, nota 95. Si veda anche: C. Violante, Cronotassi dei vescovi e degli arcivescovi di Pisa dalle origini all'inizio del secolo XIII. Primo contributo a una nuova ‘Italia Sacra’, in Miscellanea Gilles Gerard Meerssmann, 1, Padova 1970 (Italia Sacra. Studi e documenti di storia ecclesiastica, 15), p. 39; M. L. Ceccarelli Lemut, Cronotassi dei vescovi di Volterra dalle origini all'inizio del XIII secolo, in Pisa e la Toscana occidentale nel Medioevo, 1. A Cinzio Violante nei suoi 70 anni, Pisa 1991 (Piccola Biblioteca Gisem, 1), p. 45; R. Turtas, L'arcivescovo di Pisa, pp. 203-204. Meno probabile è che l'asportazione del piombo sia avvenuta in epoca posteriore per opera di qualche sconsiderato collezionista di sigilli medievali. Sul documento di Comita Spanu, cfr. anche O. Schena, Civita , pp. 105-107, con riproduzione a p. 108.

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Scrineum
© Università di Pavia 1999