3. Sospetti antichi e recenti sulle carte volgari di Cagliari.
     prima parte - seconda parte - terza parte

21. Veniamo alle carte volgari di Cagliari (62). La scelta di dare maggiore spazio a tale nucleo documentario tiene conto delle più consistenti novità che a questo proposito mi pare di poter dire, anche se la materia, estranea all'Arborea, esula di fatto dai temi sviluppati in questo volume. Ritengo, d'altra parte, che ormai, dopo il convegno del 1996 (63), Oristano sia diventata di diritto la tribuna ideale per affrontare tutte le questioni in qualche modo legate alle problematiche sulla genuinità delle fonti sarde.
La tribolata storia dei documenti cagliaritani e i loro non facili rapporti con la storiografia andranno studiati, per chi lo vorrà fare (64), seguendoli per un lungo arco di tempo che va dalla seconda metà del Seicento (65) fino ai nostri giorni.
Conosciuti in modo frammentario fino alla fine dell'Ottocento (lo stesso Tola li aveva pubblicati soltanto in parte) (66), entrarono nel pieno del dibattito storiografico all'inizio del secolo, quando il Besta e il Solmi promossero una serie di indagini considerevoli sulla storia della Sardegna e in particolare sull’ età dei giudicati. Sono di quel periodo, come è noto, contributi di indubbio spessore, con i quali ancor oggi gli studiosi più accorti, magari dissentendo, si trovano spesso a confrontarsi (67).

22. Riprendendo dubbi da altri in precedenza espressi, Il Besta senza procedere a un esame diretto, ma fondandosi unicamente su presunti anacronismi e incoerenze dei contenuti, li giudicò come falsi del secolo XV (68). La piena assoluzione fu impartita dal Solmi pochi anni dopo, in maniera tanto concisa quanto risoluta, contestualmente alla loro edizione (69): quel giudizio, vuoi perché espresso da uno studioso di grande prestigio, vuoi perché fondato per la prima volta sull'esame autoptico delle pergamene, restò fermo e indiscusso fino al 1978, quando fui io stesso a mettere nuovamente in circolazione dubbi e sospetti, giudicando comunque sicuramente falsi diplomatistici, "opera di mano espertissima ben addentro nella tecnica propria della gotica testuale", alcune pergamene ben individuate, tutte del secolo XII (70). Tale giudizio, non fu né contraddetto né accolto dalla maggior parte degli storici, semplicemente fu ignorato (71). Il segnale lanciato alla fine degli anni settanta ebbe ascoltatori più attenti tra gli studiosi della lingua sarda: alcuni di essi, pur trascurando di affrontare radicalmente tutta la questione, non hanno mancato di introdurre nel dibattito nuovi elementi di dubbio e di incertezza (72). Ma è ora il glottologo Giulio Paulis, con una serie di stringenti argomentazioni, a porre di nuovo e con forza il problema della genuinità dei documenti cagliaritani, sostenendo in particolare che la confezione di almeno tre di essi, presentando significativi imprestiti catalani, debba essere trasferita al secolo XIV avanzato, se non addirittura al XV (73).
Una proposta che mi ha costretto a rivedere l'impostazione e ad ampliare il piano originario del presente lavoro. Il quale, nato per sottoporre a ulteriori e più meditate verifiche le considerazioni che avevo espresse vent'anni fa (verifiche che, come risulta dal testo della relazione presentata al convegno di Oristano del dicembre 1997, mi avevano portato a inserire la confezione di tutte le nostre pergamene nei decenni centrali del secolo XIII), si è dovuto misurare con valutazioni ben più pesanti e radicali.
Pur tenendo nella massima considerazione le conclusioni di Paulis, premetto subito che la mia indagine non terrà in alcun conto il dato linguistico, ma sarà sviluppata facendo soprattutto appello alle risorse della Paleografia (e anche della Diplomatica), non trascurando i suggerimenti offerti dalla storia archivistica dei singoli documenti, dalla ricomposizione, per quanto possibile, della loro traditio e dall'analisi dei supporti, con particolare attenzione ai sistemi di rigatura. Le carte cagliaritane saranno poi inserite all'interno della storia della scrittura in Sardegna per gli inevitabili confronti e verifiche.

23. Il taglio del nostro approccio ci obbliga ovviamente a confrontarci, almeno in una prima fase, soltanto con i documenti di cui è sopravvissuta la pergamena originale, con esclusione delle copie tarde, pure edite dal Solmi. Sono 17 (74) pezzi inseriti in un arco di tempo che va dal 1114-1120 (Solmi 2) al 1225 (Solmi 19): poco più di un secolo che si apre nell'Italia centro-settentrionale con l'acquisizione definitiva della carolina all'uso notarile e che si chiude con l'affermarsi generalizzato delle forme gotiche. In un contesto normale, la distribuzione strategica dei documenti sardi nell'arco di tale periodo e la loro comune provenienza dallo stesso atelier avrebbero offerto suggerimenti importanti circa la cultura grafica degli scribi della cancelleria giudicale cagliaritana e anche aiuti consistenti per capire quali potevano essere nell’isola i ritmi e le modalità di evoluzione del processo grafico.
Sono aspettative del tutto legittime che tuttavia, come vedremo, non saranno in alcun modo esaudite poiché il tentativo di seguire l'evoluzione delle scritture attraverso il filo dei tempi, dichiarati in modo più o meno esplicito dai singoli documenti, si imbatte in anomalie che prospettano scenari tanto inaspettati quanto contraddittori e pongono sul nostro tavolo di lavoro questioni non piccole di credibilità.
Il primo elemento che all’impronta contrasta con la dislocazione dei documenti nell’arco di quasi un secolo è quella cert’aria di famiglia che li contraddistingue, immediatamente confortata dai comuni caratteri estrinseci, quali lo spessore alquanto accentuato della membrana (significativa è la differenza cromatica tra lato carne e lato pelo), il formato rettangolare del foglio con la scrittura disposta in parallelo al lato corto (75), l’impaginazione regolare fondata su una sottile rigatura a secco nel recto (della quale non sempre sopravvivono le tracce), il ductus posato della scrittura (con la sola eccezione di Solmi 2), la presenza, all’inizio, dell’invocazione simbolica in forma di croce greca più o meno elaborata, l’adozione di lettere maiuscole spesso decorate e filettate, inserite all’inizio e a volte anche nel proseguimento del dettato nonché, infine, la predisposizione della plica mediante doppia piegatura del lembo inferiore della membrana (76).

24. Procediamo con ordine, fermando innanzitutto l'attenzione sul documento accreditato dalla storiografia al 1121-1129 (77), del quale è autore il giudice Torchitorio di Unale con il figlio Costantino e destinatario il vescovo di Suelli Pietro Pintori. Non si fatica a osservare come la grafia, denunciando un' adesione esplicita ai caratteri della gotica, non riesca a inserirsi negli anni dichiarati dai contenuti. Contrastano senz'altro con i primi decenni del secolo, non soltanto l'esecuzione delle lettere mediante singoli tratti di penna e il conseguente sviluppo rigido delle forme, ma anche l'impiego diffuso della et tachigrafica, la presenza egemone della d rotonda, l'adozione dei trattini per indicare l'a capo. In aggiunta a tutti questi elementi contribuisce a sancire in termini sicuri l'avvenuto cambio grafico l'architettura stessa della pagina, in cui emerge una nuova sensibilità nei riguardi della parola (ma anche, nel nostro caso, di singole unità sintagmatiche), intesa come un insieme di lettere tra loro collegate in un unico blocco. Le tecniche di aggregazione delle lettere all'interno di ciascuna parola (preceduta e seguita da uno spazio netto, seppure piccolo, di divaricazione) fanno capo a quattro regole che i paleografi hanno isolate e che risultano applicate, seppure con intensità e incroci diversi, a partire dall'ultimo terzo del secolo XII (78). Due di esse, seppure adottate con diverso rigore, sono conosciute dal nostro copista. Quella che prevede la sovrapposizione delle curve contrapposte di lettere contigue (regola del Meyer) (79) e l'altra, di recente enunciata da Zamponi, secondo la quale "le lettere concave verso destra, quali la c, chiudono sulla lettera successiva, sia sulla base che sulla linea superiore di scrittura" (80). Non risulta qui applicata né la seconda regola del Meyer, che prevede l'adozione della r rotonda dopo le lettere con curva convessa verso destra, né l'altra regola di Zamponi che contempla nei casi di accoppiamento di particolari lettere la caduta del tratto di attacco della seconda di esse sulla linea superiore. Se il mancato impiego di quest'ultima non sorprende più di tanto, essendo essa di fatto applicata soltanto nei casi di scritture librarie ad alta stilizzazione, maggiore meraviglia potrebbe suscitare l'assenza della r rotonda. Ma è un sentimento destinato a dissolversi nel momento in cui pare di cogliere nel contesto sardo (ma l’indagine sistematica è ancora tutta da fare) che tale regola è applicata nelle scritture dei primi decenni del Duecento in modo del tutto sporadico.
Di fatto la mancata adesione alle due ultime norme da parte dello scrittore in nessun modo riesce ad attenuare la larghezza del fossato che separa cronologia e scrittura, anche perché (ed è una sottolineatura importante), le nostre valutazioni non possono prescindere dal fatto che la grafia, seppure posata e non priva di una certa eleganza, è strutturata con intenzioni diverse da quelle seguite in ambito librario.

25. L'antagonismo nella nostra carta tra scrittura e tempi trova puntuali conferme se la rapportiamo alle scritture sarde dei primi decenni e, più ampiamente, dell’intero secolo XII e oltre: tutte coerenti nello scandire un itinerario non dissimile da quello che siamo abituati a frequentare nei territori centrali e settentrionali del continente italiano. È una strada, già in parte percorsa all'inizio del secolo, seppure con riferimento alle sole scritture librarie, che torniamo ad esplorare, forti di maggiori esperienze e di più raffinati strumenti (81). L'attenzione andrà rivolta ai documenti originali conservati nei depositi di Genova (Archivio di Stato), di Pisa (Archivio di Stato, Archivio Capitolare, Archivio Arcivescovile, Archivio della Certosa di Calci), di Firenze (Archivio di Stato, Fondo Camaldoli), di Montecassino, ma anche di Marsiglia (Archivio Dipartimentale des Bouches-du-Rhône), senza dimenticare i condaghi di S. Nicola di Trullas (82), di S. Maria di Bonarcado, di S. Pietro di Silki (83) e di Barisone II di Torres (84), nonché altre testimonianze (queste tuttavia valutate in maniera selettiva) conservate in Sardegna (85). È un campo che andrà dissodato con la massima cautela, appurando innanzitutto che si tratti di scritture ‘prime’, coerenti cioè con la datazione che esse dichiarano esplicitamente o che la storiografia ha loro attribuito, ma anche cercando di distinguere, per quanto possibile, le grafie sarde da quelle appartenenti a operatori esterni.

26. Testimonianze particolarmente incisive di come la carolina sia la scrittura d'uso normalmente impiegata da persone eminenti della classe dirigente locale sono quelle lasciate da Bonizo abate di Plaiano (1112 aprile 22) (86), da Pietro vescovo di Bosa (1112 aprile 30) (87), da Marino successore di Pietro sulla stessa cattedra vescovile (1112 dicembre 13) (88) e da Pietro arcivescovo di Oristano (1131 dicembre) (89). Ben allineata su tre righi, sviluppata in una sequenza di lettere che in più casi prolungano il tratto finale per collegarlo a lettera successiva, di grande modulo, elementare ma tutt'altro che rozza è la grafia dell'abate di Plaiano (90). La subscriptio del vescovo di Bosa, incerta nell'allineamento, meno sensibile della precedente nello stabilire relazioni di catena grafica, anch'essa di ampio modulo, mentre dà conto di una corretta adesione alle forme caroline e adotta in maniera corretta i compendi (episcopus, ecclesie), sembra potersi inserire in quella categoria di scritture che, come largamente attestano gli apparati della documentazione continentale, risultano normalmente adottate da personaggi eminenti del mondo ecclesiastico che hanno rapporti non professionali con la scrittura (91). Tradisce invece una maggiore dimestichezza con la penna la sottoscrizione di Marino, vescovo di Bosa, in una sicura minuscola di ispirazione cancelleresca (92) nonché di Pietro, arcivescovo di Oristano, in una carolina di modulo medio, spontanea, regolare e ben allineata (93). Per più versi significativa è la sottoscrizione di Gonnario, giudice di Torres, presente in un documento del 1131 marzo 6: è, a quanto mi risulta, non soltanto l'unica sottoscrizione autografa di un giudice di cui abbiamo testimonianza, ma è anche la sola scrittura di un appartenente alla classe dirigente laica attestata in tutta l'isola nell'arco almeno del XII secolo (94). Seppure di base carolina, la scrittura, costretta in un tracciato tendenzialmente bilineare, articolandosi in una sequenza di lettere tra loro separate, di grande modulo, inchiostrate in modo differenziato, tracciate in più tempi e con fatica, tradisce senza equivoci una mano assolutamente irrisoluta e inesperta, propria di un semianalfabeta (95).
Ma al di là della disuguaglianza degli esiti, le sottoscrizioni esaminate (96) si inseriscono tutte in un contesto tradizionale di adesione al canone carolino in cui non si coglie anticipazione alcuna di quelle nuove concezioni che, già adottate nella produzione libraria d'Oltralpe, troveranno a partire dalla prima metà del secolo fertili terreni di sperimentazione nella produzione notarile dell'Italia settentrionale.

27. Giungono puntuali conferme sulla staticità del quadro grafico dall'analisi di una serie di scritture tratte da documenti in lingua sarda prodotti nella cancelleria del giudicato logudorese (quella che, in base alla bizzarria con cui la documentazione sarda è sopravvissuta, presenta il maggior numero di documenti in originale) per mano di operatori ecclesiastici, che tutto lascia credere (l'impiego della lingua sarda, l'uso di formulari locali) essere sardi. Il presbitero Furatus de Castra (97) risulta al servizio dei giudici di Torres nel secondo decennio del secolo. Tre documenti da lui vergati su pergamene predisposte con il "metodo sardo" - 1112 aprile 30 (98), 1113 ottobre 29 (99), 1120 maggio 24 (100) - sono testimonianze eloquenti di una cultura evoluta. Si segnalano, in particolare, la capacità di giocare in modo disinvolto su diversi registri modulari, il rigore dell'impaginazione e l'impiego, raro in ambito documentario, di lettere iniziali finemente decorate. Siamo tuttavia di fronte a una sapienza grafica che si muove tutta all'interno dell'antiqua: non solo manca una buona sensibilità nel valutare in maniera autonoma la parola (i collegamenti tra lettere, parchi e tutt'altro che coerenti, non si presentano in quantità superiore a quelli adottati da un qualsiasi scriba già nella seconda metà del secolo precedente), non solo i tratti curvi continuano a essere tracciati in un solo tempo senza rigidità e fratture, ma è anche assente nel patrimonio grafico di Furatus la et tachigrafica (la congiunzione in nesso è di gran lunga preponderante rispetto alla forma per esteso), è prevalente l'adozione della d diritta, mentre la s rotonda è impiegata soltanto, ma non sempre, in fine di parola e di riga (101).
Nel terzo decennio del secolo si dispiega l'attività di un altro scrivano, del quale sono sopravvissuti quattro documenti, tutti provenienti dall'archivio di Montecassino e tutti vergati su supporti predisposti in Sardegna. Al nome, Melacio (un antroponimo che sembra suggerire un origine continentale), non si accompagna alcuna qualifica, anche se le sue prestazioni scrittorie al servizio del giudice e l'adozione del calendario ecclesiastico, proprio della documentazione sarda, lasciano presumere la sua piena adesione ai canoni formali e linguistici della cancelleria giudicale e, forse, l'appartenenza al clero locale. Di fatto i suoi documenti richiamano nell'impaginazione, nell'adozione delle maiuscole, oltre che ovviamente nel formulario, la produzione di Furatus, anche se da essa si distinguono per due ragioni di più immediata rilevanza. Innanzitutto si coglie in lui una professionalità meno elevata (più poveri i ricami incastonati nelle lettere maiuscole, più dimessa la scrittura, meno rigoroso l'allineamento sui righi segnati a secco), e, soprattutto, più esplicito, appare il debito da lui pagato a influenze esterne (in particolare i legamenti li, ri sono utilizzati con buona frequenza), che in questo caso è forse più facile collegare alla produzione in beneventana che non alla scrittura documentaria del continente (102). Ma al di là delle diverse sensibilità, le scritture di Furato e di Melacio, insieme ad alcune altre attestate in una serie di documenti sicuramente originali e genuini (103), si inseriscono in un contesto, quello della cancelleria logudorese, compreso tra il 1112 e il 1136, che si contraddistingue in maniera precisa per la singolarità del formulario, per l'adozione del sistema di datazione secondo il calendario ecclesiastico, per l'identico schema di impaginazione e anche, pur nelle scontate differenze tra mano e mano, per una interpretazione normale del canone carolino, all'interno del quale è più facile cogliere, come si è visto, contaminazioni dipendenti da scritture continentali ancorate all'antico (beneventana o corsiva notarile) che non segnali di aperture verso il nuovo.

28. Entrando poi nel mondo delle scritture dei condaghi, per loro stessa natura più vincolate ai parametri delle categorie librarie, incontriamo in tutto il secolo XII, e in particolare nella prima metà, senza eccezione alcuna, una piena adesione al canone carolino. Fermandoci, almeno per ora, al condaghe di S. Nicola di Trullas, mi pare particolarmente eloquente la mano che gestisce da sola tre quarti circa dell'intero codice (fino a c. 71v, con isolate inserzioni di altre mani), accreditabile al secondo quarto del secolo XII (104). È una scrittura di modulo grande, dai tratti pesanti e corposi, inserita in uno schema tendenzialmente bilineare (a tal fine le lettere b, d onciale e diritta, f, g, h, k, l, p, q, s alta presentano una riduzione drastica delle aste superiori e inferiori), povera di abbreviazioni. Nonostante lo scorrere disinvolto della penna a punta mozza e la presenza di qualche segnale innovativo (larga adozione della s maiuscola in fine di parola e di rigo, impiego seppure saltuario della d onciale, utilizzo egemone della et di origine tironiana, qualche volta scritta per esteso ma mai in nesso), la scrittura si muove in un'atmosfera tradizionale per quanto riguarda la concezione della parola, costruita con una sequenza di lettere autonome i cui reciproci contatti sono tanto occasionali quanto inconsapevoli. Siamo di fronte a una minuscola che, assolutamente lontana dalla tipizzazione di area romana (105), ci porta senza difficoltà a modelli di carolina pura, confermando quello che appare in altre scritture sicuramente datate, scritte e conservate in Sardegna. Mi riferisco a un minuscolo lacerto rettangolare di pergamena, ospitato nell’ Archivio Parrocchiale di Perfugas, in cui si registra la dedicazione della Chiesa di Santa Vittoria del Sassu (giudicato di Torres, ora in parrocchia di Erula, comune di Perfugas), in data 1120 aprile 3, a opera di Nicola, vescovo di Ampurias. Il ‘documento’, importante sul piano storico, viene a occupare un posto di eccezionale rilievo nella storia paleografica della Sardegna, configurandosi come l’attestazione più antica di scrittura, sicuramente datata, che si conservi nell’isola. È un saggio di minuscola rappresentata da uno scriba (non fatichiamo ad immaginarlo ecclesiastico e sardo), che denuncia una professionalità povera, tutta però inserita nel mondo dell’ antiqua dei primi decenni del secolo (è sempre usata la d diritta e la e cedigliata), con un solo legamento (r. 5: -nt) che potrebbe in qualche modo segnalare una parentela beneventana (106).

29. Tutto dunque contribuisce a definire, nella Sardegna dei primi decenni del secolo XII, un'atmosfera non dissimile da quella che si respirava in area pisana e, in genere, nel nord del continente italiano. Soltanto alcuni legamenti corsivi potrebbero dipendere, come non si è mancato di sottolineare, da influenze beneventane, anche se non si può escludere che provengano dalla produzione notarile in carolina, nella quale, come è noto, non è davvero raro trovare di essi testimonianze tutt’altro che episodiche.
Ma queste infiltrazioni sono talmente frammentate da non incidere più di tanto sul quadro generale. Di fatto incontriamo nell’isola l’ adozione della carolina come scrittura usuale da parte di scribi non professionisti, la troviamo nei documenti della cancelleria giudicale, ma anche in quei libri che, riguardanti i diritti delle chiese e dei monasteri, vengono compilati, come tutto lascia credere, da operatori locali. D’ altra parte, che le morfologie grafiche dell’ isola dipendano in larghissima misura dalla carolina continentale trova conferma nel fatto che tutta la produzione scrittoria, opera di scribi esterni, è tutta e soltanto in carolina. Così emerge dall' esame delle scritture adottate da laici ed ecclesiastici continentali che gestiscono documenti sardi nella prima metà del secolo XII (107), così appare dai pochi lacerti dei più antichi codici liturgici circolanti in Sardegna in questo stesso periodo (108). È certo possibile che fossero presenti nell’isola fra XI e XII secolo manoscritti cassinesi in beneventana, ma quello che possiamo escludere è che essi abbiano inciso in modo significativo sulla formazione delle minoranze colte dell'isola (109) e, per quanto più direttamente ci riguarda, nell'educazione della classe alfabetizzata locale. Ciò emerge con chiarezza, come si è già detto, ponendo attenzione al significativo nucleo di privilegi emessi dai giudici turritani in favore di Montecassino, che sono tutti, senza eccezioni, in carolina, seppure non si può escludere in singoli passaggi l’influenza della scrittura del destinatario (110).
Influenza cassinese a parte, rimane comunque largamente provato il fatto che la produzione sarda dei primi trenta-quarant'anni del secolo è unanime nel disegnare un quadro generale che in nulla giustifica il cambio grafico già pienamente realizzato nel documento cagliaritano del 1121-1129, da cui eravamo partiti.

30. A questo punto rimane sul nostro tavolo di lavoro un'ultima ipotesi da verificare. Non si può escludere a priori che la cancelleria del giudicato cagliaritano, a differenza di tutti gli altri ambienti culturali della Sardegna, abbia avuto una propria storia, abbia vissuto una stagione tanto singolare quanto precoce di sperimentazione grafica sotto l'influenza degli ambienti d'Oltralpe, dove, come è noto, le forme gotiche risultano largamente adottate già nei primi decenni del secolo. L'ipotesi potrebbe sembrare tanto più verosimile pensando a tutti quegli elementi formali del documento sardo che, secondo alcuni studiosi, sembrano trovare referenze significative nella documentazione di area francese (111).
Escludendo il più antico documento cagliaritano pervenutoci in originale (senza data, ma accreditabile al 1081-1089), perché scritto, come è noto, in caratteri greci (112), due sono quelli del secolo XII che vanno presi in esame nel tentativo di dare una risposta: i soli che, scritti in lingua sarda e articolati secondo il formulario proprio e inconfondibile della cancelleria campidanese, sono ospitati da sempre a Pisa e a Marsiglia, quindi lontani anche fisicamente da quell'atmosfera di dubbi e di riserve che circonda la nostra raccolta. Il primo, dell'inizio del secolo XII, registra una donazione del giudice Torchitorio de Gunali in favore del Capitolo di Pisa (113), con il secondo (fine secolo XII) Raimondo, priore di S. Saturno, ottiene l'autorizzazione dal giudice cagliaritano Salusio di Lacon a dare forma pubblica a un compromesso concluso con la gente di Maracalagonis (114). Il primo dei due, quello pisano, pur proponendosi come un originale (formulario ineccepibile, tracce del sigillo pendente), di fatto presenta una carolina, di grande modulo, che ci porta almeno alla metà del secolo e che sembra potersi attribuire a una mano non esente da suggestioni librarie. Porta comunque nuovo conforto all'abbassamento della data il fatto che le scritture documentarie di inizio secolo non mancano di conservare ancora qualche legamento corsivo, qui del tutto assente, ma soprattutto presentano ancora la et in nesso mentre qui è adottata senza eccezioni la et tachigrafica. La riscrittura del documento dopo circa cinquant’anni, mentre introduce non piccole riserve per quanto riguarda la sua credibilità (115), obbligandoci ad inserire la sua costruzione in ambiente pisano, non contribuisce di certo a risolvere il nostro problema.
Meno deludenti invece sono le risposte che vengono dal documento marsigliese di fine secolo. Un documento, questo sì, certamente genuino e, come tutto lascia credere, vergato da uno scriba della cancelleria (116). Il suo stato di conservazione, tutt'altro che buono (ma sopravvivono, chiare, le tracce del sigillo), ci lascia individuare le caratteristiche della scrittura: una carolina in cui si coglie evidente una forte attenzione alla gestione unitaria della parola grafica, mediante accostamenti delle lettere che non sembrano tuttavia ubbidire a regole consapevolmente conosciute (117). È pure coerente con il tempo la rigidità con cui la penna a punta mozza sviluppa le parti di singole lettere (in particolare di a, d, g, p, r), e disegna (mediante l'alternanza disinvolta dei tratti sottili e pesanti) le curve, mentre si coglie scarso coraggio nell’adozione della d onciale e della s maiuscola in fine di parola.

31. La significativa constatazione che nella cancelleria cagliaritana ancora negli ultimi decenni del secolo si continua ad impiegare l'antiqua, rende del tutto innaturale la precocità della scrittura di Solmi 4. D'altra parte, anche non volendo escludere l’idea (a mio avviso, tutta da dimostrare) di una dipendenza dei formulari sardi da modelli d’Oltralpe, dobbiamo riscontrare che sul piano paleografico la produzione marsigliese (almeno per quanto mi è stato possibile verificare attingendo al cospicuo fondo di S. Vittore conservato nell'Archivio Dipartimentale des Bouches-du-Rhône) presenta un milieu grafico più assimilabile alle coeve esperienze italiane che non alla produzione della Francia centro-settentrionale (118).
Una volta verificata l'inesistenza di appigli esterni cui riferirci per capire le precoci innovazioni del nostro documento, non ci resta che tornare a uno studio ravvicinato della silloge cagliaritana procedendo a un esame incrociato delle scritture. Che possono essere suddivise, in base alle loro reciproche affinità, in sei gruppi.

continua

 

NOTE

(62) Le pergamene, oggetto della nostra valutazione, sono tutte schedate in Inventaire, nn. 74.018-74.026, 74.029-74.036. Per un quadro completo, cf. anche qui.

(63) Cfr. sopra, nota 1.

(64) Ma fino agli inizi del nostro secolo tutta la storia può essere già ora seguita sulla base delle indicazioni bibliografiche del Besta, cfr. E. Besta, Per la storia del giudicato, pp. 69-71.

(65) Il primo a sollevare dubbi sulla genuinità di alcuni documenti della silloge cagliaritana è il Papenbroeck, il quale, seppure con molta cautela, avanza l'ipotesi che almeno una parte di essi sia stata confezionata addirittura nella prima metà del secolo XVII (Acta Sanctorum Aprilis, tomus III, 1675, p. 214).

(66) Sono editi dal Tola (in modo del tutto insoddisfacente) i seguenti documenti: Solmi 1 (CDS, doc. 8, pp. 154-155), Solmi 4 (CDS, doc. 35, p. 204), Solmi 6 (CDS, doc.74, p. 227), Solmi 11 (CDS, doc. 29, pp. 323-324), Solmi 12 (CDS, doc. 30, pp. 324-326), Solmi 20 (CDS, doc. 32, p. 328).

(67) Un confronto che tornerà utile anche al diplomatista. Così, a esempio, le osservazioni del Solmi sull'aspetto formale delle pergamene cagliaritane e sull'organizzazione delle cancellerie giudicali sono ancor oggi, per buona parte, largamente condivisibili, cfr. A. Solmi, Le carte volgari, p. 24 ss.

(68) Cfr. sopra, nota 15.

(69) A. Solmi, Le carte volgari, 35 (1905), p. 273. Il giudizio aprioristico di assoluzione delle pergamene cagliaritane porta il Solmi ad esprimere valutazioni paleografiche del tutto gratuite: "La scrittura offre una bella minuscola romana <carolina>, di finissima fattura e generalmente regolare, con qualche tendenza verso le forme angolose, a mano a mano che ci accostiamo al secolo XIII. Le carte più antiche, che sono anche più brevi, hanno normalmente la scrittura più piccola e regolare, meno frequenti le abbreviazioni, più semplice e chiara la dizione. Solo quella segnata col nr. II <cfr. sopra, nota 62: perg. 17, Solmi 2> porge una lettera più libera e sciolta, ma che pur tuttavia conserva i caratteri della sua antichità e della comune chiarezza. La lettera si fa più ampia e ingrossata non appena si viene al secolo XIII, dove le abbreviazioni sono più frequenti, la scrittura alquanto più libera, benché sian sempre mantenute la chiarezza e, in parte, la semplicità degli antichi modelli nativi" (Ibid., p. 275). Il Solmi, in altre parole, nel prendere atto che le nostre pergamene vanno inserite in un periodo compreso tra l'inizio del secolo XII e i primi decenni del XIII, si sforza di cogliere un'evoluzione dalle forme caroline a quelle gotiche che semplicemente non c'è, essendo le nostre scritture (compresa quella di Solmi 2), come dimostrerò nel seguito del discorso, accreditabili al primo quarto del Duecento. Si tratta di un’ errata valutazione paleografica che chiunque, vedendo le scritture con occhio appena smaliziato e comunque privo di pregiudizi, avrebbe potuto denunciare. E, in mancanza di sopralluoghi in archivio, anche il Bresslau nel suo Handbuch der Urkundenlehre avalla in modo perentorio il giudizio del Solmi: "nell’ archivio arcivescovile di Cagliari è conservata una numerosa e ininterrotta serie di documenti in lingua sarda dei secoli XII e XIII, indubbiamente originali, che solo qualche tempo fa sono stati pubblicati in maniera attendibile", cf. H. Bresslau, Manuale di diplomatica cit, p. 1005.

(70) E. Cau, Note e ipotesi sulla cultura in Sardegna, pp. 130-131, nota 5: perg. 17, Solmi 2; perg. 12, Solmi 3; perg. 19, Solmi 4; perg. 36, Solmi 5; perg. 18, Solmi 6; perg. 4, Solmi 8. Si tenga presente che nella penultima riga della nota predetta, per uno scambio di schede, compare un malaugurato errore. Bisognerà leggere: "n. 2 datato 1215 novembre 6 (Solmi 13)" in luogo di "n. 5 datato 1225 luglio 10 (Solmi 19)". Cfr. anche: Id., Il falso nel documento privato tra XII e XIII secolo in Civiltà comunale: Libro, Scrittura, Documento. Atti del Convegno, Genova 8 - 11 novembre 1988 ("Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., 29/2, 1989), pp. 218-219, nota 3. E, a proposito di precisazioni, varrà la pena di tornare anche sul giudizio di falsità accreditato (Note e ipotesi, p. 130, nota 5) su basi paleografiche a due documenti logudoresi del 1153, conservati nell’ Archivio abbaziale di Montecassino. Sul primo dei due, munito di sigillo (AAMc, aula III, capsula XI, n. 17; CDS, doc. 59, p. 218; A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 31, pp. 191-194; T. Leccisotti, Regesti, II, n.17, p. 64; Inventaire, n. 74.010, p. 36), va senz’altro ribadita la precedente sentenza di "falso in forma di originale". Siamo di fronte a una scrittura in cui il cambio grafico appare pienamente realizzato, come mostra l’adozione delle nuove regole per facilitare la congiunzione delle lettere all’interno della parola, l’impiego pressoché costante della d onciale, l’uso degli apici per contraddistinguere le i singole. Tutto lascia credere che il documento, costruito nella prima metà del Duecento, sia opera di uno scriba operante presso il monastero di Montecassino (l’uso della c rovesciata per con- dovrebbe bastare esso solo ad escludere il coinvolgimento di una mano sarda, cfr. avanti, nota 166). In questo caso, tenuto anche conto della pregnanza dei contenuti, non è azzardato pensare che la costruzione del nuovo originale sia dipesa dalla necessità di avvantaggiare in qualche modo la parte cassinese. Più spinose sono le valutazioni del secondo documento, di pari data. Ci è pervenuto in due testimoni, pure muniti di sigillo (AAMc, aula III, capsula XI, nn. 45 e 47; CDS, doc. 60, pp. 218-219; A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 32, pp. 194-196; T. Leccisotti, Regesti, II, nn. 45 e 47, p. 76; Inventaire, n. 74.011, p. 37), che presentano un identico dettato, ma vanno accreditati a scribi diversi: quello del n. 47 usa una bella carolina del tutto coerente con la cultura grafica degli ambienti isolani (non dimentichiamo che i documenti di Montecassino di questo periodo sono tutti scritti in beneventana), quello del n. 45 impiega una grafia molto vicina alla gotica del precedente falso e quindi falso esso stesso, anche se soltanto ‘diplomatistico’ poiché quanto ai contenuti si presenta come un calco (non mancano tuttavia alcune varianti grafiche) del testimone genuino. La parentela tra il documento n. 17 e il testimone n. 45 è segnalata con evidenza plastica dalle due membrane, tanto simili tra loro quanto del tutto lontane da quella del n. 47 (ma anche da quella di altro documento sardo pure in AAMc, aula III, capsula XI, n. 48 del 1170, citato alla successiva nota 167). Piuttosto sottili e chiare anche nella parte del pelo, sono state preparate con una tecnica di gran lunga più evoluta rispetto a quella adottata nelle altre pergamene sarde conservate a Montecassino. Il tentativo di individuare le ragioni di tali anomalie dovrà inevitabilmente passare attraverso un rinnovato esame di tutta l’abbondante documentazione sarda dell’abbazia cassinese.

(71) Non sono mancati tuttavia isolati, seppure generici, cenni alle ‘anomalie’ dei nostri documenti (F.C.Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna, p. 50) o anche espliciti inviti a una certa cautela nel loro utilizzo, cfr. L. D'Arienzo, Gli studi paleografici e diplomatistici sulla Sardegna , in Stato attuale della ricerca storica sulla Sardegna, Cagliari 27-29 maggio 1982, in "Archivio Storico Sardo", 33 (1983), p. 196; R. Turtas, Gregorio VII e la Sardegna (1073-1085), in "Rivista di storia della Chiesa in Italia", 46 (1992), pp. 380-381.

(72) P. Merci, Le origini della scrittura volgare, in La Sardegna , Enciclopedia a cura di M. Brigaglia, I, La geografia, la storia, l’arte e la letteratura., Cagliari 1982, arte e letteratura, pp. 21-22; E. Blasco Ferrer, Il sardo , p. 252; Inventaire, nn. 74.018-74.024, pp. 48-54.

(73) G. Paulis, Falsi diplomatici, pp. 133-139. Il giudizio di falsità è in particolare riferito alle pergamene Solmi 2 (1114-1120), 11 (1215 giugno), 20 (1226 maggio 22): le prime due si presentano in forma di originale, la terza in forma di copia tarda. Va anche aggiunto che tale giudizio di falsità non solo fu ribadito da Paulis, ma anche esteso ad altre pergamene nel suo intervento al seminario cagliaritano dell'aprile 1998 (cfr. sopra, nota introduttiva).

(74) Cfr. sopra, nota 62.

(75) Soltanto nella pergamena di Solmi 5 la scrittura può sembrare a prima vista impaginata in parallelo al lato lungo, ma è una falsa impressione dovuta al duplice ripiegamento del lembo inferiore per dare forma alla plica.

(76) Le pergamene in cui la plica è costituita da una sola piegatura del lembo inferiore sono quelle di Solmi 6 e 8. Nella pergamena di Solmi 16 non è possibile verificare la tecnica adottata a motivo del precario stato di conservazione.

(77) Solmi 4.

(78) W. Meyer, Die Buchstaben-Verbindungen der sogenannten gothischen Schrift, Berlin 1897 (Abhandlungen der königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, Philologisch-historische Klasse, Neue Folge, Band 1. Nro. 6), pp. 6-7; S. Zamponi, La scrittura del libro nel Duecento, in Civiltà comunale , pp. 331-334. Sulla littera textualis si veda anche, dello stesso autore: Elisione e sovrapposizione nella littera textualis, in "Scrittura e Civiltà", 12 (1988), pp. 135-176.

(79) W. Meyer, Die Buchstaben-Verbindungen, pp. 6-7.

(80) S. Zamponi, La scrittura del libro, pp. 333-334.

(81) L’ itinerario (seppure più breve e riferito ai soli codici scritti e conservati nell'isola) è stato percorso con finalità diverse dalla nostra (si trattava allora di provare che le carte d'Arborea erano effettivamente delle falsificazioni poiché presentavano grafie in clamoroso contrasto con le altre scritture sarde autentiche), ma con identici risultati: "... codici sardi autentici corrispondono in tutto (scrittura e abbreviazioni) ai codici continentali", cfr. W. Foerster, Sulla questione dell'autenticità dei Codici di Arborea, in "Memorie della reale Accademia delle Scienze di Torino. Scienze morali, storiche e filologiche", serie seconda, 55(1905), p. 233. Si veda anche H. J. Wolf, Il cosiddetto ‘privilegio logudorese’, p. 43.

(82) Cagliari, Biblioteca Universitaria, ms. 278. Il condaghe, dotato di un'edizione criticamente ineccepibile, è stato anche oggetto di una valutazione paleografica che ha favorito, oltre all’ identificazione delle diverse mani, anche la denominazione e la datazione delle corrispondenti scritture (inserite in un arco di tempo che va dal secondo quarto del secolo XII alla metà del Duecento), cfr. P. Merci (a cura di), Il Condaghe di S. Nicola di Trullas, Sassari 1992 (Deputazione di Storia Patria per la Sardegna), pp. 21-24. Si tenga presente che, nella datazione delle grafie, Merci si è avvalso della collaborazione di Armando Petrucci (ibid., p. 9).

(83) Il condaghe di S. Maria di Bonarcado è nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, ms. 277, quello di S. Pietro di Silki è in BUSs, ms. 95. Su S. Maria di Bonarcado, cfr. E. Besta, Il condaghe di S. Maria di Bonarcado, in E. Besta e A. Solmi, I condaghi di S. Nicola di Trullas e di S. Maria di Bonarcado, Milano 1937 (Pubblicazioni della R. Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, 1), pp. 107-113. La ristampa dell'edizione del Besta, a cura di Maurizio Virdis, presenta alcune indicazioni paleografiche e diplomatistiche di Olivetta Schena, cfr. Il Condaghe di S. Maria di Bonarcado. Ristampa del testo di Enrico Besta riveduto da M. Virdis, Oristano 1982 (il saggio di Schena è a pp. XLIII-LXIII). Su S. Pietro di Silki, cfr. G. Bonazzi, Il Condaghe di San Pietro di Silki .; E. Besta, Appunti cronologici sul condaghe di San Pietro in Silchis, in "Archivio Storico Sardo", 1 (1905), pp. 53-61.

(84) G. Meloni - A. Dessì Fulgheri (con presentazione di M. Luzzati), Mondo rurale e Sardegna del XII secolo. Il Condaghe di Barisone II di Torres, Napoli 1994 (Nuovo Medioevo 37. Collana diretta da M. Oldoni), pp. 125-217, con facsimili di tutto il codice superstite tra le pp. 138 e 139.

(85) Indagini a tappeto, e comunque diverse da quelle qui intraprese in modo strumentale, dovranno essere condotte per poter finalmente comporre una storia coscienziosa della scrittura in Sardegna tra XI e XIII secolo e anche per verificare l'eventuale presenza di singolarità grafiche che consentano di differenziare (ammesso che ciò sia possibile) le scritture impiegate nei diversi giudicati. Non si potranno non tenere presenti il censimento dei prodotti in lingua sarda effettuato di recente da Eduardo Blasco Ferrer (E. Blasco Ferrer, Les plus anciens monuments , pp. 114-116; Il Sardo, pp. 252-259), le schede dell' Inventaire più volte citato, (schede nn. 74.001 - 74.036, pp. 23-66) e l’ancora utile panorama di Oscar Schultz ( Über die älteste Urkunde in sardischer Sprache und ihre Bedeutung, in "Zeitschrift für Romanische Philologie", 18, 1894, pp. 138-158), per poter giungere al recupero integrale del lascito librario e documentario della Sardegna nei secoli XI-XIII. Sono anche utili al riguardo le indicazioni archivistiche in G. Todde, La storia della Sardegna negli archivi europei, in Enciclopedia a cura di M. Brigaglia, I,, storia. pp. 142-146. Occorre ricucire un filo paleografico che, fondato su scritture sicuramente datate e databili, potrà anche rendere meno impervio il compito di chi vorrà studiare (o ristudiare) i condaghi sardi nel tentativo di comporre cronologie, il più possibile credibili, degli atti in essi registrati. Penso soprattutto a quello zibaldone di scritture che è il condaghe di S. Maria di Bonarcado: bibliografia a nota 83.

(86) ACPi, n. 334 (1112 aprile 22, Porto Torres), cfr. M.Tirelli Carli, Carte dell'archivio Capitolare di Pisa, 4. 1101-1120, Roma 1969 (Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII, 4), doc. 54, pp. 120-121: "Bonizo, abate di San Michele di Plaiano, promette a Carlo, sacerdote e canonico della Chiesa di Santa Maria di Pisa di non ostacolare in alcun modo la chiesa pisana nel possesso di S. Michele di Plaiano". Il documento è vergato in minuscola posata su di una pergamena, rigata con il "metodo sardo", per mano di uno scriba pisano (presumibilmente un notaio; lo scrittore non è comunque l’ abate Bonizo, come si sostiene in G. Zanetti, Per una storia dei Vallombrosani in Sardegna. Rettifiche storiche e cronologiche preliminari, in "Studi Sassaresi", 30, 1965, p. 178), presente a Porto Torres al seguito del canonico Carlo ("in domo canonicorum in qua Carolus iacebat infirmus"). Risulta adottato lo stile pisano dell'incarnazione: "Anno dominice incarnationis .MCXIII., decimo kalendas maii, indictione .V. ". Cfr. anche nota 90. L’analisi di questa, come delle sottoscrizioni che seguono, andrà inserita nel panorama italiano, in più passaggi ricomposto e illustrato da Armando Petrucci e Carlo Romeo, con particolare riferimento all’altomedioevo, ma con utili indicazioni anche per i tempi delle nostre scritture (A. Petrucci, C. Romeo, "Scriptores in urbibus". Alfabetismo e cultura scritta nell’Italia altomedievale, Bologna 1992).

(87) ASFi, Diplomatico Camaldoli, 1112 aprile 30, cfr. CDS, doc. 13, p. 186 (alla data 1113 aprile 30); L. Schiaparelli e F. Baldasseroni (a cura di), Regesto di Camaldoli, doc. 735, pp. 48-49: Costantino re de Laccon, con la moglie Marcusa regina de Gunale, dona a S. Salvatore di Camaldoli la chiesa di S. Pietro de Iscanu. Su altre congetture croniche, cfr. G.Zanetti, I Camaldolesi in Sardegna , p. 40, nota 7; P.F. Kehr, Regesta , X , p. 445; G. Vedovato, Camaldoli, pp. 70-71. Questo documento, scritto dal presbitero Furatus (cfr. avanti, testo in corrispondenza di nota 91), su pergamena regolarmente convalidata (del sigillo deperdito rimane il cordoncino nella plica) e rigata con il "metodo sardo", si correla ad altro, incompleto (privo di datazione e di sigillo), con il quale "C(onstantinus) Dei gratia imperator Turrensis regni", insieme alla moglie Marcusa, dona la medesima chiesa a Camaldoli, precisando che nel patrimonio donato sono compresi "mille berbece et quingenti porci et .XXX. vacce” (ASFi, Diplomatico Camaldoli, sec. XI, 2; cfr. L. Schiaparelli e F. Baldasseroni, Regesto di Camaldoli n. 736, p. 49). Questo secondo documento, vergato in una carolina coeva, di ispirazione libraria (non è "in magnifica scrittura notarile del sec. XIV", come dice la Zanetti, ibid., Appendice, doc. 1, pp. III-IV; riproduzione a p. LXXVIII), ha tutte le sembianze di una costruzione elaborata su committenza camaldolese per integrare la donazione sincrona (e genuina) in cui nulla si diceva sulla consistenza del patrimonio della chiesa di S. Pietro. Che lo scriba sia continentale lo dimostra l'accreditamento al re/giudice Costantino dell'anacronistica qualifica di ‘imperator’ e una politezza del dettato, in lingua latina, assolutamente estranea alla cultura sarda dei primi decenni del secolo.

(88) Cf. anche tav. 3b. (parte finale del documento), ASFi, Diplomatico Camaldoli, 1112 dicembre 13. Cfr. note 59 e 92.

(89) ASGe, Archivio Segreto, 2720. Materie politiche. Privilegi, concessioni, trattati diversi e negoziazioni (958-1177), mazzo 1, n. 10, due originali (1131 dicembre, Oristano). Sui contenuti, sulla complessa tradizione di questo documento e sul notaio Bongiovanni (genovese o comunque continentale), cfr. note 35-38, 93 e il testo ad esse corrispondente.

(90) "+ Ego Bonitho Plaianensis abbas in hac cartula a me facta suscripsi", cfr. nota 86 e tav. 2a.

(91) "Ego Petrus episcopus Bosane Ecclesie confirmo et manu mea supscribo", cfr. sopra, nota 87 e tav. 2b. Vicinissima a questa nell'impianto e nella morfologia delle singole lettere è la sottoscrizione di Alberto vescovo di Sorres ? "Ego Albertus episcopus Sorane Ecclesie confirmo et subscripsi. <-b- corr. da p>” ?, presente in un doc. del 1113 ottobre 29, Ardara (ASFi, Diplomatico Camaldoli), cfr. CDS, doc. 17, pp. 189-191 (alla data 1113 ottobre 28); L. Schiaparelli e F. Baldasseroni (a cura di), Regesto di Camaldoli, doc. 752, p. 57; si veda anche G. Zanetti, I Camaldolesi in Sardegna, pp. 84-87; P. Merci, Il Condaghe di S. Nicola di Trullas, pp. 12-13. Il documento è vergato, su pergamena predisposta secondo il "metodo sardo", dal presbitero Furatus; cfr. avanti, testo in corrispondenza di nota 97.

(92) "+Ego Marinus episcopus Bosane Ecclesie <segue ep(iscopu)s cassato con tre tratti di penna> subscripsi". Cfr. note 59, 88 e tav. 3b.

(93) È presente in ambedue gli originali sopravvissuti. Più essenziale in uno ("+ Ego Petrus archepiscopus <così> subscripsi") più elaborata nell'altro ("Ego Petrus Dei gratia archiepiscopus subscripsi"), cfr. note 35-38, 89 e tav. 2c. Non dissimile da questa è la subscriptio di Pietro de Cannetu, arcivescovo di Torres (" +Ego archiepiscopus Petru de Cannetu subscripsi et confirmavi"), attestata in un documento del 1134 in AAMc, aula III, caps. XI, n. 53, cfr. CDS, doc. 38, pp. 205-206 (senza data); A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 20, pp. 173-174; T. Leccisotti, Regesti, II, n. 53, p. 79; Inventaire, n. 74.008, p. 34; cfr. avanti, nota 103. Merita anche una particolare attenzione la sottoscrizione di Bernardo, vescovo di Galtellì, apposta in un documento del 1142 ottobre 15, rogato a Pisa (" + Ego episcopus Bernardus in hac cartula a me rogata subscripsi"), immediatamente di seguito a quella di Baldovino cardinale e arcivescovo pisano, cfr. ASPi, Diplomatico Primaziale, 1143 ottobre 15, corta, cfr. CDS, doc. 51, pp. 213-214 (alla data 1143 ottobre 15). Un felice accostamento, sul piano paleografico, che consente di verificare in modo plasticamente evidente come le due scritture, pur con inchiostri diversissimi, sanzionino una sorprendente analogia e facciano riferimento a una comune ispirazione.

(94) L'osservazione circa l'esclusività della sottoscrizione di Gonnario è già in R. Turtas, L'arcivescovo di Pisa p. 203.

(95) Altra riproduzione in G. Meloni - A. Dessì Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna , pp. 96, 133, nota 21: " +In nomine Domini, amen <a- corr. da s alta>. Ego iudice Gunnari scripsi". ASPi, Diplomatico Primaziale, 1131 marzo 6, lunga, cfr. CDS, doc. n. 40, pp. 206-207: "Gonnario, giudice di Torres, figlio del fu Costantino pure giudice, dona alla Chiesa pisana una serie di beni e diritti, dettagliatamente elencati".

(96) Non sono state prese in considerazioni le scritture di vescovi sardi attestate in altri documenti di questo stesso periodo, poiché, pur essendo inserite in contesti genuini ed essendo espresse in forma soggettiva, non sono da considerarsi autografe. Così è per le numerose sottoscrizioni presenti in un documento dell' ASFi, Diplomatico Camaldoli, 1112 dicembre 16, di cui è sopravvissuta soltanto una copia semplice imitativa, che può essere accreditata agli ultimi decenni del secolo XII, cfr. L. Schiaparelli e F. Baldasseroni (a cura di), Regesto di Camaldoli, doc. 745, pp. 52-53 (sec. XII-XIII); G.Zanetti, I Camaldolesi in Sardegna , doc. III, pp. VII-XI.; P.F. Kehr, Regesta , X , n. 9, p.429; G. Vedovato, Camaldoli, n. IV.4, pp. 261-264. La nostra proposta di datazione della copia si fonda esclusivamente sul dato paleografico: Schiaparelli (p. 53) la inserisce nei decenni a cavallo tra i secoli XII e XIII, mentre Zanetti (p. VII), su segnalazione di altri, non esclude un trasferimento al XIV secolo e Vedovato (p. 262) la colloca addirittura nel XV. Altrettanto dicasi di un' altra sequela di vescovi sardi inseriti in un documento dell'ASPi, Diplomatico Coletti, 1128 settembre 3, lunga (ma la data, computata secondo lo stile pisano, andrà ricondotta al 1127 settembre 3): nella stessa pergamena segue altro documento, in copia, del 1082 marzo 18, cfr. P.F. Kehr, Regesta X: Calabria-Insulae , p. 433; E. Besta, Il Liber Iudicum Turritanorum con altri documenti logudoresi, Palermo 1906, doc. 1, pp. 14-15; R. Turtas, L'arcivescovo di Pisa, p. 185 ss.

(97) Un antroponimo, quello di Furatus, che basta esso solo, tenuto conto della sua larga diffusione nell'isola nel XII e XIII secolo, a segnalare in modo sicuro l'origine sarda del nostro scriba, cfr., a esempio, P. Merci, Il Condaghe di San Nicola di Trullas, indice a p. 329; G. Meloni - A. Dessì Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna , indice a p. 210.

(98) Cfr. nota 87.

(99) Cfr. nota 91.

(100) AAMc, aula III, caps. XI, n.14 (1120 maggio 24, Ardara), cfr. CDS, doc. 28, pp. 199-200; A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 5, pp. 140-142; T. Leccisotti, Regesti, II, n. 14, pp. 62-63; Inventaire, n. 74.003, p. 28. Facsimile in F.C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde , Appendice, foto 3.

(101) Si osservi anche come i legamenti presenti nella subscriptio finale del doc. 1112 aprile 30 (-ri- di iscripsi; ei- di eius), nel momento in cui vengono abbandonati quasi del tutto nel dettato, mostrano la solida professionalità di uno scriba che sa costruire la pagina in modo sorvegliato, impedendo che cadano in essa contaminazioni che sono invece comprensibili nella scrittura a penna corrente della propria sottoscrizione. Comprensibili ma tutt'altro che ‘obbligatorie’, tant'è che nella subscriptio del doc. 1113 ottobre 29 non compare alcuna legatura.

(102) Tav. 4. È qui riprodotto parzialmente il documento del 1122 (?) aprile 25, Ardara; AAMc, aula III, capsula XI, n.16, cfr. CDS, doc. 12, p.185 (alla data 1113 aprile 25); A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 12, p. 153-155; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 16, p.63; Inventaire, n. 74.006, p. 32 ("Ed ego Melaci iscrixi sta car[t]a inperando me donnu meu iudice Gostantine de Laccon"). Gli altri documenti scritti da Melacio, pure provenienti dalla cancelleria del giudicato di Torres, sono conservati nello stesso archivio. Capsula XI, n. 15, 1122 (?), cfr. CDS, doc. 16, pp. 188-189 (alla data 1113); A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 16, pp. 162-165; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 15, p. 63; Inventaire, n. 74.007, p. 33. Capsula XI, n. 38, 1120 marzo 24 (?), cfr. CDS, doc. 46, pp.210-211; A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 10, p. 149-151; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 38, p.73; Inventaire, n.74.004, p. 29; sulla datazione, alquanto controversa, cfr. anche H. Dormeier, Montecassino und die Laien im 11. und 12., Stuttgart 1979 (Schriften der Monumenta Germaniae Historica, 27), p. 51, nota 198. Capsula XI, n.46, 1127 settembre 13, cfr. CDS, doc. 15, pp.187-188 (alla data 1113 settembre 13); A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 19, pp. 170-172; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 46, p.76.

(103) A un Costantino de Matrona va accreditato un documento del 1120 (?), pure conservato in AAMc, aula III, capsula XII, n.5, cfr. CDS, doc. 11, p. 185 (alla data 1133); A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 9, pp. 147-148; Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 5, p. 87; sulle diverse datazioni accreditate al documento, cfr. Inventaire, n. 74.002, p. 27 e H. Dormeier, Montecassino, pp. 51-52, nota 201. Conferma la sostanziale staticità del quadro grafico almeno un altro documento del 1136 maggio 20, Ardara; è scritto da uno scriba di elevata professionalità (le iniziali presentano intrecci ed elaborazioni zoomorfe in cui sono evidenti suggestioni di ambiente librario), anch'egli del tutto ancorato alla tradizione precedente (sono tuttavia abbandonati i legamenti corsivi e si coglie una maggiore attenzione all'unità grafica delle singole parole): AAMc, aula III, capsula XI, n. 12, cfr. CDS, doc. 45, p. 210; A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 22, pp. 177-179; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 12, p. 62; Inventaire, n. 74.009, p. 35; una riproduzione è in F. C. Casula, Cultura e scrittura nell’ Arborea al tempo della Carta de Logu, in G. Todde, A. Sanna, F. C. Casula, G. Olla Repetto, F. Cherchi Paba, G. Farris, Il mondo della Carta de Logu, Cagliari 1979, tavola tra p. 80 e p. 81 (la didascalia è però errata). Identiche considerazioni valgono per il documento del 1134, menzionato alla precedente nota 93, in cui troviamo usata la et tachigrafica insieme alla forma per esteso.

(104) Tav. 5.

(105) Per la descrizione della tipizzazione romanesca, cfr. P. Supino Martini, Roma e l'area grafica romanesca (secoli X-XII), Alessandria 1987 (Biblioteca di Scrittura e Civiltà,1), pp. 34-39.

(106) Su questa e altre pergamene sarde di fondazioni di chiese, cf. qui.

(107) Tra i molti mi limito a ricordare quattro documenti dei giudici di Cagliari, scritti da notai pisani: due, della stessa mano, del 1103 maggio, un terzo del 1107/1108, l'ultimo del 1130 febbraio 13. A operatori esterni sembrano doversi pure accreditare gli atti di cui sono autori i vescovi dell'isola: una loro valutazione, seppure cursoria, segnala una forte dipendenza dalle coeve esperienze italiane sia sul piano diplomatistico sia, ed è quello che qui particolarmente interessa, sul piano paleografico, con particolare attenzione ai modelli librari. Risulta, a questo riguardo, particolarmente indicativo il privilegio di Azzone arcivescovo di Torres del 1112 dicembre 13, per il quale cfr. sopra, nota 59. Un'esaustiva indagine paleografica e diplomatistica dei documenti vescovili della Sardegna andrà condotta tenendo presente ancora una volta il ruolo che nel loro allestimento può aver avuto il destinatario. Per studiare questa categoria di atti potranno forse portare suggerimenti utili i contributi citati alla precedente nota 52 e anche, per gli opportuni confronti: P. Cancian (a cura di), La memoria delle Chiese. Cancellerie vescovili e culture notarili nell’Italia centro-settentrionale (secoli X-XIII), Torino 1995 (I Florilegi, 4), ma, soprattutto, gli atti dell’VIII congresso internazionale di Diplomatica: Die Diplomatik der Bischofsurkunde vor 1250, hg. Ch. Haidacher und W. Köfler. Referate zum VIII. Internationalen Kongress für Diplomatik. Innsbruck, 27. September – 3. Oktober 1993, Innsbruck 1995, con particolare attenzione ai contributi ‘italiani’ di G. G. Fissore, pp. 281-304 (area subalpina), M. F. Baroni, pp. 305-317 (Milano), G. Rabotti, pp. 319-330 (Ravenna), S. P. P. Scalfati, 331-346 (Corsica), A. Ghignoli, pp. 347-363, (Siena), G. Nicolaj, pp. 377-392: denso di aperture storiografiche e di elaborazioni concettuali (si vedano, a esempio, le pp. 378-379 sul significato di cancelleria), è quest’ultimo il primo tentativo di valutazione sistematica della produzione vescovile in Italia dall’età longobarda al XIII secolo. Sarà infine di fruttuosa lettura un recente saggio di Gian Giacomo Fissore, che, seppure riferito ad Ivrea, e quindi a un contesto lontano da quello sardo, non solo presenta un quadro aggiornato della letteratura sull’argomento, ma offre anche spunti e suggerimenti di grande valore: G. G. Fissore, Vescovi e notai: forme documentarie e rappresentazione del potere, in Storia della Chiesa di Ivrea dalle origini al XV secolo, a cura di G. Cracco, con la collaborazione di A. Piazza, Roma 1998, pp. 867-923.

(108) Sui codici musicali, cfr. G. Mele, Note storiche e paleografiche, pp. 137-176. Il benemerito programma avviato da Giampaolo Mele (con la collaborazione e l’autorevole consulenza di Bonifacio Baroffio, del quale si legga un contributo sull'argomento in questo stesso volume) per il reperimento, la schedatura e lo studio dei codici liturgici (integri e frammentari) presenti in Sardegna, andrebbe esteso a tutta la produzione libraria. Il deposito più consistente rimane quello della Biblioteca Arborense del Convento S. Francesco di Oristano, dove sono conservati diversi frammenti di grandi bibbie dell' XI e del XII secolo. A questo riguardo segnalo (ammesso che non sia già noto) un altro frammento di bibbia atlantica conservato presso il Museo Diocesano di Ozieri. Consiste nella parte mediana di una singola carta (poco leggibile nel recto), scritta in una carolina accreditabile ai decenni a cavallo tra XI e XII secolo, che ci tramanda alcuni passi del Libro di Ester (c. 1r, 1a col.: Est 1,8- , 2a col.: Est 1,17- ; c. 1v, 1a col., Est 2, 5-8, 2a col.: Est 2, 12-15). I dati paleografici su questo e altri eventuali frammenti sardi di bibbie atlantiche andranno filtrati attraverso l’ampia bibliografia riportata in P. Supino Martini, Roma , pp. 25-33. Sui libri sardi relativi alla Sardegna cfr. anche M. Ceresa, La Sardegna nei manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana, Cagliari-Città del Vaticano 1990 (Deputazione di Storia Patria per la Sardegna. Fonti e testimonianze storiche, 1).

(109) Anche sul versante musicale non è possibile a tutt'oggi rilevare collegamenti sicuri tra la Sardegna e l'area beneventana. E ritengo che sia davvero improbabile aspettarsi che i rapporti tra i due mondi, celebrati dalla storiografia, possano trovare "conferme nella tradizione manoscritta", come auspica Giampaolo Mele in Note storiche e paleografiche, p. 168. Non una sola reliquia di codici in beneventana è stata finora trovata in Sardegna, a fronte di altri (seppure non numerosi) frammenti di libri in carolina rinvenuti o segnalati. Il fenomeno ancor più sorprende se consideriamo che i libri in beneventana ebbero una vasta diffusione anche nei territori dell'Italia centro-settentrionale e Oltralpe e quindi ben oltre il territorio in cui furono prodotti. Basterà scorrere il repertorio di Virginia Brown, pubblicato come appendice alla seconda edizione del Lowe (E.A. Loew, The Beneventan Script. A History of the South Italian Minuscule. Second Edition prepared and enlarged by V. Brown, I, Text, II, Hand List of Beneventan Mss., Roma 1980, Sussidi eruditi, 33-34) e, per i titoli più recenti, la BMB. Bibliografia dei manoscritti in scrittura beneventana, voll. 6, Roma, Viella, 1993-1998.

(110) Cfr. sopra, note 97-103 e testo corrispondente.

(111) A. Solmi, Le carte volgari , 36 (1905), pp. 24-32; F. C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde , pp. 1-99.

(112) ADMar, 1. H. 88., n. 427, cfr. M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde de l’abbaye de Saint-Victor de Marseille écrite en caractères grecs, in "Bibliothèque de l’ École des chartes", 35 (1874), pp. 255-265, con facsimile. Cf. qui.

(113) ACPi, n. 110 (1108). Cfr. CDS, doc. 25, pp. 197-198 (alla data 1119), che lo trascrive da Muratori. Non è noto al Caturegli (lo ignora nel suo Regesto della Chiesa di Pisa) e risulta ancora "inesistente" nel 1973, quando Emma Falaschi pubblica il secondo volume delle carte dell'Archivio Capitolare. Rintracciato nel 1978 da Raffaello Volpini, che negli ultimi anni settanta stava lavorando, su incarico di Cinzio Violante, alla revisione e all'integrazione delle precedenti edizioni delle carte pisane, risulta ora collocato regolarmente al suo posto. Cfr. N. Caturegli (a cura di), Regesto della Chiesa di Pisa, Roma 1938 (Regesta Chartarum Italiae, 24); E. Falaschi (a cura di), Carte dell'Archivio Capitolare di Pisa, 2(1051-1075), Roma 1973 (Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII,2), pp. IX-X, nota 5. Non è censito in Inventaire (cfr. avanti, nota 173).

(114) ADMar, 1. H. 88, n.428 (sec. XII ex.), cfr. G. Contini, La seconda carta sarda di Marsiglia, in Studi letterari-filosofici-storici, Milano 1950 (Studia Ghisleriana, serie II, vol.1), pp. 61-79. Sui contenuti del nostro documento e sulla sua datazione, cfr. A. Boscolo, L'abbazia di San Vittore, Pisa e la Sardegna, Padova 1958 (Pubblicazioni della Deputazione di Storia Patria per la Sardegna), pp. 61-62. Il documento, benché dopo l'edizione di Contini fosse entrato nel dibattito storiografico sardo (oltre a Boscolo, si veda, a esempio F.C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde, p.14, nota 20, dove peraltro il documento viene confuso con altro, in lingua latina, del 1089, pure conservato in ADMar sotto la segnatura 1. H. 61, n. 291, corrispondente a CDS, doc. 16, pp. 160-161), stranamente non risulta menzionato in Genealogie medioevali di Sardegna, pp.309, 341-342. L'utilizzo di questo documento avrebbe consentito, se è vera l'ipotesi di Boscolo (ibid., p. 62, nota 21), di anticipare all'ultimo decennio del secolo XII la comparsa di Adalasia come moglie di Salusio di Lacon, che nelle Genealogie viene invece inserita soltanto nel 1200 sulla base della datazione, 1200-1212, che Solmi accredita a due documenti (nn. 9 e 10) dell'Archivio arcivescovile di Cagliari. Ma questi ultimi sono stati successivamente retrodatati dallo stesso Solmi al 1190-1200 (cfr. sopra, nota 62).

(115) Contribuiscono a rafforzare i dubbi posti dalla scrittura alcune note interlineari, aggiunte nella parte finale per intervento di mano diversa da quella che ha steso il dettato principale. Il nostro documento, sicuramente dipendente da un antigrafo genuino, andrebbe dunque considerato come un rifacimento allestito su committenza di S. Maria di Pisa, rinvigorito dal riutilizzo del sigillo dell'originale (di cui permangono evidenti le tracce), nel tentativo di precisare meglio o di perfezionare alcuni passaggi del testo. La verosimiglianza di interpolazioni e aggiunte è rinfrancata dal fatto che il nostro documento segnala un consistente trasferimento di beni, su una parte dei quali non è davvero difficile pensare che siano sorte controversie nei decenni successivi. E, a proposito di documenti sospetti, attenzioni particolari sul piano diplomatistico andranno anche riservate a un altro documento dell'Archivio di Stato di Pisa del 1177 maggio 28 (Diplomatico S. Lorenzo alla Rivolta, di cui restano due testimoni, l'uno zeppo di correzioni e aggiunte (1178 maggio 28, corta), l'altro in pulito (1178 maggio 28, lunga). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una composizione ibrida, gestita, come tutto lascia credere, dal destinatario (l’ospedale pisano di Ponte Stagno). Del documento abbiamo una trascrizione del Tola, condotta soltanto sull’esemplare in pulito (CDS, doc. 108, pp. 250-251, alla data 1178 maggio 28). Cfr. anche avanti, nota 167.

(116) Cfr. sopra, nota 114.

(117) Così, l’addossamento su lettera successiva delle lettere concave verso destra si realizza in pochi casi isolati (regola Zamponi, cfr. sopra, nota 80), mentre non si colgono altri accostamenti che possano in qualche modo rientrare nell’ambito delle norme di cui si è detto alle precedenti note 78-80.

(118) Per cogliere il clima grafico degli anni a cavallo tra XI e XII secolo basterà tenere presenti alcuni documenti riguardanti i rapporti tra l’abbazia di S. Vittore e la Sardegna, documenti che, chiaramente gestiti da scrittori non sardi, sono tutti in carolina. Cf. qui.

 

Scrineum
© Università di Pavia 1999