3. Sospetti antichi e recenti sulle carte volgari di Cagliari.
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32. Gruppo A. È quello di gran lunga più numeroso. In esso possono essere inserite, oltre a Solmi 4, altre nove pergamene, comprese in un arco temporale di quasi cent'anni, dal 1121-1129 al 1217 aprile 20 (119). Tre di esse si prestano ad essere valutate come ‘campioni’ significativi in forza della datazione che dichiarano o che la storiografia ad esse accredita: l'una, già sopra esaminata, del 1121-1129 (120), l'altra del 1160 circa (121), la terza del 1215 novembre (122).
Dobbiamo, in altre parole, verificare se la pergamena inserita nella zona centrale del secolo XII e quella datata all'inizio del Duecento possono indossare senza stonature lo stesso abito scritturale che abbiamo confezionato per la pergamena di inizio secolo XII, dalla quale eravamo partiti. La risposta è senz’altro affermativa. Identico è il livello di adesione alle regole della rotunda, identiche le modalità di imprimere un’impronta cancelleresca al tessuto grafico, allungando verso il basso lettere che normalmente poggiano sul tratto inferiore di base (in particolare f e s alta), comuni sono le modalità di impaginazione (un’adesione diligente alla rigatura a secco predisposta sul recto e un impiego ben collaudato dei trattini per l’ ‘a capo’, rappresentati con un sottilissimo tratto di penna rivolto all’insù). Si osservi ancora come in tutti e tre i documenti la pur larghissima adozione della nota tironiana per et non impedisca l'uso della forma per esteso (123) e come siano uguali le modalità con cui viene applicata la regola del Meyer sulla sovrapposizione delle curve contrapposte. Ponendo attenzione alla morfologia delle lettere, varrà la pena di segnalare l’identico tratteggio di a, g tracciata in più tempi, s rotonda spesso usata in fine di parola con l'asse sbilanciato verso sinistra, z caudata usata in alternanza a quella in forma di c con saetta. In una simile atmosfera si distingue come segnale particolarmente eloquente l'identico disegno della N maiuscola in tre tempi (124): il tratto mediano congiunge con traiettoria orizzontale la parte inferiore dei due segmenti verticali, il secondo dei quali si incurva leggermente verso destra. Per quanto riguarda il formulario, che pure risponde fedelmente alle consuetudini proprie della cancelleria cagliaritana, si segnala come altro importante elemento di comunione l'impiego della lingua latina, invece che della sarda, nell'invocazione .
A queste tre si apparentano senza difficoltà anche le altre sette pergamene (125), che vanno ricondotte alla stessa mano o, al massimo, a mani tra loro vicinissime e comunque sicuramente coeve (126).
Per quanto riguarda il problema dei tempi in cui possono essere state costruite limitiamoci per ora a osservare che incrociando le valutazioni paleografiche e l'esplicita datazione dichiarata da alcune di esse (Solmi 13, 14, 16, 17, 18) dobbiamo trasferirci almeno ai decenni iniziali del Duecento.

33. Gruppo B. In questo gruppo abbiamo inserito tre pergamene con datazioni esplicitamente dichiarate: due del 1215 (127) e una del 1225 (128), tutte caratterizzate, come quelle del gruppo A, dall'invocazione verbale in lingua latina. Presentano uno stadio di evoluzione della rotunda meno evoluto rispetto ad A (la regola del Meyer sulla sovrapposizione di curve contigue e contrapposte è adottata con minor consapevolezza e rigore) e si caratterizzano per l'utilizzo in alcuni casi di una S maiuscola raddoppiata che non risulta presente nelle altre pergamene cagliaritane. Ad accomunare le due pergamene del 1215 (sicuramente della stessa mano) a quella di un decennio posteriore è anche il legamento st con il tratto di congiunzione tra le due lettere sviluppato con un inusuale e caratteristico motivo a dentelli. Non mancano elementi disgiuntivi tra le due pergamene coeve e quella del 1225 (nelle prime la s, sia alta sia rotonda, la f , nonché, seppure in modo meno significativo, la r scendono sotto il rigo di base , mentre nella scrittura del 1225 il loro allineamento è costante), che potrebbero tuttavia giustificarsi con il decennio che separa le une dall’altra. Le scritture sono comunque coerenti con le datazioni riportate nei rispettivi dettati.

34. Le altre quattro pergamene presentano individualità talmente spiccate da non consentire apparentamenti di sorta. È giocoforza dunque attribuirle ad altrettante mani.
Mano C. Questo scriba, autore di un documento accreditato su basi contenutistiche al 1114-1120 (129), si esprime con una scrittura accuratamente impaginata, pretenziosa, di richiamo librario, che conosce e adotta la regola sulla sovrapposizione delle curve contrapposte. L'utilizzo coerente di tale norma insieme alla costruzione a segmenti delle singole lettere (particolarmente eloquente è a questo riguardo la g) bastano da soli a definire uno scriptor ben addentro nelle tecniche proprie della textualis la cui operosità non sembra potersi inserire prima dei decenni iniziali del Duecento.
Mano D. Il documento vergato da questa mano è inserito dalla storiografia in un periodo compreso tra il 1190 e il 1212 (130). Un riferimento temporale che in linea di massima non sembra porsi in contrasto con i caratteri della grafia anche se il fatto che le lettere non presentino la rigidità e la spezzatura di altre scritture coeve e soprattutto che non risulti applicata in maniera del tutto coerente la regola del Meyer sulle curve contrapposte induce a preferire una datazione più vicina al 1190 che non al 1212 (131). Al contrario di quello che abbiamo verificato negli altri casi, si coglie qui con chiarezza la tendenza ad adattare la scrittura a uno schema bilineare, così come emerge una più assidua adozione dei sistemi abbreviativi.
Mano E. Tra tutte le mani è quella più legata alla tradizione e comunque meno sperimentata nell'adozione delle regole proprie della textualis. Mentre dobbiamo constatare che, come nel caso precedente, il giudice Salusio e la moglie Adalasia ci introducono negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo, torna anche qui comodo l’arretramento all’ultimo decennio del XII secolo operato dal Solmi (132).
Mano F. Dissomigliante da tutte le altre, si esprime con una scrittura artificiosa e appariscente, di impianto cancelleresco (133). Anche in questo caso, come in quello della mano C, dobbiamo prendere atto di una divaricazione significativa tra il vocabolario grafico e la datazione dedotta dagli elementi interni, che segnalano un periodo compreso tra il 1114 e il 1120. La compilazione del documento andrà almeno trasferita ai decenni iniziali del Duecento, come suggeriscono alcune opzioni grafiche (attenzione ai collegamenti fra le lettere di una stessa parola, adozione della più volte citata regola del Meyer sulle curve contrapposte, impiego generalizzato della d onciale). Peculiare di questa mano è l'impiego abbastanza largo di accenti con un’ampiezza inconsueta e con modalità di cui non è sempre facile intendere la ratio (134).

35. Riassumendo, possiamo dire che i dati paleografici, se da un lato sono sostanzialmente coerenti con le indicazioni croniche (esplicitamente indicate nei dettati o proposte su congettura) dei documenti del gruppo B (Solmi 11, 12, 19, aa.1215-1225), e di quelli delle mani D (Solmi 9, aa.1190-1200) ed E (Solmi 10, 1190-1200), ci portano invece, per quanto riguarda le pergamene del gruppo A, a inserire nei primi decenni del secolo XIII non solo, ovviamente, i documenti la cui datazione a tale periodo indirizza (Solmi 13, a.1215; 14, a.1215; 16, a.1217; 17, a.1217; 18, 1217), ma anche quelli accreditati dalla storiografia al secolo precedente (Solmi 4, a.1121-1129; 5, 1130 circa; 6, 1130-1140, due originali; 8, 1150-1160). L'esame della scrittura ci induce anche a traslocare almeno ai primi decenni del secolo XIII l'operosità delle mani C (Solmi 3) e F (Solmi 2), i cui rispettivi documenti sono invece accreditati dagli storici agli anni compresi tra il 1114 e il 1120.

36. A questo punto, prima di proseguire nel discorso, andrà posta sul tappeto un' ipotesi che potrebbe apparire provocatoria ma sulla quale non è possibile tacere, anche perché una sua eventuale conferma ci avrebbe portato a una rilettura radicale della storia del giudicato di Cagliari, con conseguenti, energiche revisioni della storia dell'isola del XII e del XIII secolo.
Non si sarà mancato di osservare come i contrasti con la scrittura siano tutti riferiti a documenti con cronologie non espressamente indicate nei dettati, ma soltanto ricostruite dagli storici. Un'operazione di inquadramento temporale che, per ciascun documento, ha avuto come punto di forza il nome del giudice e dei suoi famigliari, debitamente identificati e inseriti a una determinata altezza della gerarchia dinastica cagliaritana. Un lavoro di incastro che, come tutti sanno, si presenta spesso in Sardegna, a causa della scarsità e dell'incertezza delle fonti, irto di problemi e di difficoltà. Di fatto basterebbe trasferire le sette pergamene (cinque del gruppo A e le due accreditate alle mani C e F) dall'inizio e dal pieno secolo XII ai primi decenni del successivo per risolvere d'un colpo le contraddizioni con la scrittura. Ma è un trasloco che non sembra trovare appigli nei contenuti e che ulteriori verifiche antroponimiche, seppure effettuate in modo non sistematico, sembrano rendere del tutto improponibile. D’altra parte, paradossalmente, è la stessa mancanza di elementi cronici a rendere credibili i tempi suggeriti dal Solmi e ad impedire il trasferimento dei negozi al secolo XIII, quando la datazione comincia ad essere inserita in modo costante nel formulario.

37. Se dunque i nostri documenti vanno inesorabilmente lasciati negli anni in cui gli studiosi, dal Solmi in poi, li hanno insediati, dobbiamo confrontarci con le loro contraddizioni. E, innanzitutto, facendo riferimento alle consolidate categorie della manualistica corrente, dovremmo considerare come falsi diplomatistici tutte le sette pergamene accreditate al secolo XII, poiché si presentano in forma di originali con datazioni più o meno lontane dall’età del loro effettivo allestimento. È questa, diciamo così, l’ipotesi minimale, che si correla a un giudizio di genuinità per tutti gli altri documenti inseriti negli anni a cavallo tra XII e XIII secolo.
Ma c’è un’ opzione ben più radicale con la quale confrontarsi. Chi ci garantisce che il giudizio di falsità diplomatistica espresso sui documenti più antichi della silloge cagliaritana non si riverberi anche sugli altri documenti? Come non escludere cioè che tutti siano stati costruiti in epoche posteriori? Sette falsi soltanto o tutti falsi? E in quest'ultimo caso falsi del XIII, del XIV o del XV secolo? Sono interrogativi del tutto legittimi, resi ancor più attuali, come si diceva all’inizio, dal fatto che il glottologo Giulio Paulis ha inserito in un periodo non anteriore alla seconda metà del ‘300 una pergamena datata all'inizio secolo XII (Solmi 2, mano F) e un'altra datata circa cent'anni dopo (Solmi 11, mano B) (135).
È inutile aggiungere che in un terreno così accidentato e scivoloso i consueti strumenti del paleografo andranno impiegati con molta circospezione poiché sappiamo bene, come la letteratura delle falsificazioni ci insegna, che qualsiasi pseudografo fornito di una pur minima destrezza si propone di dare credibilità all’ edificio fraudolento, manipolando innanzitutto e soprattutto la scrittura. Non si può dunque escludere a priori, anche da un punto di vista paleografico, che più scribi abbiano promosso la falsificazione dell'intera silloge in piena età catalana e comunque in un'età posteriore alla data dell'ultimo dei documenti pervenutoci in originale e cioè al 1225 luglio 10 (Solmi 19). È quest’ultima una congettura ben più più forte della precedente poiché non può certo sfuggire che l' abbassamento dei tempi della riscrittura (la cui committenza non potrebbe che essere addebitata al beneficiario dei negozi e quindi, nel nostro caso, alle diocesi interessate) non avrebbe senso se non correlandolo a significativi interventi di manomissione e di interpolazione dei contenuti.

38. I primi decenni del XV secolo erano già stati identificati dal Besta come il periodo nel quale i falsi riguardanti Suelli sarebbero stati costruiti (136) su iniziativa della diocesi di Cagliari, interessata al ripristino della documentazione relativa al patrimonio della diocesi da poco accorpata. La ragionevolezza dei tempi indicati dal Besta sembrerebbe trovare conforto nelle controversie che in quegli anni sorsero tra l'ultimo vescovo di Suelli, Gerardo Vermell, e gli ufficiali della Trexenta, che si erano impadroniti arbitrariamente dei territori di Suelli, Sigi e Simieri. Un documento, conservato nell'Archivio arcivescovile di Cagliari (137), ci consente di ricostruire i passaggi essenziali della controversia giudiziaria, attestata tra il 1415 agosto 21 e il 1419 marzo 2, nella quale il vescovo di Suelli difende i propri diritti sui territori contestati, richiamando un documento ("instrumentum donationis facte Beato Georgio per iudicem Callaritanum vocatum iudex Truador habens potestatem faciendi istam donationem Beato Georgio") (138) che sembrerebbe potersi identificare con il privilegio di Torchitorio di Cagliari del 1217 marzo 21 (139), con il quale vengono confermati e incrementati i diritti immunitari sulle ville di Suelli e di Sigi. In tale contesto non meraviglierebbe il fatto, in assonanza alle storie di mille falsificazioni sviluppatesi in tutti i tempi (140), che la diocesi di Suelli, magari in accordo con quella di Cagliari, si sia trovata nella necessità di rafforzare in giudizio le proprie ragioni inventando o comunque manipolando antichi documenti dei giudici cagliaritani.
Nonostante la forza di questi argomenti, cui si aggiungono ora quelli linguistici introdotti da Paulis, sono tutt’altro che lievi le difficoltà a trasferire in età così tarda le nostre pergamene.
Per quanto riguarda il piano paleografico, se è vero che i tradizionali parametri di giudizio perdono gran parte della loro valenza nel momento in cui ci apprestiamo a giudicare scritture artefatte, è però altrettanto certo che anche il più avvertito dei falsari non può non lasciare tracce della propria cultura e delle proprie consuetudini.

39. Entrando nell'atmosfera grafica del XV secolo, dopo esserci resi conto dell'assoluta incompatibilità tra le grafie delle nostre pergamene e le corsive documentarie adottate in Sardegna in questo stesso periodo (141), dobbiamo per forza di cose rivolgerci alla produzione libraria. Una verifica che si scontra nell'isola non soltanto con la pochezza dei codici circolanti in età bassomedievale e comunque sopravvissuti, ma anche con il fatto che tali manoscritti non necessariamente sono scritti da scriptores sardi. D'altra parte, lo stato di ecclesiastici che, tenuto conto della committenza, dovremmo accreditare ai nostri presunti falsari ci porterebbe per forza di cose a osservare la produzione liturgica che di fatto, anche in Sardegna, come nel continente italiano e spagnolo, non poteva che continuare a essere in gotica rotunda. Una scrittura che, già pienamente stilizzata nel XIII secolo, continua a mantenere pressoché inalterate le proprie caratteristiche di fondo in tutto il residuo medioevo. Si attenuano così le possibilità di cavare qualcosa di utile dal confronto con tali tipologie di manoscritti: così, a esempio, le eventuali parentele che sembrano apparire dal confronto tra i nostri documenti e lo Psalterium-Hymnarium arborense (sec. XIV-XV), recentemente studiato da Mele (142), non sono di certo maggiormente significative di quelle che incontriamo confrontando alcune delle pergamene cagliaritane con il Sessoriano 2 (XXVI), vergato in una gotica primitiva della fine del secolo XII (143).

40. Di certo rimane difficile capire come uno scriba del XV secolo (ma anche del XIV), nell'adottare il canone della rotunda italiana, mostri di non conoscere la regola del Meyer che prevede l'impiego della r rotonda dopo lettera con curva convessa verso destra, così come ignori l'uso della c rovesciata per con in inizio di parola (144). Tipologie così ripetitive che, se conosciute, non potevano non comparire in singoli segmenti dei dettati di qualcuno dei nostri documenti. Ma anche a voler superare queste difficoltà paleografiche e attribuendo ai nostri ipotetici falsari una consuetudine scrittoria eccezionalmente sorvegliata, sposata a insolite capacità imitative, rimangono del tutto inconciliabili con l'ipotesi di un disegno fraudolento le forme, i contenuti e il contesto dei documenti.
Non è innanzitutto possibile ricondurre tutti gli originali a una medesima direttiva, poiché se sedici di essi si riferiscono alla diocesi di Suelli, ve n’è almeno uno (Solmi 2) che riguarda la diocesi di Dolia (145). Ancor più il ventaglio delle committenze si allarga esaminando gli altri cinque documenti della silloge solmiana sopravvissuti soltanto attraverso copie tarde. Se infatti Solmi 7 (1140-1145 circa) e Solmi 21 (1126 maggio 23) riguardano anch’essi, rispettivamente, Suelli e Dolia, portano all'arcivescovado di Cagliari Solmi 1 (1070-1080) e al vescovado di Sulci Solmi 15 (1216 maggio 22) e Solmi 20 (1226 maggio 22). Anche se non siamo in grado di esprimere giudizi sulla verosimiglianza o meno delle loro scritture, non si vede per quale ragione il giudizio di falsità ipotizzato per gli originali sopravvissuti non dovrebbe anche allargarsi agli altri originali che, deperditi, conosciamo soltanto attraverso copie tarde. D'altra parte è proprio Paulis a dichiarare la falsità sulla base di elementi linguistici non soltanto di due documenti pervenutici in originale (Solmi 2, riferito alla diocesi di Dolia e Solmi 11 riferito alla diocesi di Suelli), ma anche di uno che possiamo leggere soltanto in copia (Solmi 20, riferito al vescovado di Sulci) (146).

continua

 

NOTE

(119) Solmi 5, 6 (due pergamene), 8, 13, 14, 16, 17, 18. Cfr. nota 62.

(120) Solmi 4. Cfr. nota 62.

(121) Solmi 8. Cfr. nota 62.

(122) Solmi 13. Cfr. nota 62.

(123) Così, a esempio, si passa dall'uso esclusivo della et tironiana in Solmi 4, a un uso promiscuo in Solmi 13 e 16.

(124) La N maiuscola è attestata nell' AMEN (ovviamente quando è scritto a tutte lettere, come nella grande maggioranza dei casi), dell'invocazione e della parte conclusiva dell'escatocollo: a esempio, tav. 1, righe 1, 16;  tav. 8, riga 1.

(125) Due di esse (Solmi 13 e 18, rispettivamente datate 1215 novembre 6 e 1217 aprile 20) presentano un segno diacritico a forma di accento sulla congiunzione disgiuntiva (ó), in tutti i casi (pochi) in cui è utilizzata. Non è questo, come potrebbe apparire a prima vista, un dato di per sé sufficiente a contraddistinguere uno scriba particolare. Di fatto lo stesso uso è attestato in una pergamena di poco posteriore (Solmi 19, 1225 luglio 10), che inseriremo nel gruppo B: avanti, nota 128; F. C. Loddo-Canepa, Esempi di scritture paleografiche della Sardegna, vol. I, Torino 1962, tav. III (rr. 14, 16, 20), con descrizione paleografica in Regesti e note illustrative, tav. III, pp.2-3. Non risultano altre presenze della congiunzione o nelle rimanenti pergamene della silloge cagliaritana. L’impiego della o con apice non è tuttavia isolato nella produzione sarda dei secoli XI-XIII, come risulta dal Condaghe di S. Pietro di Silki (cfr. sopra, nota 83), dove si incontra un caso a c. 61r, r. 2. Sull' impiego di apici nelle scritture del XII e XIII secolo, cfr. avanti, nota 134.

(126) La prudenza in tali casi non è mai eccessiva. Così è in particolare per Solmi 17, il cui recto si presenta come un compatto tappeto scuro in cui si aprono poche finestrelle, due più consistenti di altre, ma tali da non offrire saggi adeguati per una tranquilla comparazione. Una situazione di degrado che, a giudicare dall’integrità del dettato riportato nell’edizione del 1905, dovette realizzarsi in tempi successivi a tale data.

(127) Solmi 11 e 12. Cfr. nota 62. Di Solmi 12 c’è una riproduzione parziale in F. C. Casula, La storia di Sardegna, II,, p.477.

(128) Solmi 19. Cfr. sopra, nota 62. Riproduzione in F. C. Loddo-Canepa, Esempi di scritture, tav. III.

(129) Solmi 3. Cfr. nota 62. Riproduzione in F. C. Casula, La storia di Sardegna , II,, p. 474.

(130) Solmi 9. Cfr. nota 62.

(131) Un arretramento che trova conforto nella correzione della datazione (dal 1200-1212 al 1190-1200), operata dal Solmi su basi contenutistiche. Cfr. sopra, nota 62.

(132) Solmi 10. Cfr. sopra, nota 62.

(133) Solmi 2. Cfr. sopra, nota 62.

(134) Si veda tuttavia il testo, in corrispondenza delle note 187-189. Di per sé la presenza di apices (in forma di accento acuto) sulle vocali toniche non è elemento che possa offrire aiuti particolari per la cronologia. È un uso che, già adottato in età romana per guidare il lettore nella scansione a voce alta del dettato (cfr. M.B. Parkes, Pause and Effect. An Introduction to the History of Punctuation in the West, Cambridge 1992, pp. 12, 263, 302), viene ripreso in età medievale almeno a partire dal secolo XI, oltre che nei testi in volgare, anche nella produzione liturgica (cfr. P. Supino Martini, Roma, pp. 101-102). Ma non è raro trovarne l’ impiego, già nel corso del secolo XII, anche in ambito notarile e cancelleresco. Per quanto riguarda la Sardegna si veda sopra, nota 125.

(135) Cfr. sopra, nota 73.

(136) Cfr. sopra, nota 15.

(137) V.M. Cannas, La Chiesa Barbariense, doc. 38, pp. 162-170.

(138) Ibid., p. 166.

(139) (Mano A).

(140) Sono operazioni fraudolente in gran parte inserite nella seconda metà del secolo XII o al massimo nella prima metà del Duecento, una stagione in cui, più che in altre, i falsi sono largamente diffusi, cfr. A. Petrucci, L’ illusione della storia autentica: le testimonianze documentarie, in L’insegnamento della storia e i materiali del lavoro storiografico. Atti del convegno di Treviso, 10-12 novembre 1980, Messina 1984, pp. 81-82. Un esempio, particolarmente eloquente a questo riguardo, è quello di Pavia, per il quale cfr. E. Cau, Il falso nel documento privato, pp. 217-261. Ma la maggiore frequenza di falsificazioni in età alta (mi riferisco a falsi costruiti con intenzione fraudolenta) non deve far pensare che il fenomeno (seppure con differenti espressioni) fosse scomparso nei secoli successivi. Non certo a caso nella Carta de logu (siamo alla fine del Trecento) c’è un intero capitolo riguardante le pene da comminare a chi porterà in giudizio documenti falsificati, cfr. E. Besta – P. E. Guarnerio, Carta de logu de Arborea. Testo con Prefazioni illustrative, in "Studi Sassaresi", 3(1905), cap. xxv, p. 19.

(141) Cfr., F. C. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna , p. 90 ss., con numerose tavole riferite ai secoli XIV e XV.

(142) G. Mele, Psalterium-Hymnarium arborense. Il manoscritto P. XIII della Cattedrale di Oristano (Secolo XIV-XV). Studio codicologico, paleografico, testuale, storico, liturgico, gregoriano. Trascrizioni. 1. Hymni, Roma 1994 ("Quaderni di Studi Gregoriani" a cura della Associazione internazionale di studi di canto gregoriano. Deputazione di Storia patria per la Sardegna), pp. 62-67, con numerose tavole.

(143) V. Jemolo (a cura di), Catalogo dei manoscritti in scrittura latina datati o databili per indicazione di anno, di luogo o di copista, I. Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Torino 1971 (Università degli Studi di Roma. Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari, n. 45), pp. 66-68, tavv. XXVII-XXVIII

(144) La r rotonda compare soltanto in –or(um) (a esempio, Solmi 10, mano E), in conformità a un uso attestato in larga misura nella produzione continentale almeno a partire dal secolo XI, cfr. A. Petrucci, Censimento dei codici dei secoli XI-XII. Istruzioni per la datazione, in "Studi Medievali", 9 (1968), pp. 1121-1122. L’ abbreviazione con- è espressa, secondo la tradizione precedente, mediante co(n) (a esempio, Solmi 9, mano D, righe 11, 12). Circa le caratteristiche della textualis adottata in Sardegna, del tutto simile a quella continentale, si tengano presenti i due codici degli statuti sassaresi (sec. XIV), l’uno nella redazione latina, l’altro nella redazione volgare, in ASSs, Archivio comunale, Sassari, Sezione delle Carte Antiche. Due belle riproduzioni per ciascuno dei codici sono in A. Mattone e M. Tangheroni (a cura di ), Gli Statuti sassaresi. Economia, Società, Istituzioni a Sassari nel Medioevo e nell’ Età Moderna. Atti del convegno di studi. Sassari, 12-14 maggio 1983, Cagliari 1986, codice in latino, tavv. 4 <c.8r>, 5 <c. 49 r>; codice in volgare, tavv. 6 <c. 1r>, 7 <c. 29v>. Sulla tradizione degli Statuti sassaresi, cfr. P. Merci, Per un’ edizione critica degli Statuti Sassaresi, ibid., pp. 119-141. Si veda infine la scheda in E. Blasco Ferrer, Il sardo, pp. 255.

(145) Se i contenuti del documento (il giudice Torchitorio dona alla chiesa di S. Saturno de Giida alcune terre situate nel territorio di Dolia) non sembrano escludere la possibilità che esso provenga dall’archivio di S. Saturno, rimane obbligato il collegamento con la diocesi di S. Pantaleo, sia per il naturale rapporto con altra pergamena del fondo cagliaritano (Solmi 21), sia perché tra i testimoni della donazione compare per primo e in posizione autorevole il vescovo doliense Alberto. Non si dimentichi, infine, che le pergamene dei secoli XII e XIII riguardanti S. Saturno sono conservate in ADMar (cfr. qui). Per quanto riguarda un inquadramento generale dei rapporti tra la diocesi di Dolia e il monastero vittorino, cfr. A. Boscolo, L'abbazia di San Vittore, p. 31 ss.

(146) Cfr. sopra, nota 73.

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