3. Sospetti antichi e recenti sulle carte volgari di Cagliari.
     prima parteseconda parte - terza parte

41. Alla luce di tali considerazioni potrà essere di qualche giovamento la ‘lettura’ archivistica delle pergamene cagliaritane, che andranno ripartite, sulla base dei loro contenuti, in quattro gruppi.
a. Diocesi di Suelli. Solmi 3 - 6 (147), 7 (copia), 8 - 14, 16 - 19. L’ Archivio suellense dovette essere inserito nell’ Archivio cagliaritano negli anni immediatamente successivi alla soppressione della diocesi e alla sua unione a quella cagliaritana nel 1420 (148). Tutti furono trascritti nei Libri diversorum (AACa), a partire a quanto sembra non dal secolo XV, come il più delle volte congettura il Solmi, ma dalla fine di quello successivo (149).
b. Diocesi di Cagliari. Solmi 1 (copia). L’originale deperdito ci è noto attraverso una trascrizione del secolo XVI-XVII (sec. XV, secondo il Solmi), in Liber diversorum A, c.101rv (numerazione recente a matita, cc. 117rv), direttamente dipendente dall'originale (150). I contenuti non sembrano lasciare dubbi sul fatto che la pergamena, andata persa dopo la trascrizione moderna, fosse conservata da sempre nel tabularium degli arcivescovi cagliaritani.
c. Diocesi di Sulci. Solmi 15 (copia), 20 (copia). Conosciamo i due documenti attraverso copie tarde che dipendono da altrettante copie autentiche deperdite del 1476 agosto 4, dedotte in Cagliari (su ordine del vescovo di Sulci) "a quodam libro appellato Mare Magnum episcopati Sulsitani", pure deperdito. Solmi 15 è in Liber diversorum E, cc. 234v – 235r (numerazione a matita, cc. 261v – 262r). È qui che nella formula di autentica quattrocentesca (c. 261v) emerge che l’operazione di estrazione dal Mare magnum è stata effettuata su ordine del vescovo di Sulci ("instante et requirente reverendo domino nostro episcopo Sulcitano"). Per quanto riguarda il secondo documento, andata dispersa la copia del Liber diversorum III che il Solmi segnala a c. 124r (la carta, come indica una nota del canonico e archivista Felice Putzu, numerazione a matita c. 122r, è stata "asportata da ignoti nel periodo 1950-1960"), ci restano le due copie in Liber diversorum E (cc. 131r – 132v, numerazione a matita 147r – 148v; 233v, numerazione a matita 263v) (151). La storia autonoma dell’ archivio sulcitano dovette terminare contestualmente all’unione della diocesi di Sulci a quella di Cagliari, un processo di accorpamento sviluppatosi in modo graduale nel corso del primo ventennio del secolo XVI (152).
d. Diocesi di Dolia. Solmi 2 (153), 21 (copia). Di Solmi 2 abbiamo sia l’originale sia la copia in Liber diversorum E (154). La perdita dell’originale del secondo documento è compensata dalla presenza di numerose copie elencate nell’apparato di Solmi. La prima di esse è una trascrizione non antecedente agli ultimi decenni del secolo XVI (sec. XV secondo il Solmi), dipendente da una copia autentica effettuata nel 1335 dal notaio Giovanni Polla (155). Un’altra copia, gemella della precedente e ad essa coeva, è in Liber diversorum E, Appendice (pp. 3-6, numerazione a matita cc. 330r – 331v). Nello stesso registro (pp. 21-22; numerazione a matita cc. 340rv) è inserita una copia semplice coeva, priva dell’autentica di Giovanni Polla. La soppressione della diocesi di Dolia e il suo accorpamento con quella di Cagliari, deliberata il 12 aprile 1502 sotto il pontificato di Alessandro VI ed effettuata l’ 8 dicembre 1503 da Giulio II (156), induce a inserire nei tempi immediatamente successivi a tale terminus il trasferimento a Cagliari dei nostri due documenti, insieme a tutto l'archivio doliense.

42. Queste schede archivistiche, seppure scarne, ci consentono di piantare nel nostro campo di lavoro paletti sicuri e incontrovertibili. Se per tutto il gruppo di Suelli possiamo trovare soltanto nel 1420 il sicuro terminus ante quem , per quanto riguarda i documenti riguardanti la diocesi di Sulci (Solmi 15 e 20) emerge invece con evidenza che l'eventuale falsificazione dei due originali deperditi avrebbe dovuto verificarsi non soltanto prima della loro trascrizione nel cosiddetto Mare magnum (una specie di ‘liber iurium’ per la cui compilazione il Motzo, non sappiamo su quali basi, propone genericamente il secolo XIV) (157), ma anche in ambito sulcitano e quindi su committenza dell’episcopato locale. Anche la vicenda archivistica del documento riguardante la diocesi di Dolia (Solmi 21) ci costringerebbe, nell’ipotesi di una costruzione fraudolenta, ad attribuirne la committenza all’episcopato locale e a individuarne il sicuro terminus ante quem nel 1335, anno nel quale il notaio Giovanni Polla ha tratto la copia autentica. Un termine che dovrebbe pure valere per la sospettata falsificazione di Solmi 2 (pervenutoci in forma di originale), apparendo per lo meno incongruo separare il destino compositivo dei due manufatti, i soli che, seppure in forme diverse (in copia l’uno, in originale l’altro), ci sono pervenuti del tabularium doliense. Quanto al documento più antico della raccolta cagliaritana (Solmi 1), che i contenuti ci obbligano a considerare come presente da sempre nel deposito arcivescovile, dovremmo pensare a un sensibile arretramento della sua eventuale confezione fraudolenta dal momento che il copista di età moderna dichiara di trascriverlo da una "carta pergaminea vetustissima" (158).

43. I suggerimenti che nascono dalle diverse tradizioni, nel darci come esistenti in periodi precedenti e diversi nei rispettivi tabularia i documenti, tolgono respiro all'ipotesi di una stessa mente che abbia commissionato e gestito un unico piano mistificatorio. Ma anche fermandoci ai soli documenti originali di Suelli, non mancano elementi che, in appoggio alle perplessità paleografiche di cui si è detto prima, ci portano ad anticipare i tempi della loro presenza nel tabularium locale e quindi a rendere impossibile la loro costruzione in epoca tarda C'è innanzitutto la grossa difficoltà a immaginare che almeno cinque scriptores - potrebbero anche essere, come si è già detto, in numero maggiore e comunque non si può escludere a priori che a un ulteriore operatore debba essere accreditato l'originale deperdito di cui abbiamo soltanto la copia tarda (Solmi 7) - siano stati coinvolti nell'opera di falsificazione. Una vera e propria équipe di falsari, fornita di esperienze grafiche di eccezionale rilievo, sarebbe stata messa in campo dai vescovi di Suelli, negli anni immediatamente precedenti alla soppressione della diocesi e al suo accorpamento a quella di Cagliari, per costruire documenti che dovevano essere in qualche modo funzionali alla difesa del patrimonio. Una committenza debole e insicura, che, operando in tempi duri e difficili, avrebbe portato a termine un'operazione tanto spregiudicata e impegnativa quanto ingenua e inutile. A fronte di competenze paleografiche di altissimo livello dovremmo infatti addebitare ai presunti falsari una totale incapacità nell’ organizzazione del lavoro. Si pensi in particolare alla mano A che avrebbe costruito dieci documenti distribuiti nell'arco di un secolo senza sforzi significativi per differenziare le scritture, senza impegnarsi, cioè, minimamente di riprodurre per quanto possibile la varietà delle tipologie che erano attestate nei rispettivi antigrafi. E anche nel caso si volesse attribuire all'arcivescovo di Cagliari l'ideazione della frode, in seguito a controversie sopravvenute dopo il trasferimento del patrimonio suellense alla diocesi cagliaritana, potremmo superare le difficoltà circa la povertà culturale della committenza ma, a maggior ragione, non saremmo in grado di giustificare l'ingenuità con cui i falsi sarebbero stati costruiti.

44. E in fondo anche il contesto storico che avevamo considerato favorevole all'ideazione di un'operazione fraudolenta su impulso suellense, in riferimento alla controversia con gli ufficiali della Trexenta, non necessariamente comporta che sia un falso costruito per l'occasione il documento del 1217 aprile 20 (Solmi 18), menzionato nel resoconto del 1415-1419 (159). Un’ impostura predisposta per difendere le posizioni di Suelli sarebbe stato congegnata con riferimenti ben più puntuali e rigorosi di quelli riportati nel nostro documento, dove risulta che Torchitorio ha donato alla diocesi della Barbagia le ville di Suelli e di Sigi, ma non quella di Simieri. Un'assenza, quest'ultima, del tutto inspiegabile se davvero il documento fosse stato falsificato o comunque rimaneggiato per l'occasione (160).

45. Ma c'è un ultimo argomento che sembra obbligarci ad anticipare in modo sicuro la costruzione dei documenti di Suelli. Mi riferisco alle annotazioni presenti nel verso delle pergamene. Il Solmi a questo proposito osserva in modo sbrigativo che in esse non compaiono "scritture dorsali, poiché le poche parole che portano sul verso rappresentano le annotazioni archivistiche di vario tempo e di varia mano, a incominciare dal secolo XV, dirette a indicare il contenuto del testo" (161). Effettivamente le difficoltà che il precario stato di conservazione dei supporti (nonostante il restauro vaticano effettuato per gran parte di essi nel 1978) frappone a una lettura sicura e corretta di tali note, non sono poche e di poco conto (162). Neppure, il più delle volte, è possibile (anche con l'aiuto della luce di Wood) individuare, negli apparati dorsali delle singole pergamene, l'identità delle numerose mani che in diversi periodi hanno vergato le loro annotazioni. Tuttavia i saggi di lettura da me promossi (e che altri, nel contesto di un' auspicabile riedizione delle pergamene, non mancheranno di promuovere con tempi più distesi di quelli che ho potuto concedermi in questa occasione) si sono rivelati per più versi sorprendenti. Così, se possono essere lette in modo del tutto parziale o individuate attraverso singole lettere alcune annotazioni che non sembra possano essere inserite dopo il secolo XIII (a esempio, in Solmi 4, 5, 8, 9, 20), non ne mancano altre che, del tutto leggibili (seppure con Wood), consentono una collocazione più motivata in questo stesso secolo (Solmi 3 e 13) (163).

46. Scartata dunque, per diverse e concomitanti ragioni, l’ipotesi di un rifacimento tardo dei nostri documenti, rimane integra la valutazione paleografica espressa all’inizio circa la verosimiglianza temporale delle loro grafie, che può trovare ulteriori conferme osservando altre testimonianze della scripta sarda di questo periodo. Innanzitutto i condaghi. Proficua e anche facile, agevolata com’è dal lavoro preliminare effettuato da Merci, è la valutazione delle diverse mani che si avvicendano, a partire dalla fine del secolo XII per giungere fino alla metà del XIII, nella stesura del condaghe di S. Nicola di Trullas. Di particolare interesse ai nostri fini è la mano P, autrice delle schede 322 e 323 (cc. 86r - 86v), che Merci data con qualche dubbio alla metà del secolo XIII e che proprio il confronto con pergamene del nostro gruppo B porterebbe ad anticipare (ma la cautela è d’obbligo) al terzo decennio. Lo scriba del condaghe, seppure in un contesto non eccessivamente colto, denuncia piena adesione alle regole della textualis con la valorizzazione autonoma della parola grafica, l’adozione rigorosa della regola del Meyer sulle curve contrapposte, il tratteggio spezzato delle lettere (164). Nel condaghe di S. Pietro di Silki si possono isolare almeno tre mani che, inserite nei decenni a cavallo tra XII e XIII secolo, confermano un itinerario del tutto coerente con quello delle pergamene cagliaritane (165).

47. Esperienze grafiche, mai contrastanti con il mondo dei nostri documenti, in alcuni casi ad esso molto vicine, le incontriamo nei condaghi di S. Maria di Bonarcado (166), in quello di Barisone II di Torres (167) e in singoli documenti giudicali della fine del secolo XII (168), ma la prova più consistente sulla coerenza del nostro teorema scaturisce da due pergamene originali, l'una conservata presso l’Archivio di Stato di Pisa (169), l'altra presso l’Archivio della Certosa di Calci (170), ambedue in lingua sarda: riguardano i rapporti tra i giudici di Cagliari e il monastero di S. Gorgonio dell’isola di Gorgona e di S. Vito. Con il primo, del 1211 maggio 10, il giudice Salusio di Lacon con la figlia Benedetta esonera la chiesa di S. Giorgio de Sebollu, dipendente dal monastero della Gorgona, dal pagamento di qualsivoglia tributo. Con il secondo, del 1225 maggio 30, la giudichessa Benedetta di Lacon, con il figlio Guglielmo, nel confermare la precedente esenzione del padre Salusio , concede alla medesima chiesa il diritto gratuito di pascolo nel territorio che va da "Serramanna fini ad s’oliastru de Semassi k’esti paris cum s’ortu de suta billa". Del primo documento abbiamo anche una redazione in lingua latina, conservata nell’Archivio della Certosa di Calci, meno nota dell’altra benché sia stata pubblicata dal Solmi, seppure soltanto sulla base di una copia semplice conservata nelle carte Baille della Biblioteca Universitaria di Cagliari (171). Ancor più stravagante è la vicenda del secondo documento: pure trascritto dal Solmi in un saggio del 1904 (in dipendenza da una copia moderna pure inserita nelle carte Baille) e ripubblicato nel 1917 (172), quasi subito scomparso dalla circolazione storiografica, può essere valutato a giusta ragione alla stregua di inedito (173). È facile comprendere come il testimone sardo del documento di Salusio e ovviamente quello di Benedetta, presentandosi come prodotti originali della cancelleria cagliaritana del XIII secolo (i soli di questo periodo, a quanto mi risulta, ad essere conservati in archivi non sardi), si prestano a confronti provvidenziali.
In ambedue ritroviamo tutte o quasi le caratteristiche estrinseche dei documenti cagliaritani, rileggiamo gli stessi formulari e, per quanto riguarda le scritture, scopriamo singolari assonanze con quelle del Gruppo B, in particolare emerge il caratteristico grafismo seghettato che fa da ponte tra la s alta e la t. E se la scrittura del documento del 1211 si può avvicinare a quelle di Solmi 11 e 12 (anche se da esse si distingue per l’adozione di un ductus più posato, per una maggiore consapevolezza calligrafica, in altre parole, per una concezione più libraria dell’impianto scritturale), quella del documento del 1225 maggio 30 è, semplicemente, un prodotto della stessa mano che scrive Solmi 19, datato al 10 luglio dello stesso anno. Se si eccettua qualche non significativa differenza nella proposta dell’ invocatio simbolica e di quella verbale (ma la caratterizzazione della croce e delle parti iniziali del dettato è un tratto che segna gran parte delle pergamene cagliaritane), conducono in modo coerente a un solo operatore l’ adozione dello stesso modulo di scrittura, fondato su di un equilibrato e costante rapporto tra la parte delle lettere inserite nello spazio intermedio e le aste superiori e inferiori, l’uso di un sottile trattino per indicare l’ a capo, il ripetersi di identiche morfologie in lettere significative quali la z caudata, la d onciale, la e maiuscola pure di tipo onciale, la et tachigrafica. La comparazione risulta ancor più espressiva se applicata a identici segmenti del dettato, quali l’intitulatio ("Ego Benedicta de Lacon cum filiu miu donnigellu Gugelmu …") e la parte iniziale della dispositio ("fazzulli custa carta …"). Una fratellanza tra le due scritture che non deve meravigliare più di tanto, essendo i documenti emanati dalla stessa giudichessa a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, alla presenza di Mariano arcivescovo di Cagliari e con l’avallo dei medesimi testimoni de logu "Cummida de Zori de Enoni et Gunnari de Sii et Cummida d’Azeni/d’Aceni tadaiu" (174).

48. Esaurita la sequela dei confronti paleografici, torna integra, anzi rafforzata, l’ipotesi che la confezione di tutti i documenti cagliaritani pervenutici in forma di originali vada inserita tra l’ultimo decennio del secolo XII e il primo trentennio circa di quello successivo, con il conseguente e consolante recupero alla piena credibilità di tutti i documenti che sulla base delle datazioni riportate o dei contenuti sono compresi in questo periodo: quindi, riassumendo, i tre del gruppo B (Solmi 11, 12, 19), nonché i due accreditati rispettivamente alle mani D (Solmi 9) ed E (Solmi 10) e cinque del gruppo A (Solmi 13, 14, 16, 17, 18). Rimangono, invece, anomali gli altri quattro di quest'ultimo gruppo (Solmi 4, 5, 6 in due originali, 8) nonché i due documenti delle mani C (Solmi 3) ed F (Solmi 2), gli stessi che già nel 1978 avevo giudicati falsi diplomatistici, sulla base di valutazioni paleografiche di tipo, diciamo così, impressionistico (175). Tenuto conto di quanto è stato detto dovranno pure essere considerati genuini Solmi 15, 20, 21, mentre il dubbio non può non riversarsi anche su Solmi 1 e 7.

49. A questo punto si impongono ulteriori considerazioni. A fronte di una letteratura che in modo concorde ci ha proposto nel corso del tempo situazioni fraudolente che, seppure molto diverse le une dalle altre, appaiono tutte gestite in modo esclusivo dal destinatario, si contrappone nel nostro caso una serie di documenti che, pur presentando i caratteri propri dei falsi, risultano essere allestiti all’interno della cancelleria, seppure (non si può pensare altrimenti) in pieno accordo con le diverse istituzioni interessate, in particolare con gli episcopati di Cagliari, Suelli e Dolia.
Ne consegue che i nostri documenti non possono essere stimati come costruzioni ex novo, ma come riscritture di originali già conservati negli archivi della diocesi di Cagliari e delle altre due diocesi suffraganee e che la loro duplicazione per opera della cancelleria giudicale sia in qualche modo dovuta alla necessità di difendere i patrimoni dei rispettivi vescovadi.
E la storia del giudicato di Cagliari, nel corso del burrascoso regno della giudichessa Benedetta, ci presenta situazioni in cui non è davvero difficile immaginare che le istituzioni sarde, laiche ed ecclesiastiche, unite insieme al papato nel difendere l’isola dalle crescenti mire espansionistiche di Pisa (176), abbiano dovuto far ricorso alla documentazione scritta per salvaguardare in maniera più articolata e sicura i diritti delle quattro diocesi, come suggeriscono con vigore tutti i documenti qui esaminati, che non certo a caso danno conto dei modi con cui i diversi patrimoni si siano costituiti e rafforzati nel corso del tempo. Per quanto riguarda in particolare la diocesi di Suelli, cui si riferiscono gran parte delle nostre pergamene, l’esigenza di accumulare documentazione a difesa del patrimonio trova avallo autorevole nelle litterae gratiosae di Gregorio IX del 1230 maggio 31 con il quale vengono conferite al vescovo della diocesi barbariense "c[uria]m et villam Suellensem cum pertinentiis earundem, necnon possessiones ac alia bona ex largitione principum, donatione nobilium et oblatione Christi fidelium … pia liberalitate colla[ta]" (177). L’espressione formulare, seppure ripetitiva e generica, una volta calata nella realtà della diocesi sarda, non può non apparire come un chiaro riferimento a tutti i documenti che il vescovo di Suelli era in grado di produrre a prova delle innumerevoli donazioni e dei negozi che in più modi avevano contribuito alla nascita e al potenziamento della dotazione della sua diocesi.

50. Quanto ai modi con cui si è proceduto al recupero dei documenti antichi possiamo formulare almeno tre ipotesi.
   a. Ripristino degli originali mediante il sistema della copia autentica.
Si tratta di immaginare che, invece che a un notaio (178), l’opera di trascrizione e di autenticazione degli originali sia stata affidata alla medesima struttura che li aveva in precedenza prodotti: lo scrivano al servizio del giudice in carica avrebbe trascritto i precedenti dettati, limitandosi a porre in calce ad essi il sigillo per garantirne l’ autenticità. È questo un percorso che, facendo incrociare le esigenze delle due parti (del destinatario che chiede ed ottiene il legittimo ripristino dell'originale e del giudice in carica che si vede riconosciuto il ruolo di unica auctoritas in grado non solo di costruire propri documenti, ma di riprodurne altri emanati in precedenza dai suoi predecessori), escluderebbe senz'altro qualsiasi intenzione fraudolenta. Si tratterebbe di un sistema di autenticazione sicuramente inconsueto nella pur colorita vegetazione documentaria di età medievale, ma non isolato, se è vero che un simile procedimento è stato adottato anche per ripristinare alla fine del XII secolo un privilegio deperdito del 1104, emanato da Baldovino I, re di Gerusalemme, in favore di Genova. Una situazione corroboratoria tuttavia in cui non è difficile cogliere le diversità rispetto alla nostra: non solo ci si muove qui in ambiti soprannazionali, ma anche l’autorità che gestisce la nuova scrittura apponendovi il proprio sigillo (deperdito ma la cui esistenza è "attestata dai fori sulla plica e dai fili di seta"), qualunque essa fosse (il vescovo o un signore di Tiro o Corrado di Monferrato), in nessun modo si poneva in continuità dinastica con l’autore dell’originale (179). Comunque, anche privilegiando le indubbie assonanze tra il caso del documento di Baldovino e quello sardo, restano integre sul nostro tavolo di lavoro una serie di obiezioni non facilmente eludibili. Innanzitutto, se i nostri documenti fossero davvero delle copie autentiche, fedelmente dedotte dall’originale e convalidate con l’apposizione di un nuovo sigillo, dovremmo dare per scontato che tutti gli originali siano andati perduti. Una constatazione tanto ovvia quanto non facilmente sostenibile, poiché è noto che in tutte le strutture archivistiche è proprio l’originale ad essere oggetto di particolari cure e attenzioni. D’altra parte, non mi pare che esistano nel panorama archivistico medievale archivi antichi pervenuti fino a noi nei quali sia stata attuata una selezione così abnorme dei depositi (180). Ulteriori difficoltà a giudicare i nostri documenti come copie (che, come ci risulta da una prassi consolidata, avrebbero dovuto riprodurre l’originale con assoluta fedeltà), nascono dalla lettura dell’invocatio verbale che la mano A riproduce sempre in lingua latina ("In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen") (181), secondo le consuetudini proprie del XIII secolo, mentre gli antigrafi (tutti o quasi tutti) non potevano non riportarla in lingua sarda (182). Va infine osservato, ed è l’ obiezione più forte, che non mancano esempi nella documentazione dell’isola in cui i giudici, allorquando si sono trovati nella necessità di ripristinare decisioni assunte in età precedenti dai loro predecessori, abbiano fatto ricorso a un sistema espressamente indicato in lingua sarda (in diretta dipendenza dal latino) con il verbo renovare, il cui significato è proprio quello di "confermare la validità" di un negozio precedente, costruendo un nuovo esemplare (183).

51. b. Nuova redazione latina da una precedente redazione in caratteri greci. Potrebbe sembrare solamente un’ipotesi di scuola quella che valuti i nostri documenti come nuovi originali dipendenti da antigrafi che sono fedelmente copiati e dei quali è stato riutilizzato il sigillo: una seconda redazione che, rendendo del tutto priva di valore la precedente, ne avrebbe reso inutile la sopravvivenza. Ma quale ragione avrebbe potuto giustificare la costruzione da parte della cancelleria di nuovi originali, a surroga di altri emanati in modo legittimo e formalmente ineccepibili? Non vedo che due risposte possibili. Si può innanzitutto pensare a una generale riscrittura provocata dalla necessità di preservare documenti ridottisi in pessimo stato di conservazione. Ma a parte il fatto che, in tal caso, i dettati dei componimenti superstiti non potrebbero non tradire la dipendenza da antigrafi lacunosi, come è possibile supporre comuni destini di desolazione e disgrazie per documenti che abbiamo visto essere stati conservati nel corso del XII secolo in depositi diversi? (184).
La seconda risposta, sicuramente più affascinante, si fonda su una rinnovata valutazione della carta marsigliese in caratteri greci. Si è già detto (185) che questo documento può intendersi non tanto come un’esecuzione calligrafica estemporanea, quanto come una testimonianza significativa delle consuetudini cancelleresche del giudicato di Cagliari. Il solo esempio sopravvissuto di un manipolo più o meno numeroso di documenti che potevano essere scritti in caratteri greci, a dimostrazione esplicita di un collegamento politico e ideologico con la precedente amministrazione bizantina, alla quale i giudici cagliaritani si sarebbero riferiti per legittimare il proprio potere (186). Se così fosse, se cioè tutti i documenti solmiani, accreditati a un periodo compreso tra il 1070/1080 e la metà circa del secolo XII, fossero stati effettivamente redatti in caratteri greci, avremmo una ragione più che plausibile per giustificare un loro rifacimento da parte della cancelleria allorquando nel primo trentennio del Duecento sorse il bisogno di un loro utilizzo. Nell’impossibilità di gestire a qualsiasi livello documenti scritti in caratteri greci, le diverse sedi episcopali depositarie di documentazione antica avrebbero chiesto e ottenuto la riscrittura dei documenti mediante l’adozione dei caratteri latini. Un rifacimento che avrebbe dovuto per forza di cose comportare la demolizione dell’antigrafo, del quale sarebbe stato utilizzato soltanto il sigillo. Un indizio (o qualcosa di più) in favore di questa tesi sembrerebbe offrirla Solmi 2 (1114-1120), uno dei due pezzi provenienti dall’archivio della diocesi di Dolia, scritto dalla mano F, in una manierata scrittura di impianto cancelleresco, in cui compaiono, dislocati in diverse parole, numerosi segni diacritici a forma di accento acuto.
L’ apprecazione, posta subito dopo la sanzione spirituale, in chiusa del dettato, è costantemente resa in quasi tutti i documenti della silloge cagliaritana con una serie di varianti fondate sull’espressione "Siat et fiat. Amen" (187). Più anodina, e a prima vista incomprensibile, è invece l’espressione che compare nel documento del 1114-1120. Solmi così la restituisce : "Siat et fiat, amen. Et Genitosi fiat, amen, amen", e così la commenta: "Genitosi sta un’unica volta nella invocazione finale del documento… Ho pensato alla forma greca ghénoito (si tenga presente che qui e avanti il corsivo esprime parole che vanno immaginate in scrittura greca, ndr), poiché infatti nel luogo sta invece del corrispondente siat" (188). L’aoristo ottativo di ghígnomai è effettivamente la forma verbale, corrispettiva del sardo siat e del latino fiat, che, chiaramente dipendente da formulari bizantini, sopravvive anche nei documenti della cancelleria giudicale. Così risulta dalla carta greca di Marsiglia (sec. XI ex.) che appunto suggella il dettato con l’espressione "Amen. Ghénoito, Ghénoito" , alla quale fa seguito, in lettere allungate, una sequela di elaborazioni grafiche, rese dal Wescher con tre terne di segni di croce, e che invece, a mio avviso, potrebbero meglio intendersi come "Amen, Amen, Amen" (189). Si può pensare che non dissimile potesse essere il contesto grafico che lo scriba F si è trovato dinanzi nel momento in cui si sarebbe accinto alla costruzione del nuovo originale in lingua latina. Una sequenza di parole e di segni, lontani dalla sua sensibilità e dalla sua cultura, la cui comprensione era forse aggravata dall’usura che si era determinata in qualche segmento della membrana, una sequenza che potrebbe essere così immaginata per quanto attiene al passaggio che ci interessa: "Amen. Ghénito. Si[..], Fiat. Amen, Amen, Amen". L’ ipotesi che l’ottativo fosse scritto secondo la pronuncia bizantina (dittongo oi = i) può ben inserirsi in un contesto in cui gli scribi della cancelleria, pur conoscendo i caratteri dell’alfabeto greco, non avevano particolare dimestichezza con la lingua scritta, della quale tuttavia erano forse rimaste sporadiche quanto vivaci sopravvivenze nella consuetudine orale. La caduta di –at in Siat potrebbe essere addebitata a cause accidentali determinatesi nel corso del secolo che separa la prima dalla seconda redazione. A fronte di una tale proposta lo scriba ducentesco si limita a traslitterare la frase dal greco al latino in una adesione dogmatica al dettato, che andrebbe quindi risolto, in maniera differente rispetto all’ edizione Solmi: "Génito, si<at>, fiat. Amen, Amen, Amen". La triplice scrittura di "Amen", la prima in onciale con doppia n finale, la seconda, pure in onciale, con ampi spazi tra una lettera e l’altra, la terza resa con l’iniziale A e con un seguito grafico inespressivo, ben si rapportano a una situazione del modello non dissimile da quella attestata nella carta greca di Marsiglia. In altre parole, lo scriba F, oltre a segnalarsi per la peculiarità della scrittura, si sarebbe anche distinto per la volontà di riprodurre con fedeltà l’originale (e al suo vezzo imitativo potrebbe anche addebitarsi l’adozione dei numerosi accenti), a differenza delle altre mani che risolvono l’antica formula di apprecazione secondo i modi che si sono formalizzati nei primi decenni del Duecento (nella grande maggioranza dei casi, come si è detto: "Siat et fiat. Amen"). Per quanto riguarda la mano A si potrà osservare che tale volontà di normalizzazione delle espressioni più stereotipate del formulario emerge anche a proposito dell’invocazione verbale, resa sempre in latino.

52. c. Rinnovo degli originali con l’innesto di interpolazioni. Ma sono davvero i nostri documenti fedeli trascrizioni degli originali o non piuttosto liberi rifacimenti fondati sì sull'antigrafo, ma ripensati e aggiustati in relazione a sopravvenute esigenze messe in campo dal destinatario e accettate dalla cancelleria? L’interrogativo è lecito nel caso di exemplaria sia in caratteri greci sia in caratteri latini. Si tratterebbe, è quasi inutile dirlo, di ricostruzioni che presuppongono anch’esse la volontaria distruzione dei relativi exemplaria, con l’ ovvia eccezione dei sigilli opportunamente recuperati e riutilizzati. Un intervento del genere, proprio perché frutto di una mente fraudolenta (seppure ispirata da nobili intenzioni) (190), difficilmente avrebbe potuto coinvolgere i documenti di tutte e tre le diocesi interessate, in particolare Solmi 1 (Cagliari), Solmi 2 (Dolia), Solmi 3-8 (Suelli). Escludendo il primo documento che ci è pervenuto in copia tarda, ma anche quello di Dolia, in cui abbiamo rilevato un proposito di imitazione dell’antigrafo difficilmente conciliabile con una intenzione mistificatoria, ci rimangono soltanto i documenti di Suelli. Ma le riserve, suggerite dalle incongruenze paleografiche, non trovano alcun alimento nei formulari e nei contenuti. Nulla resta degli antichi sospetti che Papenbroeck aveva riversato (a dire il vero in modo alquanto sfumato) sull’intera silloge, immaginando che essa potesse collegarsi in qualche modo alla difesa della credibilità storica di S. Giorgio (191). Basti osservare che la dedicazione al presunto fondatore della Chiesa di Suelli, del tutto assente in Solmi 3-6, compare per la prima volta in Solmi 7 (192). Quanto alla tipologia dei negozi e ai modi con cui i dettati sono sviluppati all’interno di un’identica griglia formulare, non si riesce a cogliere alcuna anomalia (193), men che meno può apparire strano il modo di descrivere i beni immobili in essi menzionati e la puntualità con cui vengono descritti i confini. Basterà leggere i condaghi, ma anche altri documenti sardi conservati negli archivi continentali, per verificare come tali sistemi rientrassero in una prassi largamente adottata in ogni angolo della Sardegna (194). In altre parole si può dire che l’ inserimento di eventuali interpolazioni o aggiunte, ammesso che, nonostante le apparenze, sia stato effettuato, dovrebbe senz’altro essere accreditato a operatori di eccezionale bravura e di notevole esperienza. E neppure dovranno indurre al sospetto (pur legittimo in ambito cancelleresco) i due testimoni gemelli di Solmi 6, poiché non mancano nella produzione documentaria della Sardegna altri casi di redazione duplicata (195).

53. Comunque, sia che i nostri documenti vengano considerati rifacimenti rispettosi del dettato originale, sia che vengano intesi come composizioni in parte rinnovate, tutti godevano dell'avallo della cancelleria e quindi difficilmente avrebbero potuto essere contestati. Essi, pur inserendosi in un periodo in cui era particolarmente sentito il problema delle falsificazioni, avrebbero superato indenni anche il più difficile dei passaggi giudiziari, non potendo essere assimilati a nessuna delle situazioni fraudolente di cui abbiamo larghe testimonianze in alcune grosse querelles dibattute in questi stessi anni nell’Italia settentrionale (e delle quali sono sopravvissuti integri i relativi dossiers ) (196), e non potendo in alcun modo rientrare nella pur dettagliata casistica elaborata nelle Decretali di Gregorio IX al fine di prevedere (e di combattere) tutti i possibili casi di falsificazione dei documenti pontifici (197).
Siamo così giunti al termine del viaggio. Lo avevo intrapreso, tanto vale confessarlo, nella presunzione che l’iniziale giudizio di falsi diplomatistici addebitato ai documenti più antichi della silloge cagliaritana fosse la spia di una situazione fraudolenta ben più ampia e articolata, nella quale potevano essere coinvolti anche i documenti dei decenni iniziali del Duecento. Un’operazione, comunque, che fin dall’inizio mi era sembrato non potesse andare oltre la metà del secolo.
Il saggio di Paulis, che ebbi modo di leggere in occasione del convegno oristanese del dicembre 1997, nel trasferire a un’età molto più tarda alcuni dei documenti cagliaritani, mi ha persuaso a riprendere quasi da capo il cammino e ad avviare una consultazione delle scritture del medioevo sardo ben più sistematica e approfondita di quella che avevo inizialmente prevista.
Con risultati che sono quelli che sono e che comunque (oltre a porre in un fertile e salutare contrasto il paleografo e il glottologo) aprono prospettive nuove e imprevedibili nella valutazione del documento sardo. Anche se resta integro lo stupore di fronte alle modalità con cui la cancelleria cagliaritana ha riscritto nel Duecento i documenti del secolo precedente, siano essi da valutare come copie autentiche, come riscritture in caratteri latini dipendenti da antigrafi greci (198), come riedizioni opportunamente aggiustate e manipolate (199).
Di certo, le nostre carte hanno chiesto e continuano a chiedere una cura molto più sofferta e problematica di quella che il Besta con la sua drastica condanna e il Solmi con la sua semplicistica assoluzione hanno loro riservata.

 

NOTE

(147) Pur in mancanza di un riferimento esplicito a S. Giorgio di Suelli, riconduce senza dubbio a tale diocesi la chiesa di S. Maria de Lozzorai, cfr. P. Sella (a cura di), Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Sardinia, Città del Vaticano 1945, edizione anastatica 1973 (Studi e Testi, 113), n. 665, p. 72; n. 2160, p. 194; n. 2204, p. 196.

(148) R. Turtas, Erezione, traslazione e unione di diocesi in Sardegna durante il regno di Ferdinando II d’Aragona (1479-1516), in Vescovi e diocesi in Italia dal XIV alla metà del XVI secolo. Atti del VII Convegno di Storia della Chiesa in Italia (Brescia, 21-25 settembre 1987), a cura di G. De Sandre Gasparini, A. Rigon, F. Trolese, G. M. Varanini, II, Roma 1990 (Italia Sacra. Studi e documenti di Storia ecclesiastica, 44), p. 721.

(149) Quasi sempre la copia più antica, trascritta nei Libri diversorum, è accreditata al Quattrocento (Solmi 2-5, 10-19). In pochi casi al Cinquecento (Solmi 7-9). In un solo caso non è indicata la data (Solmi 6).

(150) Almeno così suggerisce la formula di autentica: "Hoc est transuptum <così>, fideliter sumptum a quadam carta pargaminea vetustissima in lingua sardisca" (c. 117r).

(151) L’ incipit delle autentiche quattrocentesche dei due documenti, pressoché simili, è il seguente: "Hoc est translatum, copia et exemplum, bene et fideliter sumptum in castro Callari die .IIII. mensis augusti, anno a nativitate Domini millesimo .CCCCLXXVI°., a quodam libro appellato Mare Magnun episcopati Sulsitani , non viciato, non cancellato nec in aliqua sui parte suspecto sed omni prorsus vicio et suspectione carente, cuius tenor sequitur sub hiis verbis: … " (c. 131r; nuova numerazione c. 147r).

(152) R. Turtas, Erezione , pp. 749-751.

(153) Sulla sua provenienza dall’archivio della diocesi di Dolia, cfr. sopra, nota 145.

(154) Cc. 140rv (numerazione a matita cc. 156rv). Si presenta come copia semplice del sec. XVI-XVII (sec. XV, secondo Solmi).

(155) Liber diversorum E, cc. 65r – 66v (numerazione a matita, cc. 70r – 71v): "Hoc est transumptum sive translatum aut exemplum cuiusdam privilegii sive carte pergaminee sigillati sigillo plumbeo apendito cum cordulis canapi sive cascami, in quo quidem sigillo plunbeo ex una parte est quedam crux et sunt alique littere inlegibiles et ex alia parte alique littere inlegibiles, sumptum sive translatum <lettura incerta> per me Ioannem Polla Sardum, notarium publicum auctoritate regia per totam insulam Sardinee et Corsice, de verbo ad verbum bene et legaliter ac bene et fideliter, nil addendo vel minuendo aut mutando, cuius siquidem privilegii sive carte pergaminee tenor sic se habet ut infra scribitur: … ".

(156) R. Turtas, Erezione , pp. 739-740.

(157) B. Motzo, La donazione dell’isola sulcitana , p. 114. "Ex Regestro antiquissimo" ( secondo il Motzo è da identificare con il "Mare Magnum", ibid., p. 114) è stata anche trascritta una donazione del 1124 che Mariano-Torchitorio, insieme alla moglie Preziosa e al figlio Costantino, ha effettuato in favore di S. Antioco. Anche questo documento, noto attraverso alcune copie comprese nel Liber diversorum E, cc. 123r – 126r (numerazione a matita), in lingua latina, con il millesimo aggiunto alla fine in modo posticcio, con una traditio tutta da costruire, merita valutazioni ben più approfondite di quelle che il Motzo, pur con acume, ha saputo esprimere (Ibid., pp. 113-127). L’impressione è che ci si trovi dinanzi a un disinvolto assemblaggio di un documento effettivamente esistito, in lingua sarda, la cui trama formale non doveva essere diversa da quella che in modo ripetitivo compare in tutti gli altri documenti emanati dalla cancelleria dei giudici cagliaritani. Pure del tutto anomalo, quanto a formulario, è un altro documento del 1206 ottobre 30, pervenutoci in copia autentica del 1307 settembre 6 (Biblioteca Universitaria di Cagliari), con il quale Guglielmo di Massa, giudice di Cagliari, e Ugo di Basso, giudice d’Arborea, in presenza di diversi maggiorenti di ambedue i regni, determinano i confini fra i rispettivi giudicati. È stato edito per la prima volta in A. Solmi, Un nuovo documento per la storia di Guglielmo di Cagliari e dell’ Arborea, in "Archivio Storico Sardo", 4(1908), pp. 193-212. Secondo Blasco Ferrer il dettato "serba non poche peculiarità grafiche e formali di difficile inquadramento geolinguistico", cfr. E. Blasco Ferrer, Il sardo, p. 253. Si veda anche P. Merci, Le origini della scrittura volgare, arte e letteratura, p. 22.

(158) Cfr. sopra, nota 150.

(159) V.M. Cannas, La Chiesa Barbariense, doc. 38, pp. 162-170.

(160) Non è da escludere che possa invece collegarsi alla controversia quattrocentesca la falsificazione di una donazione, accreditata al 1219 luglio 20, nella quale il giudice cagliaritano Torchitorio dona al proprio figlio Salusio, in occasione delle nozze con una Adalasia, la incontrada della Trexenta (CDS, doc. 43, pp. 334-337). Il giudizio di falsità espresso dal Besta (E. Besta, Per la storia del giudicato di Cagliari, pp. 60-65), sulla base di puntuali valutazioni di ordine formale e contenutistico, non può essere verificato sul piano paleografico poiché l’edizione del Tola, in mancanza dell'originale, dipende da una tarda copia autentica dell’Archivio Arcivescovile di Cagliari (da me, peraltro, non reperita; ma prima di dichiararsi sconfitti andrà fatto uno spoglio a tappeto dei Libri diversorum). Nonostante i tentativi del Besta di recuperarne in uno studio successivo almeno in parte la credibilità (E. Besta, La donazione della Tregenta, pp. 383-398; a pp. 385-389 è riportata un’edizione più corretta di quella del Tola), va ribadito, onde evitare equivoci, che questo documento presenta un’intelaiatura, un’organizzazione dei contenuti e una struttura linguistica che lo isolano completamente da tutti gli altri.

(161) A. Solmi, Le carte volgari, p. 275.

(162) Del restauro vaticano troviamo menzione in V. M. Cannas, La Chiesa Barbariense, pp. 133-139. A volte sono proprio le tecniche di risanamento adottate (peraltro comprensibili di fronte al pessimo stato di conservazione dei supporti), a precludere ogni tentativo di lettura. Cosi è per le pergamene Solmi 17 e 18, rivestite nel verso, rispettivamente per intero e per tre quarti, con membrana di rinforzo.

(163) Solmi 3, perg. 12: "De saltu Sancti Basili"; Solmi 13, perg. 2: "Carta de Donicaalba e de Arigi e de Sexto", "Villa Donnicalialba" (due mani diverse).

(164) P. Merci, Il Condaghe di S. Nicola di Trullas, p. 22. Cfr. sopra, nota 82.

(165) Uno scriba del sec. XII ex. , cc. 88r- 95v impiega una carolina tarda , mostrando di non conoscere, così come l’estensore di Solmi 10 (mano E), alcuna delle regole della textualis. Due altri scribi, rispettivamente del sec. XIII in. (cc. 1v , inc. "Ego iudike Mariane de Laccon …" –- c. 3r) e del sec. XIII med. (c. 122r , inc. "Posit Marcusa…") si inseriscono invece, seppure con differenti consapevolezze (e comunque in assonanza con le nostre mani A, B, C), nel nuovo clima grafico. Fra i numerosi testi che riportano facsimili di singole carte del Condaghe di S. Pietro in Silki, varrà almeno la pena di segnalare l’ Archivio Paleografico Italiano, diretto da E. Monaci, vol. III, Roma 1892-1910, tavv 34-39 (12 carte riprodotte). Cfr. anche sopra, nota 83.

(166) Si veda al riguardo O. Schena, Il Condaghe di S. Maria di Bonarcado (Note paleografiche e diplomatistiche), in Il Condaghe di S. Maria di Bonarcado, pp. XLIII- LXIII. L’autrice coglie una "sorprendente" somiglianza tra una mano del codice (quella che avrebbe scritto le cc. 69r – 70v, 78r – 84v; se ne veda un saggio in F. C. Loddo-Canepa, Esempi di scritture, tav. IV) e alcune non meglio specificate pergamene del gruppo cagliaritano. Per quanto è possibile giudicare dal microfilm (non mi è stato possibile esaminare il codice a motivo dei restauri in corso presso i locali della Biblioteca Universitaria di Cagliari), mi parrebbe più degna di attenzione la mano che ha vergato in una elegante carolina di transizione le cc. 86r – 92v, vicina in modo significativo alla scrittura di Solmi 9 (Mano D) datata al 1190-1200 (cfr. qui, tavv. 11 e 12; una riproduzione parziale della c. 87r del codice è anche in O. Schena, Il Condaghe, foto n. 2, p. LXII). Si coglie in ambedue un rigoroso impegno nell’ impaginazione, l’adozione soltanto occasionale della regola sulle curve contrapposte e in, genere, la mancanza di eloquenti morfologie innovative.

(167) In un bel volume di recente ad esso dedicato compare, oltre all’edizione, uno studio analitico di taglio paleografico e codicologico, dove si propone "una datazione assai vicina alla data cronica indicata nell’ incipit (a. 1190), precisamente tra la fine del XII e il primo quarto del XIII" (G. Meloni - A. Dessì Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna, pp. 125-131). Ai fini di una precisa valutazione dei tempi in cui il condaghe è stato allestito, più che il confronto con testimoni lontanissimi dal nostro (quali il codice Vangiano di Trento e il cod. D.VI.10 della Biblioteca Universitaria di Torino, ambedue, e il secondo in particolare, di datazione tutt’altro che sicura, ibid., p. 131, nota 15), potranno tornare utili le scritture dei più giovani documenti della serie cagliaritana, quelli inseriti nel gruppo A e B. L’impressione è che la scrittura del condaghe di Barisone sia molto più evoluta: non solo infatti la regola del Meyer sulla sovrapposizione delle curve contrapposte e quella di Zamponi, riguardante l’addossamento su lettera successiva delle lettere concave verso destra, sono adottate con maggiore rigore, ma troviamo qui anche utilizzata, seppure in pochi casi, la regola che prevede l’uso della r rotonda dopo lettera con curva convessa verso destra, in particolare dopo o. Siamo, in altre parole, di fronte a pagine in cui il cambio grafico appare del tutto consolidato. Non compare è vero la c rovesciata per con/cum, (anche se Dessì Fulgheri la dà come presente, ibid., p. 130), ma tale mancanza non deve suscitare meraviglia, dal momento che questo segno tachigrafico, largamente adottato nel continente, sia in ambito librario sia in ambito documentario, a partire dalla seconda metà del secolo XII, è anche assente in tutte le pergamene cagliaritane. Se tale latitanza fino ai primi decenni del Duecento potesse trovare conferma nello spoglio delle scritture dei condaghi (e un primo sondaggio lo lascerebbe credere), avremmo un elemento di enorme importanza non solo per datare le scritture sarde, ma anche per valutare se una determinata grafia sia da attribuire a uno scriba locale piuttosto che a uno continentale. Ancor più significativa sarebbe tale assenza, tenendo conto che non mancano esempi di documenti sardi scritti da copisti continentali in cui è usata la c rovesciata, così a Marsiglia in ADMar, 1. H. 93., n. 454, a. 1183 ("Ricco arcivescovo di Cagliari per S. Saturno di Marsiglia in persona dell’abate Austorgio", cfr. A. Boscolo, L’ abbazia di S. Vittore, p. 58 ss.; di questo documento esiste anche un altro esemplare, privo di sigillo, sotto il n. 455). Varrà la pena di aggiungere che, a quanto ho potuto verificare in base a un esame selettivo della documentazione conservata nell’ Archivio Dipartimentale di Marsiglia, la c rovesciata cosi come la r rotonda sono comunemente adottate dagli scribi locali nella seconda metà del secolo XII). La medesima nota in sostituzione di con- è attestata nella documentazione genovese (ASGe, Archivio Segreto, Materie politiche, mazzo 2, n. 20, cfr. qui, nota successiva). È presente in Sardegna, a quanto mi risulta, nella bella textualis (cc. 1r – 14r: Constitutiones Gottifredi Prefecti) del codice di S. Giusta (BUCa, Fondo Baille, sala piccola, ms. 6 bis 4.7.), accreditabile al secondo quarto del Duecento (G. Zichi, Gli statuti conciliari sardi del legato pontificio Goffredo dei Prefetti di Vico. a. 1226, Sassari 1988, Università di Sassari. Studi e ricerche del Seminario di Filosofia del Diritto e di Storia delle dottrine politiche della Facoltà di Magistero, 1, pp. 55-69, tavole a pp. 58-59, 64-65, 86-89), e anche nella più dimessa grafia con la quale, nello stesso codice, è trascritto, in data 1229 maggio 25, il prezioso inventario dei libri e degli arredi sacri delle chiese di Santa Gilla, di San Pietro e di Santa Maria di Cluso (D. Nebbiai-Dalla Guarda, Saint-Victor de Marseille et l’ Italie, pp. 298-299, con due tavole; non si può escludere che la nota tironiana sia adottata anche dalle altre mani attestate nella seconda parte del codice cagliaritano: un dubbio che soltanto l’esame diretto potrà sciogliere). Tornando al condaghe conservato a Pisa, ritengo che il suo allestimento vada inserito non prima degli anni venti-trenta del Duecento. È comunque fuor di dubbio che in nessun modo è possibile cercare tra gli scribi del giudice Barisone, elencati a p. 135, nota 27 del citato volume, lo scriptor del condaghe. Escludiamo innanzitutto il "Robertus" del documento del 1166, non tanto perché non siamo in grado di visionarne la scrittura, avendo soltanto la disponibilità di una copia in Vetustior (D.Puncuh, I Libri Iurium, I/2, doc. 405, pp. 371-372; CDL, doc. 82, pp. 233-234), quanto perché, pur qualificandosi come "scriptor domini … Barasonis", il nostro non sembra essere altro che un notaio genovese postosi occasionalmente al servizio del giudice. Pure da escludere dal novero dei possibili scrittori del condaghe è Uguccione Familiatus "domni imperatoris Frederici iudex ordinarius et sacri Lateranensis palatii notarius", scrittore e rogatario di un documento del 1177 maggio 28 (cfr. sopra, nota 115), che conosciamo attraverso due testimoni. Il notaio redige interamente il testimone in pulito e soltanto la parte iniziale ("SN, In nomine sancte et individue Trinitatis. Amen. Barason divina") dell’altro testimone fornito di correzioni, impiegando una minuscola diplomatica, pienamente inserita nel filone dall’antiqua, assolutamente inconciliabile con quella del condaghe. Resta da ultimo "Paniscalidus domini … regis Parasonis scriptor", del quale abbiamo un documento in originale conservato in AAMc, aula III, capsula XI, n. 48 (a. 1170); cfr. CDS, doc. 97, p.240; A. Saba, Montecassino e la Sardegna, doc. 35, pp. 198-200; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 48, p.77; Inventaire, n. 74012, p. 38. Composto in volgare sardo da un copista formatosi nell’isola, il documento è in una carolina di transizione, vergata con ductus posato, anch’essa incompatibile sia nell’impianto sia nella morfologia con quella del condaghe.

(168) Di particolare interesse è un documento del 1184 giugno, prodotto dalla cancelleria del giudicato d’ Arborea (ASPi, Diplomatico Primaziale, 1185 giugno, corta; CDS, doc. 113, p. 254 (alla data 1185 giugno); E. Blasco Ferrer, Il sardo, pp. 262-263; Inventaire, n. 74.016, p. 44). Pervenutoci in originale (una lacerazione della pergamena nella parte centrale del bordo inferiore impedisce di individuare le tracce del sigillo deperdito), vergato da Pietro Pagano in volgare sardo, presenta un significativo esempio di carolina tarda in cui tuttavia non risulta ancora adottata alcuna delle regole della textualis. Pietro Pagano, prete e cancelliere, largamente attestato nella documentazione superstite degli ultimi decenni del secolo (cfr. F. C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde, pp. 28-29), è personaggio di rilievo nell’entourage del giudice Barisone d’Arborea e del figlio Pietro, come appare da altri sei documenti. Il primo del 1182, in lingua latina, è conservato in originale (sulla plica sopravvive il cordoncino del sigillo deperdito) a Montecassino (AAMc, aula III, capsula XI, n. 10; CDS, doc. 110, p.252; A. Saba, Montecassino e la Sardegna , doc. 38, pp. 203-206; T. Leccisotti, Regesti, vol. II, n. 10, p.61). Altri tre documenti, tutti del 1189, pure in lingua sarda, sono conservati nell’ Archivio di Stato di Genova: in essi il nostro personaggio si qualifica come "Petrus Paganus, kancellarius domini Petri, rex et iudex Arboree/Arborensis". Tutti trascritti in Vetustior (D.Puncuh, I Libri Iurium, I/2, doc. 397, pp. 354-355; doc. 400, pp. 359-360; doc. 402, pp. 364-366. In CDS, rispettivamente doc. 134, pp. 168-169; doc. 133, p. 168; doc. 132, pp. 267-268, dove invece di "Petrus Paganus" si legge "Petrus Salianus"), di due di essi è sopravvissuto anche l’orginale (ASGe, Archivio Segreto, Materie politiche, mazzo 2, n. 21 (1189 maggio 29; I Libri Iurium cit, doc. 400) e n. 20 (1189 maggio 29; I Libri Iurium, doc. 402). Gli ultimi due della serie, nei quali Pietro si qualifica parimenti come cancelliere, sono conservati in copia nell’ Archivio Capitolare di San Lorenzo di Genova: l’uno del 1189 maggio 29, in lingua latino-sarda (CDS, doc. 131, p. 267; D. Puncuh, Liber privilegiorum Ecclesiae Ianuensis, Genova 1962, doc. 40, pp. 58-59, 402), l’altro del 1195 aprile 27, in lingua sarda (CDS, doc. 143, p.278; D. Puncuh, Liber privilegiorum, doc. 41, pp. 59-60, 406). Con la qualifica di "Petru/Pedru Paganu cancelleri" è anche menzionato nel Condaghe di S. Maria di Bonarcado (edizione Virdis, schede 2 e 208, rispettivamente pp. 7 e 89). Trattasi di un personaggio la cui produzione (si tenga tuttavia presente che i documenti dell’Archivio di Stato di Genova non sembrano di sua mano), mentre si presta a valutazioni di grande interesse diplomatistico, denuncia una professionalità versatile e di altissimo profilo. Non vi è qui lo spazio per approfondire l’argomento, si osservi tuttavia che, contrariamente alle proposte che Casula ha anteposte alla ristampa del CDS (Sassari 1984, Rettificazioni cronologiche, p. XXXV), i tre documenti genovesi che riportano la data "1189, indizione VI, maggio 29" (CDS, docc. 132, 133, 134) vanno mantenuti in questo anno e non ricondotti al 1188. È infatti evidente che non è qui usato lo stile dell’incarnazione pisana, ma lo stile della natività sposato con l’indizione genovese.

(169) ASPi, Diplomatico Coletti, 1212 maggio 10, corta (stile dell’incarnazione e quindi 1211 maggio 10); E. Monaci, Crestomazia italiana, 1955,, n. 28, pp.45-46; Inventaire, n. 74.028, p. 58.

(170) ACCal, pergamene, II serie, n. 634 (1226 maggio 30). Nonostante l’impossibilità della verifica per mancanza dell’indizione ritengo che anche qui, come nel documento precedente, sia adottato lo stile pisano dell’incarnazione, che coincide con il nostro 1225 maggio 30. A quanto risulta da un primo sopralluogo le carte riguardanti la Sardegna, conservate nell’Archivio della Certosa di Calci, sono soltanto due, quella menzionata in questa nota e l’altra in quella seguente. Un piano sistematico di edizione dei documenti della Certosa di Calci è stato avviato da Scalfati, che ha finora pubblicato i documenti fino a tutto il 1150, cfr. S. P. P. Scalfati, Carte dell’Archivio della Certosa di Calci. 1(999-1099), Roma 1977 (Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII, 17); Carte dell’ Archivio della Certosa di Calci. 2 (1100-1150), Roma 1971 (Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII, 18). È in corso di elaborazione una tesi di dottorato in Diplomatica, sede amministrativa Genova, a cura di L. Orlandi (sotto la direzione di O. Banti), che prevede la pubblicazione dei documenti compresi tra il 1151 e il 1190. Potrà essere utile ricordare che l’annessione alla Certosa di Calci del Monastero di S. Gorgonio e di S. Vito, che in Sardegna ebbe la dotazione della chiesa di S. Giorgio de Sebollu, avvenne nel 1425. Sulle vicende del monastero, con particolare riferimento al suo archivio, cfr. S. P. P. Scalfati, Carte dell’ Archivio 1, pp. IX- XIX e L. Carratori, Inventario dell’Archivio della Certosa di Calci, Pisa 1990 (Biblioteca del "Bollettino Storico Pisano". Collana Storica 35), p. XIV ss.

(171) ACCal, pergamene, II serie, n. 350. Cfr. A. Solmi, Le carte volgari, 36 (1905),, pp. 21-22, nota 1 e anche Id., Studi storici, Appendice V, docc. 2-3, pp. 422-423. Già il Solmi (Le carte volgari, p. 21, nota 1), a giusta ragione, ha posto in rilievo come sia eccezionale e a un tempo prezioso questo documento. Emanato in due redazioni, l’una [A] in lingua sarda (cfr. nota 169), l’altra [A’] in latino, si presenta la prima come "esempio del documento uscito dalla cancelleria sarda" , mentre la seconda esprime "le forme della cancelleria latina" . "Ma l’una e l’altra – continua il Solmi – sono redatte nel medesimo giorno e nel medesimo luogo <Pisa>, derivano da uno stesso giudice, hanno il medesimo contenuto, sono assistite dagli stessi testimoni" (Ibid.). Trascurando di fare qui una disamina diplomatistica del documento –- un passaggio davvero significativo per capire quali fossero i modi formali con cui i giudici cagliaritani gestivano il loro potere (ma anche chiave di volta per costruire una rinnovata storia delle cancellerie giudicali) –-, si dovrà almeno precisare che il testimone latino non è emesso da "una cancelleria latina" non meglio precisata, ma è il prodotto di un notaio operante in Pisa in questi anni, che esprime un instrumentum nel quale viene inserita, dopo una libera traduzione dal sardo, la dispositio del giudice. Quanto ai testimoni, va osservato che quelli pisani compaiono in ambedue le versioni, mentre quelli sardi sono elencati soltanto in A. La completio è articolata secondo il formulario proprio del notariato pisano di questo periodo: "(SN) Ego Nicholaus de Sancto Nicholao, domini Henrici excellentissimi regis postea imperatoris i[udex] ordinarius et notarius, hanc cartam rogatus scripsi et firmavi". Nicolao, che usa una scrittura di studiata eleganza, seppure ben inserita nel clima grafico del tempo e comunque diversa da quella dello scriba sardo di A, è rogatario di altri documenti conservati nel medesimo archivio (cfr., a esempio, doc. 341, 1210 ottobre 29, stile dell’incarnazione pisana con indizione bedana e quindi 1209 ottobre 29; doc. 361, 1213 febbraio 12) e in AAPi , cfr. L. Carratori e G. Garzella (a cura di), Carte dell’ Archivio Arcivescovile di Pisa. Fondo Luoghi Vari. 1 (954-1248), Pisa 1988 (Biblioteca del "Bollettino Storico Pisano". Fonti 2), doc. 11, pp. 20-21 (1209 ottobre 5). Sulla duplice redazione del documento, cf. anche P. Merci, Le origini della scrittura volgare, arte e letteratura, p. 22.

(172) A. Solmi, Ademprivia. Studii sulla proprietà fondiaria in Sardegna, in "Archivio Giuridico ‘Filippo Serafini’", 72 (1904), p. 446, nota 1; Id., Studi storici, Appendice V, doc. 4, p. 424.

(173) Non è neppure censito in Inventaire più volte citato (le carte campidanesi sono comprese tra i nn. 74.017- 74.036, pp. 47-66). Oltre a questa, la sola altra carta, tra quelle sopravvissute in forma di originale della cancelleria cagliaritana, che non risulta compresa nel repertorio anzidetto è quella dell’Archivio Capitolare di Pisa, per la quale vedi sopra, nota 113.

(174) Tavv. 13 e 14.

(175) Cfr. sopra, nota 70.

(176) Sui rapporti tra Pisa e la Sardegna, cfr. E. Besta, La Sardegna medioevale, p. 180 ss.; F. Artizzu, La Sardegna pisana e genovese, Sassari 1985 (Storia della Sardegna antica e moderna diretta da Alberto Boscolo, 5), p. 114 ss.; S. Petrucci, Re in Sardegna, a Pisa cittadini. Ricerche su ‘domini Sardinee’ pisani, Bologna 1988 (Studi e testi di Storia medioevale. Collana diretta da G. Soldi Rondinini, 17), pp. 11-55.

(177) Il documento pontificio, conservato in originale in AACa, perg. 13, è al di sopra di ogni sospetto. Non censito nei Regesta del Potthast (A. Potthast, Regesta Pontificum Romanorum inde ab a. post Christum natum MCXCVIII ad a. MCCCIV, I, Berlin 1874, ristampa Graz 1957, p. 735), già segnalato dal Solmi, seppure sotto la data errata del 1231(Le carte volgari, p. 274, nota 2), è stato pubblicato per la prima volta in V. M. Cannas, La Chiesa Barbariense, doc. 2, pp. 138-139.

(178) Della professionalità notarile si sarebbe avvalso senza difficoltà chiunque, singola persona o istituzione pubblica, si fosse trovato ad agire nel continente italiano in questo stesso periodo. È noto come in Sardegna siano del tutto labili le tracce, almeno per quanto è possibile apprezzare su base documentaria, del radicamento di un notariato autoctono nel corso del secolo XII e della prima metà del Duecento. Trascurando gli operatori continentali che con la qualifica di notai si sono posti al servizio dei giudici e dei vescovi sardi in modo più o meno occasionale o che rogano documenti privati su committenza esterna (è il caso di un pisano, "Rainaldus notarius apostolice Sedis", che in data 1145 marzo 16, roga a Cagliari una cartula donationis in favore della Chiesa di S. Maria di Pisa, cfr. AAPi, n. 397; N. Caturegli, Regesto della Chiesa di Pisa, n. 397, p. 265) non è facile isolare casi sicuri di professionisti sardi che, muniti di fides publica, mostrino di esercitare la professione in modo non dissimile dai loro colleghi continentali. Sul notariato sardo rimane ancora sulla breccia, in attesa di un doveroso cambio, il saggio di P. Canepa, Il Notariato in Sardegna, in "Studi Sardi", 2(1936), pp. 61-137. Da utilizzare con acribia è il repertorio delle più antiche presenze notarili in Sardegna, pubblicato in F. C. Casula, Sulle origini delle Cancellerie giudicali sarde, pp. 39-40. Sullo status quaestionis e su altra bibliografia, cfr. L. D'Arienzo, Gli studi paleografici , pp. 198-199.

(179) A. Rovere, "Rex Balduinus Ianuensibus privilegia firmavit et fecit". Sulla presunta falsità del diploma di Baldovino I in favore dei Genovesi, in "Studi Medievali", 37(1996), pp. 95-133. Si tenga presente che anche il documento genovese, come quelli sardi, proprio per l’anacronismo della scrittura ha tutte le sembianze di un falso. E così di fatto è stato considerato dagli studiosi che, prima della Rovere, l’hanno studiato (Ibid., p. 101).

(180) È vero invece il contrario. Si hanno ampie testimonianze di archivi in cui tutto viene conservato, non solo i documenti incompleti e quindi privi di qualsiasi valore (soprattutto quanto sono stati oggetto di una successiva redazione regolarmente ultimata), ma, nei casi di falsificazione, oltre ovviamente agli spuria, anche "i documenti preparatori … o addirittura i tentativi abortiti". Sul primo caso si veda il richiamo di Alessandro Pratesi nella prefazione a F. Simonelli (a cura di), Le carte di S. Spirito del Morrone, I (1010-1250), Montecassino 1997 (Miscellanea Cassinese a cura dei monaci di Montecassino, 76), p. XI. Sul secondo caso cfr. E. Cau, Il falso nel documento privato , p. 222.

(181) Solmi 4-6, 8.

(182) Con maggiore fedeltà nei riguardi dell’ originale operano le mani C (Solmi 3) e F (Solmi 2): "In nomin de Pater et Filiu et Sancto/Sanctu Ispiritu". Identica formula, in lingua sarda, è attestata in altro documento prodotto in duplice esemplare in questi stessi anni dalla cancelleria campidanese e conservato in copia nell’ Archivio di San Lorenzo di Genova (D. Puncuh, Liber privilegiorum, docc. 35-36, pp. 53-54), ma un altro documento coevo conservato nello stesso deposito, pure in lingua sarda e in copia, riporta la formula in latino (Ibid., doc. 37, p. 54).

(183) Così lo intende Merci con riferimento all’espressione latina "Haec et renovo", posta al termine della scheda 156 del Condaghe di S. Nicola di Trullas (P. Merci, Il Condaghe di S. Nicola di Trullas, p. 88; glossario, pp. 212, 253). Sull’adozione della "renovatio", cfr. anche le schede 289, 315, 347 del Condaghe di S. Pietro di Silki: G. Bonazzi, Il Condaghe di San Pietro di Silki , rispettivamente, pp. 75, 85, 93 (devo queste indicazioni a Raimondo Turtas). È lo stesso sistema adottato nel rinnovo del documento genovese in onciale (cfr. sopra, testo in corrispondenza delle note 55-56). Si veda anche un documento della Primaziale di Pisa (non più reperibile in ASPi) con il quale il giudice Barisone d’Arborea rinnova negli anni settanta una precedente donazione del padre Costantino. L’espressione utilizzata è la seguente: "Et ego judike Barusone de Gallul ki la renovo custa carta dave vetere a nova ki fekit patre meu judike Gosantine", cfr. CDS, doc. 101, p. 244 e O. Schena, Civita,, p. 107, da cui dipende la formula della renovatio qui trascritta.

(184) Ma anche se ciò fosse avvenuto, se cioè i nostri documenti del secolo XII fossero tutti da intendere come riproposta di antigrafi andati distrutti o rovinati, non si vede perché, in concordanza con le situazioni menzionate nella precedente nota, la giudichessa Benedetta non abbia fatto ricorso al meccanismo della renovatio, dandone conto mediante un’esplicita dichiarazione. Così, d’altra parte, sembra si sia comportato, seppure in tempi lontani da quelli dei nostri documenti, il giudice Costantino (sec. XII in. ?), quando, in seguito all’incendio della chiesa e dell’archivio di Bisarcio, ha voluto ripristinare alcune delle carte andate distrutte: "…la renobamus ista carta pro ca arserant sas cartas ci abeant de innanti cando arserat sa ecclesia de Guisarchu". La citazione del passo, inserito in un contesto frammentario e di tradizione recenziore, dipende da CDS, doc. 9, pp. 183-184.

(185) Cfr. sopra, nota 112. La bibliografia ivi citata denuncia un’adesione della Sardegna al mondo greco, anche in ambito scritturale, non dissimile da quella che è possibile apprezzare fra XI e XII secolo nelle altre aree dell’Italia meridionale che hanno avuto una vicenda non dissimile da quella sarda. A proposito della Calabria, si veda S. Lucà, Le diocesi di Gerace e Squillace: tra manoscritti e ‘marginalia’, in Calabria bizantina. Civiltà bizantina nei territori di Gerace e Stilo (Locri-Stilo-Gerace, 6-9 maggio 1993), Reggio Calabria 1998, pp. 245-343, in particolare p. 280.

(186) Per un inquadramento generale sulla Sardegna bizantina, cfr. E. Besta, La Sardegna medioevale, pp. 13-98; A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, Sassari 1978 (Storia della Sardegna antica e moderna diretta da Alberto Boscolo, 4); P. G. Spanu, La Sardegna bizantina tra VI e VII secolo, Oristano 1998 (Mediterraneo tardo-antico e medievale. Scavi e ricerche, 12); R. Turtas, La storia della Chiesa in Sardegna. Età antica e medievale, in corso di stampa. Nel volume di Spanu (pp. 92-96) è segnalato il ritrovamento in San Giorgio di Cabras di un’ottantina di sigilli con scritte in greco, testimonianza eccezionale di un archivio deperdito (e quindi di alto rilievo anche per gli studi diplomatistici), sul quale sta per essere ultimata (e pubblicata)una ricerca a cura di P. G. Spanu e R. Zucca.

(187) La situazione, con riferimento ai soli originali, è la seguente: "Siat et fiat. Amen" in Solmi 3-5, 13, 16-19; "Siat et fiat. Amen, amen, amen" in Solmi 6, 8, 14; "Amen. Siat et fiat. Amen" in Solmi 9; "Amen et fiat" in Solmi 10, 11; "Amen" in Solmi 12.

(188) A. Solmi, Le carte volgari, doc. 2, pp. 284 e 324.

(189) Tav. 16. A D Mar, 1. H. 88., n. 427, cfr. M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde , p. 257. Va detto che le avarie della pergamena, sopravvenute dopo il 1874, non mi hanno consentito di controllare con sicurezza la trascrizione del Wescher, della quale peraltro non v’è alcuna ragione di dubitare. Sul "ghénoito" della carta greca di Marsiglia, cf. anche P. Merci, Le origini della scrittura volgare, arte e letteratura, p. 16.

(190) Ma cfr.: S.P.P.Scalfati, Pia fraus? Benediktinische Rechtskniffe und Urkundenfälschungen in Pisa im Zeitalter der Kirchenreform, in Mentalität und Gesellschaft im Mittelalter. Festschrift für Ernst Werner, hg. S. Tanz, Berlin 1993 (Beiträge zur Mentalitätsgeschichte, Bd. 2), pp. 21-70, riedito in S. P. P. Scalfati, La Forma e il Contenuto. Studi di Scienza del documento, Pisa 1993 (Percorsi 4), pp. 223-267.

(191) Cfr. sopra, nota 65.

(192) Dovranno dunque cadere i dubbi che Merci aveva avanzati a proposito di Solmi 11 per il fatto che nella narratio la giudichessa Benedetta premette alla propria decisione di confermare e di incrementare le precedenti donazioni giudicali in favore della Chiesa di Suelli il brano relativo alla guarigione miracolosa del giudice Torchitorio, operata da San Giorgio (P. Merci, Le origini della scrittura volgare, arte e letteratura, pp. 21-22). Questo brano torna a emergere come la testimonianza più antica della Legenda di S. Giorgio, conosciuta nella sua completezza attraverso una tradizione molto più tarda, ma evidentemente, almeno in parte, già organizzata e circolante in Sardegna nei primi decenni del Duecento. Si vedano al riguardo: B. Motzo, La vita e l’ufficio di S. Giorgio , pp. 131-154 e V. M. Cannas, San Giorgio di Suelli primo vescovo della Barbagia Orientale (sec. X-XI), vol. I, Cagliari 1976; G. Mele, Psalterium-Hymnarium arborense , 141-146. Una rinnovata attenzione all’agiografia sarda, con particolare attenzione ai rapporti tra Solmi 11 e la Vita di S. Giorgio, sta ponendo Giampaolo Mele, come attesta l’ intervento da lui tenuto in occasione del Seminario cagliaritano menzionato all’inizio di questo lavoro: La tradizione codicologica su San Giorgio di Suelli e la carta 11a in volgare dell’ Archivio Arcivescovile di Cagliari.

(193) Si vedano, a esempio, due documenti della cancelleria cagliaritana, conservati nell’Archivio di San Lorenzo di Genova, accreditati dal Puncuh al 1118-1119 e dei quali è autore il giudice Torchitorio, con il figlio Costantino e la moglie Preziosa (CDS, doc. 5, pp. 180-181 e doc. 29, p. 201; D. Puncuh, Liber privilegiorum, docc. 35-36, pp. 53-54, 387 e doc. 37, pp. 54-55, 387-388). Seppure in copia, ci consentono di verificare quanto siano coerenti e ineccepibili i documenti dell’ Archivio Arcivescovile di Cagliari e in particolare i coevi Solmi 2-4.

(194) Mi limito ad alcune citazioni che traggo in modo del tutto casuale dal Condaghe di S. Nicola di Trullas: P. Merci, Il Condaghe di S. Nicola di Trullas, scheda 65, p. 57; scheda 80, pp. 62-63; scheda 94, pp. 66-67; scheda 222, pp. 111-112; scheda 271, pp. 131-132.

(195) Trascurando la duplice redazione di documenti sardi allestiti da operatori continentali (cfr. il documento genovese del 1131 dicembre, citato sopra, a note 35-38) o comunque di incerta confezione (cfr. il documento pisano di S. Lorenzo alla Rivolta del 1177 maggio 28, di cui alla precedente nota 115), basterà rinviare al documento accreditato al 1118-1119, con il quale Il giudice Torchitorio e il figlio Costantino donano a S. Lorenzo di Genova la chiesa di S. Giovanni di Assemini. Il liber iurium del Capitolo genovese riporta fedelmente le due copie, senza varianti significative, in un contesto formale che si specchia senza difficoltà con quello di Solmi 6 (D. Puncuh, Liber privilegiorum, docc. 35-36, pp. 53-54, 387; cfr. anche sopra, nota 193). Diverso è invece il caso della duplice redazione del documento di Montecassino (1153) di cui alla precedente nota 70, poiché uno dei due testimoni, posteriore all’altro di più di mezzo secolo, è in odore di falsità.

(196) Esemplari i casi di Milano (controversia tra i canonici e i monaci di S. Ambrogio, primi decenni del secolo XIII ) e di Bergamo (controversia tra la chiesa di S. Vincenzo e la chiesa di S. Alessandro, 1187). Cfr. rispettivamente: A. R. Natale, Falsificazioni e cultura storica e diplomatistica in pergamene santambrosiane del principio del secolo XIII, in "Archivio Storico Lombardo", 75-76 (1948-1949), pp. 25-42 e G. Leo, "Suspiciosum esse et falsum": un esempio di critica diplomatistica medievale (Bergamo 1987), in "Studi Medievali", 38(1997), pp. 945-1005. Per un primo accostamento tra le due situazioni, cfr. E. Cau, I documenti privati di Bergamo, in Bergamo e il suo territorio. Atti del Convegno. Bergamo 7-8 aprile 1989, Bergamo 1991( Contributi allo studio del territorio bergamasco, 8), pp. 151-167.

(197) Cfr. Decretali di Gregorio IX, libro V, titolo 20, De crimine falsi, in Corpus Iuris Canonici, ed. Ae. Friedberg, Pars secunda. Decretalium Collectiones, Leipzig 1879 (ristampa, Graz 1959), coll. 816-822.

(198) In attesa di tornare a lavorare con più calma su tale ipotesi, non sarà inutile leggere attentamente il denso volume di Walter Berschin (1980), usufruendo della limpida traduzione italiana di Enrico Livrea, già citata nella precedente nota 54.

(199) Eventuali ricerche per individuare situazioni simili, seppure in altri contesti, non potranno prescindere dai contributi raccolti nel III e nel IV volume degli atti del Convegno sui falsi organizzato a Monaco nel 1986: Fälschungen im Mittelalter. Internationaler Kongress der Monumenta Germaniae Historica, München, 16.-19. September 1986, III-IV(Diplomatische Fälschungen, 1-2), Hannover 1988. Ma si veda anche S. P. P. Scalfati, Sul falso nei documenti medievali, in Atti del V Convegno di studi: scienza e beni culturali. Il cantiere della conoscenza, Bressanone, giugno 1989, a cura di G. Biscontin e altri, Padova 1989, riedito in S. P. P. Scalfati, La Forma e il Contenuto , pp. 203-222.

 

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