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Gian Giacomo Fissore

Il notaio ufficiale pubblico dei Comuni italiani

Pubblicato in Il notariato italiano del periodo comunale, a cura di Pierre Racine, Piacenza, Fondazione di Piacenza e Vigevano, 1999, pp. 47-56.

1. I termini reali in cui si pone il problema dei rapporti fra notariato e funzionariato comunale mi paiono identificati con la massima precisione dall’autodefinizione che i notai-funzionari adottarono con una certa frequenza, senza per altro che essa raggiungesse mai un riconoscimento esclusivo, anche se ebbe l’onore di una formalizzazione nella Summa totius artis notarie di Rolandino. La citeremo traendola da una sentenza consolare di Ferrara, del 1190, in cui il redattore si definisce: "Bernardus Christi misericordia Sacri Palatii et tunc comunis Ferrarie notarius" [1]. Qui, infatti, alla più generica, ma altrettanto frequente introduzione della sola congiunzione et, dagli effetti insieme aggiuntivi e disgiuntivi, si unisce la particella avverbiale che individua con esattezza il valore temporaneo di una funzione amministrativa che non modifica né deprime lo status primario del personaggio, notaio a tutti gli effetti prima e dopo il temporaneo accesso ad una carica cittadina.
   Certo, in queste formule si dà atto di una precisa scelta di campo dei Comuni italiani: quella fissata negli statuti, secondo cui tutti gli scribi comunali debbono essere notai [2].
   Ma, insieme, esse configurano la consapevolezza dei notai cittadini di essere un ceto pienamente identificato e legittimato, nella sua consistenza professionale e nella propria dignità sociale, al di fuori e in precedenza rispetto alle scelte, pur onorifiche e prestigiose, operate dal Comune.
   D’altra parte, se l’endiadi fra Sacri Palacii notarius e notarius comunis chiarisce già con forza la diversa consistenza di una configurazione socio-professionale di lunga durata rispetto ad una temporanea acquisizione di compiti speciali, tanto più appare significativo che, nell’enorme maggioranza dei casi conservatici, i notai in funzione di scribi comunali usino regolarmente solo la propria personale definizione di area notarile, tralasciando quella relativa al funzionariato comunale.

2. L’immagine che deriva da queste prime, scontate osservazioni è quella, consueta per gli studiosi di diplomatica dopo l’indirizzo dato dagli studi torelliani, di una totalizzante presenza notarile nell’ambito della documentazione urbana in generale, a cui si adegua e in cui si innesta consapevolmente quella specifica del Comune come istituzione ad orientamento pubblico, in cerca — soprattutto nel periodo delle origini — di una connotazione ideologica e di una coerenza burocratica che il prestigio e la strumentazione culturale notarile offre in forme già ampiamente definite e accettate. Come gli studi degli ultimi vent’anni hanno convincentemente dimostrato, non si trattò certo di un banale e riduttivo appiattimento dell’istituzione comunale sulla prassi professionale notarile [3]. E tuttavia, è altrettanto evidente che, soprattutto nel periodo consolare, la documentazione comunale risente con tale forza della predisposizione professionale e della cultura specifica dei notai, da offrirci nella grande maggioranza dei casi una serie di atti dalle forme quasi del tutto anodine ed indifferenziate rispetto a quella coeva prodotta su committenza di enti ecclesiastici e di privati. La stessa presenza di analitiche descrizioni dei meccanismi decisionali degli organi comunali, che caratterizzano fin dalle origini i testi notarili per il Comune e ne fanno una fonte preziosa per la conoscenza degli sviluppi strutturali e delle tendenze ideologiche della nuova istituzione in fieri, se considerata dal punto di vista della prassi notarile non può che essere interpretata come normale ed inevitabile adeguamento ad un modo generale del dettato notarile, necessitato da sempre a dare una precisa — e giuridicamente fondante — descrizione delle modalità in cui, in ogni circostanza e per tutti i tipi di contrattualità, si forma la volontà costitutiva del negozio di cui si deve dare una prova scritta avente forza di prova: nel caso comunale, complicato e moltiplicato dalla necessità di individuare sia la pluralità dei centri decisionali sia la loro gerarchica e non contemporanea partecipazione alla definizione dell’azione giuridica [4].

3. In questa prospettiva, è inevitabile che il peso della tradizione notarile appaia preponderante sulle esigenze peculiari dell’istituzione. e che tale peso sia stato consapevolmente accettato e ricercato soprattutto per il di più di stabilità e di credibilità che il notaio — proprio in questo torno di tempo avviato al raggiungimento della sua definitiva caratterizzazione come publica o, per usare un’espressione cara a Rolandino, authentica persona [5]era in grado di offrire a strutture politico-amministrative in fase di elaborazione e in continua tensione con le istituzioni preesistenti e coesistenti nella città. E, appunto perciò, alla ricerca di un’accettabilità giuridico-politica di cui la formalizzazione documentaria appare come elemento prezioso, se non addirittura imprescindibile.
   In un quadro come quello che ho qui molto sommariamente e schematicamente delineato, appare inevitabile parlare di una autonomia notarile vista in rapporto fortemente dialettico con le inevitabile tendenze cancelleresche, o meglio burocratico-funzionariali del Comune. Si tratta, in effetti, di un dato di partenza, di una situazione che tiene conto appunto della lunga e consolidata posizione acquisita dal notariato nei secoli precedenti, posta a contatto e a confronto con le innovazioni legate alla condizione emergente di un organismo in rapida e continua evoluzione. E il ceto notarile, in qualità di vero "intellettuale organico" di una organizzazione cittadina di cui è parte integrante anche dal punto di vista sociale e politico, nel mentre si dimostra in grado di offrire gli strumenti culturali e formali adatti all’operazione di autorappresentazione del potere nascente, d’altro canto non può non subire attrazioni e condizionamenti da parte di una struttura organizzativa sempre più dominante in ambito cittadino [6].

4. Certo, è facilmente percepibile una sorta di spartiacque nei rapporti fra notariato autonomo e funzionariato notarile in ambito comunale, corrispondente ad un netto cambiamento degli equilibri e dei reciproci contrappesi: e lo spartiacque è rappresentato dal passaggio al Comune podestarile.
   Com’è ben noto, questo secondo periodo si caratterizza per una grande moltiplicazione e specializzazione degli uffici comunali, da cui discende necessariamente il moltiplicarsi di forme speciali di modelli documentari: un nuovo momento di elaborazione documentaria ormai soprattutto orientata verso la soluzione di problemi eminentemente burocratici, di controllo degli atti interni all’amministrazione; ma anche il passaggio a quello che è il momento più originale della diplomatica comunale, quello segnato dal passaggio ai "documenti su libro" (per usare la bella espressione coniata da Cristina Carbonetti in un suo recente contributo sui libri iurium viterbesi) [7], alla serialità dei registri predisposti per uffici e funzioni specifici ed interconnessi: vero momento innovativo della documentazione medievale in genere, che in Italia ha trovato nel Comune l’occasione della sua massima espansione [8].

5. Nell’organizzazione della produzione documentaria comunale, il salto appare netto. La statutazione introduce comportamenti analiticamente regolamentati: dalla durata definita e piuttosto breve degli incarichi ai notai-scribi (con relativo periodo di vacatio) al loro incardinamento ad uffici specifici; dal giuramento speciale di costoro, che non vengono dunque ricompresi nel breve generale destinato agli altri funzionari del Comune, agli obblighi precisi di tenuta, conservazione, estrazione in mundum delle carte comunali, nonché alla loro restituzione alla scadenza del mandato. Tutta una serie di precise disposizioni stabiliscono i comportamenti corretti e condannano quelli scorretti, il tutto in un’ottica di servizio che fa dello scriba comunale un funzionario anche notaio, a differenza del periodo consolare, in cui il notaio, nella maggioranza dei casi conosciuti, si presentava e si percepiva anche e temporaneamente come funzionario.
   Un tale stacco, se può credibilmente avvenire in tempi relativamente concentrati per quanto concerne l’organizzazione pratica dei nuovi uffici, sembra richiedere — per quanto riguarda invece gli aspetti giuridico-documentari — un qualche momento di antecedente riflessione e preparazione culturale, tanto più in un campo che coinvolge direttamente la tradizione plurisecolare del notariato.

6. In uno studio di qualche anno fa [9], avevo cercato di individuare le tracce di un filo di continuità fra periodo consolare e periodo podestarile, almeno a livello di grandi modelli di comportamento documentario. E ne avevo individuato l’aspetto peculiare ed originale in una tendenza, già visibile nel secolo XII, a fissare un legame stretto ed univoco fra l’istituzione, il redattore delle sue scritture, la conservazione di queste ultime e la loro eventuale emissione o ri-produzione in forme pubbliche. Nel fare ciò, l’elaborazione degli atti del Comune appare, al contrario delle situazioni documentarie antecedenti e soprattutto vescovili, come tutta rivolta a definire i fenomeni scrittorii per linee interne, rispecchianti una strutturazione giuridicamente rigorosa dei meccanismi istituzionali connessi con la produzione documentaria.
   Sono ben noti documenti come la solenne investitura del 1182 con cui i consoli di Savona affidano l’ufficio di documentazione del Comune al notaio Giovanni de Donato, e che risulta in pratica una specie di "mandato generale" all’emissione in forme pubbliche degli atti del suo predecessore rimasti incompiuti [10], o l’altrettanto solenne documento di autorizzazione a rilasciare nel 1213 il mundum di una sentenza dei consoli di giustizia di Milano emanata nel 1183 [11]. Questa autorizzazione, assumendo il carattere altamente formalizzato di un processo sommario, vede i privati richiedenti il mundum presentare ai giudici l’imbreviatura redatta dall’allora "scriba consulum iusticie" Ugo di Castagnaniega. Egli, convocato dai giudici, viene richiesto di confermare una serie di fatti per noi altamente significativi:

1) se egli avesse redatta quella imbreviatura;
2) se l’avesse scritta di sua mano;
3) se, nel momento della scritturazione egli fosse "scriba et officialis consulum iusticie Mediolani pro faciendis sententiis et aliis publicis scripturis";
4) se, infine, avesse prodotto quell’imbreviatura in tale precipua veste ufficiale.

In questi, come in vari altri casi che non starò a ricordare, appare come elemento rilevante la gestione delle scritture dei notai-officiales secondo regole speciali, che in qualche misura segnano una discontinuità con la tradizione propria del notariato. In particolare, il documento milanese indica che la gestione delle imbreviature prodotte da un notaio in qualità di ufficiale del Comune non siano considerate come direttamente governabili, come quelle per privati, dal rogatario, bensì siano sottoposte ad un regime di controlli e ad una emissione in mundum tutta interna all’organizzazione burocratica dell’istituzione.

7. Io credo infatti che il quarto quesito rivolto al notaio Ugo, se cioè abbia redatto l’imbreviatura in qualità di ufficiale, evidenzi in modo inequivocabile che essa doveva far parte non già di un registro comunale, il che avrebbe reso inutile il quesito stesso, bensì del proprio cartulario di notaio professionista. E proprio su questo personale strumento dell’attività notarile tradizionale si innesta l’azione regolatrice e costrittiva del Comune.
   Tali procedure di controllo restrittivo dei testi scritti da notai funzionari sono ampiamente illustrate dalle più tarde disposizioni statutarie di vari Comuni: ricorderò qui, solo per esemplificare, quelli di Brescia del 1228, di Padova del 1236, di Como del 1270 e 1281. E mi pare, come ho avuto occasione di valutare analiticamente altrove [12], che tali disposizioni confermino perfettamente un atteggiamento che trova le sue radici nel tardo periodo consolare.

8. Ulteriori informazioni si possono ricavare da documenti del XII secolo, sempre in collegamento con il problema del controllo delle minute e della loro trasformazione in mundum. Si tratta qui, però, di situazioni meno chiare, anche perché rivolte ad un quadro più generale dei comportamenti notarili, che solo in parte risultano toccati dalla presenza delle istituzioni cittadine.
   Già Torelli, nel suo giustamente celeberrimo e ancora fondamentale lavoro [13], segnalava come caso speciale quello dei notai vercellesi, che, quando si trovano a rogare per conto del Comune, ricorrono molto spesso ad un notaio scriptor, cui delegano con la formula della iussio l’incarico della redazione in mundum. Ciò non risulta affatto nella consuetudine vercellese quando si tratti di atti per privati, sempre, o quasi, prodotti direttamente dal rogatario. Se, da un lato, non c’è traccia di un simile comportamento negli statuti vercellesi del 1241 [14], possiamo trovare per così dire fotografata la situazione vercellese dagli statuti comaschi già citati, sia nella redazione del 1270 sia in quella del 1281, in cui si autorizza a far riprodurre testi comunali da un qualsiasi notaio, purché avallato dalla sottoscrizione del notaio officialis [15].

9. L’adozione di tali sistemi può presumibilmente dipendere da pure necessità pratiche, legate alla grande quantità di atti prodotta e dall’urgenza di emettere in tempi ragionevoli instrumenta per uso dell’istituzione e dei singoli cittadini [16]. Ma è anche, io credo, un sintomo interessante di quell’attenzione particolare che il Comune, in generale, fu costretto a portare nei confronti delle nuove tecniche di produzione "tripartita" [17], legata appunto all’uso delle minute, delle imbreviature e degli instrumenta: un’attenzione necessitata, come ben evidenzia il caso milanese di Ugo di Castagnaniega, dall’inserzione di minute di interesse comunale entro raccolte onnicomprensive dell’attività del notaio, agente sia in quanto notaio sia per conto del Comune come officialis. Un caso, questo, ben conosciuto e diffuso in tutta l’area comunale, a partire dall’ormai mitico cartulare genovese di Giovanni Scriba iniziato nel 1154 [18].
   D’altra parte, la precocità della comparsa delle imbreviature in rapporto con la produzione comunale è ben testimoniata, ad esempio, proprio da un documento del Registrum Magnum di Piacenza, su cui si era già soffermata l’attenzione, dapprima, di Corrado Pecorella nei suoi preziosi Studi sul notariato piacentino del 1968 [19], poi di Ettore Falconi nella sua introduzione al primo volume dell’edizione del Registrum [20]. La formula di autentica dell’atto, datato 19 gennaio 1141, così recita: "(SN) Ego Iohannes de Sparoaria sacri palatii notarius hanc cartam ex quadam imbreviatura in scrinio communis inventa sumptam, mandato Saraceni Clerici et sociorum consulum communis scripsi" [21].

10. Occorre sottolineare, a questo proposito, che questa forma di autentica basata sull’intervento autoritativo dei consoli, se messa in relazione con alcuni documenti che lo seguono immediatamente, testimonia di una precisa e codificata formalizzazione dei controlli di emissione di mundum da imbreviatura nella parte finale del secolo XII: infatti, i documenti 258-262, 264, 265 risultano tutti prodotti dallo stesso notaio Iohannes de Sparoaria; ma ricavandoli dalle imbreviature del notaio Guillelmus Girvinus, attivo per il Comune soprattutto nei decenni ‘80 e ‘90 del XII secolo, ne riceve personalmente il mandato di redazione in mundum: "(S) Ego Iohannes de Sparoaria sacri palatii notarius hanc cartam ex imbreviatura Guillelmi Girvini sumptam eius mandato scripsi" [22]. Un comportamento, tra l'altro, perfettamente coincidente con quelli segnalati sopra per Vercelli come per Piacenza.

11. A questo punto, mi sia concesso uno spostamento di obbiettivo, che solo a prima vista può apparire fuorviante.
   Nello studiare di recente l’attività notarile ad Ivrea, città la cui storia è caratterizzata da una forte persistenza e prevalenza del potere vescovile anche nel corso del XII e XIII secolo, periodo in cui il Comune vive a lungo all’ombra dell’episcopus et comes eporediese, è emersa una situazione che mi sembra di grande interesse non solo come episodio locale. Infatti, nei comportamenti e nei rapporti fra notai e vescovi eporediesi è risultata evidente una perfetta analogia con quanto avviene nelle grandi città comunali. Le tensioni, le sperimentazioni, i problemi di autorappresentazione tanto del prestigio notarile quanto del potere dei vescovi assumono le forme e le caratteristiche analizzate altrove per quanto riguarda il rapporto notai-Comune [23].
   In particolare, per quanto ci interessa a questo punto del discorso, si sono constatate condizioni analoghe a quelle segnalate dal Torelli per la produzione di atti comunali a Vercelli e testimoniate anche dagli atti piacentini che ho sopra citato: ad Ivrea, cioè, proprio gli atti di interesse vescovile risultano particolarmente attenti, nel corso del XII secolo, al problema della riproduzione in mundum di imbreviature come anche di produzione di copie autenticate di instrumenta, con una frequenza di atti che non trova alcun riscontro nella documentazione coeva per conto di privati.

12. La seconda metà del secolo, vista nelle manifestazioni documentarie di area vescovile, appare come un periodo di forte sperimentazione formulare proprio nell’ambito della definizione dell’auctoritas impegnata nell’autenticazione. Per questo, forme del tutto codificate di controllo sull’imbreviatura nel suo passaggio al mundum compaiono in epoca relativamente tarda: la più antica attestazione con la formula canonica è del 1195 [24], in perfetta corrispondenza cronologica con l’emergere di forti tensioni formali nella ricerca di una maggior definizione dell’auctoritas vescovile nell’ambito della documentazione notarile. E’ difficile pensare — io credo — ad una semplice coincidenza. Mi pare piuttosto di poter leggere, in queste connessioni temporali, un disegno in qualche misura unitario che converge nello sforzo di definizione di un potere vescovile che intende affermare la propria consistenza anche attraverso i meccanismi della produzione documentaria. E che questo aspetto della gestione del potere non sia percepito come marginale, risulta confermato con forza dallo scontro fra Episcopato e Comune prodottosi negli anni ‘30 del secolo XIII a causa di una serie di deliberazioni statutarie comunali rifiutate e combattute dal vescovo; tale scontro si risolse nel 1237 con un accordo il cui testo ci è stato conservato. Fra i punti di dissidio e poi di compromesso figura proprio il problema del controllo dei protocolli di notai defunti [25].
   Il testo è di indubbio interesse:

"De abreviaturis tabellionum decedentium sive morentium in tali concordia fuerunt dictus dominus episcopus cum comuni quod... dicta breviaria seu protocolla deponantur apud duos quorum unus eligatur per episcopum et alius per credentiam. Et cum contigerit instrumenta que facta fuerint extrahi de dictis breviariis, representent se duo predicti custodes coram episcopo et fiat dictum instrumentum de parabola episcopi et conscientia amborum custodum" [26].

   L’accordo, come si vede, si basa sul riconoscimento della supremazia assoluta del vescovo nella capacità autoritativa nell’estrazione di instrumenta dai protocolli. La partecipazione del Comune è associata solo nella funzione di custodia e controllo fisico dei protocolli, senza reale partecipazione al momento redazionale ed autenticatorio. Quale fosse la situazione legislativa comunale contro cui il vescovo ha combattuto, non è possibile stabilire con certezza. C’è tuttavia qualche traccia, assai povera per altro, di comportamenti antecedenti alla disputa risoltasi nel 1237, in grado pertanto di darci qualche tangibile indicazione sulle tendenze del notariato e dell’episcopato nell’affrontare i problemi connessi con la redazione di atti nella forma finale ed autonoma di instrumentum, partendo o dallo stadio antecedente dell’imbreviatura oppure da un instrumentum di cui si vuole produrre una copia autentica.

13. In effetti, alcuni documenti prodotti negli anni 1215-1217, in cui nella completio si accoglie sia l’ordine del rogatario rivolto allo scriptor perché produca il mundum sia quello del vescovo come forma di ulteriore convalida [27], appaiono come razionalizzazione e normalizzazione di una tendenza che si sta consolidando proprio a cavallo fra XII e XIII secolo, e che vede nel potere cittadino, e in primo luogo in quello vescovile, lo strumento di controllo e di garanzia "erga omnes" dell’attività notarile. Del resto, è quanto si evince con chiarezza negli accordi statutari del 1237 da cui questo discorso ha preso le mosse, e che per altro evidenziano, secondo una tradizione diffusa in tutta l’Italia centrosettentrionale, la particolare attenzione rivolta a evitare la possibile dispersione dei registri di imbreviature notarili dopo la morte dei rogatari. A Ivrea, nel periodo antecedente, nelle incertezze di una formalizzazione in fieri, tale preoccupazione appare estesa, più in generale, al controllo delle modalità di trasformazione in mundum di imbreviature o di copie autentiche anche nel caso di notai viventi, alla cui corroborazione interviene direttamente il vescovo .

14. Il discorso che vale per i grandi Comuni, vale dunque allo stesso identico modo per un Episcopato che è riuscito a mantenersi al vertice del potere di una città. Il discorso mi pare di grande interesse, perché ci permette di valutare, nella grande somiglianza delle risposte, il grado di uniformità culturale e di esigenze basilari che stanno al fondo dell’esperienza documentaria notarile in ambito urbano. E in qualche modo mi sembrano rendere più corposa l’impressione — cui è difficile sfuggire — che la definizione giuridica e la formalizzazione della pratica nel passaggio attraverso i gradi successivi della redazione plurima dell’instrumentum possa aver trovato negli interessi e nei controlli delle istituzioni cittadine un fortissimo punto di convergenza e di attrazione [28].
   Insomma, attraverso la spinta ad una differenziazione formale della documentazione notarile di ambito funzionariale, che passa — con qualche fatica — attraverso i tentativi di formalizzazione dell’incardinamento dei notai in definiti ambiti d'ufficio, si producono effetti che portano le istituzioni cittadine, e soprattutto quelle comunali, a procedere oltre il discorso giuridico-formale della propria partecipazione alla costituzione del documento, per toccare gli aspetti organizzativi e gestionali di una produzione documentaria che proprio nel corso del XII secolo, con l’estensione a tutta l’area centro-settentrionale d’Italia della "triplice redazione dell’atto notarile" aumenta le caratteristiche di discontinuità e labilità da sempre presenti nella produzione e conservazione della documentazione notarile. E proprio per questo rende necessaria una più attenta considerazione dei rapporti intercorrenti fra minuta, imbreviatura e redazione in mundum , ma insieme anche un più attento controllo delle procedure che assicurino la conservazione dei documenti nell’interesse dell’istituzione come dei singoli cittadini.

15. In quest’ottica, la costruzione dei libri iurium comunali, tra i quali spicca il "Registrum Magnum" piacentino di cui si celebra oggi la conclusione dell’arduo impegno di edizione, appaiono come una delle più alte risposte date al problema della dispersione documentaria, ma anche un vero crogiuolo di esperimenti e di elaborazioni pratiche e teoriche per la trascrizione e autenticazione di documenti entro la forma seriale del registro, secondo modalità che investono in modo articolato, complesso e dinamico il coinvolgimento del notariato nella sua specifica mansione di funzionario comunale [29].
   Nello stesso tempo, l’episodio eporediese sopra citato mi pare rientrare a buon diritto nell’ottica di un ormai necessario riesame dei rapporti fra notaio e istituzioni comunali: le posizioni tradizionalmente basate sulla tesi del Torelli e privilegianti perciò robustamente l’autorità certificatoria del notaio rispetto alla forza politica del Comune appaiono oggi come viziate da una eccessiva rigidità e nettezza nelle interpretazioni d’ordine generale che sono state proposte [30]. Ricerche recenti segnalano infatti che in alcuni casi almeno il Comune, soprattutto nel periodo consolare, cercò di rapportarsi ai notai operando scelte esplicite di autonomia e di prevalenza rispetto all’opera dei notai adibiti agli uffici comunali, segnalandoci dunque una posizione per lo meno ambivalente nell’atteggiamento dei Comuni nei confronti dell’innesto del sistema documentario notarile all’interno della propria attività amministrativa e politica [31].

16. Anche questo atteggiamento, naturalmente, non può e, io credo, non deve essere immediatamente generalizzato: deve semmai servire a renderci più consapevoli della necessità di una più approfondita analisi dei singoli episodi, che li caratterizzi più fortemente entro i termini storici del contesto in cui ebbero a svolgersi; in tal modo, ci garantiranno meglio su di una loro possibile omogeneità e comparabilità che non tenga conto solo degli aspetti tecnico-formali, ma anche delle condizioni reali in cui tali tecnicismi furono adottati per corrispondere ad esigenze che potrebbero risultare assai specifiche e diversificate.


[1] P. Torelli, Studi e ricerche di diplomatica comunale, I, in "Atti e memorie della R. Accademia Virgiliana di Mantova", n.s. IV, 1911, rist. anast., comprendente anche la parte II, Roma 1980 (Studi storici sul notariato italiano, V), p. 43.

[2] Ma si deve tener conto, appunto, che la più antica statutazione relativa la notariato comunale è comunque riferibile al secolo XIII e ai successivi, al periodo cioè di definitiva stabilizzazione e riorganizzazione burocratica degli uffici, per lo più connesse con la transizione dal periodo consolare a quello podestarile. La situazione antecedente, quella della prima formazione del Comune, presenta situazioni assai variegate e tuttora, almeno a livello quantitativo, non sufficientemente indagate al punto da consentirci di passare dal caso singolo ad analisi comparative nel quadro di più vasti ambiti territoriali omogenei.

[3] G.G. Fissore, Alle origini del documento comunale: i rapporti fra i notai e l'istituzione, in Civiltà comunale: libro scrittura documento, Atti del Convegno, Genova 1989, p. 103.

[4] Si veda l’esempio di Asti in G.G. Fissore, Autonomia notarile e organizzazione cancelleresca nel Comune di Asti, Spoleto 1977 (Biblioteca degli "Studi medievali", IX), pp. 30 ss. e 98 ss.

[5] Rolandini Rodulphini Bononiensis Summa totius artis notarie, Venetiis MDXLVI, rist. anast. Bologna 1977, pars III, cap. X, c. 397v.

[6] Si vedano le magistrali considerazioni di A. Pratesi, La documentazione comunale, in Società e istituzioni dell’Italia comunale. L’esempio di Perugia (secoli XII-XIV), Congresso storico internazionale, Perugia 6-9 novembre 1985, Perugia 1988, II, pp. 351-365.

[7] C. Carbonetti Vendittelli, Documenti su libro. L’attività documentaria del Comune di Viterbo nel Duecento, Roma 1996 (Fonti per la Storia dell’Italia medievale, Subsidia 4). Si veda, a proposito della moltiplicazione delle scritture in funzione amministrativa, l’emblematico caso viterbese segnalato dalla citata studiosa in Ead., Falsi documenti "autentici" nelle Margherite viterbesi. Un caso di falsificazione operato dal Comune di Viterbo alla metà del XIII secolo, in "Archivio della Società Romana Di Storia Patria", 116 (1993), pp. 75-112 e soprattutto 90-92.

[8] A. Bartoli Langeli, Le fonti per la storia di un comune, in Società e istituzioni dell’Italia comunale cit., I, pp. 5-21. Si vedano le ricche informazioni sul tema, dedicate al caso specifico di Treviso, offerte da G. M. Varanini, Nota introduttiva a Gli acta comunitatis Tarvisii del sec. XIII, a cura di A. Michielin, Roma, 1998, pp. V-XC e soprattutto XIV-XLIV. Di particolare interesse, per la comprensione approfondita delle mutate condizioni della cultura documentaria e insieme archivistica dei Comuni podestarili, mi pare l’ampio quadro e le approfondite prospettive offerte da A. Romiti, L’Armarium Comunis della Camara Actorum di Bologna. L’inventariazione archivistica nel XIII secolo., Roma 1994 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Fonti XIX), soprattutto pp. V-XXI.

[9] Fissore, Alle origini del documento comunale cit.

[10] Mostra storica del notariato medievale ligure, a cura di G. Costamagna e D. Puncuh, in "Atti della Società Ligure Di Storia Patria", n.s., IV(1964), doc. XXXV, p. 82. Se ne vede un commento in Fissore, op. cit., p. 106 s.

[11] Gli atti del comune di Milano fino all’anno MCCXVI, a cura di C. Manaresi, Milano 1919, p. 486, n. 366. Cfr. Fissore, op. cit., p. 107 ss.

[12] Fissore, op. cit., p. 110 ss.

[13] Torelli, Studi e ricerche cit., p. 62 s.

[14] Come osservava già il Torelli, l. cit.

[15] Liber statutorum consulum Cumanorum iusticie et negotiatorum, a cura di A. Ceruti, in M.H.P., XVI, Leges municipales, II, 1, Torino 1876, col. 48, c. CIII e col. 51, c. CXVI. Cfr. Fissore, op. cit., p. 111 s.

[16] Preoccupazione che è concretamente testimoniata dalla costante presenza, negli statuti comunali, di un ordinamento espressamente dedicato a fissare i termini massimi di ritardo consentiti ai notai cittadini per la consegna del mundum ai propri clienti.

[17] G. Costamagna, La triplice redazione dell’instrumentum genovese, in Id., Studi di paleografia e diplomatica, Roma 1972 (Fonti e studi del Corpus membranarum Italicarum, IX), pp. 237-302.

[18] Mostra storica del notariato cit., pp. 32-35, nn. XII, XIII; G. Costamagna, Il notaio a Genova tra prestigio e potere, Roma 1970 (Studi storici sul notariato italiano, I), p. 59 ss.

[19] C. Pecorella, Studi sul notariato piacentino, Milano 1968, p. 72, nota 32.

[20] E. Falconi, Introduzione, in Il Registrum Magnum del Comune di Piacenza, I, a cura di E. Falconi, R. Peveri, Milano 1984, p. CXXXV.

[21] Op. cit., n. 257, p. 530.

[22] Op. cit., n. 258, p. 531.

[23] Cfr. G.G. Fissore, Vescovi e notai ad Ivrea: le forme documentarie e la rappresentazione del potere nella città fra XI e XIII secolo, in Storia della Chiesa di Ivrea. Dalle origini al XV secolo, a cura di G. Cracco, Roma 1998, in stampa.

[24] Op. cit., nota 82 e testo corrispondente. Sull’importanza attribuita a questa parte dell’accordo insiste un altro elemento: questo testo "concordato" è l’unico per cui si menzioni l’esplicito obbligo di inserimento integrale negli statuti cittadini.

[25] Cfr. Statuti del Comune di Ivrea, a cura di G.S. Pene Vidari, I, Torino 1968 (Biblioteca Storica Subalpina, CLXXXV), , p. XLVIII sg.; G. Morone, Ricerche sul notariato del medioevo in Ivrea, Cuneo 1974 (Società Accademica di Storia ed Arte Canavesana, Quaderno VIII), p. 19.

[26] Le carte dell’Archivio vescovile d’Ivrea fino al 1313, a cura di F. Gabotto, Pinerolo 1900 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, V), n. 157, 31 dicembre 1237, p. 216.

[27] Fissore, Vescovi e notai ad Ivrea cit., nota 117 e testo relativo.

[28] Fra le prime considerazioni su questo tema troviamo quelle di O. Banti, Ricerche sul notariato a Pisa tra il secolo XIII e il secolo XIV. Note in margine al Breve Collegii Notariorum, in "Bollettino Storico Pisano", XXXIII-XXXV (1964-66), p. 169 s., ora anche in Id., Scritti di storia diplomatica ed epigrafia, a cura di S. P. P. Scalfati, Pisa 1995, p. 373 s.; e si veda anche Pecorella, Studi sul notariato cit., p. 86, nota 2.

[29] Come ben dimostrano, in particolare, le ricerche ad ampio raggio impostate e promosse da Dino Puncuh, Antonella Rovere e la loro équipe genovese. Mi limiterò qui a citare quello che risulta essere insieme l’impostazione generale del problema e anche il programma successivamente sviluppato dal gruppo genovese: A. Rovere, I "libri iurium" dell'Italia comunale, in Civiltà comunale: libro scrittura documento, Atti del Convegno della Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Genova 1989, pp. 159-199.

[30] Per questo aspetto metodologico, si vedano ora le considerazioni generali offerte da D. Puncuh, La diplomatica comunale italiana dal saggio del Torelli ai giorni nostri, in Congrès de la Commission Internationale de Diplomatique, Gand, 25-29 août 1998, La diplomatique urbaine en Europe, Atti in stampa; e anche G.G. Fissore, Notai, vescovi e comuni: interazioni e sinergie nell’elaborazione del documento cittadino (secc. XI-XIII), in ibidem.

[31] Si veda in particolare la situazione genovese, in cui compaiono testimoni speciali, eletti dal Comune con specifiche mansioni di corroborazione "pubblica" nei confronti degli atti dei notai chiamati a compiti funzionariali, situazione ben illustrata in A. Rovere, I "publici testes" e la prassi documentale genovese (secc. XII-XIII), in "Serta antiqua et mediaevalia", n.s., 1 (1997), pp. 291-332. Una situazione analoga è probabilmente quella testimoniata, purtroppo con scarsissimi dati documentari, dalla costituzione dei "custodes sacramentorum" da parte del Comune astigiano nel XII secolo: in apparenza anch’essi appaiono come testi privilegiati innestati dal Comune nella tradizione documentaria notarile con probabile finalità di autonomizzazione, se non proprio di antagonismo rispetto alla tradizionale forza certificatoria del notaio nell’ambito della società urbana Si veda per questi Fissore, Autonomia notarile cit., p. 35 ss. Ulteriori elementi che caratterizzano la situazione genovese come particolarmente e precocemente segnata dallo sforzo del Comune per imbrigliare e usare liberamente le capacità tecnico-culturali dei notai al suo servizio si trovano in A. Rovere, Notariato e Comune. Procedure autenticatorie delle copie a Genova nel XII secolo, in "Atti della Società Ligure di Storia Patria", XXXVI (1997), pp. 10-28