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Marina Gazzini

Scuola, libri e cultura nelle confraternite milanesi fra tardo medioevo e prima età moderna

Pubblicato in "La Bibliofilía", anno CIII (2001), n. 3, pp. 215-261.

Premessa

Fra tardo medioevo e prima età moderna le confraternite milanesi si inserirono nel circuito educativo-culturale cittadino [1] secondo le modalità alla portata di istituzioni del genere: intenti pedagogici venivano rivolti tanto verso l’interno, finalizzati cioè all'erudizione religiosa degli iscritti, quanto, e in maniera più originale, all’esterno, giungendo in taluni casi a comprendere fra le attività assistenziali prestate la cura dell’istruzione elementare dei ceti meno abbienti. Questi compiti, esercitati in un periodo che conobbe importanti rinnovamenti in campo educativo secondo ideali e metodi maturati soprattutto in ambito umanistico e che vide al contempo crescere l'attenzione dei governi verso l'organizzazione scolastica e assistenziale, meritano di essere analizzati in quanto mettono in luce, oltre alla cultura che animava l’attività devozionale e caritativa degli enti confraternali, precise strategie di acculturazione e di informazione funzionali ai gruppi e ai poteri convergenti intorno a tali associazioni. In particolare, è possibile individuare tracce significative di tali percorsi in due diversi esempi confraternali che espressero con differenti modalità un comune progetto pedagogico: da un lato le scuole di base gestite da un ‘comitato interconfraternale’ composto dai consorzi della Misericordia, delle Quattro Marie, di S. Giacomo; dall’altro la biblioteca approntata dalla Compagnia di S. Corona.

 

1. I consorzi elemosinieri e l’istruzione di base: le scuole Grassi e Taverna

Il 4 settembre 1473 il mercante e finanziere milanese Tommaso Grassi, dovendo espiare una condanna arcivescovile per la conclamata attività di usuraio (immortalata anche in una novella di Matteo Bandello), [2] donava alla Schola Quattuor Mariarum, uno dei più importanti consorzi elemosinieri cittadini, una casa sita a Porta Vercellina, nella parrocchia di S. Michele al Gallo, affinché la confraternita vi aprisse una scuola gratuita per 250 fanciulli «pauperes et inhabiles ad se manutenendum et ad discendum gramaticham». Nell'atto, rogato da Antonio Zunico notaio delle Quattro Marie, l’uomo di affari specificava che sarebbe spettato ai deputati della confraternita gestire la scuola, retribuendo i docenti (cinque magistri a gramaticha), selezionando gli scolari (con un occhio particolare per i discendenti di casa Grassi), e provvedendo alla manutenzione dell’edificio scolastico [3]. La scuola prese avvio nel 1482, anno della morte del Grassi: da quel momento i libri contabili del consorzio elemosiniero cominciano a registrare l’ingaggio e il regolare pagamento dei magistri a gramaticha [4].

L'iniziativa ebbe successo e stimolò emulazioni. Nel 1492 gli amministratori delle Quattro Marie si accordarono con i deputati del Consorzio della Misericordia e della Scuola di S. Giacomo, con i quali condividevano il ruolo di esecutori testamentari del banchiere Stefano Taverna e di sua moglie Antonia Maggi, per destinare un generico legato pio del finanziere alla creazione di un’altra scuola, sul modello di quella del Grassi [5]. Venne così trovato un sedime vicino al Consorzio della Misericordia, adatto a «mantenir una scola da istruire poveri da legere et gramatica», e furono assunti tre docenti, un magister e due ripetitori, ciascuno con un carico di 50 ragazzi. Sebbene per la nuova scuola si fosse pensato al titolo di ‘Fedeltà’, per il fedele rispetto dimostrato verso le volontà caritative (pur non definite) di Stefano Taverna, [6] nell’uso comune prevalse il richiamo al cognome del benefattore, così come si era verificato anche per la fondazione del Grassi.

Fin dall’inizio l’amministrazione delle scuole Grassi e delle scuole Taverna spettò ai consorzi elemosinieri che avevano ricevuto in entrambi i casi una ricca dotazione fondiario-immobiliare da cui ricavare i redditi necessari al finanziamento dell’impresa. Mentre però delle scuole Grassi si occuparono solo i confratelli delle Quattro Marie, nel caso delle scuole Taverna venne istituito un capitolo formato, come alle origini della delibera di fondazione, da due deputati della Misericordia, due delle Quattro Marie e due della scuola di S. Giacomo. A partire dagli anni ottanta-novanta del Quattrocento i due maggiori enti confraternali cittadini, la Scuola delle Quattro Marie e il Consorzio della Misericordia, si trovarono dunque a gestire l’istruzione elementare gratuita di almeno 400 bambini poveri della città. Si trattava indubbiamente di un compito impegnativo e per molti versi, almeno nel contesto milanese, innovativo. Era la prima volta difatti che le confraternite si avventuravano sul terreno della scolarizzazione di base.

L’organizzazione scolastica milanese non sembra essersi discostata da quella di altre città italiane, dove l’insegnamento di base rimase a lungo ‘scoperto’ a livello pubblico e lasciato all’iniziativa delle famiglie, delle parrocchie, delle botteghe e dei fondaci [7]. Nella prima metà del Trecento i dati forniti da Bonvesin da la Riva e da Galvano Fiamma sulla presenza di maestri elementari in città non precisano se la scuola primaria fosse un fatto ‘pubblico’ o ‘privato’ [8]. Le fonti di età successiva si soffermano invece solo sui momenti in cui le autorità pubbliche finanziavano l’apprendimento secondario, privilegiando da un lato lo sviluppo della cultura giuridica e pratica, utile per le esigenze amministrative, dall’altro le attività culturali che, in nome del decoro e della prosperità comuni, contribuissero alla formazione del cittadino e alla maturazione del consenso [9]. Netta restava in ogni caso la predilezione per l’alta cultura, coltivata dapprima presso lo Studium universitario pavese (1361) e poi, da metà Quattrocento, anche presso l’Accademia umanistica della capitale [10]. Già gli insegnamenti di medio livello e di tipo ‘tecnico’ ebbero un’esistenza altalenante. La pubblica scuola d’abaco istituita intorno agli anni venti del Quattrocento dal duca Filippo Maria Visconti [11], pur attestata per tutto il secolo [12], funzionò in maniera discontinua e spesso, per proseguire, necessitò di sollecitazioni da parte dei privati più direttamente interessati [13]. Anche dell’insegnamento di diritto civile a spese del comune, che rientrava nella prassi delle città del tempo di avere uno o due professores legum che impartissero nozioni agli impiegati dell’amministrazione cittadina, [14] si hanno testimonianze intermittenti nel 1457 e nel 1479 [15] . Nonostante l'evidente vantaggio derivante all'intera collettività da tali insegnamenti, alla fine del Medioevo lo stato milanese, su questo come su altri settori della vita pubblica, si limitava dunque ad esercitare la propria vigilanza [16], stabilendo ad esempio i compensi per i vari livelli di insegnamento e vigilando sulla moralità dei maestri [17], senza preoccuparsi di un eventuale arretramento (ma era percepito come tale?) rispetto a risultati raggiunti in precedenza.

Un sistema scolastico così configurato presentava punti di contatto, in Italia settentrionale, sia con quello veneziano che, fino alle soglie dell'età moderna, prevedeva una scuola lasciata in gran parte all’iniziativa dei singoli pur sotto il controllo più o meno mediato dei ceti al potere, [18] sia con quello genovese, ‘misto’, caratterizzato cioè dalla compresenza di maestri liberi e maestri condotti rispondenti in modi differenziati all’ampia domanda di istruzione; [19] minori erano invece le affinità con il modello più diffuso in area piemontese, organizzato secondo criteri di dirigismo a livello centrale, sebbene maturato inizialmente all’interno della stessa categoria degli insegnanti [20]. Appare comunque del tutto particolare il rilievo assunto a Milano dalle grandi confraternite cittadine, individuate nell'ambito della società locale come istituzioni adatte a intervenire in ambito scolastico [21] non solo per occuparsi delle strutture di appoggio per gli studenti, [22] ma persino per fornire un contributo diretto all’espansione della scolarità di base, un compito che, a quanto risulta, non trova confronti [23]. Considerato che i sistemi scolastici si sviluppano nelle forme e nei modi che consentono le locali condizioni ideologiche, politiche, istituzionali, economiche e sociali, questa tipicità di intervento degli enti confraternali milanesi va ben delineata fin dalla sua genesi per cogliere con maggiore precisione i promotori e i sostenitori del progetto didattico e le complesse finalità e interessi che intorno ad esso si raccordarono.

La documentazione attesta come il primo impulso alla creazione di scuole di base gratuite provenne da un esponente del ceto mercantile locale, Tommaso Grassi, ma non esplicita quali siano state le sue fonti di ispirazione. Portatore di esigenze promananti dal mondo del commercio e della finanza al quale apparteneva, il Grassi potè infatti subire influenze e incoraggiamenti anche da parte del potere ducale (considerato il prolungato rapporto da lui intrattenuto, come finanziatore e parente acquisito, con la dinastia sforzesca) [24] e da parte della chiesa. [25] Fu l’arcivescovo Carlo da Forlì, imposto sul soglio ambrosiano nel 1457 da Francesco Sforza, [26] a condannare Tommaso al pagamento, per gli atti feneratizi commessi, di una multa pecuniaria da commutare in opere benefiche. Queste avrebbero dovuto essere sottoposte all'approvazione tanto delle autorità religiose, ovvero del vicario arcivescovile, quanto di quelle civili, rappresentate dal vicario dei XII di provvisione posto a capo di un ufficio che, sin dall’epoca viscontea, si occupava dell'amministrazione della città e del ducato di Milano, uno strumento di governo signorile in cui trovavano spazio di azione i rappresentanti delle famiglie eminenti di Milano [27]. Da queste provenivano anche i deputati dei consorzi elemosinieri che consentirono l’attuazione del progetto scolastico, ai quali pare opportuno attribuire un ruolo più incisivo rispetto a quello di semplici esecutori.

Alla donazione del 1473, che contiene il primo cenno alla costituzione di scuole di base gratuite, presenziarono il priore della Scuola delle Quattro Marie, Candido Porro, e i confratelli Ambrogio Cagnola, Giovanni Caimi, Matroniano Brasca, Pietro da Lodi, Giovanni Giacomo Gallina, Antonio de Sachonago, Pietro de Bebulcho, personaggi noti all’epoca non solo per le attività brillantemente svolte nel campo della mercatura, dell’imprenditorialità fondiaria, delle libere professioni, della burocrazia, ma anche perché, come altri esponenti del patriziato cittadino, avevano fatto della carica di deputato di luogo pio una vera professione spesso condivisa da altri appartenenti al medesimo gruppo parentale. [28]. Lo stesso dicasi per i membri di quel ‘comitato interconfraternale’ – Pietro Anzaverti e Giovanni Antonio Omodei delle Quattro Marie, Aloisio Rabia e Stefano Crivelli della Misericordia, Bonifacio Panigarola e Cristoforo Zerbi di S. Giacomo – che, in assenza di specifiche disposizioni del benefattore, decise l'avviamento delle scuole Taverna. Si trattava di persone esperte di problemi sociali, visto che gestivano, spesso anche contemporaneamente, i maggiori istituti assistenziali dell’epoca (l’Ospedale Maggiore, l’Officio della Pietà dei Poveri, i consorzi elemosinieri e, sul finire del secolo, il Monte di Pietà). La carriera assistenziale consentiva loro, al di là dell’attuazione di finalità personali nella costruzione e difesa di un’autonoma identità cetuale e responsabilità pubblica, di tastare con mano i bisogni della società, bisogni non limitati al soddisfacimento di necessità materiali ma comprensivi di richieste culturali tali da aprire la strada all’inserimento nel consesso civico, unico spazio in cui poveri ed emarginati potessero trovare considerazione.

La scelta ‘scolastica’ di Tommaso Grassi, che si completava con un altro incentivo predisposto dal mercante a favore dei giovani, la costituzione di doti, si collegava inoltre alla sempre maggiore attenzione dimostrata all’epoca dai ceti dirigenti verso il problema dell’assistenza all’infanzia, [29] un interesse che, come è stato sottolineato in relazione ad altri contesti, [30] derivava in parte da un processo di ammodernamento degli apparati di governo che, nell'intento di inquadrare tutta la popolazione entro le maglie amministrative, registrando ad esempio date di nascita e di morte, mise in evidenza le specificità e quindi i bisogni dei diversi gruppi di età.

Senza presupporre una progettualità specifica degli enti confraternali, ovvero dei gruppi che li controllavano, stupirebbe decisamente la sicurezza con cui essi si mossero sin nelle fasi iniziali del nuovo compito pedagogico-caritativo che, una volta avviato, proseguì senza intoppi. I piani di intervento risultano essere stati ben meditati. Anzitutto si pensò al problema logistico. A differenza della provvisorietà e inadeguatezza che caratterizzava molte delle strutture solitamente preposte all’accoglienza di maestri e scolari – nel 1478 il maestro d’abaco pagato dal comune teneva la propria scuola presso la tesoreria comunale – [31] le scuole gestite dai consorzi elemosinieri poterono contare fin dall’inizio su una sede apposita. Le scuole Grassi si installarono in un sedime sito a Porta Vercellina parrocchia S. Michele al Gallo, dove già si trovava la taverna della Cicogna di proprietà di Tommaso Grassi. Il sedime era ampio e viene descritto «cum suis hedifitiis, cameris, solariis, curte, orto, putheo, necessario, portichu». Nei suoi locali sarebbero stati ospitati gratuitamente i maestri con le loro famiglie. La manutenzione dell’edificio scolastico, così come la fornitura di banchi per i fanciulli e di cattedre per i maestri, spettava agli scolari delle Quattro Marie [32]. Le scuole Taverna furono in un primo tempo collocate presso una casa presa in affitto a Porta Comacina in contrata solata (ovvero selciata), la stessa del Consorzio della Misericordia, ma facendosi di anno in anno più consistente l’afflusso di scolari, nel 1497 il capitolo direttivo decise di acquistare un edificio più grande, habile, posto nella parrocchia di S. Matteo in moneta, in Porta Vercellina, vicino alle Scuole Grassi [33].

Stando alle fonti (l’atto di donazione del 1473 e i libri contabili delle Quattro Marie) i maestri delle scuole Grassi provvedevano all’insegnamento della grammatica, ovvero al secondo livello della scuola di base, che procedeva dopo l’apprendimento elementare del leggere e dello scrivere [34]. Non è chiaro però ove gli studenti ammessi alle scuole Grassi ricevessero questi primi rudimenti, se fra le pareti domestiche o nell’ambito della stessa istituzione scolastica che, a dispetto della stretta terminologia documentaria, non è escluso ampliasse il proprio compito occupandosi di tutto il sistema scolastico di base. Una nota della fine del secolo, sottoscritta da parenti del Grassi, informa difatti che «in la casa domandata de la Ciconia» si insegnava a «legere et gramatica ad li putini miserabili», [35] così come d’altronde avveniva presso le omologhe scuole Taverna. In entrambe le scuole si ritenne inoltre opportuno inserire presto l’insegnamento del calcolo [36]. L’istruzione garantita da queste scuole aiutava dunque l’inserimento dei ragazzi nel mondo commerciale e produttivo della città e non solo per la presenza di un insegnamento di aritmetica (l’abaco): la stessa iniziazione alla grammatica, come ricorda una famosa formula contrattuale genovese in base alla quale si prescriveva l'insegnamento della grammatica ad usum mercatorum [37], era spesso finalizzata proprio alla comprensione dei contratti commerciali e al possesso di qualche nozione di aritmetica e di contabilità.

Un tentativo di modifica dell’orientamento didattico delle scuole Grassi venne bocciato sul finire del secolo XV dagli stessi eredi del finanziere che si rivolsero al duca per scongiurare una trasformazione che sarebbe andata contro le volontà del loro avo defunto e a discapito dei putini miserabili et mendici. I deputati delle Quattro Marie e il principe avevano difatti ricevuto proposta di aprire un insegnamento di «arte oratoria vel poesia ad zoveni richi», ossia di istituire una scuola superiore a pagamento, presso le scuole Grassi [38]. Autore della proposta era stato un non meglio precisato magister Gabriele: questi potrebbe essere identificato con l’umanista Gabriel Paveri Fontana che, nell’ultimo decennio del Quattrocento, dopo aver insegnato retorica a Milano ininterrottamente dal 1479 al 1490, si trovava in un momento di difficoltà professionale essendo stato, insieme ad altri esponenti della cultura milanese, tra le vittime di una revisione generale dei professori milanesi e pavesi susseguente alla scomparsa di Pier Candido Decembrio e di Francesco Filelfo [39].

Maestri e scolari venivano scelti a discrezione dei deputati dei consorzi elemosinieri. I maestri delle scuole Grassi (gli unici sui quali si siano reperite attestazioni documentarie continuative) [40]  appartenevano in buona parte allo stato religioso e, per la consueta mobilità che caratterizzava il corpo docente, erano di estrazione sia locale sia forestiera [41]. Essi erano cinque, uno generale e quattro ripetitori, ovvero aiutanti del primo e impegnati soprattutto nel mantenere la disciplina e nel seguire gli scolari nelle prime fasi dell’apprendimento, e svolgevano la loro attività esclusivamente all’interno delle scuole e ‘a tempo pieno’, per l’intero anno, senza lunghi periodi di vacanza. Si ammetteva la possibilità di derogare agli obblighi concernenti l’insegnamento in caso di epidemie o di guerre, qualora dai beni concessi in usufrutto alla confraternita non fosse stato possibile ricavare redditi sufficienti per l'espletamento dell'attività didattica [42].

Nell’atto di fondazione delle scuole Grassi venne previsto un salario annuo di 150 fiorini per il maestro generale e di 225 fiorini da suddividere tra gli altri quattro ripetitori, alloggio compreso. I libri di contabilità delle Quattro Marie registrano infatti ogni anno il pagamento di L. 240 imp. (= 150 fiorini al cambio consueto di 32 soldi per fiorino) al maestro generale e di L. 80 imp. ai ripetitori. Nel 1501 la retribuzione dei coadiutori scese a L. 60 imp., a fronte di un salario invariato per il maestro generale, una decurtazione giustificata al momento come temporanea, ma resa poi definitiva. Altre riduzioni si verificavano negli anni di crisi – nel 1484 ad esempio la scuola venne chiusa per alcuni mesi propter epidemiam [43] quando però corrisposero ad un’effettiva minore durata dell’anno scolastico (9 mesi). Inferiore risulta il salario percepito dai docenti delle scuole Taverna, non si sa se per un minore carico didattico (ma non di studenti, sempre 50 a testa in entrambi gli istituti): 100 fiorini l’anno al magister, 50 fiorini ai due ripetitori, più il diritto di abitare nei locali della scuola senza pagamento di affitto. Ai maestri era vietato ricevere compensi dai loro scolari. Stante le scarse conoscenze che tuttora gravano sulla storia dei salari e dei prezzi in età medievale, a Milano e non solo [44], non è facile dare una valutazione a queste corresponsioni anche perché non ne conosciamo il vero potere d’acquisto. Le retribuzioni previste sembrano comunque allinearsi alla media dei salari percepiti dai lettori dello Studium pavese, l’unica altra categoria di lavoratori intellettuali di cui sia stato finora ricostruito il trend retributivo nell'area e nel periodo qui considerati [45].

Nel caso dell’ammissione degli studenti, i criteri seguiti obbedivano a varie logiche: si teneva conto del reddito e dei meriti – i 250 fanciulli ammessi nelle scuole Grassi dovevano essere bisognosi, ma intelligenti – ma anche della casata (i deputati dei consorzi elemosinieri avrebbero dovuto favorire i discendenti dei donatori) e del ceto. In alcuni casi i bambini venivano segnalati dai deputati di altri luoghi pii, a dimostrazione di quell’unità di intenti che animava il circuito amministrativo degli enti assistenziali milanesi: Aloisio Marliani, che nel ventennio 1482-94 fu deputato (e in alcune annate anche priore) dell’Ospedale Maggiore, ente che si occupava tra il resto dei bambini esposti e del loro destino dopo gli anni di baliatico, [46], si rivolse a Giovanni Antonio Omodei, deputato delle Quattro Marie, affinché Giovanni Ambrogio da Seregno, abitante «ne la contrata da S. Petro a l’orto in porta Horientale» fosse messo «a la scolla nova de li Taverni» [47]. Altre volte era lo stesso genitore a farsi avanti. Così, a fine Quattrocento, si appellava agli spectabiles domini deputati una donna in precarie condizioni economiche: «Io Catelina di Thomasoli de Busti viduata già da gran tempo passato lassati due fioli pisini, quali in fin a questa hora ho allevati de la mercede mia, pervenuti a l’etate de farli imprendere qualche lettere e non avendo io el modo, son costrecta ricorrere da le vostre charitate, pregando quelle che gli piacia de farne sceptar uno di quelli a la schola del condam d. Thomasio Grasso, quale mio fiolo ha nome Iacobo Filippo, porte Ticinensis parrochie S. Laurentii intus, fiolo del condam Iohanne Antonio da Thomascio» [48].

Mentre nelle fonti non è mai precisata l’età degli scolari, che possiamo tuttavia supporre compresa, secondo la tradizionale suddivisione del curriculum scolastico, tra i sette e i quattordici anni, uno spiraglio sulla generale ignoranza (di numeri e nominativi) intorno a quanti avessero esperienza di scuola [49] viene offerto da una «descrictione facta ad 28 aprillem 1495 de puti trovati a la schola dicta de Thomaxo Grasso» [50]. Sono elencati poco più di 200 scolari, tutti di sesso maschile [51], suddivisi secondo i quartieri di residenza: 52 per porta Vercellina, 49 per porta Romana, 36 per le contigue porte Orientale e Tonsa, 25 per porta Nuova, 44 senza una precisa indicazione topografica, ma probabilmente appartenenti agli altri due quartieri di Milano, porta Ticinese e porta Comacina. Avendo una testimonianza che fotografa la situazione di un unico anno, non è possibile determinare quanto la differenza numerica corrispondesse a una diversa realtà insediativa, sociale ed economica delle aree urbane indicate o a scelte operate all'interno del gruppo confraternale posto a capo dell’amministrazione dell’istituto scolastico. La selezione pare infatti aver privilegiato gli abitanti residenti nello stesso quartiere della scuola, porta Vercellina, e penalizzato alcune aree (porta Nuova, porta Comacina, porta Ticinese) che tuttavia, stante il comune coordinamento gestionale da parte dei consorzi elemosinieri, è presumibile venissero coperte dall’intervento delle scuole Taverna.

Nelle logiche di reclutamento, oltre al fattore topografico, bisogna naturalmente prendere in considerazione anche le provenienze familiari degli scolari, inserite all'interno di complesse relazioni di vicinato e di clientela, complicate a loro volta dalla possibilità per i giovani di entrare in nuovi gruppi e clientele, gli stessi che ruotavano intorno ai consorzi elemosinieri. I ragazzi appartenevano in parte a famiglie milanesi, e in certi casi di rilievo (Grassi anzitutto, come nelle volontà del fondatore, ma anche Visconti, Crivelli, Rottole, Barbavara, Fagnani), in parte a famiglie di probabile origine comitatina, come farebbero supporre certe indicazioni cognominali, le quali erano certamente desiderose di procurare ai loro figli un inquadramento urbano oltre che culturale. Essendo il servizio scolastico fornito da enti confraternali, elemento portante di quell'insieme di valori e rituali che animava il ‘cristianesimo civico’, [52] si può infatti supporre che gli scolari ricevessero anche un minimo di erudizione religiosa e di educazione in senso lato ‘civica’, magari anche semplicemente assistendo ai riti comunitari e alle devozioni della confraternita. Questi momenti socializzanti e acculturanti erano naturalmente condivisibili da tutti i fanciulli ammessi alle scuole, qualsiasi fosse la loro provenienza familiare e geografica, un’occasione unica visto che a Milano non presero piede quelle confraternite propriamente giovanili che, fin dal XIII secolo, in alcuni centri italiani ed europei si proposero con successo quali luoghi di apprendimento e di integrazione sociale per gli adolescenti [53].

La documentazione, purtroppo, non illumina sui metodi di insegnamento, sui contenuti delle lezioni, sulle letture effettuate dagli scolari: non si sono conservati volumi o almeno elenchi con indicazione dei libri posseduti dai consorzi elemosinieri che gestivano le scuole, né i registri contabili degli stessi menzionano acquisti di libri di testo [54]. La mancanza di precise indicazioni intorno ai libri delle confraternite – statuti e registri contabili a parte – è un problema che d’altronde riguarda tutto il mondo associativo milanese per l’intero periodo medievale [55]. Primo barlume è difatti un elenco di libri relativo alla biblioteca di una confraternita di fondazione tardoquattrocentesca, la Compagnia di S. Corona, [56] nata nell’alveo della cultura domenicana che, a Milano come altrove, esercitò una grande influenza su confraternite, scuole, biblioteche. [57] Sebbene non sia possibile attribuire una datazione precisa alla formazione di questa raccolta [58]  – ma i termini a quo (1497, anno di nascita del sodalizio) e ad quem (1522, anno di stesura dell'inventario) circoscrivono in ogni caso un arco temporale limitato – è certo che essa risulta il significativo prodotto di un'età, quella rinascimentale, che fra metà Trecento e metà Cinquecento si trovò culturalmente coesa intorno agli ideali – dotti, pedagogici e letterari – dell’Umanesimo, laico come cristiano [59].

 

2. L’educazione religiosa e morale: i libri della Compagnia di S. Corona

Le origini della Compagnia di S. Corona [60] risalgono al febbraio 1497 quando frate Stefano da Seregno, legato al convento domenicano osservante di S. Maria delle Grazie, e tre esponenti del patriziato cittadino, Francesco Mantegazza, Roberto Bonaccorsi detto de Quarterio e Cristoforo Remenulfi, [61] fecero di una casa, abitata da «porci et putane con gran vergogna», situata presso la chiesa di S. Sepolcro, la sede di una nuova confraternita. La scelta insediativa non rispondeva solamente a intenti moralizzatori, in quanto l’ente andava a collocarsi in un plesso che già dal 1479, con la costituzione del luogo di predicazione detto de la Roxa gestito da un altro gruppo laicale, costituiva un avamposto nel centro cittadino per i domenicani delle Grazie, il convento dei quali si trovava in posizione periferica [62].

Il sodalizio si configurò fin dagli esordi come confraternita d’élite, vicina all’Osservanza domenicana, alla corte ducale e agli ambienti colti della capitale. Il legame con le Grazie e con il duca, sintetizzato nella stessa dedicazione dell’ente alla corona di spine del Cristo, una reliquia della quale era stata donata al convento domenicano da Ludovico il Moro, [63] venne mediato da Stefano da Seregno, confessore e ‘intimo’ dello Sforza: [64] fu il frate ad affidare la guida spirituale della compagnia agli osservanti del convento di S. Maria delle Grazie [65] la cui chiesa venne eletta nel 1502 a luogo di sepoltura dei confratelli [66]. Sempre per volere di Stefano da Seregno, inoltre, la Compagnia di S. Corona ricevette fin dal 1498 la cura temporale di un gruppo di terziarie de poenitentia che si erano affiancate ai domenicani delle Grazie. Il gruppo femminile, riunito sotto il titolo di S. Caterina da Siena e poi sotto quello di S. Lazzaro, dal nome dell'ex ospedale dei lebbrosi acquistato dai confratelli di S. Corona per farne loro sede [67], si era messo in luce come centro di forte spiritualità, grazie alla presenza di carismatiche di fama, alcune con precedenti esperienze di romite, come Margherita da Lodi, prima ‘priora’ della comunità, o in odore di santità, come Colomba da Trocazzano [68], oggetto di una devozione popolare che al contempo riusciva gradita e funzionale al principe [69].

Da parte sua, il duca accordò immediata protezione al nuovo sodalizio, approvandone la nascita e facendo seguire nel 1499 l’importante concessione della facoltà di possedere immobili [70], anticipando così di molto i riconoscimenti delle autorità ecclesiastiche [71]. Lo stretto collegamento del gruppo confraternale con il Moro, fattore iniziale di affermazione, poté tuttavia comportare in seguito qualche difficoltà all'ente, soprattutto quando, nel settembre 1499, la dinastia sforzesca venne rovesciata e sostituita da un regime repubblicano guidato dalle famiglie Trivulzio, Borromeo, Visconti, preludio all’instaurazione del dominio francese [72]. La stessa compresenza tra i primi aderenti o semplici sostenitori della compagnia di personaggi che intrattennero strettissimi rapporti con il duca – primo fra tutti Gualtiero Bascapè, figura importantissima alla corte del Moro, sotto vari aspetti, tra cui quello di mecenate – [73] così come di esponenti di gruppi parentali ostili o comunque non totalmente solidali con lo Sforza (ad esempio Trivulzio, Visconti, Varesini) [74], se da un lato impedì al sodalizio uno schieramento politico univoco pericoloso in anni di grandi rivolgimenti, [75] dall’altro non facilitò l’iniziale coesione del gruppo. I primi anni di vita della confraternita furono difatti contrassegnati da varie crisi che portarono a più di una rottura tra il domenicano Stefano da Seregno, primo conservatore (ovvero priore) e governatore spirituale della confraternita, e i deputati laici che non volevano, o non riuscivano, ad osservare in pieno le rigide disposizioni della regola dettata dallo stesso frate [76]. I contrasti continuarono in verità anche dopo la morte del religioso, avvenuta nel 1502, e contarono una vittima illustre, Cristoforo Remenulfi, uno dei soci fondatori, espulso nel 1505 [77].

Nonostante le difficoltà, la Compagnia di S. Corona sopravvisse alla temperie degli anni a cavallo dei secoli XV-XVI, [78] ritagliandosi anche uno spazio del tutto particolare nel sistema assistenziale cittadino, specializzandosi nel settore medico e farmaceutico. Gli statuti confraternali prevedevano infatti l’espletamento di un’assistenza medica a domicilio, supervisionata da un visitator infirmorum, [79] da supportare con una apotecha aromataria [80]. La spezieria venne aperta nel 1499 da frate Gregorio Spanzotta che, partito Stefano da Seregno in pellegrinaggio per Gerusalemme, occupava temporaneamente il ruolo di confessore della confraternita e del monastero di S. Lazzaro [81]. Come sede vennero utilizzati gli stessi locali in S. Sepolcro occupati dalla compagnia; primo speziale venne nominato Bernardino de Busti [82]. Parte dei prodotti distribuiti direttamente o destinati alla lavorazione dei medicinali (zucchero, viole, mandorle) veniva acquistata, parte (gli elisir di erbe ad esempio) proveniva dall’orto del monastero di S. Lazzaro [83] che così dimostrava un’altra funzionalità, oltre a quella di luogo di residenza delle terziarie domenicane. Le medicine dispensate ai malati poveri erano prescritte da medici eletti dai confratelli, uno per porta, che visitavano quotidianamente i malati. [84]. L’attività medica della compagnia è particolarmente interessante: si trattava di un'operazione peculiare in quanto l’assistenza dei malati a domicilio, attestata sporadicamente a Milano [85], non risulta praticata all’epoca e soprattutto non da parte di una confraternita non agganciata ad un ente ospedaliero, una scelta densa di significati in quanto attuata in un periodo in cui il problema del pauperismo e le emergenze sanitarie in genere rientravano fra le principali preoccupazioni dei governi e dei ceti dirigenti [86]. Tali interventi, in campo medico e farmaceutico, non si ponevano tuttavia in concorrenza con le funzioni che, a seguito della riforma ospedaliera quattrocentesca, erano state unificate nel nuovo Ospedale Maggiore: una relazione sull’andamento del nuovo ente, compilata nel 1508 da uno degli amministratori di questo, Giovanni Giacomo Gilino, segretario e cancelliere ducale, riserva infatti parole di elogio per la «societas quae Dominicae Coronae titulum sibi desumpsit», dalla quale «in aegrorum inopum subsidium singulis portis conducti sunt medici, gratisque etiam medicamina aliaque pellendis morbis necessaria si egestatis fides allata fuerit benigne prebentur» [87].

Centro spirituale e assistenziale di grande rilievo e vaste ambizioni, la Compagnia di S. Corona fu in grado di esercitare una forte attrazione su personalità di spicco della scena cittadina, espressione di vecchi come di nuovi nuclei di potere. Ne sono testimonianza gli ampi lasciti di cui la confraternita fu oggetto fin dagli esordi [88], ma soprattutto le adesioni dei già ricordati Francesco Mantegazza e Gualtiero Bascapè, così come dei nobili (almeno stando alla definizione della fonte confraternale) Giovanni Antonio Balduini da Lecco [89], Giovanni Matteo Cusani [90], Giovanni Ambrogio Visconti [91], Giovanni Agostino Olgiati [92], Giulio Vimercati [93], del notaio Ambrogio Spanzotta [94], dei mercanti Gerolamo Confalonieri [95], Paolo Cittadini [96], Battista Meda [97], Bernardo Carpano [98], Francesco Mogna [99], Giovanni Giacomo Rainoldi [100], dei medici Francesco Chioza [101] e Francesco Visconti [102], personaggi che rivestirono spesso anche importanti cariche pubbliche per la città e per lo stato di Milano, che venivano abbandonate al momento di ingresso nella compagnia tranne quando si trattava di incarichi di natura assistenziale [103]: Luigi Varesini, negli anni in cui fece parte della compagnia (dal 1501 al 1516), fu anche deputato della Fabbrica del Duomo e dell’Ospedale Maggiore [104], ente quest’ultimo frequentato, nell’importante veste di luogotenente imperiale, anche da un altro confratello, il mercante di drappi di seta Bernardino Ghilio [105].

Il patriziato milanese risultava ben rappresentato anche nelle altre associazioni religioso-laicali, maschili e femminili, che dalla fine del Quattrocento facevano capo al nuovo convento delle Grazie e che ebbero modo di stringere contatti con la Società di S. Corona. Fra i deputati del luogo della Rosa [106] spicca ad esempio il nome di Aloisio Rabia, ricco esponente di una famiglia di tradizioni mercantili ben insediata tra Quattro e Cinquecento nell'area di S. Sepolcro [107], deputato dell’Ospedale Maggiore e membro del Consorzio della Misericordia [108]: in quest’ultima veste nel 1482 venne inserito nel gruppo direttivo delle neo istituite scuole Taverna che, forse proprio per suo suggerimento, in un'ottica di controllo e dominio parentale, nel 1497 vennero trasferite nella parrocchia di S. Matteo in moneta confinante con quella di S. Sepolcro. Lo stesso dicasi per le religiose del monastero di S. Lazzaro: concepito inizialmente per ospitare fanciulle prive di una dote adeguata ma pur sempre espressione di quella ‘povertà vergognosa’ che sottintendeva uno stato sociale almeno discreto – le prime aderenti furono Margherita da Lodi, Maddalena Ferrari Gradi, Elisabetta e Paolina de Pelice, Lucrezia Monti, Lucrezia da Corsico – [109] l’ente ospitò in seguito anche donne di famiglie prestigiose (in un elenco di professe del 1533 spiccano i cognomi Castiglioni, Dugnani, Carcano, Crivelli, Grassi, Trivulzio, Landriani, Morosini e Visconti), [110] certe volte le stesse da cui provenivano gli aristocratici confratelli di S. Corona [111].

Nei confronti di questa variegata élite sociale e intellettuale che in vari modi le si andò accostando, la Compagnia di S. Corona predispose un articolato progetto pedagogico. Come recita con parole che riflettono un clima già controriformistico il compilatore tardo cinquecentesco delle Memorie di fondazione della confraternita, principale intento dei promotori del nuovo sodalizio fu dare «una regula et modo de vivere a seculari catolicamente». Sotto la guida di frate Stefano, che ispirò la stesura degli statuti della compagnia, il gruppo confraternale contemplò diverse modalità di perfezionamento spirituale e di acquisizione di un’adeguata eruditio: per pochi eletti la professione, al termine di un anno di duro noviziato; per tutti un impegno quotidiano fatto di devozioni, preghiere e lezioni «de moribus, de virtute, de via Domini aut si utile magis de libris Sacre Scripture». In particolare, la regola consigliava le sancti patris Ambrosii lectiones, mentre raccomandava l’astensione «ab historiis et libris vanis et otiosis et eo amplius a turpibus et inhonestis» [112].

Conformemente a questo piano, a poco più di vent’anni dalla fondazione la confraternita risultava dotata di un discreto patrimonio librario, 45 volumi [113] dei quali purtroppo la fonte rimasta (l'inventario del 1522), nella sua succinta schematicità e nella sua uniformante redazione in lingua latina, non specifica se e quando si tratti di opere in latino o in volgare [114], manoscritte o a stampa [115]. La reale portata della raccolta libraria sulla pratica culturale della confraternita, inoltre, non è comprensibile in pieno. Senza contare gli inevitabili fattori di casualità, omologazione, consumismo e simbolismo culturale intervenuti nella formazione della biblioteca, la provenienza e i destinatari delle opere collezionate, così come le modalità di avvicinamento, fruizione e comprensione delle stesse, destinate alcune alla lettura collettiva altre a quella individuale (come un complesso commento di s. Tommaso all'opera di Boezio), restano nel campo della pura supposizione.

È possibile ad ogni modo notare come fra i testi e gli autori elencati molte risultino le conferme mosse da qualche elemento di originalità. Forte, e prevedibile, è ad esempio la rappresentanza di autori appartenenti all'ordine dei predicatori (Ugo di San Caro, Tommaso d'Aquino, Caterina da Siena, Antonino da Firenze, Vicent Ferrer), così come non destano sorpresa la presenza di un ‘best-seller’ francescano dell'epoca, le Meditazioni dello pseudo Bonaventura, e di leggendari, passionari (rispondenti al tipo di devozione espressa dalla confraternita), prediche in volgare (la più caratteristica espressione della spiritualità mendicante del XV secolo), nonché la consistenza della letteratura biblica e di commento [116] e di testi di carattere liturgico-devozionale (breviari, messali, lezionari) che mediavano l'avvicinamento alle Sacre Scritture estrapolandone i passi da utilizzare nel corso delle cerimonie religiose [117].

Spicca invece la mancanza di testi di devozione della Vergine, in contrasto con la generale profonda ispirazione mariana dei libri delle confraternite soprattutto se di ambiente domenicano come in questo caso [118]. La religiosità della Compagnia di S. Corona era d’altronde improntata ad un forte cristocentrismo, come attestano il titolo, le preghiere e i rituali trascritti nella regola del sodalizio [119], oltre alle numerose letture relative alla vita e alla passione del Cristo presenti nella sua biblioteca. Tutto il registro ‘sensibile’ della pietà religiosa del gruppo era d’altronde orientato ‘visivamente’ sulla figura del Cristo sofferente: così attestano anche i soggetti dei dipinti che andarono a decorare sia la sede della confraternita in S. Sepolcro sia la cappella della sepoltura in S. Maria delle Grazie, eseguiti da artisti del calibro di Bernardino Luini, Tiziano Vecellio, Gaudenzio Ferrari [120]. A questo tipo di pietà basata sull’imitazione di Cristo, emotiva e drammatica, interiorizzata ma mediata dai padri spirituali con il sussidio di una precettistica minuta da apprendere tramite l’ascolto assiduo della predicazione e la lettura di operette morali, erano tra l’altro chiamate anche le donne di S. Lazzaro [121], sull’esempio della vita della beata Colomba [122].

Sempre indirizzati a un pubblico maschile come femminile [123] erano i richiami di natura morale e comportamentale contenuti in un altro nucleo di letture della confraternita, imperniato su Gerolamo, Giovanni Cassiano e Gregorio Magno, mentre i consigli di due opere elaborate in ambienti laici, il Liber de doctrina dicendi et tacendi di Albertano da Brescia e il De dictis factisque memorabilibus di Battista Fregoso, sembrano più specificamente rivolti a quei confratelli di S. Corona che rientravano fra i nuovi operatori culturali laici dell’epoca, portatori di un sapere legato indissolubilmente con la vita civile, maturato nel campo dell’urbanistica, delle pratiche amministrative, dei consigli giuridici, della propaganda, della sanità pubblica, delle tecniche economiche.

L’opera di Albertano, giudice bresciano del XIII secolo considerato oggi tra i più importanti intellettuali e autori del suo tempo, consisteva difatti in un prontuario etico-retorico non delimitato alla sfera meramente politica ma finalizzato alla realizzazione del più completo progetto pedagogico di formazione del cittadino della res publica comunale per lo sviluppo della convivenza urbana, strutturato sull’equivalenza fra bene parlare e bene vivere. Sia che riflettesse una scelta della collettività confraternale, sia che derivasse da una lettura privata poi confluita per donazione all’interno della compagnia, nel contesto confraternale Albertano assumeva valore in quanto maestro dell’«arte di essere cittadino» così come «di moralità» [124], ma anche perché autore di una serie di sermoni, dal forte contenuto religioso e caritativo, pronunciati per i convivi annuali della corporazione dei causidici bresciani, in cui molti sono i momenti di affinità con la predicazione destinata alle confraternite [125].

Marcati intenti didascalici presentano anche gli exempla sul corretto agire politico raccolti dal contemporaneo Battista Fregoso, già doge di Genova e feudatario sforzesco, ma anche letterato e cultore degli studia humanitatis. Egli fu spesso presente a Milano dove, pur non intrattenendo ottimi rapporti con il Moro, ebbe modo, grazie alla fama di cui godeva il cugino Antoniotto, di frequentare gli ambienti eruditi locali [126] e probabilmente di conoscervi anche quei confratelli di S. Corona che di questi erano assidui [127], come Gualtiero Bascapè e Francesco Mantegazza, animatore quest'ultimo di un circolo che si riuniva presso l’«orto de le Grazie», e come tale prescelto dal novelliere domenicano Matteo Bandello, ospite alle Grazie negli anni di priorato dello zio Vincenzo [128], quale narratore ideale di un episodio che riflette il clima di disagio dottrinale dell'epoca, alternante fra superstizioni ortodosse e nuove teorie dissidenti [129].

3. Confraternite e investimenti culturali

Nella Milano di fine Quattrocento e primi Cinquecento enti confraternali di grande impatto condividevano dunque un progetto di investimento culturale che vide protagonisti il patriziato, gli ordini religiosi, i pubblici poteri, in una complessa e variabile sinergia di interventi che suggerisce di evitare rigide contrapposizioni tra pubblico e privato, laico ed ecclesiastico, o di individuare esclusivi orientamenti politici e religiosi. Gli esempi riportati mostrano come istituzioni similari si potessero esprimere sul medesimo terreno in maniera differente: il profondo impegno in campo assistenziale svolto dalla Compagnia di S. Corona conferma tuttavia l'inopportunità di configurare nette distinzioni tra ‘luoghi pii elemosinieri’, portati a privilegiare l'erogazione esterna, di cultura e altro, e confraternite dai tratti più devozionali, maggiormente concentrate sulla crescita interna. L’impegno educativo sostenuto risultava infatti sempre mirato, teso a dotare gruppi ben definiti del supporto culturale necessario all’adozione di comportamenti consoni e a fornirli di mezzi per formare il senso del sé e del proprio onore, per acquisire coscienza della propria personalità e consapevolezza della propria funzione e del proprio stato: giovani da inserire nella comunità civica e lavorativa, uomini (ma anche donne) da permeare e rendere solidali nella condivisione di ideali dotti e spirituali.

Al contempo, i confratelli, vicini e spesso inseriti nel ceto dirigente, sapevano di offrire uno strumento di organizzazione del consenso e di stabilizzazione sociale. Dando un contributo importante all’espansione della scolarità, i consorzi elemosinieri milanesi rientrarono in quel lungo processo di disciplinamento culturale, pedagogico e sociale dei giovani che altrove si era realizzato con le confraternite per fanciulli e che, nel clima post-tridentino, si sarebbe concretizzato nello sviluppo delle scuole della dottrina cristiana [130]. Con l’estensione dell’istruzione di base non si trasmettevano solo nozioni ma anche codici di comportamento che nel loro complesso forgiavano l’artigiano, il mercante, il notaio, il funzionario, il cittadino. E dal momento che le norme comportamentali erano modellate sulla ‘disciplina’ degli ordini religiosi [131], ecco che ciò riconduce circolarmente all’influenza di questi modelli sulle stesse confraternite. Persino le letture di una confraternita in linea con le più vivaci tendenze religiose e culturali del momento rivelano un sostanziale conformismo religioso, pur se espresso ad alti livelli, e sociale, nella proposizione di norme atte anche in questo caso a formare buoni cittadini, rispettosi delle leggi e della disciplina, morale e sociale, andando così incontro agli obiettivi di disciplinamento della popolazione, in un orizzonte di cristallizzazione complessiva della società a cui miravano i detentori, minori e maggiori, del potere, un progetto sempre più pervasivo finalizzato al consolidamento di un sistema e alla composizione dei conflitti interni ad esso  [132].  

APPENDICE I: «Descrizione facta ad 28 aprillem 1495 de puti trovati a la schola dicta de Thomaxo Grasso» 

APPENDICE II: «Inventario de li libri de la compagnia facto a die 4 luyo 1522» 


NOTE

* Il presente saggio si avvale di una serie di preziose e imprescindibili indicazioni fornitemi da colleghi e amici. Desidero pertanto ringraziare espressamente: Giuliana Albini, Luigi Canetti, Nadia Covini, Marcella Forlin Patrucco, Gigliola Fragnito, Arnaldo Ganda, Roberto Greci, Giorgio Montecchi, Emilio Panella, Danilo Zardin.
Marina Gazzini
, dottore di ricerca in Storia medievale, è titolare di un assegno per collaborazione ad attività di ricerca presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Parma.

[1] La portata dei legami tra cultura e educazione, ma anche editoria, scienza, umanesimo è ben delineata nei lavori di Eugenio Garin, La cultura milanese nella seconda metà del sec. XV, in Storia di Milano, VII, Milano, Ed. Treccani degli Alfieri, 1956, pp. 539-597; Id., L’educazione in Europa, 1400-1600, Roma-Bari, Laterza, 1957; Id. (a cura di ), Il pensiero pedagogico dell’Umanesimo, Firenze, Sansoni, 1958; Id., La cultura del Rinascimento, Milano, Il Saggiatore, 1988; Id., Umanisti, artisti, scienziati. Studi sul Rinascimento italiano, Roma, Editori riuniti, 1989 (pp. 189-204: La cultura a Milano alla fine del Quattrocento). Ulteriori indicazioni sullo stato degli studi intorno al sistema scolastico e all'evoluzione storico-culturale della Milano principesca, temi che presentano a tutt’oggi ampi margini di approfondimento, sono fornite nelle note seguenti.

[2] Matteo Bandello, Tutte le opere, a cura di F. Flora, Milano, Mondadori, 1935, 2 voll., II, III parte, novella n. LIII. È stato Gino Barbieri a identificare il protagonista del racconto bandelliano, un usuraio abile antagonista dialettico di Bernardino da Siena, con il fondatore delle scuole Grassi, scomparso nel 1482, e non con un omonimo, morto nell’estate del 1451, le cui ricchissime sostanze avevano attirato la cupida attenzione di Francesco Sforza. Gino Barbieri, L’usuraio Tomaso Grassi nel racconto bandelliano e nella documentazione storica, in Id., Origini del capitalismo lombardo, Milano, Giuffré, 1961, pp. 311-378.

[3] L’atto – in originale presso l'Archivio di Stato di Milano (d’ora in poi ASMi), Notarile, Antonio Zunico, e in copia autentica pergamenacea presso l'Archivio dell’Amministrazione delle IIPPAB di Milano (d’ora in poi AIMi), Donatori, Tomaso Grassi – è edito in Barbieri, L’usuraio Tomaso Grassi cit., pp. 344-357. La donazione, comprensiva anche di case e terreni in città e nel contado, era subordinata alla morte del Grassi senza prole. Quando nel 1479 Tommaso ebbe una figlia, Margherita, non modificò la disposizione a favore delle Quattro Marie, ma si limitò a commutare alcuni terreni siti a Segrate con una rendita annua di 400 fiorini da destinare ai fabbisogni scolastici. Ibid., p. 330.

[4] I mastri delle Quattro Marie riportano le spese sostenute per le scuole Grassi dapprima in una Ratio expensarum minutarum e poi, dal 1487, in un conto specifico indicato come Donatio facta presenti scole per quondam dominum Tomam de Grassis. AIMi, Quattro Marie, Mastri, sub anno. Le scuole Grassi funzionarono fino al 1787 quando vennero soppresse per decreto governativo: il loro patrimonio venne incorporato nei fondi da destinare alle scuole normali e la sede della scuola fu venduta all’asta. Cfr. Alessandro Giulini, Tommaso Grassi, le sue Scuole e le relazioni sue cogli Sforza, in «Archivio Storico Lombardo», 39 (1912), pp. 271-283 (p. 280).

[5] L’atto di istituzione della nuova scuola venne rogato dal notaio Antonio Zunico il 15 settembre 1492. AIMi, Comuni, Milano, Scuole Taverna, cart. 101.

[6] Nel proprio testamento del 1472 Stefano Taverna aveva lasciato alla moglie Antonia Maggi la proprietà di alcuni livelli purché ne distribuisse le entrate in qualche opera pia in suffragio delle loro anime. La donna si impegnò a eseguire le volontà del marito legando a sua volta i fitti livellari al Consorzio della Misericordia, alla Scuola delle Quattro Marie e alla Scuola di S. Giacomo con l’obbligo di dispensarne i redditi ai poveri. Il legato dei due coniugi divenne disponibile alla morte della donna nel 1492. Le scuole Taverna ebbero pubblico riconoscimento con privilegio di Francesco II il 23 ottobre 1520, in cui si estendevano loro le esenzioni già concesse ai pia loca nel 1486. Luigi Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello stato di Milano dall’inizio della signoria viscontea al periodo tridentino (sec. XIII-XVI), Milano, Edizioni de «L’Arte», 1941, rist. anast. Milano, Cisalpino-Goliardica, 1973, pp. 277 sgg. Su Stefano Taverna, appartenente a una famiglia che vantava esponenti di prim’ordine nell’imprenditoria, nella mercatura e nella finanza ambrosiana, da non confondere con un omonimo vissuto nel suo stesso periodo, cfr. Gino Barbieri, I mercanti-banchieri Taverna e la lotteria patriottica a sostegno della Repubblica Ambrosiana, in Funzionari, mercanti e banchieri alle origini del capitalismo lombardo. Tre storie esemplari, in Commercio in Lombardia, a cura di G. Taborelli, Milano, Mediocredito lombardo, 1987, 2 voll., II, pp. 231-269, pp. 246-254.

[7] In Italia centro-settentrionale, a partire dal XIII secolo, si misero sostanzialmente in evidenza quattro tipi di istituti scolastici: la scuola ecclesiastica tradizionale (monastica o episcopale), tenuta da religiosi e destinata a religiosi, ma aperta dal primo Duecento anche a scolari laici esterni; la scuola privata, laica, gestita da maestri liberi professionisti e sostenuta economicamente dalle famiglie degli scolari, o ecclesiastica, spesso in mano all’ordine domenicano in grado di offrire una preparazione culturale più alta anche se rivolta all’insegnamento primario e incentivata talvolta dagli stessi comuni; il precettore familiare; la scuola di comune, promossa e controllata dalle autorità municipali. Anna Maria Nada Patrone, Insegnare e apprendere nel Piemonte del tardo medioevo, Cavallermaggiore, Gribaudo, 1996, pp. 24-26 (lavoro al quale si rimanda anche per la completa rassegna bibliografica sul tema).

[8] Bonvesin parla di oltre 70 maestri elementari e di 8 professores artis gramatice; Galvano Fiamma menziona 70 magistri puerorum affiancati da 15 doctores artis gramatice et loice e da doctores iurisperiti qui publicas regunt scolas in iure quos audiunt scolares multi. Antonio Viscardi, La cultura milanese nel secolo XIV, in Storia di Milano, V, Milano, Ed. Treccani degli Alfieri, 1955, pp. 569-634 (pp. 585-586).

[9] Primi a mettersi sulla strada di un insegnamento pubblico di base furono o centri minori (come Moncalieri in Piemonte) dove la posizione sociale ed economica dei maestri era molto più debole, o realtà caratterizzate da un'ampia diffusione dell'alfabetizzazione (come la Toscana) e quindi più sensibili per tradizione al problema. Carla Frova, Istruzione e educazione nel Medioevo, Torino, Loescher, 1973, pp. 99 sgg.; Ead., La scuola nella città tardomedievale: un impegno pedagogico e organizzativo, in La città in Italia e in Germania nel Medioevo: cultura, istituzioni, vita religiosa, a cura di R. Elze e G. Fasoli, Annali dell'Istituto storico italo-germanico, Quaderno 8, Bologna, Il Mulino, 1981, pp. 119-143 (p. 143).

[10] Viscardi, La cultura milanese nel secolo XIV  cit.; Eugenio Garin, La cultura milanese nella prima metà del sec. XV, in Storia di Milano, VI, Milano, Ed. Treccani degli Alfieri, 1955, pp. 545-608; Id., La cultura milanese nella seconda metà del sec. XV cit.

[11] Le prime notizie sono relative alle misure prese a favore del maestro d’abaco Amedeo de Lando, f.q. Bartolomeo, originario di Lodi ma cittadino milanese dal 1426 (I registri dell'Ufficio di Provvisione e dell'Ufficio dei Sindaci sotto la dominazione viscontea, a cura di Caterina Santoro, Milano, tipografia U. Allegretti, 1929, 9.24, p. 338) che nel 1428 si vide assegnare dal Vicario e dai Dodici di Provvisione, per volontà del duca di Milano, un salario mensile di 8 fiorini, raddoppiato dopo soli cinque anni, da ricavare dalle entrate del comune (ibid., 9-78, p. 347; 9-190, p. 364). Amedeo de Landis non limitò la sua attività pedagogica all’insegnamento del calcolo: legato al convento francescano osservante di S. Maria degli Angeli, vi spinse ad entrare molti dei suoi stessi scolari, dei quali ad un certo si propose quale direttore spirituale. Per questa sua ambizione e per l’eccessiva dimestichezza con temi e argomenti sacri fu coinvolto da Bernardino da Siena in un processo di eresia che si risolse però alla fine a favore del de Landis, che godeva di importanti appoggi locali, presso il duca, la chiesa, e gli ambienti intellettuali. Cfr. Celestino Piana, Un processo svolto a Milano nel 1441 a favore del mag. Amedeo de Landis e contro frate Bernardino da Siena, in Atti del simposio internazionale cateriniano-bernardiniano, a cura di D. Maffei e P. Nardi, Siena 17-20 aprile 1980, Siena 1982, pp. 753-792, pp. 758-759.

[12] Oltre all’incarico del de Landis (di cui alla nota precedente), si ha notizia di un pubblico insegnamento d’abaco assegnato dai duchi, sempre per un salario mensile di 16 fiorini pagato con le entrate comunali, ad Amedeo de Venetiis prima del 1450, a Gabriele Pirovano dopo il 1450 (I registri delle lettere ducali del periodo sforzesco, a cura di Caterina Santoro, Milano, tipografia U. Allegretti, 1961, 1.19, p. 6); a Giacomo de Baylo nel 1452 (Ibid., 1.115, p. 20); ancora a Gabriele Pirovano nel 1478 (Ibid., 4.230, p. 230).

[13] Nel 1452 massimi esponenti della Mercanzia cittadina sottoponevano alla duchessa Bianca Maria l’opportunità di ripristinare a Milano l’insegnamento del calcolo a spese del comune, seguito fin dai tempi di Filippo Maria da mercanti e da giovani nobili, e sospeso per le calamità della guerra. La duchessa aderì alla proposta e assegnò l’incarico a Giacomo de Baylo con un salario mensile di 16 fiorini. I registri delle lettere ducali cit., 1.115, p. 20.

[14] Jacques Verger, Le università del medioevo, (Paris 1973),  tr. it. Bologna, Il Mulino, 1982, p. 200.

[15] Nel 1457 il duca di Milano scriveva ai Maestri delle entrate straordinarie affinché Giacomo Carcano, incaricato della lettura del diritto civile in Milano, venisse pagato con 50 fiorini d’oro ricavati dal dazio sulla baratteria e altri 50 dalle condanne del comune (I registri delle lettere ducali cit., 8.201, p. 340); nel 1479 i duchi si rivolgevano invece al Vicario dei XII di provvisione perché venissero assegnati a Michele de Tonsis 5 fiorini al mese, ricavati dalle multe contro bestemmiatori e giocatori d’azzardo, per avviare l'insegnamento delle istituzioni mancante a Milano (Ibid., 5.26, pp. 190-191). Già nel XIV secolo le fonti segnalano la presenza a Milano di doctores iurisperiti che reggevano publicas scolas frequentate da scolares multi, almeno fino a quando non venne fondato nel 1361 a Pavia lo Studio generale. Viscardi, La cultura milanese nel secolo XIV cit., p. 586.

[16] Per questo atteggiamento pragmatico della dinastia sforzesca cfr. Giorgio Chittolini, Governo ducale e poteri locali, in Gli Sforza a Milano e in Lombardia e i loro rapporti con gli Stati italiani ed europei (1450-1535), Atti del Convegno, Milano 18-21 maggio 1981, Milano, Cisalpino Goliardica, 1982, pp. 27-41.

[17] Ludovico il Moro rimaneggiò gli statuti del collegio dei «magistri docentes gramaticam et magistri docentes scribere» emanati sotto Gian Galeazzo Visconti, e variamente aggiornati sotto i suoi successori, che stabilivano le mercedi per l’insegnamento elementare privato. Luigi Banfi, Scuola e educazione nella Milano dell’ultimo Quattrocento, in Milano nell’età di Ludovico il Moro, Atti del convegno, Milano 28 febbraio-4 marzo 1983, Milano, Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana, 1983, 2 voll., II, pp. 387-395, p. 392.

[18] Gherardo Ortalli, Scuole, maestri e istruzione di base tra Medioevo e Rinascimento. Il caso veneziano, Bologna, Il Mulino, 1996.

[19] Giovanna Petti Balbi, L'insegnamento nella Liguria medievale. Scuole, maestri, libri, Genova, Tilgher, 1979.

[20] Nada Patrone, Insegnare e apprendere cit., passim.

[21] Nell'arco di tempo qui considerato, risulta che solo Tommasino Piatti, consigliere di Ludovico Sforza, imparentato con esponenti dell’alta feudalità e della cultura milanese (fu zio del poeta di corte Piattino Piatti), avesse pensato ad un'altra tipologia di ente assistenziale per una fondazione scolastica. Con testamento del 17 gennaio 1499, il Piatti lasciava infatti il suo ingente patrimonio all’Ospedale Maggiore di Milano con l’obbligo di mantenere nella propria casa, sita a porta Orientale parrocchia di S. Pietro all’Orto e confinante con la chiesa di S. Vittore ai 40 martiri, una scuola con pubbliche e gratuite cattedre di greco, dialettica, matematica ed astronomia, alla quale destinava i libri che aveva raccolto nella propria biblioteca personale. L’ospedale avrebbe dovuto provvedere a stipendiare con L. 100 annue ciascuno dei docenti: nel 1503 quando, un anno dopo la morte del Piatti, vennero attuate le disposizioni testamentarie, furono chiamati a insegnare Stefano Negri per le lettere greche, il servita Filippo Mucagalli per la dialettica, Fabio Calvi per l’aritmetica, Fabio Cardano (padre del famoso Gerolamo) per la geometria. Pietro Canetta, Elenco dei benefattori dell’Ospedale Maggiore di Milano (1456-1886), Milano, Tipografia L. F. Cogliati, 1887, p. 147. Salvatore Spinelli, La Ca’ Granda (1456-1956), Milano, Consiglio degli Istituti Ospedalieri, 1958, p. 106. Banfi, Scuola e educazione nella Milano dell’ultimo Quattrocento cit., p. 393. Su Piattino Piatti, singolare figura di soldato e poeta, una delle vittime più illustri dell’ambiguo e conflittuale clima creatosi sotto Galeazzo Maria Sforza nei rapporti tra corte ducale e ceti dirigenti, cfr. Attilio Simioni, Un umanista milanese: Piattino Piatti, in «Archivio Storico Lombardo», XXXI, 1904, pp. 1-50; 225-301; Nadia Covini, L’esercito del duca. Organizzazione militare e istituzioni al tempo degli Sforza (1450-1480), Roma, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1998, pp. 263 sgg.

[22] Nel 1489 alla Scuola delle Quattro Marie e al Consorzio della Misericordia venne demandata la gestione di un convitto per studenti universitari poveri, sito a Pavia, fondato da Ambrogio Griffi, canonico della Cattedrale e protonotario apostolico, ma anche consigliere e medico ducale. Paolo M. Galimberti, Ambrogio Griffi, m. 1493, in La generosità e la memoria. I luoghi pii elemosinieri di Milano e i loro benefattori attraverso i secoli, a cura di I. Riboli, M. Bascapè, S. Rebora, Milano, Amministrazione dello II.PP.A.B. (ex E.C.A.), 1995, pp. 85-91.

[23] Altrove si erano messe in luce altre istituzioni di carattere solidaristico e assistenziale ma con uno sguardo rivolto all’interno delle stesse: nel 1472 a Firenze l’arte della lana assoldò un maestro per i figli degli aderenti alla corporazione e lo stesso fecero a Genova nel 1486 i lanaioli i quali però si limitarono a garantire al maestro solo un certo numero di allievi, senza onere finanziario per la corporazione. A Siena gli statuti di inizio Trecento dell’ospedale di S. Maria della Scala stabilivano che gli esposti, i fanciulli abbandonati e accolti nell’ospedale, vi imparassero a leggere e a scrivere. Giovanna Petti Balbi, Istituzioni cittadine e servizi scolastici nell’Italia centro-settentrionale tra XIII e XV secolo, in Città e servizi sociali nei secoli XII-XVI, Atti del Convegno, Pistoia 9-12 ottobre 1987, Pistoia, Centro Italiano di Studi di Storia e d’Arte, 1990, pp. 21-48 (p. 44); e nello stesso volume Gabriella Piccinni, L'ospedale di S. Maria della Scala di Siena. Note sull'origine dell'assistenza sanitaria in Toscana (XIV-XV secolo), pp. 297-324 (p. 302).

[24] Tommaso Grassi è figura assai rappresentativa della scena milanese quattrocentesca, esempio di un tipico percorso di ascesa e conversione sociale, a livello personale e familiare. La casata era originaria di Cantù, dove nella prima metà del Trecento si era resa protagonista di un breve esperimento signorile che non resse alla pressione dell’espansionismo visconteo; inurbatisi dopo il declino politico, i Grassi avevano quindi conosciuto un’inarrestabile ascesa economica, grazie al commercio internazionale della lana e all’avvio di una lucrosa attività creditizia. A metà Quattrocento fu Tommaso, figlio naturale di Cristoforo detto Bertololo, a mettersi in luce, riuscendo a coronare il proprio successo con il matrimonio della figlia Margherita con un esponente di casa Sforza. La fortuna di Tommaso non fu però senza ombre. A parte una controversia ereditaria, risoltasi brillantemente, con le sorellastre, fu soprattutto la sua attività finanziaria, sulla quale gravò sempre il sospetto di usura, ad attraversare più di un momento di crisi. Nel 1449 si susseguirono contro di lui più provvedimenti emanati dal governo dei Capitani e Difensori della libertà di Milano, e non solo per sospette usure, ma soprattutto perché nella sua casa erano stati trovati beni di ribelli e molti pegni senza la dovuta intestazione. Gli fu così imposto di versare 125 ducati d’oro al banco di S. Ambrogio di Milano. Altri 350 ducati d’oro Tommaso dovette sborsare dieci anni più tardi quando venne condannato dall’arcivescovo di Milano sempre per atti feneratizi: da qui derivò il donativo alle Quattro Marie per la fondazione di scuole pubbliche di base, seguita l’anno successivo dalla donazione di case e botteghe di armi e spezie alla Malastalla, carcere e luogo pio, per la liberazione di quanti erano stati imprigionati per debiti, con preferenza per i detenuti appartenenti alla propria casata. Privo di discendenza maschile legittima (a parte Margherita, Tommaso ebbe, al di fuori del matrimonio, Luchino, entrato nell’ordine degli Eremitani di s. Agostino), lasciò poi erede di metà del proprio ingentissimo patrimonio la Fabbrica del Duomo e, in caso di mancato rispetto delle sue volontà, l’Ospedale Maggiore. Barbieri, L’usuraio Tomaso Grassi cit. (alle pp. 358-374 l’edizione del testamento del Grassi conservato in AIMi, Testatori, Tomaso Grassi, testamento 1480 dicembre 23, not. Maffeo Suganappi).

[25] Scarsa invece la ricettività del Grassi ai messaggi della predicazione osservante. Bandello, Tutte le opere cit.; Barbieri, L’usuraio Tomaso Grassi cit.

[26] Per i rapporti tra il duca e questo ecclesiastico, già abate del monastero di S. Celso e vicario generale di Giovanni Visconti, cfr. Carlo Marcora, Carlo da Forlì, arcivescovo di Milano (1457-1461), in «Memorie storiche della diocesi di Milano», II, 1955, pp. 235-333; Enrico Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, IX, Milano, Ed. Treccani degli Alfieri, 1961, pp. 509-720 (p. 517).

[27] Si trattava di un corpo di magistrati guidati da un ufficiale, il vicario, di estrazione forestiera, che controllava la vita di tutta la città esercitando il potere amministrativo e quello giudiziario in materia tributaria e di polizia, fatto sempre salvo il consenso del duca. Caterina Santoro, L’organizzazione del ducato, in  Storia di Milano, VII, cit., pp. 519-538 (pp. 532-534); Ead. (a cura di), Gli offici del comune di Milano e del dominio visconteo-sforzesco (1216-1515), Milano 1968.

[28] Giuliana Albini, Gli ‘amministratori’ dei luoghi pii milanesi nel '400: materiali per future indagini, in Ead., Città e ospedali nella Lombardia medievale, Bologna, CLUEB, 1993, pp. 211-256; Marina Gazzini, Patriziati urbani e spazi confraternali in età rinascimentale: l’esempio di Milano, in «Archivio Storico Italiano», CLVIII (2000), pp. 491-514.

[29] Cfr. Giuliana Albini, L’assistenza all’infanzia nell’Italia padana (secc. XII-XV), in Ead., Città e ospedali cit., pp. 131-153.

[30] Christiane Klapish-Zuber, Il bambino, la memoria e la morte, in Storia dell’infanzia. I. Dall’antichità al Seicento, a cura di E. Becchi - D. Julia, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 156-159.

[31] All’interno di questa i Maestri delle entrate del ducato concessero al maestro Gabriele da Pirovano l’uso di un banco e di una camera senza pagamento alcuno. I registri delle lettere ducali cit., 4.230, p. 230.

[32] Nel 1495 sono infatti annotate spese, non precisate, per la domus della scuole Grassi. AIMi, Quattro Marie, Mastri, 22, cc. 123r. e v.

[33] Le due circoscrizioni parrocchiali erano difatti confinanti. AIMi, Comuni, Milano, Scuole Taverna, cart. 101, doc. 29 luglio 1497, not. Antonio Zunico. In questa nuova sede la scuola restò fino al 1616.

[34] La scuola di base era organizzata secondo un sistema pedagogico diviso in due fasi: un livello elementare, corrispondente al momento dell’alfabetizzazione, di durata media di due-tre anni, propedeutico a un livello più elevato, che prendeva altri quattro anni, durante i quali si imparava la grammatica latina (detto perciò dei latinantes) e a far di conto. A sua volta il primo livello distingueva tre fasi di apprendimento: la lettura, la scrittura, l’apprendimento mnemonico del Salterio, ovvero delle preghiere più comuni e dei sette salmi penitenziali attribuiti a re David. Piero Lucchi, Leggere, scrivere e abbaco: l’istruzione elementare agli inizi dell’età moderna, in Scienze, credenze occulte, livelli di cultura, Atti del convegno, Firenze 26-30 giugno 1980, Firenze, Olschki, 1982, pp. 101-119; Nada Patrone, Insegnare e apprendere cit., pp. 42-43. Fino al XV secolo non vi fu invece un insegnamento di lingua volgare quale disciplina autonoma, continuando i grammatici a non riconoscerne la dignità. Jacques Verger, Gli uomini di cultura nel Medioevo, (Paris 1997), tr. it. Bologna, Il Mulino, 1999, p. 18.

[35] AIMi, Prerogative, Giuspatronati, Scuole, b. 888, fasc. 2.

[36] Quando nel 1497 venne acquistata la nuova sede per le scuole Taverna, si aprirono 4 classi, di cui tre «da leggere e grammatica» e una «da imparare a scrivere et abaco». AIMi, Comuni, Milano, Scuole Taverna, cart. 101, doc. 29 luglio 1497, not. Antonio Zunico. L’esempio venne seguito anche dalle scuole Grassi che introdussero l’insegnamento dell’abaco. Giulini, Tommaso Grassi cit.

[37] Petti Balbi, L'insegnamento nella Liguria medievale cit., pp. 56-60.

[38] AIMi, Prerogative, Giuspatronati, Scuole, b. 888, fasc. 2. La nota, cartacea e originale, è priva di datazione, ma va comunque attribuita alla fine del secolo XV, come indicano il riferimento a sorelle e nipoti del Grassi, alcuni dei quali firmano in calce (Giovanni, Giovanni Antonio, Giovanni Giacomo Grassi), insieme a Luchino Grassi, da identificare con ogni probabilità con il figlio naturale del Grassi.

[39] Gabriel Paveri Fontana, piacentino (ma secondo altri pavese), nato nel 1420, fu allievo del Filelfo di cui fu in seguito anche difensore e apologista. Autore di facili versi e prose (pubblicò in versi elegiaci un De vita et obitu Galeaz Mariae Sfortiae, 1477), grammatico, commentatore e editore di classici, socio insieme a Cola Montano dello stampatore parmense Antonio Zarotto, insegnò a Pavia (dove venne sostituito  da Francesco dal Pozzo di Parma per esservi reintegrato nel 1480) e retorica a Milano, dagli anni cinquanta del secolo al 1490, con uno stipendio progressivamente innalzatosi da 105 a 250 fiorini. Cfr. Garin, La cultura milanese nella seconda metà del sec. XV cit., p. 564; Agostino Sottili, L’università di Pavia nella politica culturale sforzesca, in Gli Sforza a Milano e in Lombardia e i loro rapporti con gli Stati italiani ed europei (1450-1535), Atti del Convegno, Milano 18-21 maggio 1981, Milano, Cisalpino Goliardica, 1982, pp. 519-563, pp. 540-542; Giulia Bologna, Gli Sforza e la cultura, in Gli Sforza a Milano, Milano, Cariplo, 1978, pp. 263-306 (pp. 268-273); Arnaldo Ganda, I primordi della tipografia milanese. Antonio Zarotto da Parma (1471-1507), Firenze, Olschki, 1984, pp. 23-26, 34-38, 89-93. Pare invece improbabile l’identificazione del  Paveri Fontana con quel Gabriele Venzago della Fontana che insieme al fratello Giovanni fu tra i fondatori dell'ospizio della Rosa, luogo di predicazione dei domenicani osservanti, suggerita da Silvana Aldeni, Il ‘Libellus sepulchrorum’ e il piano progettuale di S. Maria delle Grazie, in «Arte lombarda», 67 (1983), p. 76. Per il luogo della Rosa vd. infra.

[40] Mentre attraverso i libri contabili della Scuola delle Quattro Marie è stato possibile ricostruire con precisione l’organigramma del corpo docente delle scuole Grassi, salari compresi, non si è trovata registrazione dei maestri delle scuole Taverna (pur attivi) nella documentazione di tre dei luoghi pii preposti alla loro amministrazione (Quattro Marie, Misericordia, S. Giacomo).

[41] Nel Quattrocento, ovvero nei primi vent’anni di attività, le scuole Grassi videro la collaborazione dei seguenti maestri. Dalla metà del mese di aprile del 1482 cominciarono a insegnare i sacerdoti Antonio de Vercelis, magister generalis a gramaticha, Donato de Canova, Ambrogio de Pestegalis, Giovanni Antonio de Ixachis, e il laico Francesco de Galbiate. L’anno successivo il corpo docente rimase invariato. Nel 1484 si ebbe un primo cambiamento, con la sostituzione di pb. Giovanni Martino Pirovano al posto di Giovanni Antonio de Ixachis. Questi fece però ritorno nel 1487 anno in cui, probabilmente a causa della falcidie provocata dalla pestilenza che negli anni precedenti aveva devastato il ducato, il gruppo dei maestri risulta profondamente rinnovato. Maestro di grammatica fu Simone Colli, coadiuvato da pb. Giovanni Pietro de Malingeniis, pb. Donato de Canova, pb. Giovanni Antonio de Ixachis della vecchia squadra, e Michele de Chono e Giovanni da Rimini quali nuovi ingressi. Nel 1488 pb. Giacomo Gallarati subentrò a Michele de Chono. Nel 1491 furono maestri Simone Colli, pb. Giovanni Pietro de Malingeniis, pb. Giovanni Antonio de Merate, pb. Giacomo Gallarati, pb. Gaspare Marinoni, che rimasero fino a tutto il 1493. Nel 1494 al Merati subentrò Andrea de Zapis e così si arriva al 1497 quando nello stesso anno morirono Simone Colli, sostituito da Domenico Falcionus de Bremide, e Martino Crispi, subentrato il 15 gennaio al Marinoni ma deceduto il 22 settembre. Il suo posto venne preso da Damiano Gallarati. Nel 1498 i maestri erano dunque i due Gallarati, Andrea de Zapis, Giovanni Pietro de Malingeniis e Domenico Falcionus come maestro generale. Nel 1499 il posto del de Malingeniis venne preso da pb. Giovanni Antonio de Vergiate fino al 31 marzo e dopo da pb. Stefano de Lampugnano. Nel 1500 subentrò allo Zappi pb. Enrico de Rigonibus. La squadra composta da Domenico Falcionus de Bremide, pb. Giacomo Gallarati, pb. Damiano Gallarati, pb. Stefano Lampugnani, pb. Enrico de Rigonibus rimase ancora invariata per gli anni 1501 e 1502. AIMi, Quattro Marie, Mastri, 12-25.

[42] Questa deroga era prevista già nella donazione del 1473.

[43] AIMi, Quattro Marie, Mastri, 16, c. 203 v.

[44] Lacune vistose in questo settore storiografico erano già state lamentate da Alberto Grohmann, La storiografia economica relativa all’età medievale in Italia (1966-1989), in Due storiografie economiche a confronto: Italia e Spagna. Dagli anni ’60 agli anni ’80, Atti del Convegno, Torino 17-18 novembre 1989, Milano, EGEA, 1991, pp. 75-125, e da allora poca strada è stata fatta anche per un’oggettiva limitatezza delle fonti. Le poche informazioni raccolte riguardano inoltre di solito i lavori manuali: su Milano vd. Felice Fossati, Lavoro e lavoratori a Milano nel 1438, in «Archivio Storico Lombardo», LV, 1928, pp. 224-258; ibid., pp. 496-525; ibid., LVI, 1929, pp. 71-95; sull'area toscana, degno di particolare nota il lavoro di Sergio Tognetti, Prezzi e salari nella Firenze tardomedievale: un profilo, in «Archivio Storico Italiano», CLIII (1995), pp. 263-333.

[45] Sebbene il ventaglio registrato sia molto ampio (si passa da 10 a 2000 e oltre fiorini, escursioni che però riguardano situazioni particolari), per tutto il corso del Quattrocento la media dei pagamenti si assesta intorno ai 50 fiorini di inizio carriera passibili di triplicazione nel prosieguo degli anni di lavoro. Cfr. Dante Zanetti, A l’Université de Pavie au XVe siècle: les salaires des professeurs, in « Annales  E.S.C.», 17, 1962, pp. 421-433. Pur trattandosi di un dato indicativo parziale, in quanto si tratta di un insegnamento esercitato saltuariamente, ricordiamo che il compenso previsto nel 1433 per il maestro di calcolo pagato dal comune di Milano era superiore: 16 fiorini al mese, ovvero (ammesso che lavorasse per l'intera annata) 192 fiorini l’anno. I maestri d'abaco risultano infatti generalmente più pagati di quelli di grammatica (Verger, Gli uomini di cultura nel Medioevo cit., p. 68).

[46] Albini, L’assistenza all’infanzia cit.

[47] AIMi, Prerogative, Giuspatronati, Scuole, b. 888, fasc. 2.

[48] Ibid.

[49] Fa eccezione la Firenze del tardo Quattrocento dove sappiamo essere stata grandissima la diffusione dell'istruzione elementare. Vd. i risultati dell'indagine condotta sui catasti fiorentini del 1480 da Armando F. Verde, Lo studio fiorentino 1473-1503. Ricerche e documenti, III: Studenti, Fanciulli a scuola nel 1480, Pistoia, Memorie domenicane, 1977, tomo II, pp. 1005-1206.

[50] AIMi, Prerogative, Giuspatronati, Scuole, b. 888, fasc. 2. L'elenco è trascritto qui di seguito in Appendice I.

[51] La predominanza dell’istruzione maschile era consueta, cfr. Nada Patrone, Insegnare e apprendere cit., p. 22.

[52] Roberto Rusconi, Da Costanza al Laterano: la «calcolata devozione» del ceto mercantile-borghese dell’Italia del Quattrocento, in Storia dell’Italia religiosa, a cura di G. De Rosa, T. Gregory, A. Vauchez, 1. L’Antichità e il medioevo, Roma-Bari, Laterza 1993, pp. 505-536; La religion civique à l’époque médiévale et moderne (Chrétienté et Islam), a cura di André Vauchez, Atti del Convegno (Nanterre, 21-23 giugno 1993), Roma, école Française de Rome, 1995.

[53] A proposito di queste associazioni cfr. il quadro comparativo offerto da Ilaria Taddei, Associazioni giovanili fra tardo medioevo e prima età moderna: metamorfosi di una forma tradizionale e specificità del caso fiorentino, in «Annali di storia moderna e contemporanea», 3, 1997, pp. 225-241. A Milano l’unico indizio di un tentativo di offrire ai giovani uno specifico spazio di socializzazione e di formazione religiosa e morale potrebbe essere rintracciabile nella temporanea intitolazione della confraternita dei vicini della parrocchia di S. Giovanni sul Muro che nel 1421, dopo una secolare dedicazione al Battista, venne denominata «dei Vecchi e dei Giovani» per poi tuttavia essere riconvertita dopo soli 40 anni nella Scuola dei Ricchi e Vecchi. Marina Gazzini, Solidarietà viciniale e parentale a Milano: le ‘scole’ di S. Giovanni sul Muro a porta Vercellina, in L'età dei Visconti. Il dominio di Milano fra XIII e XV secolo, a cura di L. Chiappa Mauri, L. De Angelis Cappabianca, P. Mainoni, Milano, Editrice La Storia, 1993, pp. 303-330.

[54] Qualche indicazione sui libri scolastici dell’epoca si può ricavare dal censimento della produzione tipografica milanese compiuto da Teresa Rogledi Manni, La tipografia a Milano nel secolo XV, Firenze, Olschki, 1980: negli ultimi 30 anni del XV secolo scompaiono progressivamente testi della vecchia cultura (il Doctrinale di Alessandro de Villadei, il De octo partibus orationis di Elio Donato, il Donatus minor) e nuovi si diffondono (le Elegantiolae di Alessandro Dati, i Rudimenta grammatices di Nicola Perotti, il De ingenuis moribus et liberalibus studiis del Vergerio). Banfi, Scuola e educazione nella Milano dell’ultimo Quattrocento cit., p. 395. Per i testi più usati a fine didattico cfr. Piero Lucchi, La Santacroce, il Salterio e il Babuino: libri per imparare a leggere nel primo secolo della stampa, in Alfabetismo e cultura scritta, a cura di A. Bartoli Langeli e A. Petrucci, «Quaderni storici», 38, 1978, pp. 593-630; Paul F. Grendler, La scuola nel Rinascimento italiano, (ed. or. 1989), tr. it. Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 123 sgg., 297 sgg.; Nada Patrone, Insegnare e apprendere cit., pp. 161-191.

[55] Andrebbero sondati meglio i fondi notarili alla ricerca di testamenti o inventari post mortem di libri che però, come noto, danno spesso indicazioni sommarie e imprecise. Più fortunate altre aree: cfr. Roberto Greci, Libri e prestiti di libri in alcune biblioteche private bolognesi del secolo XV, in «La Bibliofilia», 85, 1983, pp. 341-354, e, dello stesso, l’elenco edito in Note sul commercio del libro universitario a Bologna nel Due e Trecento, in «Studi di storia medioevale e di diplomatica», 9, 1987, pp. 49-97; Christian Bec, Les livres des florentines (1413-1608), Firenze, Olschki, 1984, ove sono pubblicati 582 inventari post mortem di libri di fiorentini redatti per il Magistrato dei Pupilli nel periodo 1413-1608 (ma vd. le riserve sull’attendibilità dei documenti editi espresse da Armando F. Verde, Libri tra le pareti domestiche. Una necessaria appendice a ‘Lo studio Fiorentino 1473-1503’, in «Memorie domenicane», n.s. 18, 1987, pp. 7-11; e da Giovanni Ciappelli, Libri e letture a Firenze nel XV secolo. Le ‘Ricordanze e la ricostruzione delle biblioteche private, in «Rinascimento», 2a s., 29, 1989, pp. 267-291); Marino Zorzi, La circolazione del libro a Venezia nel Cinquecento: biblioteche private e pubbliche, in «Ateneo veneto», n.s., 28, 1990, pp. 117-189; intorno agli inventari di bottega cfr. Angela Nuovo, Il commercio librario nell’Italia del Rinascimento, Milano, F. Angeli, 1998, pp. 129-159. In generale vd. anche la bibliografia indicata da Donatella Nebbiai-Dalla Guarda, I documenti per la storia delle biblioteche medievali (secoli IX-XV), Roma, Jouvance, 1992, pp. 9-22.

[56] L’elenco, ritrovato in ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 258v.-259r, viene qui pubblicato con il debito apparato di commento (vd. Appendice II). Tale inventario, finora sfuggito a quanti hanno studiato il luogo pio e non contemplato nelle indagini condotte sulla locale produzione e conservazione libraria, assume particolare interesse anche nel generale panorama di scarse attestazioni sui contenuti delle biblioteche private milanesi: su queste, ma anche sulle biblioteche capitolari, monastiche e conventuali, cfr. Emilio Motta, Libri di casa Trivulzio nel secolo XV con notizie di altre librerie milanesi del Trecento e del Quattrocento, Como, C. Franchi di A. Vismara, 1890; Luca Beltrami, La libreria di un letterato milanese al principio del secolo XV. (Per le fauste nozze Vittorio Coco – Giulia Rosina), Milano, 1924; Bortolo Martinelli, La biblioteca (e i beni) di un petrarchista: Gasparo Visconti, in Veronica Gambara e la poesia del suo tempo nell’Italia settentrionale, Firenze, Olschki, 1989, pp. 213-261; Mirella Ferrari, Dalle antiche biblioteche domenicane a Milano: codici superstiti nell’Ambrosiana, in «Ricerche Storiche sulla Chiesa Ambrosiana», VIII, 1978-79, (Archivio Ambrosiano, XXXV), pp. 170-197; Ead., Per una storia delle biblioteche francescane a Milano nel Medioevo e nell’Umanesimo, in «Archivum Franciscanum Historicum», LXXII, 1979, pp. 429-464; Ead., Biblioteche e scrittoi benedettini nella storia culturale della diocesi ambrosiana: appunti ed episodi, in «Ricerche Storiche sulla Chiesa Ambrosiana», IX, 1980, (Archivio Ambrosiano, XL), pp. 230-290; Ead., Un bibliotecario milanese del Quattrocento: Francesco della Croce, in «Ricerche Storiche sulla Chiesa Ambrosiana», X, 1981, (Archivio Ambrosiano, XLII), pp. 175-270; Thomas Kaeppeli, La bibliothèque de Saint-Eustorge à Milan à la fin du XVe siècle, in «Archivum Fratrum Predicatorum», XXV, 1955, pp. 5-74; Letizia Pecorella Vergnano, Per la storia di una biblioteca, in «Studi di biblioteconomia», Roma 1976. Il secondo inventario, noto, di libri di una confraternita milanese è del 1566: Riccardo Bottoni, Libri e lettura  nelle confraternite milanesi del secondo Cinquecento, in Stampa, libri e letture a Milano nell’età di Carlo Borromeo, a cura di N. Raponi e A. Turchini, Milano, Vita e pensiero, 1992, pp. 247-277.

[57] L'ampiezza dei temi indicati è tale che, in stretto riferimento agli ambiti qui toccati, ci limitiamo a rimandare a Gilles G. Meersseman, Ordo fraternitatis. Confraternite e pietà dei laici nel Medioevo, in collaborazione con Gian Piero Pacini, Roma, Herder, 1977, 3 voll. per le confraternite di ambiente domenicano, e, intorno alle questioni educative, ai contributi presenti in Le scuole degli ordini mendicanti (secoli XIII-XIV), Atti del Convegno, Todi 11-14 ottobre 1976, Todi, Accademia Tudertina, 1978. Per quanto concerne Milano, si ricorda che fin dai tempi di Ottone Visconti (fine XIII sec.) il lettore di teologia che teneva lezioni in Duomo fu un domenicano; il locale convento di S. Eustorgio mantenne inoltre per un certo periodo uno studium che, sebbene inferiore a quello di Pavia, non dovette sfigurare se nel 1494 la biblioteca conventuale contava ben 722 volumi (Kaeppeli, La bibliothèque de Saint-Eustorge cit., con edizione dell’inventario conservato in ASMi, Fondo di Religione, P.A., S. Eustorgio, cart. 1103, f. 1 r. - 18 r.; Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi cit., pp. 615-616; Jacques Verger, Studia mendicanti e università, in Il pragmatismo degli intellettuali. Origini e primi sviluppi dell’istituzione universitaria, a cura di R. Greci, Torino, Scriptorium, 1996, pp. 147-164). A fine Quattrocento anche i domenicani di S. Maria delle Grazie possedevano una ricca collezione libraria, derivata in parte dal legato di Battistina, vedova dell’umanista Pier Candido Decembrio. Secondo Maria Pesenti Villa, I letterati e i poeti, in Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Ludovico il Moro. Le arti industriali - La Letteratura - La Musica, 4 voll., IV, Milano, Hoepli, 1923, pp. 105-181 (pp. 143 sgg.), la biblioteca delle Grazie si sarebbe arricchita anche della donazione di Gaspare Vimercati, il condottiero benefattore del convento, circostanza negata invece da Mirella Ferrari, Dalle antiche biblioteche domenicane a Milano cit., pp. 176 sgg.

[58] Non sono d’altronde noti i motivi che suggerirono la registrazione dei volumi; sembra tuttavia da escludere una visita pastorale che, a quanto risulta, non venne effettuata nel periodo considerato: cfr. Visite pastorali di Milano (1423-1859), a cura di Ambrogio Palestra, Roma, Multigrafica editrice, 1971.

[59] Il dibattito sulla periodizzazione e sul concetto stesso di Rinascimento – da non ridurre a mero movimento culturale, ma da considerare quale più complessa unità storica all’interno della quale si collocò l’azione intellettuale degli umanisti, legati a un ruolo politico e culturale insieme – prese avvio negli anni cinquanta del XX secolo con le note riflessioni di Chabod (della cui evoluzione ci offre un sunto Mauro Moretti, La nozione di 'Stato Moderno’  nell'opera storiografica di Federico Chabod: note e osservazioni, in «Società e storia», 22, 1983, pp. 869-908) e si dipanò successivamente in una serie di interventi di cui ci limitiamo qui a segnalare: Interpretazioni del Rinascimento, a cura di Alfonso Prandi, Bologna, Il Mulino, 1971; Il Rinascimento. Interpretazioni e problemi, Bari, Laterza, 1979; Storici americani e Rinascimento italiano, a cura di Giorgio Chittolini, «Cheiron», VII (1991); L'educazione e la formazione intellettuale nell'età dell'Umanesimo, a cura di Luisa Rotondi Secchi Tarugi, Milano, Guerini, 1992.

[60] ASMi, S. Corona, Registri, 1 (codice statutario della confraternita) e 1/A (registro di memorie della compagnia). Da queste fonti ha tratto a suo tempo tutte le sue informazioni Pietro Canetta, Storia del Pio Istituto di S. Corona di Milano, Milano, 1883, opera alla quale hanno fatto a loro volta riferimento quanti hanno successivamente trattato del luogo pio: Pio Pecchiai, L'ospedale Maggiore di Milano nella storia e nell'arte, Milano, Pizzi e Pizio, 1927, p. 34; Giacomo C. Bascapè, Cinque secoli di vita, in Il pio istituto Santa Corona. Origini ed evoluzione, realizzazioni attuali, Milano, Arti grafiche Amilcare Pizzi, 1960, pp. 11-17; Marina Valori, L’archivio del pio istituto Santa Corona, in L’Archivio di Stato di Milano, a cura di G. Cagliari Poli, Firenze, Nardini, 1992, pp. 135-136.

[61] Le memorie della compagnia ricordano che Francesco Mantegazza, di nobile famiglia, sposò l’osservanza della regola di S. Corona a 55 anni; morì nel 1521, dopo avere ricoperto per più anni (1505, 1511, 1516, 1517, 1518, 1520) la carica di conservatore, cioè di priore, della confraternita che dotò di numerose e cospicue sovvenzioni in denaro e in godimento di diritti immobiliari. Non sappiamo se sia possibile identificare il confratello di S. Corona con quel Francesco Mantegazza che nel 1489-92 fu in lite con Renato Trivulzio, per l’eredità di Ambrogino da Longhignana, già capitano dei Provvisionati ducali, di cui era genero, e con un altro omonimo in causa nel 1493 con Giovanni Maria Lampugnani per le conseguenze di uno scontro fisico (ASMi, Sforzesco, 1491, atti del Consiglio segreto 1489; ibid., Sforzesco 1101, lettere di Ludovico Sforza e di Bartolomeo Calco, gennaio 1489; ibid., Carteggio, 1113, 1493 novembre 3, attestazioni gentilmente segnalatemi da Nadia Covini); la data di morte ne esclude comunque l'identificazione con un omonimo, ufficiale sforzesco, defunto nel 1513 (Gli uffici del dominio sforzesco. 1450-1500, a cura di Caterina Santoro, Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri, 1948, pp. 98, 367; Gli offici del comune di Milano cit., p. 420); sul profondo impegno culturale del nostro Mantegazza vd. infra. Roberto Bonaccorsi de Quarterio, cittadino di Lodi e di Milano, forse discendente di Bartolomeo de’ Quarteri, di Rinaldo, condottiero ducale (Covini, L’esercito del duca cit., ad indicem) nel 1498 partì insieme a Stefano da Seregno alla volta della Terrasanta da cui fece ritorno nel 1501; morì nel 1526 a 62 anni, lasciando alla compagnia un legato di L. 100 annue che fece seguito a una serie di donazioni immobiliari per un rendita annua di L. 665. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 210v.-212r. Su Cristoforo Remenulfi, destinato invece a venire espulso dalla compagnia, vd. infra, nota 77.

[62] Sara Fasoli, Tra riforme e nuove fondazioni: l’osservanza domenicana nel Ducato di Milano, in «Nuova Rivista Storica», 76, 1992, pp. 417-494 (pp. 481-482). Non sappiamo invece quali rapporti esistessero con un’altra schola laica, la confraternita del Rosario, che aveva sede in S. Maria delle Grazie (ibid., p. 483; Meersseman, Ordo fraternitatis cit., III, p. 1193).

[63] Ludovico M. Sforza, che aveva favorito l’azione dei domenicani dell’Osservanza in Lombardia, fu molto legato al nuovo convento che questi fondarono a Milano a partire dal 1463, dotandolo della ricchissima possessione della Sforzesca. Fasoli, Tra riforme e nuove fondazioni cit. Per i rapporti tra principi e movimenti osservanti cfr. Giorgio Chittolini, Stati regionali e istituzioni ecclesiastiche nell’Italia centrosettentrionale del Quattrocento, in Storia d’Italia, Annali 9, La Chiesa e il potere politico dal Medioevo all’età contemporanea, a cura di G. Chittolini e G. Miccoli, Torino, Einaudi, 1986, pp. 147-193 (pp. 174-175); Gabriella Zarri, Aspetti dello sviluppo degli ordini religiosi in Italia tra Quattro e Cinquecento. Studi e problemi, in Strutture ecclesiastiche in Italia e Germania prima della Riforma, a cura di P. Prodi e P. Johanek, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 207-257.

[64] Così lo descrive Girolamo Gattico, Descritione succinta e vera delle cose spettanti alla chiesa e convento di Santa Maria delle Gratie, e di Santa Maria della Rosa et altre loro adhererenze in Milano dell’Ordine dei predicatori, manoscritto del sec. XVII presso ASMi, Fondo di Religione, p.a., cart. 1397 (su questa fonte vd. le note di Fasoli, Tra riforme e nuove fondazioni cit., Appendice, pp. 488-494); vd. anche Enrico  Ratti, Una gloria di Seregno. Frate Stefano da Seregno fondatore dell’Opera pia di Santa Corona, Milano, 1931.

[65] ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 200v.-203v.: Memoria de li conservatori et patri spirituali de la compagnia et confraternita di Santa Corona principiati in anno 1497.

[66] Canetta, Storia del Pio Istituto di S. Corona p. 60-61.

[67] I confratelli approfittarono della donazione di 800 ducati di Valente Melegari, dottore in medicina e filosofia, ed acquistarono dall’Ospedale Maggiore «il locho de la Madalena» in Porta Vercellina. Non avendo però trovato il sito idoneo, nello stesso anno lo permutarono sempre con i deputati dell’Ospedale Maggiore in cambio dell’ospedale di S. Lazzaro fuori Porta Romana, aggiungendo ancora 100 ducati. Nel monastero, approvato il 5 marzo 1498 dal padre generale Gioachino Torriani, furono messe 6 donne vestite di una guarnaccia bianca, sotto la cura di frate Angelo da Verona vicario dell’ordine di s. Domenico dell’Osservanza (10 novembre 1498). Nel 1505 il priore delle Grazie, Pietro da Tortona, si preoccupò che le terziarie passassero sotto il Secondo ordine, passaggio concesso nel 1508 dal vicario generale Silvestro Prierio. ASMi, S. Corona, Registri, 1, c. 7v.; Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, cit. pp. 617-618.

[68] Le memorie della confraternita e altre fonti domenicane concordano nel riferire come Margherita da Lodi fosse donna di «grande opinione e fama» che in precedenza «stava rinchiusa per remitora a S. Maria Faragreca» a S. Ambrogio. Fu tra le prime sei donne a far parte della comunità di S. Lazzaro (sui nomi delle altre vd. infra). Colomba, sorella di un frate amadeita e figlia di un soldato milanese che aveva combattuto per Francesco Sforza, ammalatasi di peste nel 1485 e poi guarita, entrò invece nel gruppo nel 1499. ASMi, S. Corona, Registri, 1, c. 7v.; ASMI, Fondo di religione, p.a., S. Lazzaro e S. Domenico, b. 1876, fasc. I, Ambrogio Taegi, De beata Columba Mediolanensi prima sorore monasterii Sancti Lazari Mediolani ordinis praedicatorum (e ibid., fasc. III, il volgarizzamento settecentesco Ambrogio Taegi, Vita ed alcune deposizioni de miracoli diconsi fatti da […] Colomba da Trucazzano); vd. anche i cenni in Elena Bonora, I conflitti della controriforma. Santità e obbedienza nell’esperienza religiosa dei primi barnabiti, Firenze, Le Lettere, 1998, pp. 196-198; e in Lucia Sebastiani, Monasteri femminili milanesi tra medioevo e età moderna, in Florence and Milan. Comparisons and relations, a cura di S. Bertelli, N. Rubinstein, C.H. Smyth, Firenze, La Nuova Italia, 1989, 2 voll., II, pp. 3-15 (pp. 8-9). Il redattore della vita della beata Colomba, Ambrogio Taegi († 1523 ca.), residente nel convento delle Grazie, fu un personaggio di notevole importanza nell’ordine dei predicatori, sebbene poco documentato: da alcuni è indicato come fratello di Giovanni Ambrogio, fondatore del Collegio Taegi (Bonora, I conflitti della controriforma cit., pp. 198, 299), da altri come fratello di dominus Paulus de Rognonibus de Taegio, uomo di cultura classica e giuridica e deputato del luogo della Rosa (A. Canova, Paolo Taegio da poeta a ‘dottor di leggi’, in «Italia medioevale e umanistica» 37, 1994, pp. 99-135, pp. 105-6; Simon Tugwell, The nine ways, «Mediaeval studies» 47, 1985, pp. 49-51).

[69] Margherita e Colomba si inserivano in una tradizione di ‘sante vive’, profetesse e visionarie che ebbe il proprio centro in Lombardia e Veneto: si trattava di movimenti religiosi che coinvolgevano in misura sempre maggiore le donne, per lo più di nascita aristocratica o comunque di posizione sociale tale da consentire loro di intrattenere rapporti, talvolta di protezione, con le alte sfere; gruppi che però non si qualificavano esclusivamente come movimenti femminili in quanto agivano in solidarietà con religiosi e laici che molte volte riconoscevano in queste donne la loro guida carismatica. Gabriella Zarri, Le sante vive. Profezie di corte e devozione femminile tra ‘400 e ‘500, Torino, Rosemberg & Sellier, 1990; Ead., Dalla profezia alla disciplina (1450-1650), in Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia, a cura di L. Scaraffia e G. Zarri, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. 177-225 (pp. 200-201); Mistiche e devote nell'Italia tardomedievale, a cura di Daniel Bornstein e Roberto Rusconi, Napoli, Liguori, 1992.

[70] 1497 febbraio 6, Milano. Ludovico M. Sforza, duca di Milano, concede facoltà ad alcuni ecclesiastici della città di Milano di erigere una società intitolata alla S. Corona e di fare quanto ritengono opportuno per il culto divino (I registri delle lettere ducali cit., 7.57, p. 289). 1499 agosto 21, Milano. Ludovico M. Sforza, duca di Milano, concede agli scolari e soci della Scuola di S. Corona di potere acquistare e vendere beni, godendo delle disposizioni e delle prerogative emanate a favore della Fabbrica del Duomo di Milano in data 2 gennaio 1486. (Ibid., 7.58, p. 289).

[71] Questi pervennero solo nel 1505, per volontà dell’arcivescovo cardinale Ippolito d’Este. Carlo Marcora, Il cardinal Ippolito I d’Este, arcivescovo di Milano (1497-1519), in  «Memorie storiche della diocesi di Milano», V, 1958, pp. 374-376.

[72] Cfr. Letizia Arcangeli, Gian Giacomo Trivulzio marchese di Vigevano e il governo francese nello stato di Milano (1499-1518), in Vigevano e i territori circostanti alla fine del Medioevo, Atti del Convegno, Vigevano 10-12 novembre 1994, a cura di G. Chittolini, Milano, Unicopli, 1997, pp. 15-80.

[73] Gualtiero Bascapè, «ortus ex generosa familia» (Gli uffici del dominio sforzesco cit., p. 67), tra i favoriti del Moro (Ambrogio da Paullo, Cronaca milanese dall’anno 1476 al 1515, in «Miscellanea di storia italiana», XIII, 1874, pp. 93-378, p. 105), occupò vari offici finanziari nel ducato – fu giudice dei dazi dal 1488 al 1499, quando venne sostituito dal fratello Battistino in quanto nominato Maestro delle entrate ordinarie (I registri delle lettere ducali del periodo sforzesco, a cura di C. Santoro, Milano, Tipografia U. Allegretti, 1961, 5.303 e 7.77; Gli uffici del dominio sforzesco cit., p. 67), deputato al denaro a metà degli anni novanta – e fece parte di commissioni di supervisione di lavori architettonici e urbanistici, dimostrandosi l’«ubiquitous agent of Ludovico’s dream of Milan as a great centre of art and learning»: cfr. Daniel M. Bueno de Mesquita, The Deputati del denaro in the government of Ludovico Sforza, in Cultural Aspects of the Italian Renaissance. Essays in honour of Paul Oskar Kristeller, a cura di C.H. Clough, Manchester, Manchester University Press, 1976, pp. 276-298 (pp. 284-5); Franca Leverotti, La crisi finanziaria del ducato di Milano alla fine del Quattrocento, in Milano nell’età di Ludovico il Moro cit., II, pp. 585-632 (p. 597). Fuggito con il Moro nel 1499, venne imprigionato dai Francesi al suo rientro a Milano l’anno seguente. Nel 1503 aderì alla Compagnia di S. Corona che nominò erede alla propria morte, avvenuta nel 1508. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 218v.-219r.

[74] I Varesini (o da Varese), presenti ad alti livelli negli uffici finanziari del ducato (Gli uffici del dominio sforzesco cit., p. 112, 128), negli anni novanta del Quattrocento furono vittime di un’epurazione politica avviata dal Moro contro i sostenitori del precedente regime, sulla quale sta ora indagando Nadia Covini che ringrazio per le anticipazioni fornitemi.

[75] Tale circostanza tra l’altro conferma l’inopportunità di fissare, al di là di situazioni circoscritte, precisi orientamenti politici all’interno dei sodalizi confraternali. Marina Gazzini, Confraternite e società cittadina nel Medioevo: percorsi di indagine sulla realtà milanese, «Nuova Rivista Storica», LXXXI, 1997, pp. 373-400, p. 393.

[76] ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 200v.-201r. Le memorie ricordano che la regola dettata dal frate (ASMi, S. Corona, Registri, 1/A) era improntata a tanta «perfetione» che in principio si stentò a «mettere la compagnia a la observantia di quela», cosicché due o tre volte la compagnia si ruppe, per ricostituirsi in seguito trovando un compromesso.

[77] Cristoforo Remenulfi aveva 42 anni al momento in cui partecipò alla fondazione della compagnia. Nel gennaio del 1505, confessore frater Matteo de Belano e conservatore Francesco Mantegazza, «fu excluso da dita confraternita per non perseverare in li ordini et regula de epsa; et di questo ni fu amonito piu e piu volte prima che se venese a la sua exclusione». Ciononostante (o forse per tentare di porre rimedio) nel marzo 1505 donava all’ente L. 600 imp. ASMi, S. Corona, Registri, 1, c. 212v.-213r.

[78] Nel 1510 cominciano ad essere redatti con regolarità registri di riunioni capitolari (ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 150v.-178v.; ibid., Registri, 4: «Ordinationes ab anno 1542 usque ad 1554») e di contabilità (ASMi, S. Corona, Registri, 51, Libro Mastro, aa. 1514-1519, il primo conservato ma non compilato, sebbene alla c. 16v. si trovi riferimento a un Liber viridis del 1513).

[79] Il visitatore dei malati doveva accertarsi delle condizioni dei poveri, capire se necessitavano di medicinali o semplicemente di meliora cibaria e dell’eventuale presenza di un servitor, e riferire quindi al conservatore. Oltre a quella di visitatore dei malati, gli statuti della confraternita prevedevano le seguenti cariche: conservatore, consigliere, anziano, tesoriere, vicetesoriere, sacrista, confessore, commentario, procuratore; nel 1512 si aggiunse un maestro dei novizi e nel 1548 venne istituito il ruolo di supervisore degli aromatarii et physici. Le elezioni degli «offitialli» anno per anno, o ogni due anni nel caso ad esempio del conservatore, avvenivano sempre tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio. Reciproco il controllo dei due capi della confraternita, quello laico, il conservatore, e quello religioso, il confessore. La nomina del confessore, per la durata di un anno eventualmente rinnovabile, spettava al conservatore e agli anziani; a sua volta il conservatore era nominato dal confessore e dai seniores. ASMi, S. Corona, Registri, 1/A, ff. 16v., 17v.-22v.

[80] ASMi, S. Corona, Registri, 1/A, f. 16 v. Al capitolo intitolato «De infirmis visitandis» si prevede che «poterit autem societas apotecham aromatariam pro infirmis preparare propriis expensis, si videbitur expedire et medicum similiter aliquem sibi perpetuum eligere». Sulle altre spezierie milanesi dell’epoca cfr. Giacomo  C. Bascapè, La ‘spezieria’ dell’Ospedale Maggiore di Milano (secc. XV-XIX), Milano-Como, 1934; Luigi Belloni, La medicina a Milano fino al Seicento, in Storia di Milano, XI, Milano, Ed. Treccani degli Alfieri, 1958, pp. 597-696, p. 687 sgg.

[81] ASMi, S. Corona, Registri, 1, c. 8r. Per rendere poi stabile questo modo di assistere, nel 1512, su proposta di Francesco Mantegazza, fu convenuto che ciascuno dei soci facesse dono alla compagnia di tanti beni immobili quanti ne necessitassero per la costituzione di una rendita annua pari alla cifra distribuita in elemosina dalla farmacia. In data 10 aprile 1515 fu accordata al luogo pio l’esenzione dal dazio sugli articoli di farmacia fino alla somma di L. 100, andata aumentando col passare del tempo nei rinnovi della concessione.

[82] Allo speziale, obbligato a risiedere giorno e notte, furono aggiunti nel 1523 due aiutanti. ASMi, S. Corona, Registri, 1.

[83] Vd. ad esempio la contabilità del 1514: ASMi, S. Corona, Registri, 51, cc. 1v.-3r.

[84] Le visite avvenivano secondo un rituale descritto nel 1551 ma che si presume seguito fin dagli inizi: i medici dovevano fermarsi ogni giorno in casa propria fino al suonare del «campanone grosso» del Duomo, aspettando «li poveri e le orine», esaminate le quali dovevano visitare l’ammalato, scrivendo i rimedi; le visite a domicilio erano previste almeno tre volte nel corso della malattia, con frequenza maggiore nei casi più gravi. Per controllare che i medici compissero questo compito, svolto senza molto entusiasmo a causa di salari troppo bassi, si consegnavano a ciascuno di loro 100 bollettini col sigillo di S. Corona, sui quali scrivere il giorno della visita, e nome, cognome, domicilio del malato. Sempre nel 1551 si decise di innalzare i salari, differenti a seconda dei quartieri di competenza: per il medico di Porta Vercellina fu portato da L. 25 a L. 35 annue, per il medico di Porta Romana da L. 30 a L. 40 annue, per il medico di Porta Comasina da L. 40 a L. 50 annue, per il medico di Porta Nuova da L. 20 a L. 30, per il medico di Porta Ticinese da L. 40 a L. 60, per il medico di Porta Orientale L. 40. Le retribuzioni continuavano ad essere basse e infatti vennero nuovamente aumentate nel 1570: L. 200 per i medici delle porte Ticinese, Comasina, Orientale con obbligo di 100 visite annue, L. 150 per il medico di Porta Romana con obbligo di 75 visite, L. 125 per i medici di Porta Nuova e Porta Vercellina con obbligo di 62 visite. ASMi, S. Corona, Registri, 1, c. 177 r.

[85] Se ne trova cenno negli statuti del 1168 dell’Ospedale del Brolo, editi in Antichi diplomi degli arcivescovi di Milano e cenni di diplomatica episcopale, a cura di Giacomo C. Bascapè, Firenze, Olschki, 1937, pp. 72-74.

[86] Cfr. Giuliana Albini, Assistenza sanitaria e pubblici poteri a Milano alla fine del Quattrocento, in Milano nell'età di Ludovico il Moro cit., I, pp. 129-146 (ora in Ead., Città e ospedali cit., pp. 184-208).

[87] Giovanni Giacomo Gilino, La relazione ai deputati dell’Ospedale Grande di Milano, Milano 1508, per i tipi di Giacomo Ferrario, ora edita, nella versione latina e volgare, in La carità e la cura. L’Ospedale Maggiore di Milano nell’età moderna, a cura di Giorgio Cosmacini, Milano, Ospedale Maggiore di Milano, 1992 (cap. XXXXX De Dominica Corona); sulla fonte vd. anche Giuliana Albini, Sugli ospedali in area padana nel ‘400: la riforma, in Ead., Città e ospedali cit., pp. 103-127.

[88] ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 249v.-250v. Nota dei testamenti, legati e donazioni fatti alla compagnia. Tra i primi benefattori non iscritti alla confraternita si segnalano i nomi di Sigismondo da Mandello (1499), Francesco Trivulzio (1500), Gabriele Fontana (1503), Elisabetta Visconti (1505), Ambrogio Rabia (1506); Giovanni da Oggiono (1508), Agostino Zavattari (1516), Giovanni Ambrogio da Castano, notaio (1519), Francesco Ghilio (1522); Giovanni Antonio Baruffi, speziale (1522, 1524); Caterina della Chiesa (1524), Susanna de Predi (1524), Franceschina de Predi (1524), Gabriele Carpani q. Nicola (1530); Battista de Magistris (1534). Antonio Noto, Gli amici dei poveri di Milano (1305-1964), Milano, Giuffrè, 1966², p. 263, ricorda inoltre un legato di L. 55 imp. stanziato nel 1522 da pb. Ottone da Monza.

[89] Rivestì importanti cariche sia nello stato sforzesco – potestas Siciani et Metoni (1482-1487), potestas Menasii (1493-97), potestas squadre Cugnoli (1500-02) (Gli uffici del dominio sforzesco cit., pp. 216, 276, 233) – sia nella Compagnia di S. Corona – sacrista nel 1510, visitatore dei malati nel 1511, 1513, 1517, 1520, seniore nel 1516, 1522, 1523 – dove entrò sin dal 1498. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 213v.-214r.

[90] Figlio di Giovanni, nel 1495 venne nominato console di giustizia e confermato l'anno successivo nel medesimo incarico (I registri delle lettere ducali cit., 6.195, 6.211). Di lui le memorie della compagnia ricordano lo stato nobiliare, l’ingresso nel 1499 a 33 anni, le cariche di seniore negli anni 1511, 1513, 1517, 1518, 1520, visitatore dei malati nel 1516, consigliere nel 1522, 1523, l’eredità di un livello di L. 33 s. 17. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 214v.-215r.

[91] Fattosi confratello nel 1499 a 34 anni, svolse una carriera all’interno della compagnia: visitatore dei malati negli anni 1510, 1516, 1517, 1520, magister dei novizi nel 1518, 1520, tesoriere nel 1523, 1533, 1534, consigliere nel 1531, 1535, 1536, 1537, 1538, conservatore nel 1539. Istituì la confraternita sua erede universale, e alla sua morte, avvenuta nel 1539, a 75 anni, venne sepolto in S. Maria delle Grazie. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 215v.-216r.

[92] Già podestà di Varese (1478), podestà di Lodi (1480), podestà di Soncino (1487), sescalco generale del ducato (1481) (Gli uffici del dominio sforzesco cit., pp. 219, 391, 112, 426), nel 1500 a 54 anni entrò nella compagnia. Morì nel 1502 e fu sepolto in S. Maria delle Grazie. Sposato, con una figlia, lasciò al luogo pio una rendita di L. 50 l’anno. ASMi, S. Corona, Registri,  1, cc. 215v.-216r.

[93] Nobile, nel 1506, a 42 anni, fece professione, sotto la guida spirituale di frate Matteo de Belano. Morì nel 1511 a fu sepolto a S. Marco, lasciando alla confraternita L. 4000. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 219v.-220r.

[94] Esercitò la professione notarile, affiancando l’attività per privati e per pubbliche cancellerie (dal 1485, e confermato a vita nel 1487, fu notaio dell’Ufficio di provvisione di Milano, succedendo al padre Azzone: I registri delle lettere ducali cit., 5.68; 5.261), come gran parte dei membri della propria famiglia, il cui capostipite ‘notarile’ fu il nonno omonimo: Sara Fasoli, Indagine sui testamenti milanesi del primo Quattrocento (notaio Ambrogio Spanzotta), in L’età dei Visconti, pp. 331-354 (pp. 339-340). Si associò alla Compagnia di S. Corona nel 1498, a 40 anni, morì nel 1500 e lasciò L. 80 annue. Venne sepolto in S. Maria delle Grazie. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 213v.-214r. Un suo consanguineo, il frate domenicano Gregorio, fu il secondo padre spirituale della confraternita.

[95] Iscritto alla matricola dei mercanti di lana sottile nel 1491 (La matricola dei mercanti di lana sottile di Milano, a cura di Caterina Santoro, Milano, Giuffré, 1940, p. 84), nel 1498, a 44 anni, entrò nella compagnia e fece professione. Fu sacrista (1511, 1516, 1517, 1518, 1520), magister dei novizi (1513), visitatore dei malati (1522, 1523). Non sono noti anno di morte ed eventuali dotazioni. ASMi, S. Corona, Registri,  1, cc. 213v.-214r.

[96] Mercante di lana – nel 1485, insieme ad altri mercanti e lavoranti del settore laniero, ottenne dal duca Gian Galeazzo il permesso di creare una schola dedicata alla Madonna nella quale versare i denari dell’ammissione all’arte invece che spenderli nelle taverne (I registri delle lettere ducali cit., 5.224, Gli uffici del dominio sforzesco cit., p. 159) – fece professione nel 1507, benedetto da fra Paolo da Caravaggio. Nel 1511 si trasferì a Roma, dove morì nel 1523, dopo aver nominato erede la compagnia. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 224v.-225r.

[97] Mercante di lana, si associò nel 1516 a 60 anni e fece professione l’anno seguente. Visitatore dei malati nel 1518, morì nel 1520 lasciando alla confraternita un livello di L. 80. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 225v.-226r.

[98] Mercante, nel 1521 a 65 anni entrò nella compagnia ma morì lo stesso anno. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 226v.-227r.

[99] Mercante di lana, nel 1526 a 40 anni entrò nella compagnia e dopo un anno fece professione. Nel 1536 si fece sacerdote; morì nel 1547. Fu seniore (1531, 1532, 1533, 1534, 1540, 1541), visitatore dei malati (1532, 1533, 1534, 1535, 1536, 1537, 1538), vicetesoriere (1535), magister dei novizi (1535, 1536, 1537, 1538, 1540, 1541, 1542, 1543, 1544, 1546, 1547), tesoriere (1539, 1543, 1544) ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 227v.-228r.

[100] Di nobile famiglia milanese, con prestigiose parentele (Giovanni Sitoni di Scozia, Theatrum genealogicum familiarum illustrium, nobilium et civium inclytae urbis Mediolani, Milano, 1705, IV, pp. 371 sgg.), mercante di seta, si associò alla Compagnia di S. Corona nel 1527, a 35 anni, fece professione nel 1532. Tesoriere (1535, 1536, 1537, 1538, 1539), conservatore (1540, 1541), consigliere (1542, 1543, 1544), seniore (1548, 1549), morì nel 1563. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 228v.-229r.

[101] Medico fisico, entrò nel 1526 a 40 anni, e fece professione l’anno seguente. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 226v.-227r.

[102] ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 230v.-231r. Medico, fu per la compagnia di S. Corona visitatore dei malati (1531, 1532, 1532, 1534); morì nel 1534. Vari i personaggi con questo nome vissuti a cavallo dei secoli XV-XVI: nel 1491 un Francesco Visconti era barbiere a Milano (I registri delle lettere ducali cit., 6.243), nel 1497 un altro era podestà di Mortara (Gli uffici del dominio sforzesco cit., p.362).

[103] Fa eccezione il caso di Francesco Perlasca, entrato nella confraternita nel 1497, che venne ucciso nel 1507 mentre svolgeva le funzioni di podestà a Corniglio, nel parmense. Le memorie della compagnia ricordano che infatti «che non faceva residentia in la compagnia in dire lo ofitio et altera devotione salvo che compariva 3 o 4 volte l’ano ne lo oratorio a Mediolano». ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 212v.-213r.

[104] Nel 1501, a 36 anni, venne ricevuto da frate Stefano da Seregno nello stesso giorno in cui fece professione Giovanni Agostino Olgiati: ad entrambi venne donata una reliquia della croce che portarono poi sempre indosso. Conservatore (1510), consigliere (1511), seniore (1513), visitatore dei malati (1516), morì nel 1516 e fu sepolto nella cappella della confraternita in S. Maria delle Grazie. Lasciò L. 600 imp. Si occupò anche della Fabbrica del Duomo, dell’Ospedale Maggiore (ne fu deputato nel 1508 e nel 1513), delle donne di S. Lazzaro. ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 216v.-217r.

[105] Fece professione nel 1507, a 50 anni, con la benedizione di frate Paolo da Caravaggio; morì nel 1539, e venne sepolto in S. Maria delle Grazie. Esperto del sistema assistenziale milanese, dal 1528 al 1538 fu luogotenente imperiale all’Ospedale Maggiore. Nella confraternita svolse numerose cariche direttive: seniore nel 1510, 1539, conservatore (1513, 1522, 1523, 1531, 1535, 1536, 1537, 1538), consigliere (1516, 1517, 1518, 1520, 1539), tesoriere (1532). ASMi, S. Corona, Registri, 1, cc. 224v.-225r.

[106] Fondatori del luogo pio furono Andrea Arese, Pietro da Caponago, Giovanni e Gabriele della  Fontana, Giovanni Pietro da Ello, Giovanni Savoia, Aloisio Rabia. Fasoli, Tra riforme e nuove fondazioni cit., p. 481. Gabriele Fontana può essere identificato con l’omonimo benefattore della Compagnia di S. Corona (vd. supra nota 88), ma non con l’umanista Gabriel Paveri Fontana (cfr. supra nota 39).

[107] I Rabia, originari di Monza, si distinsero fin dal XIV secolo nell’esercizio di attività commerciali e produttive (Patrizia Mainoni, Mercanti lombardi tra Barcellona e Valenza nel basso Medioevo, Bologna, Cappelli, 1982, pp. 74-75, 80-81); nel corso del Quattrocento consolidarono la loro posizione in Milano seguendo tradizionali strategie di affermazione, personale e familiare, urbana: la costruzione di un palazzo di famiglia, l’ingresso nel circuito assistenziale cittadino, il legame con l’Osservanza domenicana di Aloisio ne sono esempio (su questi percorsi cfr. Edoardo Grendi, Profilo storico degli alberghi genovesi, in «Mélanges de l’école Française de Rome», 87, 1975, pp. 241-302; Jacques Heers, Il clan familiare nel Medioevo. Studi sulle strutture politiche e sociali degli ambienti urbani, Napoli, Liguori, 1976; e gli spunti più recenti che emergono in The politics of ritual kinship. Confraternities and social order in early modern Italy, a cura di Nicholas Terpstra, Cambridge, Cambridge University Press 2000; per Milano Gazzini, Patriziati urbani e spazi confraternali cit.). Alcuni esponenti della famiglia, in particolare Gerolamo Rabia figlio del suddetto Aloisio, sono inoltre stati considerati tra i principali animatori di un circolo portatore di idee a sfondo sincretista e neo-platonico, filoermetico, cabalistico, giudaizzante, ‘eterodosso’, con centro nella chiesa di S. Sepolcro: cfr. Gabriella Ferri Piccaluga, Gli affreschi di casa Panigarola e la cultura milanese tra Quattro e Cinquecento, in Bramante a Milano, Atti del Convegno, Milano 3-7 giugno 1986, «Arte Lombarda», 3-4, 1988, pp. 14-25; Ead., I cavalieri milanesi del Santo Sepolcro: scienza e cultura nella capitale del ducato, in I Templari: mito e storia, Atti del Convegno, Poggibonsi-Siena 29-31 maggio 1987, Sinalunga (SI), A. G. Viti-Riccucci, 1989, pp. 223-250; Ead., Il sincretismo religioso e culturale nell’età dei Della Rovere: la pittura ‘profana’ in Lombardia tra Quattro e Cinquecento, in Sisto IV e Giulio II mecenati e promotori di cultura, a cura di S. Bottaro, A. Dagnino, G. Rotondi Terminiello, Savona, Coop., 1990, pp.137-160; Ead., L’iconografia della passione e il dibattito sulle Sacre Scritture. Il progetto di un Sacro Monte nella chiesa milanese del Santo Sepolcro nell’età della Controriforma, in Sacri Monti: devozione, arte e cultura della controriforma, a cura di L. Vaccaro e F. Ricardi, Milano, Jaca Book, 1992, pp. 173-193. Non risulta condivisibile l’estensione suggerita nei lavori citati di simili tesi interpretative alla creatività religiosa e istituzionale centrata sul polo di S. Sepolcro e di S. Corona, soprattutto alla luce delle ricerche condotte sulla documentazione relativa alla compagnia, sia quella interna (memorie e libri in primo luogo), sia quella di produzione domenicana, entrambe trascurate dalla Ferri Piccaluga.

[108] Fu deputato dell’Ospedale Maggiore nel biennio 1468-69, e poi riconfermato ininterrottamente tra il  1471 e il 1474; scolaro della Misericordia dal 1472, rivestì la carica di priore del consorzio negli anni 1476, 1488, 1499. Albini, Gli ‘amministratori’ dei luoghi pii milanesi cit., p. 251.

[109] ASMi, S. Corona, Registri, 1, c. 7v.

[110] Bonora, I conflitti della controriforma cit., p. 199.

[111] Nel 1525 Giovanni Pietro Melegari e nel 1527 Giovanni Aloisio da Prato, soci di S. Corona, legano entrambi a favore di nipoti monache a S. Lazzaro. ASMi, Fondo di Religione, p.a., S. Lazzaro e S. Domenico, b. 1876.

[112] ASMi, S. Corona, Registri,  1/A, cap. X: De lectione.

[113] Per una disamina precisa delle opere vd. Appendice II.

[114] È anche vero che, in ogni caso, persistette a lungo un doppio canale linguistico di accesso alle Sacre scritture così come ai testi della letteratura classica. Cfr. le osservazioni di Carlo Delcorno, Produzione e circolazione dei volgarizzamenti religiosi tra Medioevo e Rinascimento, in La Bibbia in italiano tra Medioevo e Rinascimento, Atti del Convegno, Firenze Certosa del Galluzzo 8-9 novembre 1996, a cura di L. Leonardi, SISMEL, Impruneta, Bottai, 1998, pp. 3-22.

[115] La data di stesura dell’inventario (1522) lo colloca in un’età di piena affermazione del libro a stampa, come analogamente osserva intorno a un inventario del 1503 Angela Nuovo, Il commercio librario a Ferrara tra XV e XVI secolo. La bottega di Domenico Sivieri, Firenze, Olschki, 1998, p. 177. Se in tale epoca la presenza di un manoscritto veniva solitamente specificata, è anche vero però che delle opere elencate non viene fornita alcuna indicazione su età e modalità di acquisizione (dono o acquisto), e che quindi potrebbe trattarsi anche di libri molto più antichi; alcuni testi, inoltre, soprattutto nel caso di singoli libri biblici con commento, danno l’impressione di trovarsi nella versione manoscritta. Nell’epoca successiva all’invenzione di Gutenberg e compagni non vi fu d’altronde una paralisi totale del ricorso ai testi manoscritti e la fine della loro incessante riproduzione, pur essendo attestato un travaso di autori e contenuti. Sul periodo di convivenza del libro manoscritto e del libro a stampa cfr. Giorgio Montecchi, Il libro nel Rinascimento. Saggi di bibliologia, Roma, Viella, 1997². Per il rapporto tra mondo confraternale e arte tipografica in via di affermazione cfr. Roberto Rusconi, Pratica cultuale ed istruzione religiosa nelle confraternite italiane del tardo Medioevo: ‘libri da compagnia’ e libri di pietà, in Le mouvement confraternel au Moyen Age. France, Italie Suisse, Atti del convegno, Losanna 9-11 maggio 1985, Roma, école Française de Rome, 1987, pp. 133-153; sullo sviluppo dell’arte tipografica a Milano cfr. Ganda, I primordi della tipografia milanese cit.; Rogledi Manni, La tipografia a Milano nel XV secolo cit.; Ennio  Sandal, Editori e tipografi a Milano nel Cinquecento, Baden, V. Koerner, 1977-1981.

[116] è ormai riconosciuta la familiarità con la materia biblica delle élites istruite dell'Italia centro-settentrionale, prima delle restrizioni tridentine: cfr. Edoardo Barbieri, Le Bibbie italiane del Quattrocento e del Cinquecento. Storia e bibliografia ragionata delle edizioni in lingua italiana dal 1471 al 1600,  2  voll., Milano, Editrice Bibliografica, 1991-92; Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 23 sgg.; Danilo Zardin, Bibbia e letteratura religiosa in volgare nell’Italia del cinque-seicento, in «Annali di storia moderna e contemporanea», IV (1998), pp. 593-615.

[117] Cfr. Gianpaolo Garavaglia, I lezionari in volgare italiano fra XIV e XVI secolo, in La Bibbia in italiano tra Medioevo e Rinascimento cit., pp. 365-392.

[118] Cfr. Rusconi, Pratica cultuale ed istruzione religiosa cit., p. 136; Rosa Maria Dessì, Parola, scrittura, libri nelle confraternite. I laudesi fiorentini di San Zanobi, in Il buon fedele cit., pp. 83-105. Sul culto della Vergine vd. Marie. Le culte de la Vierge dans la société médiévale, Études réunies par Dominique Iogna-Prat, Éric Palazzo, Daniel Russo, Paris, Beauchesne, 1996.

[119] ASMi, S. Corona, Registri, 1/A. Sulle preghiere cfr. Carlo Marcora, Un documento di spiritualità milanese della fine del ‘400. Le preghiere proprie della confraternita di S. Corona, in «Ambrosius», 34 (1958), pp. 167-172, che però si è servito di una copia manoscritta del 1732 conservata nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, Fondo Trotti, ms. 491.

[120] Nel 1521-22 Bernardino Luini affrescò l’oratorio di S. Corona in S. Sepolcro raffigurando il Cristo legato, incoronato di spine, circondato da 12 confratelli. L’opera è ancora oggi ammirabile, inglobata nella Biblioteca Ambrosiana che, sorta nel 1603 per volere del cardinale Federico Borromeo nell’area circoscritta da piazza S. Sepolcro, dalle scuole di Stefano Taverna, dai due luoghi pii di S. Maria della Rosa e di S. Corona, nel 1810-11 acquisì l’oratorio di quest’ultimo (Giuseppe Morazzoni, L’Ambrosiana nel terzo centenario di Federico Borromeo, Milano, presso la Biblioteca Ambrosiana, 1932, pp. 5, 37-38; Angelo Paredi, Storia dell’Ambrosiana, Vicenza, N. Pozza, 1981, p. 12; Bascapè, Cinque secoli di vita cit., p. 14). Sono invece andate perdute le pitture che adornavano la cappella, la quarta a destra entrando dal portone maggiore, eretta nel 1539 in S. Maria delle Grazie: le fonti della compagnia ricordano che i confratelli stabilirono di «facere unam anchonam pulcherrimam in capella prefate societatis constructa ut supra (idest in ecclesia S. Marie Gratiarum) et etiam dipingi facere in dictam capellam vitam et passionem domini nostri Iesu Christi vel saltem passionem a bonis pictoribus». L’opera venne affidata a Tiziano Vecellio al quale furono corrisposte L. 1100 in 3 anni, come rivela il mastro di contabilità degli anni dal 1540 al 1543; una cifra ancora maggiore, L. 1562, ricevette Gaudenzio Ferrari, intervenuto anch’egli nel decoro della cappella. Purtroppo di questi lavori non è rimasta traccia: la cappella, spostata dal 1665 all’interno della stessa chiesa, venne depredata nel 1796 dalle truppe francesi che vi sostituirono una copia, andata perduta nel 1829. Canetta, Storia del Pio Istituto di S. Corona cit., p. 61; ASMi, S. Corona, Registri, 1.

[121] L’orientamento cristocentrico, comune nell’Italia di fine Quattro - primi Cinquecento agli ambienti più vari, da quelli ortodossamente cattolici a quelli ereticali, era lo sviluppo di tendenze mistico-ascetiche diffusesi già da metà Trecento che si affermarono nel secolo successivo, grazie anche al movimento della devotio moderna, che trovò ampia ricezione presso comunità femminili. Giovanni Miccoli, La storia religiosa, in Storia d’Italia, II, Dalla caduta dell’Impero romano al secolo XVIII, Torino, Einaudi, 1974, pp. 429-1079, pp. 914 sgg.; Carlo Ginzburg, Folklore, magia, religione, in Storia d’Italia, I, I caratteri originali, Torino, Einaudi, 1972, pp. 601-676 (pp. 622, 636 sgg.); Grado G. Merlo, Il cristianesimo latino bassomedievale, in Storia del cristianesimo, a cura di G. Filoramo e D. Menozzi, II: Il Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 219-314 (pp. 294-295).

[122] Vari passi della sua biografia insistono sull’«amore per Christo» da lei dimostrato. Taegi, De beata Columba ms.

[123] Sul tema della cultura femminile, in ambito monastico e non solo, cfr. Gabriella Zarri, Monasteri femminili e città (secoli XV-XVIII), in Storia d’Italia, Annali 9, La Chiesa e il potere politico cit., pp. 357-429 (pp. 393-396; 418-420); Danilo Zardin, Donna e religiosa di rara eccellenza. Prospera Corona Bascapè, i libri e la cultura nei monasteri milanesi del Cinque e Seicento, Firenze, Olschki, 1992; Id., Mercato librario e letture devote nella svolta del Cinquecento tridentino. Note in margine ad un inventario milanese di libri di monache, in Stampa, libri e letture a Milano nell’età di Carlo Borromeo cit., pp. 135-246; E. B. Weaver, Le muse in convento. La scrittura profana delle monache italiane (1450-1650), in Donne e fede cit., pp. 253-276; Donna, disciplina, creanza cristiana: un percorso di ricerca, a cura di Gabriella Zarri, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1996; Luisa Miglio, Lettere dal monastero. Scrittura e cultura scritta nei conventi femminili toscani del '400, in Libro, scrittura, documento della civiltà monastica e conventuale del basso Medioevo (secoli XIII-XV), a cura di G. Avarucci, R.M. Borraccini Verducci, G. Borri, Spoleto, CISAM, 1999, pp. 133-163.

[124] La Doctrina divenne infatti famosa non solo in quanto prodotto tipico della cultura cittadina, laica, dell’Italia comunale, ma anche come esempio di un discorso morale sulla parola che attraversò l’intera civiltà medievale. Carla Casagrande, Parlare e tacere. I consigli di un giudice del secolo XIII, in Storia dell’educazione, a cura di E. Becchi, Firenze, La Nuova Italia, 1987, pp. 165-179. Per le altre indicazioni bibliografiche su Albertano cfr. Appendice II.

[125] Cfr. Gilles G. Meersseman, Predicatori laici nelle confraternite medievali, in Id., Ordo fraternitatis cit., III, pp. 1273-1289 (pp. 1278-1289); l’influenza delle tecniche predicatorie sull’attività concionatoria, «appartata e confraternale» di Albertano è stata sottolineata anche da Enrico Artifoni, Gli uomini dell’assemblea. L’oratoria, i concionatori e i predicatori nella società comunale, in La predicazione dei frati dalla metà del ‘200 alla fine del ‘300, Atti del Convegno, Assisi 13-15 ottobre 1994, Spoleto, CISAM, 1995, pp. 143-188 (pp. 76-78). Sebbene attività assistenziali e una generica impostazione religiosa fossero contemplate anche dalle corporazioni di mestiere (Roberto Greci, Economia, religiosità, politica. Le solidarietà delle corporazioni medievali nell’Italia del Nord, in Cofradías, gremios, solidaridades en la Europa Medieval, Atti del Convegno, Estella 20-24 luglio 1992, Pamplona, Publicaciones del Gobierno de Navarra, 1993, pp. 75-111), l’insistenza sui vantaggi, sociali ma soprattutto spirituali, dell’elemosina che si incontra in questi sermoni, ha portato qualcuno a ritenerli esemplati sulla regola di una confraternita che si riuniva nella chiesa francescana di S. Giorgio martire (James M. Powell, Albertanus of Brescia. The Pursuit of Happiness in the early Thirteenth Century, Philadelphia, University of Philadelphia press, 1992).

[126] A Battista è infatti dedicato uno degli epigrammi dell’umanista Lancino Corte (Lancini Curtii Epigrammaton libri decem decados secundae, Mediolani 1521, f. 145r.). Segnaliamo che altri due degli epigrammi del poeta milanese sono dedicati ai «Consortes Coronati» e ai «Sacerdotes Coronati» (ibid., ff. 11v.-12r.). Sebbene l'identificazione con i confratelli e i religiosi di S. Corona non appaia del tutto improbabile (per l'uso del termine consortes e non fratres), non possiamo tuttavia escludere quella con i frati agostiniani del convento di S. Maria dell'Incoronata (S. Mariae Coronatae), attivo in ambito culturale e dotato di un'importante biblioteca, alla luce anche dei rapporti fra Lancino e gli agostiniani di S. Marco, il convento dei quali nel 1512 ricevette in eredità i libri latini del poeta. Cfr. Maria Luisa Gatti Perer, Umanesimo a Milano. L'Osservanza agostiniana all'Incoronata, in «Arte Lombarda», 53-54 (1980), pp. 30-34; Arnaldo Ganda, La biblioteca latina del poeta milanese Lancino Corte (1462-1512), in «La Bibliofilia», 93 (1991), pp. 221-277. Gli Epigrammi furono pubblicati nel 1521 da Gaspare della Chiesa, nipote del poeta, per i tipi di Rocco e Ambrogio della Valle. Su Lancino Corte (alias Curti, Curzio, Corti, da Corte) vd. inoltre Pesenti Villa, I letterati e i poeti cit., pp. 154 sgg.; R. Marchi, Rime volgari di Lancino Curti, in Studi di letteratura italiana offerti a Dante Isella, Napoli, Bibliopolis, 1983, pp. 31 sgg.; per l’importanza rivestita dalle dediche delle opere di Lancino quale spia rivelatrice del pubblico milanese colto di Quattro-Cinquecento cfr. Antonia Tissoni Benvenuti, I modelli fiorentini e la letteratura a Milano all’epoca degli Sforza, in Florence and Milan cit., I, pp. 41-55 (p. 51).

[127] Sottolinea i frequenti contatti tra il mondo delle accademie e le confraternite, così come l’azione spesso coordinata dei circoli umanistici e dei riformatori religiosi, Eugenio Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano. Ricerche e documenti, Firenze, Sansoni, 1979, pp. 178-179.

[128] Vincenzo Bandello, solido esponente di cultura teologica, fu personalità di spicco dell’Osservanza domenicana. Entrato nell’ordine a Bologna, dove ebbe luogo la sua formazione teologica e giuridica, fu due volte priore a Bologna e a Milano, tra il 1495 e il 1499; due volte vicario della Congregazione osservante di Lombardia, fu vicario generale dell’ordine nel 1500 e l’anno successivo maestro generale, carica che ricoprì fino alla morte nel 1506. A. Ferrua, Bandello Vincenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1963, pp. 663-667.

[129] Bandello, Tutte le opere cit., II, III parte, nov. XIV Bellissima invenzione a confutare l’indiscreta devozione ed affetto non sano d’alcuni ignoranti frati. Nella finzione narrativa, Francesco Mantegazza avrebbe descritto a frate Silvestro Prierio, sopraggiunto da Roma nel periodo in cui si cominciava a discutere delle false dottrine condannate nel Concilio lateranense iniziato sotto Giulio II, un episodio di cui era stato spettatore in gioventù. Un «frate minore marchiano», chiamato a predicare per la Quaresima, aveva raccomandato l’uso del cilicio per difendersi dalla diffusione del contagio della peste; questa superstizione venne duramente contestata dal suo successore, il bolognese Girolamo Albertuzzo che, chiamato a predicare nell’anno successivo, incontrò l’apprezzamento del duca Ludovico il Moro, allora ancora governatore per il nipote, e di tutta la nobiltà e la corte.

[130] Sul disciplinamento del mondo giovanile cfr. Infanzie. Funzioni di un gruppo liminale dal mondo classico all’età moderna, a cura di Ottavia Niccoli, Firenze, Ponte alle Grazie, 1993; le scuole della dottrina cristiana si diffusero a partire dagli anni trenta del Cinquecento, per iniziativa di laici ed ecclesiastici, limitandosi però ad essere scuole festive di catechismo. Grendler, La scuola nel Rinascimento italiano cit., pp. 357 sgg.; Miriam Turrini, ‘Riformare il mondo a vera vita christiana’: le scuole di catechismo nell’Italia del Cinquecento, in «Annali dell’Istituto Storico italo-germanico in Trento», VIII, 1982, pp. 407-489.

[131] Disciplina dell’anima, disciplina del corpo e disciplina della società tra medioevo ed età moderna, a cura di Paolo Prodi, Bologna, Il Mulino, 1994.

[132] Merlo, Il cristianesimo latino bassomedievale cit., p. 293.