Scrineum Biblioteca



 

 

 

 

 

Antonella Ghignoli

La definizione dei principi e le metodologie diplomatistiche: innovazioni ed eredità.

Pubblicato in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena», XII (1991), pp. 39-53.

In alcune recenti riflessioni sulla definizione della diplomatica, chiarire l’oggetto d’indagine di questa disciplina è stato considerato il nodo del problema, ed era sembrato addirittura nascondere, anni or sono, i sintomi di una grave crisi nelle ricerche. In queste riflessioni l’elemento innovatore è risultato il proposito di ampliare l’oggetto oltre il documento di natura strettamente giuridica, e l’ambito d’indagine oltre l’età medievale. In realtà, entro questi stessi termini e con risultati analoghi, la discussione si era svolta ancor prima, in seno a quella diplomatica che ha segnato parte della più prestigiosa tradizione di questa scienza. La più ampia definizione dell’oggetto, le conseguenti novità nel metodo e nei fini sono stati, pertanto, temi discussi con singolare frequenza nell’arco di quasi un secolo: sempre si è accompagnato a questi il motivo del superamento di una diplomatica ‘vecchia’; meno sovente ne sono stati sviluppati gli aspetti capaci di conferire a quella una definizione nuova.

I presupposti per una nuova, più ampia diplomatica sono stati riconosciuti nelle linee di una diversa applicazione di questa disciplina tracciate da Bautier nel 1961, nella sua prolusione al corso di diplomatica all’École des Chartes. (1) Tra queste, due direzioni, principalmente, furono indicate come innovazion necessarie. La prima sarebbe consistita in una riformulazione del concetto cosiddetto diplomatistico di ‘documento’ così come lo si trova enunciato dalla dottrina tradizionale dei manuali, cioè come testimonianza scritta, redatta secondo determinate forme, relativa ad azioni o fatti di natura giuridica: è il senso stretto del termine tedesco Urkunde. (2) La diplomatica francese, a partire da Tessier, si era già chiarita nel termine acte instrumentaire la nozione di una scrittura attestante sia dichiarazioni di volontà giuridica che semplici fatti materiali, suscettibili solo eventualmente di conseguenze giuridiche. Bautier, in quella prolusione, sembrò procedere oltre, non limitandosi a identificare l’oggetto della diplomatica con gli actes instrumentaires così intesi, ma comprendendo nella nozione di documento anche gli actes administratifs e i papiers administratifs. Con una definizione formalmente più sintetica, stabilendo un’ulteriore, più ampia identità tra documento ‘diplomatico’ e documento d’archivio, Bautier quindi definì come nuovo oggetto della critica diplomatistica tutte le "pièces d’archives". (3) La seconda innovazione per una diversa diplomatica sarebbe consistita nell’estendere l’ambito d’indagine anche ad epoche diverse dal medioevo e agli ambiti di altre civiltà. Che delle ricerche fosse allora in atto una fase nuova in questo senso, appariva a Bautier confermato da diversi elementi, ma ancor più sintomaticamente indicato dal fatto che la grande rivista tedesca di diplomatica Archiv für Urkundenforschung nel riapparire dopo l’interruzione della guerra era divenuta Archiv für Diplomatik: il cambiamento del titolo sarebbe stato segno della volontà di riprendere finalmente, da parte della diplomatica tedesca, lo spirito della tradizione maurina che, sola – osservava Bautier –, avrebbe applicato la critica diplomatistica a tutto ciò che costituisce materiale d’archivio, e che Ficker, con la sua definizione di Urkunde in senso stretto, avrebbe interrotto. (4)

La scelta del termine Urkundenforschung per il titolo del primo Archiv, uscito nel 1908, era stata determinata, però, da motivi assolutamente estranei, anzi per manifesto opposti, ad una generica volontà di attenersi alla visione fickeriana che dice Bautier. Brandi, Bresslau e Tangl, che di quella rivista furono i primi curatori, accompagnarono al primo volume una breve ma chiara introduzione per spiegarne il programma. Il primo obiettivo dichiarato fu quello di superare, senza per questo rinnegare la tradizione, quel metodo critico che aveva sino ad allora legato la diplomatica all’esclusivo compito di discernere, in un documento, il vero dal falso; e, di qui, promuovere dallo studio delle singole cancellerie e dei centri scrittori la ricerca dei loro eventuali rapporti reciproci. (5) Non questo, tuttavia, avrebbe costituito il vero Schwerpunkt dell’interesse scientifico della nuova rivista. La ‘vecchia’ diplomatica era stata caratterizzata da interessi e metodi "forensi" e per questo aveva di fatto limitato la propria indagine allo studio critico delle Urkunden in senso stretto: il programma della rivista – affermavano i curatori – avrebbe messo in primo piano, invece, lo studio delle condizioni di formazione, della genesi del documento. Poiché ogni forma della sua tradizione, ogni stadio della sua formazione divengono in quest’ottica importanti, si sarebbe affrontato non soltanto lo studio delle Urkunden, non solo quello delle Akten, ma necessariamente anche quello degli "Entwürfe", dei "Konzepte", dei "Briefe", e dei "Bücher" delle relative autorità e uffici. Il proposito espresso era, dunque, da un lato, quello di promuovere e ospitare nella rivista ricerche che avrebbero incluso in un esame metodico questo folto gruppo di fonti ignorato quasi, allora, dalla diplomatica; dall’altro, di offrire in questo modo alla disciplina l’occasione per abbandonare il tradizionale ambito di ricerca, iniziando ad esplorare l’età tardoantica alla ricerca di possibili presupposti alla documentazione latina medievale, o continuando a seguire, di questa, gli sviluppi in età moderna, fino a creare una metodica adatta ad un "Register-, Akten und Behördenwesen". (6)

Le affermazioni contenute nell’introduzione al primo volume dell’Archiv für Urkundenforschung suscitarono un dibattito vivace, specie tra i diplomatisti della scuola austriaca, tanto da indurre Brandi a tornare sulla questione per sostenere le ragioni della rivista e chiarire, in relazione a quelle, il senso della scelta di Urkundenforschung come espressione preferita, nel titolo, alla più scontata Diplomatik. (7) L’adozione di quest’ultima – spiegava Brandi – avrebbe comportato il rischio di far nuovamente associare all’idea di diplomatica, che gli editori con quella pubblicazione avevano pensato e auspicato più ampia, il metodo "forense" dei Maurini e di indurre a considerare come oggetto in qualche modo privilegiato della disciplina il Diplom, che invece ha nella terminologia tecnica, non solo tedesca, una accezione specifica. E se, d’altra parte, era vero che Sickel e Ficker, con la scelta del loro oggetto di ricerca e la novità e importanza dei risultati, avevano contribuito a introdurre in diplomatica una accezione limitata di Urkunde e Urkundenlehre, non era meno vero per Brandi che già al suo tempo la "Welt der Urkunden" (definite in senso strettamente giuridico) era stata negli studi di alcuni diplomatisti ampiamente superata: le Akten erano entrate a far parte a pieno titolo delle ricerche, anche specifiche sulle sole Urkunden. (8) L’uso, inoltre, consacrato già allora da una certa tradizione di studi storici, estendeva l’applicazione di quel termine al complesso delle fonti documentarie. Ragioni linguistiche, usi storiografici, confronti critici col passato degli studi di diplomatica: tutto ciò aveva convinto i curatori del primo Archiv che, preferendo Urkundenforschung a Diplomatik – certo, con la variante significativa di -forschung anziché -lehre – avrebbero tenuto fede anche nel titolo allo spirito nuovo di una pubblicazione che si proponeva di fare delle urkundlichen Quellen nel loro complesso, l’oggetto della diplomatica; oggetto che Brandi quindi indicò, per non dare adito ad ulteriori dubbi, come materiale che si conserva negli archivi. (9)

Una ventina d’anni più tardi Redlich poteva ben parlare di "progressi" della diplomatica, riassumendone l’attività di ricerca nei lavori usciti dopo la pubblicazione della seconda edizione del manuale di Bresslau. (10) I lavori di carattere generale e di sintesi teorica che egli segnalava, andavano nella stessa direzione dell’Archiv: Redlich confermava così implicitamente che quella direzione, mostrata nel 1908, non era stata senza risultati. Con una evidenza invece nuova, egli sottolineava l’idea di una profonda unità del fenomeno documentario, in quanto incentrato, tutto, anche nelle sue espressioni meno finite e transitorie, sulla nozione di scrittura come mezzo per perseguire comunque degli scopi giuridici. I "progressi" della diplomatica, che per Redlich è ormai scienza che tratta e vuol conoscere i documenti come "fattori e prodotti della vita giuridica e della cultura scritta, dell’amministrazione, dell’economia e della politica", avrebbero pertanto condotto necessariamente alla creazione di una "diplomatica generale" e , soprattutto, di una "diplomatica comparata", concepita come sintesi vivente e continua dei risultati della necessaria diplomatica speciale. (11) È questa nozione di sintesi che sta, a suo parere, a fondamento della affinità sostanziale da lui còlta tra le ricerche di Wilcken, di Wenger e di Partsch, che allora aprivano la via allo studio del documento greco e romano antico, e gli studi di Bittner nel campo dei documenti del diritto internazionale. Comune a tutti questi lavori egli scorgeva l’oggetto – il fenomeno complesso della documentazione scritta – e l’applicazione del metodo storico-critico della diplomatica, unito ad una familiarità piena con le questioni di storia del diritto: in questo, Redlich vide sensato un ampliamento degli orizzonti consueti alla diplomatica tradizionale. (12)

La centralità della nozione generale di ‘funzione giuridica del documento’, sia nello studio della Urkunde in senso stretto sia in quello della documentazione in senso lato, fu poi, con precisione ancora maggiore, individuata da Steinacker, e da questi posta tra i presupposti teorici del suo Die antiken Grundlagen der frühmittelaltelichen Privaturkunde, un lavoro eminentamente rappresentativo della nuova corrente, perché si presentava come indagine di un ‘periodo di transizione’ e ricerca comparata su due sistemi diversi di documentazione: quello tardoantico e quello altomedievale. Nello studio del rapporto tra scrittura e diritto per ogni epoca, Steinacker concepì l’unica possibilità di conferire un valore reale a tutte le proposte e agli sforzi di trattare la documentazione nella sua totalità e complessità; di sviluppare, quindi, una diplomatica generale e comparata; di comprendere in una stessa disciplina, attraverso una giustapposizione coerente di questioni storico-giuridiche e analisi formali secondo il metodo proprio della diplomatica, lo studio della documentazione di epoche diverse. (13) La proposta si presentava anche come probabile via di soluzione a quel problema allora sempre aperto per la stessa diplomatica tradizionale, rappresentato dallo studio dei documenti ‘privati’ medievali, la cui trattazione appariva quasi irrilevante in confronto ai risultati ottenuti dalla diplomatica per i documenti di cancelleria. (14) La formula di Steinacker fu, dunque, quella di storia del diritto e storia delle forme scritte, insieme: si profilava per la prima volta l’occasione per una definizione nuova della diplomatica come storia della documentazione, storia del ruolo della scrittura nella vita del diritto.

Le innovazioni dell’Archiv für Urkundenforschung, il quadro ottimisticamente tracciato da Redlich per l’avvenire degli studi diplomatistici, il senso nuovo proposto per questi da Steinacker, non trovarono in ambito francese una risposta, ma una replica indiretta, su un piano distante e in toni diversi, da parte di Auguste Dumas, un giurista.

Nella sua recensione al primo volume del Manuel de diplomatique française et pontificale di Alain De Boüard, tra le molte critiche fatte all’autore e, in genrale, alla diplomatica tedesca, una in particolare concerneva la definizione di ‘documento’, data da De Boüard nel rispetto di quella di Urkunde in senso stretto. (15) Mentre da tempo nella diplomatica tedesca era un fatto la nozione di Urkunde in senso lato. nasce in questa recensione di Dumas, praticamente, la nozione di acte instrumentaire come scrittura contenente sia una dichiarazione di volontà giuridica sia un semplice fatto, passata nella diplomatica francese con Tessier. (16)

In un saggio di poco posteriore (17) Dumas limitava alla ‘forma’ dell’acte instrumentaire l’esclusivo oggetto di studio della diplomatica. Questa, quindi, come scienza che studia la forma, non sarebbe stata propriamente né una disciplina medievistica né una disciplina storica in generale. Per Dumas, la sua natura sarebbe stata piuttosto quella di un metodo, fondato sui certi principi della logica assoluta del diritto; applicabile a priori, pertanto, a tutti i documenti di tutte le epoche; scevro, per questi suoi fondamenti, dal pericolo di incorrere nelle inesattezze terminologiche e concettuali che, proprio sul piano assoluto del diritto, Dumas aveva riscontrato nel Manuel di De Boüard. Quindi, come "application du droit", Dumas definiva questa nuova diplomatica la "science des règles auxquelles sont soumises la rédaction et la présentation des actes". (18)

Nelle sua ampie, successive ricerche sur le classement des formes des actes, (19) quest’idea veniva svolta più diffusamente, preparando in classificazioni generali gli elementi-base per indagare la forma. Alcuni dei concetti diplomatistici espressi nei manuali della diplomatica ‘medievale’ appaiono qui riformulati ex novo: una corrispondenza con questi, sia pure per variazione, è tuttavia solo apparente: il confronto avviene tra due piani completamente diversi.

Un elemento che nella classificazione generale per l’analisi delle forme di Dumas gioca un ruolo importante, è la "forma estrinseca", detta anche "protocollo", cui apparterrebbero i signes de validation, (20) perché essenzialmente in base alla determinazione dei signes vengono definite le nozioni generali di "auteur de l’instrument", di documento pubblico e di documento privato. In contrapposizione alla definizione diplomatistica di autore come Aussteller, promotore, cioè, della documentazione, (21) autore del documento è definito infatti la persona responsabile della redazione, della scelta e applicazione al documento di una forma, della certificazione attraverso i propri signes de validation. (22) Nel caso, per esempio, che un privato abbia fatto richiesta ad un notaio di redigere per lui un documento, autore del documento è il notaio. Prendendo spunto proprio da un’esemplificazione del genere, Dumas propose anche l’introduzione della distinzione terminologica tra auteur (il notaio, in questo caso) e disposant (il privato), la quale avrebbe a suo parere costituito, in lingua francese, il parallelo della distinzione ben nota ai diplomatisti fra Aussteller e Urheber. (23) Il parallelo, però, non sussiste affatto: lo dimostra già di per sé la definizione di Aussteller, quanto a quella di Urheber, Steinacker ne aveva proposto l’introduzione accanto alle definizioni canoniche di autore, destinatario e scrittore, per quei casi di documenti medievali in cui il promotore della documentazione, colui che fa la rogatio o la iussio del documento, non coincida con l’autore dell’azione giuridica documentata. (24)

Sempre in dipendenza dei signes, e nel caso essi rispondano ai requisiti di "certezza della loro provenienza", "forma distintiva" e "forma nota", l’acte instrumentaire viene definito pubblico o, che è lo stesso per Dumas, autentico; e tale deve essere definito anche il suo auteur o rédacteur. (25) I documenti vengono definiti, altrimenti, privati: sarebbero scritture prive pressoché di ‘forma’, consistente nel migliore dei casi in signes "non autentici". (26)

Da questa classificazione emerge già abbastanza chiaramente che, se il compito di questa nuova diplomatica è di esercitarsi nello studio delle regole di applicazione delle forme, la conseguenza inevitabile sarebbe quella di una sua predilezione strutturale per i documenti che in base al suo stesso sistema di nozioni preliminari essa considera ‘pubblici’. Ed è certo anche che il sistema di definizioni di Dumas funzionerebbe soltanto in quest’ambito: esse sarebbero inutilizzabili per la documentazione non regia né pontificia anteriore al XIII secolo, o per certa documentazione tardoantica. Ma ancora più rilevante è che una critica fondata su un tale sistema di concetti otterrebbe ben pochi risultati, se applicata proprio a quelle scritture attestanti un semplice fatto materiale, non concepite per far da prova ma solo occasionalmente suscettibili di un significato giuridico, che Dumas aveva pur voluto includere nella nozione di acte instrumentaire. La diplomatica ‘storica’ – e quella che Dumas conosce attraverso De Boüard è la dipomatica tedesca nei suoi più eminenti studi medievistici – ha elaborato, invece, le nozioni di Aussteller, Empfänger, Schreiber e Urheber al fine di disporre di mezzi per rappresentarsi più razionalmente possibile la genesi di una scrittura. Le definizioni vigenti in essa di documento regio o imperiale, pontificio e ‘privato’ – con tutti i limiti e le riserve sulla qualifica ‘privato’ che erano già state chiare a Redlich – (27) sono determinate dalla posizione giuridica e sociale dell’autore (promotore) del documento e, insieme, dalle modalità di genesi di questo. (28) Una osservazione analoga vale anche per la partizione analitica del documento in protocollo, testo e escatocollo, che fu desunta da Sickel dai dacumenti dei Carolingi, applicata poi, nella sua successione di formule, per lo studio di quelli ottoniani, e in seguito usata dai diplomatisti come mezzo orientativo per la descrizione della forma del testo del documento. In ogni caso, tuttavia, si tratta di principi da una particolare occasione generati e introdotti nel patrimonio di conoscenze diplomatistiche, e che sono a un tempo risultati di una ricerca e possibili nozioni-guida, il cui uso, insomma, non differisce da quello che gli storici fanno dei loro concetti. Come principi della classificazione generale di Dumas, le nuove definizioni di "forma estrinseca o protocollo", "forma intrinseca", "autore", "documento autentico o pubblico" e "documento privato", sembrano invece funzionare da nodi fissi di una rete che inquadri già prima, rigidamente, quelle stesse regole che la "scienza delle regole" dovrebbe riconoscere e studiare; e l’"esprit juridique" avrebbe parte in tutto ciò come garante assoluto della correttezza del processo di conoscenza.

Vista anche l’esperienza dell’Archiv für Urkundenforschung, è, dunque, perlomeno parziale l’affermazione secondo cui la lezione di Dumas, quanto alla sua definizione più ampia di acte instrumentaire, avrebbe agito da "suggestione rivoluzionaria" nel creare quella prospettiva di studio che trent’anni fa veniva definita nuova per la diplomatica. (29) Non sempre è corretto, inoltre, il modo in cui certi principi della ‘vecchia’ diplomatica vengono messi in relazione col legame tradizionale e profondo tra questa e la medievistica, non di rado prospettato come un lineare rapporto di causa-effetto, trascurando spesso di far notare che le definizioni giudicate restrittive di Sickel e di Ficker furono da questi enunciate come strumentario concettuale in opere di diplomatica speciale: principalmente Die Urkunden der Karolinger per il primo, e i Beiträge zur Urkundenlehre per il secondo. (30)

La prolusione di Bautier occupa, nondimeno, un posto particolare in questa serie di reiterate riflessioni sulla possibilità di una più ampia applicazione degli studi di diplomatica, perché da questa sorse indirettamente, negli anni sessanta, un dibattito intorno all’ipotesi di una vera e propria crisi della disciplina così come la maggiore tradizione l’aveva consacrata, cioè come disciplina medievistica. Le proposte lanciate nel 1961, di avventurarsi nello studio metodico, per altre epoche fino all’età contemporanea, di tutto ciò che costituisce materiale, dovettero certo avere un effetto diverso da quello delle analoghe affermazioni dei primi curatori dell’Archiv, creando per contrasto l’impressione che la diplomatica medievale fosse ormai priva di obiettivi determinanti, perché tanti erano stati, e fondamentali, gli studi precedenti; quelle proposte ebbero senz’altro anche un peso diverso, perché l’Archivgut cui aveva alluso Brandi poteva allora ancora pienamente corrispondere all’idea di una testimonianza su papiro, su pergamena, su carta, ma pur sempre scritta.

Fichtenau, a difesa della possibilità di superare la ‘crisi’ senza modificare la vocazione originaria della diplomatica allo studio della Urkunde medievale, proponeva di questa una nuova considerazione in sede di critica: il singolo documento avrebbe potuto essere considerato come fenomeno complesso in sé, e sottoposto ad un’analisi globale per coglierne forma e contenuto insieme, e farne emergere aspetti, sociologici per esempio, mai esplorati a fondo dalla diplomatica. (31)

Anche Petrucci si espresse a favore di un proseguimento sulla via tradizionale rinnovando le ricerche, piuttosto che imboccare le direzioni indicate da Bautier. (32)

L’ampliamento dell’oggetto e dell’ambito cronologico in quei termini non fu considerato una soluzione nemmeno da Šebánek, che più di ogni altro avvertiva ancora il problema dell’insufficienza degli strumenti tradizionali per uno studio dei documenti ‘privati’ medievali che completasse il lavoro di edizione, e che soddisfacesse anche altre esigenze della conoscenza storica. Come diplomatista, Šebánek si collocava pienamente nella tradizione dell’Archiv für Urkundenforschung del quale a ragione riconobbe la novità del programma. (33) Il problema irrisolto era per lui costituito dalla ricerca di un metodo per passare dalla critica della forma e del contenuto, e dall’analisi della funzione giuridica – per le quali già la diplomatica offriva strumenti validi – alla conoscenza della funzione sociale del documento. Del concetto da lui introdotto di "rapporto col documento" dei diversi ceti della società medievale, tentò di fare un principio operante nella critica diplomatistica; (34) tentativo che, nonostante diversi studi e l’ampio materiale che gli veniva dalla poderosa impresa di proseguire l’edizione del Codex Diplomaticus et Epistolaris Regni Bohemiae avviata da G. Friedrich, non è passato oltre la cerchia dei suoi collaboratori e allievi della scuola di Brno. (35)

Nella sostanza è vero che nella prospettiva indicata da Bautier non si realizzava un rinnovamento della diplomatica; che la sua proposta, però, non abbia denunciato affatto uno stato di crisi, (36) è forse vero solo in parte, perché Fichtenau aveva scorto delle cause oggettive ai "sintomi di crisi interiore" avvertiti nella propria patria, patria elettiva anche di Sickel, insieme al timore non infondato che "programmi rivoluzionari" squalificassero tutto ciò che era stato fatto in precedenza. (37) Di fatto, proporre adesso alla diplomatica di studiare tutte le "pièces d’archives" significherebbe svuotare una disciplina, sia denominata diplomatica o altrimenti, di un senso proprio qualsiasi, che non sia semplicemente quello di vedere riunito il suo materiale di studio in un contenitore dato.

Allargare l’oggetto di ricerca, invece, non costituisce un programma rivoluzionario né recente. L’ampliamento degli orizzonti per una diplomatica che finora, nei suoi risultati più alti, è stata di fatto medievale, trova adesso più disponibilità e spazio di quanto poterono offrire, ottant’anni fa, i diciotto volumi dell’Archiv e più motivazione di quanto i propositi di Steinacker, teorizzati in margine a Die antiken Grundlagen, non siano riusciti ad esprimere.

Mentre ciò che di fondamentale la ‘vecchia’ diplomatica ha lasciato, ha ancora spazio per operare. I principi e i modi di ricerca e di pubblicazione, adatti alla diversa situazione della documentazione dell’età moderna, vengono passati in rassegna e meglio chiariti attraverso il confronto con quelli applicati nei casi corrispondenti alla documentazione medievale. (38) Nella maggiore fucina di studi e di edizioni dei diplomi medievali, i Monumenta Germaniae Historica, si continua a trarre i necessari punti di riferimento per i lavori in preparazione dal confronto e dalla valutazione dei due principi diversi, quello di Kanzleimässigkeit e quello di Entstehungsgeschichte di ogni signolo documento, che hanno caratterizzato rispettivamente i diversi metodi di Sickel e di Ficker; quando, come nel caso del principio di Sickel per l’edizione non se ne osservi ancora il dettato fondamentale. (39) Per la diplomatica medievale lo studio e le edizioni delle "fürstlichen Urkunden" rappresenta un compito non assolto ancora: Brühl ne ha anche messo in rilievo la possibiltà di costituire l’occasione per introdurre un principio di metodo diverso rispetto al passato – quello, cioè, di non condurre più le edizioni secondo l’Ausstellerprinzip –, che potrebbe rivelarsi di efficacia nuova nell’assolvere, della diplomatica, il compito più antico: lo studio dei grandi centri di falsificazione del medioevo. Quello che sappiamo sui falsi è, secondo Brüh, "soltanto la punta di un iceberg". (40)

Attraverso le vicende che hanno coinvolto i diplomatisti nel problema di definire il proprio ambito d’indagine, corre anche l’altra questione della posizione della diplomatica nei confronti della storia e tra le scienze storiche. Ma questa, intrecciata ai motivi della definizione dei principi e dei metodi, cioè ai motivi più urgenti e reali del mestiere della critica, è rimasta variamente sullo sfondo. Tuttavia, la questione emerge chiara almeno una volta, e risolta in modo originale: per Steinacker non v’erano dubbi sul senso autonomo della diplomatica come storia del ruolo della scrittura nella vita del diritto. La definizione, è vero, veniva dal laboratorio, allora particolarmente vivace e fervido di problemi, dei documenti ‘privati’ medievali: dalla fine del secolo scorso gli studi di Brunner sul documento privato romano e germanico, e le sue teorie, avevano coinvolto negli stessi problemi i romanisti e i germanisti, gli storici del diritto italiano e i diplomatisti; avevano dato impulso a una diplomatica del documento antico, e reso più che mai evidente che la considerazione in un continuum storico-giuridico sia della forma sia della funzione era la condizione necessaria per conoscere il documento in una data epoca, per non trovarsi costretti a descriverlo soltanto.

È un filo, questo, di cui non si è perduto il capo, ripreso ancora una volta da una diplomatista impegnata in modo particolare nello studio del documento ‘privato’ altomedievale italiano, perciò motivata a indagarne le tracce in età tardoantica, a comprenderne l’esito successivo, tanto singolare per la documentazione europea, avvenuto nella forma dell’instrumentum notarile. (41) Giovanna Nicolaj è difatti tornata di recente a riflettere sul problema del significato degli studi di diplomatica in rapporto alle scienze storiche e sociali, e di questa ha proposto una definizione diversa da quelle che continuano a valere, benché non esprimano bene le vere potenzialità di sviluppo nuovo, conferite dalla possibilità ormai accettata di un ampliamento del campo d’indagine. (42) Proprio perché continuerebbe in queste definizioni a essere in sostanza intesa come "scienza delle forme", la diplomatica pare a Nicolaj "mancante di una sua prospettiva". Una sua propria autonomia verrebbe tutelata, invece, se venisse riconosciuta come "storia della documentazione"; (43) e il suo prodotto finito – il documento èdito –, utilizzato da tante ‘storie’ diverse, potrebbe acquisire uno spessore e un senso propri, se conosciuto oltre la forma che assume e il contenuto che in sé racchiude, e compreso nel complesso rapporto che la documentazione, come particolare "atteggiarsi giuridico dell’agire umano", ha in ogni tempo con la norma e la prassi del diritto, per conseguire gli scopi di cui è espressione: "la validità e la tutela e cioè, in definitiva, l’esistere e il resistere nella società". (44)

È obiettivamente meno facile vedere subito la stessa, immediata aderenza della prospettiva di una "storia della documentazione" a quei problemi che finora le edizioni e gli studi hanno posto nell’ambito della documentazione diversa da quella che, per il medioevo, è detta ‘privata’; è d’altra parte vero, tuttavia, che rispetto a questa non sono altrettanto numerosi ancora i saggi di prova, i necessari raccordi, per esempio, tra le edizioni e le ricerche sulle cancellerie tardomedievali e quelli delle amministrazioni dei nuovi stati moderni, o studi delle fasi di transizione che diano maggior corpo a quell’idea di un "centrale interesse storico-giuridico", che ancora nebulosamente Steinacker vedeva come elemento di coerenza per il nuovo ambito di studio tra diplomatica regia e pontificia del tardo medioevo e "diplomatica statale e amministrativa". (45)

Un sistema di principi metodologici assoluto non è comunque da precostituire ad una "storia della documentazione". Quanto ai modi di procedere sul campo, di fronte al compito primario delle edizioni o delle pubblicazioni delle fonti, di fronte ai nodi più resistenti della critica dei singoli documenti, questo nuovo senso unitario e autonomo non ne può cancellare la distribuzione per ‘ambiti’, né livellare le condizioni che differenti tradizioni scientifiche hanno creato: la diplomatica del documento antico appare ancora come un insieme di lavori lontani e radi; la diplomatica medievale al confronto è ricchissima, ma non per questo priva di questioni di metodo sempre aperte; la diplomatica del basso medioevo e la Aktenkunde non sono discipline tanto giovani. Così molto, in certi ambiti, è da creare ex novo; in altri molto è da ereditare in rinnovate esperienze; in ogni caso, col conforto dell’insegnamento che Theodor von Sickel si curò di dare ai propri collaboratori: "… certamente però io conosco un solo metodo, e cioè quello che il materiale stesso mi mette in mano …". (46)

 

NOTE

(1) R. H. Bautier, Leçon d’ouverture du cours de diplomatique à l’École des Chartes, "Bibliothèque de l’École des Chartes", CXIX (1961), pp. 194-225. [torna al testo]

(2) O. Redlich, Allgemeine Einleitung zur Urkundenlehre, in O. Redlich – W. Erben – L. Schmitz Kallenberg, Urkundenlehre, I, München u. Berlin, 1907, p. 18. La definizione riproduce in sostanza quella adottata in Th. Sickel, Die Urkunden der Karolinger, I, Wien, 1867, p. 2.[torna al testo]

(3) Bautier, Leçon d’ouverture cit., pp. 208-210. [torna al testo]

(4) Bautier, ivi, pp. 206-208. [torna al testo]

(5) K. Brandi – H. Bresslau – M. Tangl, Einführung, "Archiv für Urkundenforschung", I (1908), p. 2. [torna al testo]

(6) Brandi – Bresslau – Tangl, ivi, p. 3. E indagati di fatto furono anche ambiti distanti da quello della documentazione latina: i lavori di Franz Dölger pubblicati nell’Archiv sono stati fondamentali per la creazione della diplomatica bizantina; cfr. H. Herz – M. Kobuch, Inhaltsverzeichnis und Autorenregister des Archivs für Urkundenforschung 1 (1908) – 18 (1944), "Archiv für Diplomatik", 5/6 (1959-1960), pp. 479-487. [torna al testo]

(7) K. Brandi, Urkundenforschung, "Archiv für Urkundenforschung", II (1909), pp. 155-166. [torna al testo]

(8) Brandi, ivi, p 156. [torna al testo]

(9) Brandi, ivi, p 156-157. [torna al testo]

(10) O. Redlich, Fortschritte der Urkundenlehre, "Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung", XLI (1926), pp. 1-10.[torna la testo]

(11) Redlich, ivi, p. 2. [torna al testo]

(12) Egli ricordava, tra l’altro, che già Sickel si era cimentato nell’applicazione del metodo critico diplomatistico a materiale dell’età moderna: i suoi Römische Berichte avrebbero creato alcuni fondamenti critici per l’edizione dei Nunziaturberichte; cfr. Redlich, ivi, p. 5. [torna al testo]

(13) H. Steinacker, Die antiken Grundlagen der frühmittelalterlichen Privaturkunde, Leipzig, 1927, pp. 1-4. [torna al testo]

(14) Steinacker, ivi, pp. 16-17, pp. 20-21: viene prefigurato un piano di edizioni e studi nell’ambito della "nichtorganisierte Urkundenherstellung" per singoli territori e, per ciascuno di essi, l’analisi dei documenti a gruppi, per destinatari e per autori; la diplomatica dei documenti medievali non regi e non pontifici è giustamente vista entro il quadro di una "landschaftliche Diplomatik". [torna al testo]

(15) A. Dumas, Compte rendu de A. de Boüard, Manuel de diplomatique française et pontificale, "Le Moyen Age", 3. s., 1 (1930), pp. 109-110. [torna al testo]

(16) G. Tessier, Leçon d’ouverture du cours de diplomatique a l’École des Chartes, "Bibliothèque de l’École des Chartes", XCI (1930), pp. 241-163. [torna al testo]

(17) A. Dumas, La diplomatique et la forme des actes, "Le Moyen Age", 3. s., III (1932), pp. 5-31. [torna la testo]

(18) Dumas, ivi, pp. 28-29. [torna al testo]

(19) A. Dumas, Étude sur le classement des formes des actes, "Le Moyen Age", 3. s., IV (1933), pp. 81-97, pp- 145-182, pp. 251-264; ivi, 3. s., V (1934), pp. 17-41. [torna al testo]

(20) Più precisamente essi apparterrebbero a quella parte da Dumas definita "protocollo fuori del testo", cfr. Dumas, ivi, p. 87 ss. [torna al testo]

(21) Riportiamo per intero, nella nostra traduzione, la definizione di H. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, Leipzig, 1912-1931 (rist. anast. Berlin, 1968-1969), I, p. 4: "denominiamo autore quella persona, su richiesta o su comando della quale ha luogo la stesura scritta di un documento, indifferentemente dal fatto che essa abbia collaborato personalmente alla sua fabbricazione, l’abbia scritto o sottoscritto, oppure no". [torna al testo]

(22) La definizione è: "L’auteur de l’instrument c’est la personne physique ou morale qui en prend la responsabilité, en acceptant qu’il soit mis sous son nom et certifié par ses signes de validation" (Dumas, Étude cit., p. 93). Si noti però anche che nella classificazione generale, auteur e rédacteur o compaiono come due nozioni coincidenti, o la prima comprende la seconda. In ogni modo, che auteur non possa corrispondere all’Aussteller è lampante in Dumas, ivi, p. 35. [torna la testo]

(23) Dumas, ivi, p. 263. [torna al testo]

(24) Steinacker, op. cit., p. 11. [torna la testo]

(25) Dumas, Étude cit., pp. 146-166. La considerazione fatta a proposito delle nozioni di auteur e rédacteur (cfr. supra nota 22) si chiarisce in questo caso: "Ces formes (sc. le forme estrinseche) tiennent à l’auteur de l’instrument" ed esse servono a stabilire l’autenticità del documento (Dumas, ivi, p. 87); e ancora per la distinzione tra documenti pubblici e privati: "Or les formes tiennet aux habitudes des rédacteurs … Le diplomatiste classera les actes instrumentaires suivant qu’ils ont été rédigés par des personae publicae ou des particuliers" (Dumas, Compte rendu cit., p. 113). [torna al testo]

(26) Dumas, Étude cit., p. 167 ss. In diverse occasioni si esprimono dubbi sulla possibilità di esercitare una ‘vera’ critica su questi documenti privi di ‘forma’ (cfr. Dumas, ivi, p. 169) e pregiudizi sulla sincerità del loro contenuto (cfr. Dumas, ivi, p. 257). [torna al testo]

(27) O. Redlich, Die Privaturkunden des Mittelalters, München u. Berlin, 1911, p. VI; cfr. anche Steinacker, op. cit., p. 21, e le stesse perplessità espresse da ultimo in C. Brühl, Derzeitige Lage und künftige Aufgaben der Diplomatik, in Landesherrliche Kanzleien im Spätmittelalter. Referate zum VI. Internationalen Kongress für Diplomatik, München 1983, München, 1984, I, pp. 37-47. [torna al testo]

(28) Così il concetto di Kanzleimässigkeit, che riassume le modalità di genesi dei documenti emessi da una stessa cancelleria, può, per esempio, combinarsi variamente con la qualifica dell’Aussteller nella definizione del documento; alcuni esempi per i documenti pontifici in Bresslau, op. cit., pp. 226-227. [torna al testo]

(29) Bautier, Leçon d’ouverture cit., p. 206. [torna al testo]

(30) Constatazione già ovvia allora. Basterebbe ricordare una notazione di Bresslau: "Die Beschränkung auf Urkunden des Mittelalters liegt nicht im Begriff der Diplomatik, wenngleich die diplomatische Kritik vorzugsweise darauf angewandt wird" (Bresslau, Handbuch cit., I, p. 7, n. 1). [torna al testo]

(31) H. Fichtenau, La situation actuelle des études de diplomatique en Autriche, "Bibliothèque de l’École des Chartes", CXIX (1961), pp. 5-20. [torna al testo]

(32) A. Petrucci, Diplomatica vecchia e nuova, "Studi medievali", 3. s., IV (1963), pp. 785-798. Tra le obiezioni a Bautier, la constatazione che gli archivi contemporanei conservano tra i loro ‘pezzi’, ormai, anche documentazione non scritta, registrata o filmata, e – aggiungiamo – anche i ‘documenti’ prodotti, e in proprio definiti, dalle scienze dell’informazione. Per Petrucci la diplomatica ha diritto d’essere disciplina medievistica in grazia del particolare significato che forma e scrittura hanno avuto solo nella società medievale (cfr. Petrucci, ivi, p. 796) [torna al testo]

(33) J. Šebánek, Möglichkeiten der Weiterentwicklung der Diplomatik im Rahmen der historischen Mediävistik, in Comité International des Sciences Historiques, XIIe Congrès international des sciences historiques, Vienne 29 aôut – 5 seprembre 1965. Rapport IV: Méthodologie et histoire contemporaine, Horn-Wien, 1965, p. 150. [torna al testo]

(34) J. Šebánek, Das Verhältnis zur Urkunde als methodischer Faktor der diplomatischen Arbeit, "Sborník Prací Filosofické Fakulty Brnenské University", VIII (1959), C. 6, pp. 5-19; Id., Möglichkeiten cit., p. 152. [torna al testo]

(35) Cfr. S. Dušková, Jindrich Šebánek und die Brünner diplomatische Schule, "Archiv für Diplomatik", XXXII (1986), pp. 617-627. [torna al testo]

(36) Così in A. Pratesi, Diplomatica in crisi ?, in Miscellanea in memoria di Giorgio Cencetti, Torino, 1973, p. 450. [torna al testo]

(37) Fichtenau, op. cit., p. 13. [torna al testo]

(38) R. H. Bautier, Propositions méthodologiques pour la Diplomatique du Bas Moyen Age et des débuts des temps modernes, in Landesherrlichen Kanzleien cit., pp. 49-59. [torna al testo]

(39) A. Gawlik, Ziele einer Diplomata-Edition, in Mittelalterliche Textüberlieferungen und ihre kritische Aufarbeitung, München, 1976, pp. 52-59. [torna al testo]

(40) Brühl, op. cit., pp. 46-47. [torna al testo]

(41) G. Nicolaj, Sentieri di diplomatica, "Archivio storico italiano", CXLIV (1986), disp. III, pp. 305-331. [torna al testo]

(42) Si vedano le definizioni in Tessier, Leçon d’ouverture cit., p. 260: "La science des règles qui, à travers les âges ont présidé à l’elaboration et à la rédaction des actes instrumentaires considérés comme sources de l’histoire"; cfr. anche Id., La diplomatique, Paris, 1952, p. 13; A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Roma, 1979, p. 8: "la scienza che ha per oggetto lo studio critico del documento al fine di determinarne il valore come testimonianza storica". [torna al testo]

(43) Nicolaj, op. cit., p. 328 ss. [torna al testo]

(44) Nicolaj, op. cit., p. 323. [torna al testo]

(45) Steinacker, op. cit., p. 22. [torna al testo]

(46) Vale la pena di ricordarne il passo intero, d’una chiarezza e semplicità perfette: "Es ist selbstverständlich, dass ich dabei denselben Weg einschlagen werde, auf dem ich bisher, ich glaube sagen zu dürfen, zu ziemlich sicheren Ergebnissen gelangt bin […] Kenne ich doch überhaupt nur eine Methode, nämlich die, welche mir der Stoff selbst an die Hand giebt. Insoweit der Stoff des 10. Jahrhunderts dem des 9. gleichhartig ist, wird er auch in gleicher Weise zu behandeln sein; insoweit er ein anderer geworden ist, wird auch die Art der Behandlung zu modificieren sein": Th. v. Sickel, Programm und Instructionen der Diplomata-Abtheilung, "Neues Archiv", I (1876), pp. 450-45. [torna al testo]