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Cristina Mantegna

Copisti-editores di manoscritti giuridici. 2. La Lombarda del ms. Cassinese 328 e la sua posizione nella normalizzazione del testo

Pubblicato in La collaboration dans la production de l'écrit médiéval. Actes du XIIIe Colloque international de Paléographie Latine (Weingarten, 22-25 septémbre 2000), réunis par H. Spilling, Paris 2003, pp. 251-265.

Codice, Digesto, Istituzioni, Novelle; in una parola il Corpus iuris civilis di Giustiniano, la compilazione legislativa intorno alla quale da tempo si è concentrata l’attenzione degli studiosi del Rinascimento giuridico italiano [1]. E’ vero: soprattutto il periodo tra la seconda metà dell’XI e i primi decenni del XII sec. fu l’epoca del recupero del diritto romano, frutto di un’intensa attività di riflessione da parte del nutrito e compatto ceto dei pratici del diritto: notai, advocati, giudici, legisperiti, causidici [2]. Proprio nei documenti da loro prodotti sono contenute le prime citazioni letterali di Codice e Digesto [3]; e proprio al loro ambiente, dopo secoli di silenzio, è riconducibile il recupero e l’avvio di un’edizione del Digestum Vetus, intorno all’ultimo ventennio dell’XI sec. [4].

Ma sin dall'epoca ottoniana (secc. X/2-XI in.), e quindi prima che il diritto romano tornasse ad interessare fortemente, nel territorio dell’antico Regnum Italiae e nella Langobardia minor, si sentiva netta l'esigenza di un recupero e di una “ricerca di codici e di leggi” a seguito del vuoto legislativo post-carolingio, che portarono, tra la fine dell'XI sec. e l'inizio del secolo successivo, a raccogliere e a trascrivere di seguito, in ordine cronologico, nel cosiddetto Liber Papiensis [5], tutto il diritto longobardo vigente con cui il mondo della pratica si confrontava quotidianamente [6]. Era un diritto che si continuava a chiamare ‘longobardo’ anche se non era più propriamente tale, ma si era venuto stratificando nel corso dei secoli con l’aggiunta all’originario nucleo dell’Editto longobardo costituito dalle norme dei vari re  - da Rotari (a. 643) ad Astolfo (a. 755) -, del Capitulare Italicum, della raccolta cioè dei capitolari e delle costituzioni emanate dai successivi imperatori e re d’Italia, da Carlo Magno (a. 779) ad Enrico II (a. 1054). Il Liber Papiensis fu usato per tutto l’XI sec. e oltre e fu gradualmente sostituito, dalla prima metà del XII sec. [7], da una nuova e diversa raccolta, la Lombarda [8], dalle origini tutt’ora misteriose [9] ma dal lungo e importante futuro che la vide rappresentare l’unico codice di leggi per i viventi a diritto longobardo finché esso fu applicato in Italia, cioè fino a tutto il XVI sec. - sia pure limitatamente a particolari materie - e fino al XVII sec. per alcune zone dell’Italia meridionale.

La nuova collezione comprendeva le stesse norme del Liber Papiensis, organizzate però in libri e per materia, per influenza del contemporaneo recupero del diritto romano che fece della Lombarda una sorta di suo contraltare in campo longobardistico, rispondente al tempo stesso ad esigenze pratiche di maggior razionalità e di più logico uso. D’altra parte, è nel corso naturale del diritto che a raccolte di carattere cronologico se ne sostituiscano altre di carattere sistematico. Ed il diritto longobardo non fece eccezione: sin dal più antico, e piuttosto rudimentale, tentativo con la Concordia Gothana della metà circa del IX sec. [10], in cui il testo delle sole norme longobarde era distribuito, per materia, all’interno dei 60 titoli dell’Editto di Rotari; fino a giungere a quelle distinctiones di mano di pratici della fine dell’XI sec., elaborate a margine del Liber Papiensis e antenate dirette degli arbores actionum dei glossatori bolognesi della seconda metà del XII sec. [11], in cui le fattispecie processuali e negoziali germaniche erano suddivise secondo le categorie romanistiche di actiones e contractus, quest’ultima ulteriormente ripartita secondo la quadripartizione gaiana [12]. Proprio contemporaneamente ad esse, alla fine dell’XI sec., si veniva formando la Lombarda, con la sua divisione in libri, come in libri era diviso il Codice di Giustiniano, e titoli, alcuni dei quali molto vicini appunto a titoli del Codice, delle Istituzioni ed anche del Digesto [13].

Quindi, influenza e contemporanea commistione tra due diritti, che fino a circa la metà dell’XI sec. si erano mantenuti separati l’uno dall’altro. Un fenomeno che appare assolutamente logico se si pensa che il recupero dell’uno e, come vedremo, la risistemazione dell’altro furono frutto dell’attività di elaborazione di uno stesso ambiente di tecnici per i quali dovette essere naturale rileggere il proprio diritto longobardo alla luce del diritto romano di cui andavano riprendendo lo studio.

* * *

In questo quadro storico-culturale va inserita la produzione del ms. Cassinese 328, conservato nell’Archivio della Badia di Montecassino, il più antico testimone della Lombarda e unica attestazione della prima stesura del testo, la cosiddetta Lombarda cassinese, a fronte di tutti gli altri manoscritti che appartengono, invece, alla cosiddetta Vulgata, diversa solo per la distribuzione delle materie all’interno di ciascun libro [14].

Il Cassinese 328 è un piccolo codice pergamenaceo (ca. cm. 23x14) di nove quaternioni, un binione e due carte finali, rigato a secco con testo disposto a piena pagina, di norma su 36 righe. Presenta un’ornamentazione molto semplice, limitata agli incipit e agli explicit di ogni libro [15], in rosso e di modulo ingrandito, all’iniziale del titolo del sovrano-legislatore (re o imperatore) e a quella della prima parola della norma stessa, anch’esse in rosso. Qualche lettera toccata di verde [16], o risultato di combinazioni di colori diversi (il seppia del testo, il giallo, il verde, il rosso: fol. 27), o ancora la grande I in apertura del terzo libro che si allunga in basso in motivi fitomorfi (fol. 60v), rappresentano le poche eccezioni.

Il manoscritto è stato copiato da due mani principali, che chiamerei mano A e mano B per maggior comodità, entrambe databili ai primi anni del XII sec. [17]. La mano A, che compare fino a fol. 7 e poi chiude definitivamente la Lombarda con le ultime cinque leggi (fol. 68v), adopera una minuscola usuale [18] piccola e veloce, lievemente inclinata a destra, con una moderata alternanza di tratti pieni e sottili, visibile in particolar modo nel tratteggio di a e di e e nella curva del legamento ct. Le aste alte presentano un piccolo tratto di complemento in cima, a volte ripassato ed allargato a spatola, mentre mancano completamente i tratti di stacco delle aste sul rigo. Tra le lettere caratteristiche: la e in tre tempi con tratto curvo che spesso fugge a destra a formare il tratto orizzontale della lettera; la r e la s sempre di forma minuscola e ferme sul rigo; la d nelle due forme, onciale e diritta, alternate secondo alcuna regola apparente; il dittongo ae espresso il più delle volte con e cedigliata. Tra i legamenti, si notano: ct piuttosto allargato e poco sviluppato in altezza; st a volte stretto e chiuso dalla traversa di t. Nell’ambito di un sistema abbreviativo piuttosto comune, infine, spiccano la nota tironiana per et anche in fine di parola (qualibet, pertinet, ecc.); l’abbreviazione per hoc di tipo insulare, formata dalla h iniziale e da un punto alto sul tratto curvo della lettera; l’abbreviazione a fiocco per la desinenza del genitivo plurale -r(um) e quella per troncamento della parola edic(tum) (ad es., fol. 6), in cui dall’estremità superiore di c un tratto verticale si annoda a doppio occhiello a forma di 8, secondo un gusto grafico più comune alle scritture documentarie che a quelle librarie.

La mano B, invece, copia la maggior parte del manoscritto con una minuscola usuale di modulo leggermente maggiore rispetto a quello di A e di esecuzione complessivamente inelegante e faticosa. E’ una mano poco costante - tanto da far pensare a brevi interruzioni del lavoro di copia - che usa però stabilmente una g veramente caratteristica, in tre o quattro tempi ma sempre con un sinuoso tratto discendente da sinistra a destra a chiudere l’occhiello superiore e a formare in basso parte dell’inferiore; una s ed una f con il tratto superiore per nulla arrotondato anzi spesso quasi perpendicolare al tratto discendente; una e con l’ultimo tratto prolungato verso destra e ingrossato all’estremità ed ancora il dittongo ae espresso sia in nesso sia con e cedigliata, usata in qualche caso erroneamente (fol. 12v: quee, tenorem). Tra i legamenti si colgono invece alcuni dei caratteri che più si trasformano nel corso della copia, come ad esempio nel legamento ct che, elegantemente ansato e di altezza medio-bassa, diventa più alto e stretto, quasi spezzato in due tratti spesso solo accostati tra loro, per poi tornare alla forma primitiva. Per ciò che riguarda le abbreviazioni, infine, compare la nota tironiana per et, alternata però alla forma in nesso anche in fine di parola, l’abbreviazione per troncamento delle parole terminanti in -c(ione) (fol. 49: condicione; fol. 63: dilatacione), vicina a quella per la parola edic(tum) notata per la mano A, e l’abbreviazione della parola hered(e)s, con tratto curvo di s chiuso ad occhiello e prolungato a sinistra a tagliare l’asta di d, anch’essa di gusto grafico documentario.

Ho l’impressione che i due copisti abbiano lavorato in un rapporto di collaborazione continua, in cui A sembra aver ricoperto il ruolo di supervisore come si rileva dai suoi interventi all’intero testo: corregge, ad esempio, su rasura [19] e, soprattutto, inserisce in margine [20], o su pezzetti di pergamena aggiunti [21], o in spazi bianchi all’interno dello specchio di scrittura [22], norme tralasciate nella copia. Il manoscritto, quindi, con ogni probabilità fu copiato da un antigrafo, come suggerisce la sostanziale pulizia della pagina, ma, nello stesso tempo, costituì uno stadio del testo quasi compiuto ma non definitivo, se consideriamo che A lavorò con integrazioni anche sulle prime sette carte del codice da lui stesso copiate [23].

La mano A potrebbe essere, allora, quella di un copista-editor, di un individuo cioè che copia un testo di cui è anche curatore, nel senso moderno del termine, e che dedica grande attenzione alla correttezza e alla completezza di esso al fine soprattutto di stabilizzare, fissare e pubblicare il testo legislativo, rafforzandone così la validità e la certezza [24].

Il Cassinese 328 costituirebbe quindi un’edizione in senso duplice, filologico e giuridico, consequenziali l’uno all’altro, tanto più comprensibili alla luce dell’ulteriore attività di revisione di A, che inserisce alcune rubriche [25] ma soprattutto crea una vera e propria ‘griglia’ di approccio ed uso per il lettore (uno studente di materie longobardistiche? o, forse meglio, un pratico?). La organizza in numerose note ‘per parole-chiave’ [26] e in brevi glosse lessicali, esplicative di una parola o di un passo [27], riassuntive dell’intera norma [28] o interessate alle conseguenze delle applicazioni di essa (ad es., fol. 39v) quasi fossero prodotto di un momento di riflessione sulla fonte legislativa; dispone questi piccoli testi disordinatamente e con fantasia e li annota magari conferendo loro una forma a spirale o distribuendoli secondo un perimetro triangolare: una ‘griglia’ che, per i suoi contenuti, non è poi così lontana dagli apparati dei manoscritti giuridici prodotti tra la seconda metà del XII e i primi trent’anni del XIII sec., segnalati da Dolezalek [29].

Considerate allora le caratteristiche grafiche e testuali, il passo verso l’identificazione di A con un esperto del diritto è breve, così come a giuristi e pratici credo rimandino la mano B e le altre annotazioni del codice, anch’esse disordinatamente distribuite in margine o in interlineo. Ne tralascerei alcune contemporanee alla copia [30] e altre della seconda metà del secolo [31], perché intervengono in maniera sporadica e poco rilevante e mi concentrerei, invece, su due, che chiamerò mano C e mano D. Una volta ancora in minuscola usuale, esse sembrerebbero contemporanee o di poco successive alla copia e nel corso del testo, per la frequenza dei loro interventi, danno l’impressione di sostituirsi l’una all’altra. La mano C, di modulo molto ridotto, oltre a cimentarsi in brevi riassunti della norma e in glosse esplicative [32], magari anche richiamando casi che ad essa fanno eccezione (fol. 3, 15), interviene sin dalle prime carte con allegationes che, se inserite in una breve annotazione di commento, sono espresse con il richiamo al nome del legislatore e alle prime parole della legge, secondo una forma più congeniale ad una raccolta cronologica, come il Liber Papiensis [33]; se isolate, invece, rimandano semplicemente al titolo della rubrica secondo la forma di citazione nuova, invalsa con la circolazione della raccolta sistematica.

Di carta in carta, essa viene affiancata e poi sostituita nella frequenza dalla mano D, dai tratti molto sinuosi, che all’inizio si limita a semplici e isolate allegationes con citazioni ‘alla moderna’ [34]. Poi, gradualmente, compone anch’essa glosse riassuntive ed esplicative magari con allegazioni secondo la forma di citazione ‘antica’ [35], completa il testo di alcune leggi già copiate (fol. 35v), integra intere fonti legislative [36]. Ma ciò che più la rende interessante, sono due annotazioni di commento che D appone a margine di Kar. 125 e di Lod. 36 [37] e il cui testo rimanda in parte a passi dell’Expositio ad Librum Papiensem [38]:

Cassinese 328

Exp. a Kar. 125, § 2

“Si Langobardus fuerit sibi nonum componere per legem Liuprandi que est “Si quis porcos”; si Romanus vel Salichus in quadruplum”.

 

 

 

Quod in hac lege habetur: “Si quis per cupiditatem ista transgressus fuerit, legibus componat”, ita oportet intelligi, scilicet ut si Langobardus fuerit, iuxta Liuprandi legem que est “Si quis porcos” sibi nonum componat; si Romanus vel Salichus in quadruplum” [39].

 

Cassinese 328

Exp. a Lod. 36, § 1

“Hoc capitulum partim rumpitur a capitulo Ottonis quod est “De investituras””.

 

“Hoc capitulum in parte rumpitur a capitulo Octonis quod est “De investitura predii”, quia, si intentio fuerit de investitura, non erit inquisitum per optimos, sicut hic legitur, sed per pugnam veritas declarabitur[40].

E la stessa operetta viene evocata all’improvviso in due altre occasioni, quando cioè ancora la mano D riporta il parere di un Guglielmo (secundum Guglielmum, fol. 46, 49v), nome che richiama subito la figura di quel giurista Guglielmo [41] i cui pareri vengono variamente riportati nell’Expositio ad Librum Papiensem e che è spia di una buona capacità di lettura e riflessione autonoma sulla norma e di una contemporanea conoscenza della scienza longobardistica.

Metterei da parte per il momento questo segnale, per poi riprenderlo più avanti, e ripenserei invece al carattere e alla forma degli interventi grafici appena visti. L’ipotesi di una partecipazione diretta di pratici del diritto nell’origine e nella prima circolazione del Cassinese 328 si concretizza e viene ulteriormente confermata da alcuni sondaggi-campione condotti su documentazione prodotta nell’Italia settentrionale padana, tra la fine dell’XI e la prima metà del XII sec. Si scopre così che, solo per fare qualche esempio, nell’odierno territorio lombardo, tra il 1081 e il 1096, un certo Otto causidicus, notarius et iudex Sacri Palatii [42] usa una minuscoletta molto vicina a quella della mano A, e che, sempre nel 1081, Vuibertus notarius et iudex Sacri Palatii [43] roga un documento in una minuscola rigida, a tratti spezzata, simile a quella della mano B. Ed ancora, allargando di più il raggio nella zona padana, si impone subito con evidenza la stretta parentela tra usi e atteggiamenti grafici delle mani del codice di Montecassino, dei due copisti soprattutto, e quelli di più di un notaio, di più di un giudice, di più di un causidico intervenuti a vario titolo nella produzione di molti documenti: penso, tra i tanti, a Ugo notarius piacentino nei primi trent’anni del XII sec. [44], o ad Albertus notarius e a Bonus notarius Sacri Palatii che agirono in zona mantovana rispettivamente nel 1107 e nel 1117 [45].

Segnali di un certo rilievo vengono quindi da Piacenza [46] e Mantova; non a caso due città che furono sedi delle cosiddette scuole ‘minori’ di diritto romano, la cui ulteriore attività in senso longobardistico, pratico e processualistico è pienamente attestata per la seconda metà del XII sec. ed è perciò più che presumibile per il periodo precedente [47]. Mantova e il suo territorio, inoltre, costituirono uno dei più importanti centri di dominio di Matilde di Canossa [48] di cui è noto l’interesse per i testi di legge longobardi e romani, coltivato sia per il ruolo istituzionale che la signora di Canossa ricopriva, sia magari per una certa sua larghezza e vivacità mentale ed intellettuale. Credo, infatti, che due debbano essere gli elementi da tener presenti: il celeberrimo placito di Garfagnolo del 1098, segno di una persistente applicazione della procedura germanica da parte di un tribunale matildico, che decide per la pugna (secondo Otto I, 3 e 9) nonostante le allegazioni di precepta regum e di leges serenissimi imperatoris Iustiniani (C. 7, 37, 1-3 o I. 2, 6, 14) [49]; e i pratici di cui la contessa si circondava, vicini graficamente alle mani A e B del Cassinese ed alcuni con una preparazione giuridica di alto livello, come proprio i due giudici di Garfagnolo, Ubaldo da Carpineti [50] e Bono di Nonantola [51], o come lo stesso Irnerio, già causidicus [52] e poi magister in artibus, cui proprio Matilde rivolse l’invito a rimettere in circolazione il Corpus iuris civilis [53] in un testo filologicamente corretto.

Il Cassinese 328 e la sua Lombarda costituiscono quindi un esempio di testo legislativo nato e circolato tra giuristi e pratici del diritto in prima linea nella determinazione e nell’interpretazione della norma, i più logici promotori e fruitori di un’edizione del testo legislativo vigente che, una volta ancora, era necessario fissare in forma certa e pubblicare in senso tecnico-giuridico.

* * *

Utili indizi sulle vicende successive del Cassinese 328 sono forniti da un ultimo gruppo di annotazioni, fittissime e di tre mani diverse nelle prime carte, poi più rare nelle carte successive e di un’unica mano, che chiamerei E [54]. Esse si distinguono nettamente dalle altre perché vedono la sopravvivenza di elementi tipici del canone grafico beneventano in un sistema ormai chiaramente minuscolo: così, qualche lettera (a, t, e alta e strozzata), alcuni legamenti di consonante con i che scende al di sotto del rigo (li, fi, ad es.), alcune forme abbreviative di ascendenza insulare; una scrittura, insomma, databile alla prima metà del XII sec.

Ecco la traccia che ci porta nella Langobardia minor, dove il codice doveva trovarsi con certezza nel XV sec. come attesta la nota di possesso che l’attribuisce già al monastero di Montecassino [55]. Ma più che al monastero benedettino [56], forse si potrebbe guardare con maggior precisione a  Benevento, all’antica capitale del ducato che all’indomani della caduta del Regnum aveva visto il suo duca, Arechi II, farsi ungere princeps e governare “nobiliter et honorifice suae gentis reliquias”, emanando subito le sue leges sequens vestigia regum[57]. La città e il suo territorio si presentarono da subito come eredi e fieri depositarii delle tradizioni e della cultura della gens longobarda e continuarono ad esserne consapevoli a lungo, se ancora nella seconda metà del IX sec. Benevento veniva cantata come Ticinum geminum (l’altra Pavia) da Erchemperto, nel carme dedicatorio alla sua Historia Langobardorum Beneventanorum [58]; e se ancora, con un salto di più di un secolo, nei primissimi anni dell’XI sec., nella zona beneventana veniva copiato il Cavense 4 [59], ben noto manoscritto di un Liber Papiensis tutto meridionale anche nella tradizione del testo, in cui compaiono, a chiusura dell’Editto circolante a Nord e prima dell’inizio del Capitulare Italicum, le leges emanate dai due principi beneventani, Arechi II (post 774) [60] e Adelchi (865-866) [61].

E’ evidente allora come la Langobardia minor dopo la fine del Regnum Italiae non fosse completamente chiusa in se stessa, ed è logico pensare che gli stranoti contatti politico-militari con l’Italia centro-settentrionale, ampiamente documentati per l’epoca di Lodovico II (sec. IX/2) e poi di Pandolfo Capodiferro (sec. X/2) [62], tenessero aperta la circolazione di cultura, di opere ma anche di uomini e - perché no? -, un po’ più avanti nel tempo, di ‘studenti’ che, desiderosi di allargare, approfondire e migliorare la propria formazione giuridica, si spostavano dal principato meridionale verso il Nord e le sue scuole longobardistiche: verso Mantova o Piacenza ad esempio, con qualche anno di anticipo e secondo lo stesso itinerario che in seguito avrebbe condotto Carlo di Tocco (secc. XII/2-XIII/1) [63] e Roffredo di Epifanio (sec. XII ex.- post 1246) [64] a studiare presso le scuole ‘minori’ dell’Italia settentrionale.

Complicano il quadro le annotazioni della mano E, che contengono brevi commenti piuttosto articolati nelle argomentazioni, con allegationes secondo il modo antico e, soprattutto, in non pochi casi, con un testo che potrebbe rappresentare uno stadio preliminare o forse anche di sintesi rispetto all’Expositio ad Librum Papiensem, di cui ricorrono anche alcune letterali corrispondenze di passi, come avviene ad esempio per la nota in margine a Liut. 22 (fol. 36):

Cassinese 328

Exp. a a Liut. 22, §§1-5

Et hec rumpit superiorem legem “Nulli muliere libere” [...] quia licet sub mariti mundio non sit, mulieri tamen iuxta hanc et inferiores leges alienare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

potest si a proximis parentibus vel a iudice fuerit interrogata; hi tamen parentes sint qui ad cognoscendam mulieri violentiam apti sint non etiam idonei sunt ad interrogandum filii, nam patris voluntatem non recedent. Quod hec lex dicit “com[mmuni]ter vendere” [...] propter res com[munes] dictum est, vel ut quoddam dicit ut vir de rebus ipsius mulieris car[tam] cum ipsa faciat se quoque obligando; quod melius est.

 

 

 

 

 

 

 

Rotharis lex que est “Nulli muliere libere” a lege ista rumpitur, quia, licet sub mariti mundio non sit, mulier tamen iuxta hanc legem vendere, iuxta Pipini capitulum donare, quod est “Placuit nobis ut sicut quecumque femina”, iuxta vero Widonis capitulum commutare, liberare, quod est “Concedimus etiam, sicut mulieres”, interrogata tantum a propinquioribus parentibus seu comite, potest. - §2. Et quod in hac lege scriptum est “res suas”, intelligendum est de illis rebus solummodo, quas mulier ex parte sua habeat; quod autem in hac lege “communiter” scriptum est, propter res communes: sed ideo dictum est, ut vir de rebus mulieris cum ipsa muliere cartam faciat, se in predicta carta obligando; quod melius est.  - §3.  Quod lex ista propinquiores parentes ad interrogandum mulieres accedere precipit, de illis est intelligendum, qui ad cognoscendam mulieris violentiam apti sunt.  - §4.  Si qua mulier de viro filios habuerit et eius consensu aliquid venundat, quandoquidem a patris voluntate non secederent, ad matrem interrogandam non sint ammittendi antiquis dicentibus cartulis:”una cum notitia de filiis meis quos ego de anteriore viro habere visa sum”. - §5.  Si vero cum marito res communes, non interrogata a parentibus, vendiderit, partis sue venditio evacuetur, mariti stabili permanente, ipsaque mulier pro ruptura cartule obligationis nichil est cogenda persolvere [...][65].

 

 

Già evocata da qualche annotazione in minuscola [66], l’operetta esegetica datata all’ultimo trentennio dell’XI sec., al massimo ai primissimi anni del XII, è stata collegata per motivi interni - tra cui la presenza di allegationes al modo antico - al Liber Papiensis [67], e già attribuita a Pavia o, più genericamente, ad ambiente pavese [68], ovvero ad un ceto, ormai disperso e disseminato ovunque nel Regnum, di giuristi di Palazzo [69]. Non sta certo a me metterne in dubbio natura, datazione e attribuzione, ma vorrei comunque segnalare che la sua datazione è molto vicina a quella del Cassinese 328, e che l’Expositio ad Librum Papiensem è tramandata da un unico e solo testimone manoscritto conservato a Napoli, il Brancacciano I.B.12 [70], che contiene la Lombarda, e non il Liber Papiensis.

Il codice ha il testo disposto a piena pagina su cui spiccano alcune iniziali ad intreccio, toccate di colore ma più frequentemente ad inchiostro, con semplici motivi fitomorfi. Si apre con un incipit molto singolare - “Incipit Liber sub titulis cum expositionibus singulorum capitulorum” -, cui seguono senza soluzione di continuità la Praefatio dell’Expositio, un secondo incipit  - “Legis Langobardorum liber primus incipit” -, simile a quelli degli altri manoscritti della Lombarda e la prima norma legislativa della raccolta sistematica (Roth. 1) [71]; a contraltare un unico explicit, secco ed isolato: “Explicit Liber legis Longobardorum[72]. Ha eseguito la copia un’unica mano beneventana della metà circa del XII sec. [73] che lavorava su un archetipo in cui i due testi dovevano essere già stati costruiti nel loro insieme, come suggerisce l’ordinato alternarsi di passi della Lombarda e di passi dell’Expositio e l’assoluta assenza di aggiunte, salvo qualche rara integrazione del testo, in presenza di errori meccanici del copista, da parte di una seconda mano, anch’essa in una beneventana che si direbbe contemporanea alla prima (forse di un revisore?). Per il resto le carte sono assolutamente pulite e prive di qualsiasi tipo di annotazione o di glossa che possa far pensare ad una lettura del manoscritto a scopo di studio, se non in epoca più tarda [74].

Tirando le somme e alla luce della corrispondenza delle allegationes al modo antico dell’Expositio con quelle del Cassinese 328, perché non supporre, già per quest’epoca, un legame consolidato tra Expositio e Lombarda [75], ed ipotizzare l’elaborazione delle due opere nello stesso ambiente giuridico padano, assiduamente frequentato non solo da scolari d’Oltralpe, ma anche, e tanto più, da pratici della Langobardia minor, dove l’Expositio stessa trova comunque il suo unico testimone manoscritto? Se le cose stessero veramente così, e ripensando alle mani D ed E del manoscritto di Montecassino, mi chiedo, e chiedo agli storici giuristi, se non sarebbe allora il caso di aprire almeno fino ai primi decenni del XII sec. una possibile datazione dell’Expositio.

Quel che è certo è che in questo scenario ben si inserirebbero la datazione e le peculiarità grafiche della mano E, che non mi sembra facciano pensare ad un lucido tentativo di fusione di elementi minuscoli con elementi beneventani [76], quanto piuttosto ad una mescolanza naturale tra due tipi grafici che potrebbe essere prova, a sua volta, di una possibile via di accesso della minuscola in Italia meridionale, alternativa alla pista normanna ormai concordemente accettata [77]. Credo infatti che, accanto agli ambienti chiusi tra le mura degli scriptoria ecclesiastici, che videro a Sud la progressiva sostituzione dell’ordine benedettino con quello cisterciense, al seguito dei conquistatori nordeuropei, e accanto agli ambienti chiusi delle cancellerie dei sovrani meridionali, che inizialmente importarono dai loro dominii settentrionali personale e modelli grafici, dovrebbe considerarsi l’importante bacino e il misterioso flusso della pratica: qui spicca, infatti, la presenza di individui come gli iudices Ghisliccio, Landulfus, Benedictus, tanto per fare qualche nome, che sottoscrivono, rispettivamente nel 1121 [78], nel 1136 [79] e a partire dal 1141 [80], alcuni documenti privati prodotti nella zona di Benevento, in un’elegante e calibratissima minuscola. Una presenza che è tanto più singolare se analizzata in rapporto alla contemporanea produzione documentaria privata, in cui la tipologia grafica adottata, sia dai notai redattori sia dai sottoscrittori laici, è ancora e sempre quella beneventana, seppure ormai in via di trasformazione.

Si impone nuovamente all’attenzione, dunque, un gruppo di pratici che, al di là del ruolo assunto, già nel XII sec., nella convalidazione dei documenti privati in Italia meridionale, in alternativa e variante rispetto al ruolo del notaio in Italia settentrionale [81], nutriva soprattutto uno spiccato interesse per la materia processuale e al quale ben si accorderebbe la consultazione di una raccolta sistematica della norma vigente, come la Lombarda, o di un testo esegetico di quella stessa norma, come l’Expositio.

Sarebbe, allora, più che plausibile vedere iudices beneventani dirigersi, nei primi decenni del XII sec., verso il Nord della penisola, verso quelle scuole ‘minori’, della cui sensibilità ed attenzione verso le pratiche processuali è già stato detto [82], e che avrebbero permesso loro di entrare in contatto, divenendone parte attiva, con un ambiente culturale in pieno fervore creativo. Tale esperienza, da un punto di vista grafico, avrebbe originato una spontanea e facile assimilazione di modi ed usi a loro estranei, ma che al ritorno a casa, sarebbero diventati fattori di ulteriore energia di un processo già in atto in loco, mediante la loro lenta ma progressiva penetrazione nel territorio meridionale.

Tornando al Cassinese 328, il cerchio così si chiude. Una volta giunta nella Langobardia minor, la Lombarda del codice che sarebbe diventato il Cassinese 328 avrebbe dato vita a una nuova tradizione manoscritta di matrice meridionale che ha il suo primo esemplare nel Brancacciano I.B.12.

NOTE

[1] I caratteri di questo fondamentale fenomeno culturale italiano, ricostruiti sin dai suoi prodromi, attraverso le singole tappe della trasformazione della dottrina giuridica - e quindi del ceto dei giuristi - che tra XII e XVI sec. passò dalle aule delle Università a quelle dei tribunali, sono stati presentati da ultimo da Ennio Cortese, Il Rinascimento giuridico medievale, seconda edizione riveduta, Roma, 1996.

[2] Sul ceto dei giuristi di età preirneriana, sulla loro formazione  culturale e sui loro comuni problemi giuridico-pratici da affrontare e risolvere, cf. nell’ordine Ennio Cortese, “Legisti, canonisti e feudisti: la formazione di un ceto medievale”, in Università e società nei secoli XII-XVI, Atti del nono Convegno internazionale del Centro di studi di storia e d’arte di Pistoia (Pistoia, 20-25 settembre 1979), Pistoia, 1982, pp. 195-281, alle pp. 195-206; Ennio Cortese, “Intorno agli antichi iudices toscani e ai caratteri di un ceto medievale”, in Scritti in memoria di Domenico Barillaro, Milano, 1982, pp. 3-38, alle pp. 5-20, ora in id., Scritti, a cura di Italo Birocchi e Ugo Petronio, vol. I, Spoleto, 1999 (Collectanea, 10), pp. 747-782, alle pp. 749-764; Giovanna Nicolaj, Cultura e prassi di notai preirneriani. Alle origini del rinascimento giuridico, Milano, 1991 (Ius nostrum, 19), pp. 3-40 e, infine, Giovanna Nicolaj, “Formulari e nuovo formalismo nei processi del Regnum Italiae”, in La giustizia nell’alto medioevo (secoli IX-XI), vol. I, Spoleto, 1997 (Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, XLIV), pp. 347-379, alle pp. 363-367.

[3] Come è già stato rilevato da G. Nicolaj, Cultura e prassi ..., pp. 35-38, 71-73 e note corrispondenti, citazioni letterali di C. 2, 4, 16 e di C. 2, 3, 20 tratte da un testo genuino del Codice compaiono in arenghe di documenti ravennati, prodotti tra X e XI sec.; allo stesso modo, in un placito tenuto nel comitato di Chiusi nel 1058, la controversia viene decisa in base a C. 7, 59, 1 riportata nella relativa notitia iudicati; ed ancora, in un’arenga romana del 1072 uno scriniarius sancte Romane Ecclesie trascrive il testo di C. 7, 52, 6. Quanto al Digesto, dopo la prima e ultima citazione di D. 48, 4, 7, 3 in un commonitorium di Gregorio Magno del 603 (v. Ennio Cortese, Il diritto nella storia medievale, vol. I, L’alto medioevo, Roma, 1995, p. 382), esso ricompare nel celeberrimo placito di Marturi (Julius Ficker, Forschungen zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, vol. IV, Urkunden zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, Innsbruck, 1874, pp. 100-101, e I placiti del “Regnum Italiae”, a cura di Cesare Manaresi, vol. III/1, Roma, 1960 [Fonti per la storia d’Italia, 97*], n. 437, pp. 333-335) dove la controversia viene decisa proprio in base all’allegazione di D. 4, 6, 26, 4. Su questo placito, tra gli ultimi si vedano Antonio Padoa Schioppa, “Le rôle du droit savant dans quelques actes judiciaires italiens des XIe e XIIe siècles”, in Confluences des droits savants et des pratiques juridiques, Actes du Colloque de Montpellier, Milano, 1979, pp. 341-371, alle pp. 349-352, trad. it. “Il ruolo della cultura giuridica in alcuni atti giudiziari italiani dei secoli XI e XII”, in Nuova rivista storica, vol. 64 (1980), pp. 265-289, alle pp. 270-273; Piero Fiorelli, “Il placito di Marturi del marzo 1076”, in appendice a Umberto Santarelli, La funzione del giudice nell’esperienza giuridica. Lezioni di storia del diritto, a.a. 1982-1983, Pisa, 1983, pp. 179-203; G. Nicolaj, Cultura e prassi ..., pp. 68-72 e E. Cortese, Il Rinascimento ..., pp. 10-11.

[4] Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 1406. La produzione di questo codice, da tempo discussa dagli storici giuristi e dai paleografi, dopo un primo sospetto avanzato da Giovanna Nicolaj, “Ambiti di copia e copisti di codici giuridici (secoli V-XII in.)”, in Le statut du scripteur au moyen âge, Actes du XIIe Colloque scientifique du Comité International de Paléographie Latine (Cluny, 17-20 juillet 1998), réunis par Marie-Clotilde Hubert, Emmanuel Poulle, Marc H. Smith, Paris, 2000 (Matériaux pour l’histoire publiés par l’École des Chartes, 2), pp. 127-144, alla p. 144, è stata definitivamente attribuita all’ambiente dei pratici attivo tra Nonantola, Modena e Reggio Emilia negli anni ‘70-’80 dell’XI sec. da Francesca Santoni, Il codice Vaticano latino 1406 del Digestum Vetus e l’edizione del testo fra copisti e glossatori, Roma, 2000, pp. 12-17, poi Francesca Santoni, “Copisti-editores di manoscritti giuridici. 1. Il codice Vaticano latino 1406 del Digestum Vetus e l’edizione del testo fra copisti e glossatori”, in questo volume alle pp. 000.

[5] Per il Liber Papiensis, definizione data alla raccolta dalla storiografia giuridica dell’Ottocento, v. M.G.H., Leges, vol. IV, Hannoverae, 1868 (rist. anast. Stuttgart, 1984), pp. XLIV-XCVIII e 290-585. Più recentemente, Hubert Mordek, Bibliotheca capitularium regum Francorum manuscripta. Überlieferung Tradizionszusammenhang der fränkischen Herrschererlasse, München, 1995 (M.G.H., Hilfsmittel, 15).

[6] Questa nuova lettura del primo Rinascimento giuridico è stata da poco proposta da Giovanna Nicolaj, “Ambiti di copia ...”, pp. 137-139, la citazione è a p. 138.

[7] Che il diritto longobardo fosse predominante ancora nella seconda metà del XII è provato dalla narrazione che Otto Morena fa della richiesta rivolta, com’è noto, in occasione della dieta di Roncaglia, da Federico Barbarossa a Bulgaro, Martino, Ugo e Jacopo, famosissimi legis doctores bolognesi, di definire con esattezza la natura degli iura regalia. I quattro però pretesero che ai lavori partecipassero anche i giudici delle città longobarde presenti alla dieta  - “se nolle hoc facere sine consilio aliorum iudicum universarum Langobardiae civitatum ibi astantium”-  riconoscendo così implicitamente il ruolo imprescindibile svolto ancora a quell'epoca dal diritto longobardo (Otto Morena, De rebus Laudensibus, ed. Philippus Jaffè, in M.G.H., Scriptores, vol. XVIII, Hannoverae, 1863 (rist. anast. Stuttgart-New York, 1963), p. 608. 

[8] Dovrebbe essere già della metà del XII sec. l’uso del termine Lex longobarda, o più semplicemente Lombarda per indicare sia il Liber Papiensis che la nuova raccolta legislativa. E’ certo però che già nella Summa al Decretum di Graziano di Giovanni da Faenza (post 1171) e nella Summa Decretorum di Uguccione da Pisa (1188-1190) la parola Lombarda ricorre nell’accezione che poi sarebbe prevalsa (cfr. quanto riportato da Bluhme in M.G.H., Leges ..., p. XCVIII nt. 3); così la intese e la definì poi anche Accursio (sec. XIII/1) nelle allegationes alla sua redazione dei Libri feudorum (cf. Karl Lehmann, Das langobardische Lehnrecht [Handschriften, Textentwicklung, ältester Text und Vulgattext nebst den capitula extraordinaria], Göttingen, 1896, rist. in id., Consuetudines feudorum, Aalen, 1971 [Bibliotheca rerum historicarum, edidit Karl August Eckhardt, 3]) e in particolare in una glossa a LL.FF. II, 53 (cfr. M.G.H., Leges ..., p. XCVIII nt. 2, ora anche Ennio Cortese, Il diritto nella storia medievale, vol. II, Il basso medioevo, Roma, 1995, p. 17 nt. 24). Sull’attribuzione ad Accursio della terza elaborazione della raccolta dei Libri feudorum e dell’apparato di glossa relativo, v. Peter Weimar, “Die Handschriften des ‘Liber feudorum’ und seiner Glossen”, in Rivista internazionale di diritto comune, vol. 1 (1990), pp. 31-98, alle pp. 75-77 e 83-86.

[9] Guido Astuti, Lezioni di storia del diritto italiano. Le fonti. Età romano-barbarica, Padova, 1968, pp. 163-168, ha presentato una veloce sintesi delle diverse posizioni, formulate per lo più sulla base di un breve testo scritto a fol. 69 del Cassinese 328 e che vorrebbero la patria della Lombarda a Montecassino (Novati), ad Ivrea (Merkel, Bethmann, Ficker), a Torino (Bluhme), a Pedona-Borgo San Dalmazzo (Patetta), a Ravenna (Gaudenzi), a Milano (Neumeyer), a Mantova (Besta). Astuti opta, in fine, per un’attribuzione all’Italia settentrionale, forse all’ambiente pavese, ammettendo la grave difficoltà di determinare con esattezza il luogo di origine dell’opera (ivi, p. 168).

[10] La Concordia de singulis causis o Concordia Gothana è tramandata da due manoscritti cosiddetti enciclopedici, che riuniscono cioè le diverse leggi nazionali di ceppo germanico: Modena, Biblioteca Capitolare, ms. O.I.2 (sec. X. ex.) e Gotha, Forschungsbibliothek, Membr. I 84 (sec. XI in.). Per entrambi, cfr. la descrizione datane da Boretius in M.G.H., Leges ..., pp. XXXVIII-XLII e da Gero Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften zum römischen Recht bis 1600, Frankfurt am Main, 1972, ad locum.

[11] Cfr. Andrea Errera, Arbor actionum. Genere letterario e forma di classificazione delle azioni nella dottrina dei glossatori, Bologna, 1995 (Archivio per la storia del diritto medioevale e moderno. Studi e testi raccolti da Filippo Liotta, 1), in particolare alle pp. 118-119.

[12] Si vedano a questo proposito i manoscritti Wien, Österreichische Nationalbibliothek, 471, fol. 1v-2 (sec. XI); London, British Library, Add. 5411, c. 180v (sec. XI/1); Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, plut. LXXXIX sup., n. 86, fol. 84v-85 (sec. XI ex.). Anche qui, per tutti, si vedano M.G.H., Leges ..., pp. L-LVIII, e G. Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften ..., ad locum.

[13] Dei tre libri in cui è divisa la Lombarda, il primo comprende le norme di diritto penale, il secondo quelle di diritto privato e processuale, il terzo quelle di diritto pubblico, ma anche ecclesiastico, fiscale e militare. Sulla stretta corrispondenza di diverse rubriche della Lombarda con altrettante rubriche della compilazione giustinianea, cf. Enrico Besta, “L’opera di Vaccella e la scuola giuridica di Mantova”, in Rivista italiana per le scienze giuridiche, vol. XXXIV (1902), pp. 3-56, a p. 53.

[14] Cf. meglio, M.G.H., Leges ..., pp.  607-638 e G. Astuti, Lezioni di storia del diritto ..., pp. 162 e sgg.

[15] V. fol. 1, 31v, 60v.

[16] V. fol. 1, 27.

[17] Limitato a fol. 16 è l’intervento di un’altra mano, contemporanea di A e B, che esegue una minuscola usuale di andamento complessivamente più posato e tondeggiante e dalle forme tendenti al quadrato.

[18] Uso qui e in seguito l’aggettivo ‘usuale’ riferito alla minuscola del XII sec., secondo la definizione datane da Giorgio Cencetti, che intendeva in questo modo indicare una scrittura non connotata precisamente in senso librario o documentario, pur se indifferentemente impiegata nell’uno e nell’altro campo; comunque una scrittura dell’uso quotidiano e comune, non legata a tipizzazioni di scriptoria o di corporazioni di scribi e adottata da copisti e scrittori che usano più o meno posatamente il modello grafico di base e di partenza, ovvero l’“idea platonica” di ogni singola lettera (cf. Giorgio Cencetti, “Vecchi e nuovi orientamenti nello studio della paleografia”, in La Bibliofilia, vol. L (1948), pp. 4-23, a p. 6, ora in id., Scritti di paleografia, a cura di Giovanna Nicolaj, Dietikon-Zürich, 1993, pp. 26-45, a p. 28; e ancora Giorgio Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, ristampa a cura di Gemma Guerrini Ferri, Bologna, 1997, pp. 53-54 [53-54] e 180 [200].

[19] V. ad es., fol. 10, 14v, 20v.

[20] V. ad es., fol. 3, 5-v, 10v, 16, 34v, 37, 39v.

[21] V. ad es., fol. 7, 31, 33v, 49v, 64.

[22] V. ad es., fol. 10, 13v, 14v, 19, 39, 45, 50v.

[23] V. fol. 3, 5-v, 7.

[24] Una volontà, insomma, di edicere e che, fatte le dovute differenze, si richiama allo ius edicendi del pretore romano di età repubblicana, e cioè alla “facoltà che i magistrati romani avevano d’informare ufficialmente il popolo di cose pertinenti al loro ufficio; e nell’assumere la carica esposero, scritto sulle solite tabulae dealbatae, un edictum” (da Vincenzo Arangio-Ruiz, Storia del diritto romano, rist. anast. della 7a ed. riveduta, Napoli, 1985, p. 153).

[25] Cf. ad es., fol. 10, 11, 13v, 23, 26v, 28v, 31v, 34v, 55, 60v, 64.

[26] Ne riporto qualche esempio come “Sacramentum pugne” a fol. 3v, o “Arbitrium boni viri” a fol. 13.

[27] Ad es., a fol. 56v: “Hic videtur causatorem p[...] litem contestatam patisci non posse cum hic specialiter ecclesie permittit”, in margine a Lod. 15.

[28] Si veda, tra le tante, la glossa a fol. 50: “Hec lex de rebus indivisis nec communiter possessis loquitur”, in margine a Liut. 69. Una nota in cui si rilevano entrambi gli aspetti, riassuntivo ed esplicativo, è quella a fol. 55: “Mundualdus viduarum tutor est et si eas defendere noluit alius a iudice dandus est”, in margine a Pip. 5.

[29] Gero Dolezalek, “Les gloses des manuscrits de droit: reflet des méthodes d’enseignement”, in Manuels, programmes de cours et techniques d’enseignement dans les Universités médiévales, Actes du Colloque international de Louvain-la-Neuve (9-11 septembre 1993), édités par Jacqueline Hamesse, Louvain-la-Neuve, 1994 (Université Catholique de Louvain. Publications de l’Institut d’étudés médiévales. Textes, Études, Congrès, vol. 16), pp. 235-255.

[30] Mi pare si tratti di due mani diverse: una che commenta molto brevemente la norma (fol. 10v, 11, 18, 26, 46v, 52v) e un’altra, di pochissimo posteriore, che inserisce una legge sul verso di un pezzetto di pergamena già servito per lo stesso scopo alla mano A (fol. 63v).

[31] Due brevi interventi riassuntivi a fol. 13; mentre una seconda mano a fol. 45v rimanda a Kar. 56, nel terzo libro, che poi lei stessa aggiunge in margine a fol. 66.

[32] “Hec lex de eo loquitur quod pro sua utilitate ad regem [...]” a fol. 6, in margine a Roth. 18; oppure: “Hic videtur alienationem minorum valere cum res eorum non naufragant”, a fol. 47v in margine a Liut. 116.

[33] Ad esempio, “Hec lex [...] rumpitur a lege Astulfi “Pervenit ad ius”” a fol. 22v in margine a Grim. 3.

[34] Cf. ad es. fol. 26, 29, 32, 37v, 41v, 46, 49v, 51v, 58-v.

[35] Cf. ad es. fol. 39, 41-v, 55v.

[36] V. fol. 36v, 41v, 51v, 56v, 58v.

[37] Le annotazioni si trovano, rispettivamente, ai fol. 52v e 53.

[38] Sull’Expositio ad Librum Papiensem, “analitico commento dell’intera raccolta normativa” (così E. Cortese, Il diritto ..., vol. II, p. 21), edita insieme al Liber Papiensis da Boretius, in M.G.H., Leges ..., pp. 290-585, si veda Enrico Besta,“La Expositio ad Librum Papiensem”, in Annali delle Università toscane, vol. 31 (1912), pp. 3-87, l’ormai classico Giovanni Diurni, L’Expositio ad Librum Papiensem e la scienza giuridica preirneriana, Roma, 1976 (Biblioteca della Rivista di storia del diritto italiano, n. 23), e Antonio Padoa Schioppa, “La cultura giuridica”, in Storia di Pavia, vol. II, L’alto medioevo, Milano, 1987, pp. 219-235, alle pp. 225-231.

[39] V. M.G.H., Leges ..., p. 510.

[40] V. M.G.H., Leges ..., p. 537.

[41] E’ uno dei giuristi di cui nell’Expositio ad Librum Papiensem vengono riportate le opinioni e che si distingue per la sua “estrema lucidità nell’affrontare l’esegesi del testo”. Dimostra di avere una buona preparazione basata sullo studio delle arti liberali e di conoscere le fonti del diritto romano, fatta eccezione per il Digesto (v. G. Diurni, L’Expositio ad Librum Papiensem ..., pp. 199-200; la citaz. è a p. 200). Sulla sua possibile identificazione con un Vuilelmus iudex presente ad un placito del 1054 tenuto da Enrico III a Zurigo, cf. da ultimo G. Nicolaj, Cultura e prassi ..., pp. 29-30 nt. 71.

[42] Milano, Archivio di Stato, Museo Diplomatico, cart. 21 al 1081 ottobre (Otto causidicus et notarius Sacri Palatii); cart. 22 al 1087 gennaio (Otto notarius et iudex Sacri Palatii); cart. 24 al 1096 giugno (Otto notarius Sacri Palatii).

[43] Milano, Archivio di Stato, Museo Diplomatico, cart. 21 al 1081 febbraio.

[44] Ugo notarius fu attivo tra il 1103 dicembre 7 (Piacenza, Archivio capitolare di S. Antonino, perg. n. 589) e il 1133 marzo 10 (Piacenza, Archivio capitolare di S. Antonino, perg. n. 630). Ho consultato i documenti dell’Archivio capitolare di S. Antonino di Piacenza sulle riproduzioni conservate presso il Dipartimento storico-geografico dell’Università di Pavia e per questo ringrazio il prof. Ettore Cau e il prof. Michele Ansani.

[45] Milano, Archivio di Stato, Pergamene per fondi, Mantova-San Benedetto di Polirone, cart. 205, nn. 1-19.

[46] Il ruolo di punta che l’ambiente giuridico piacentino giocò già in epoca altomedievale nell’ambito della creazione e fissazione di nuove figure processuali quali l’investitura salva querela e l’ostensio chartae, è stato sottolineato da G. Nicolaj, “Formulari e nuovo formalismo ...”, pp. 353-354 e 361.

[47] Su queste scuole, ‘minori’ rispetto al centro bolognese ma più sensibili rispetto ad esso alle esigenze della pratica, tanto da coltivare una forte tradizione di insegnamento delle arti del Trivium (soprattutto gramatica e rethorica) e da divenire quindi luoghi di produzione di una ricca letteratura processualistica, cf. Giorgio Cencetti, “Studium fuit Bononie. Note sulla storia dell’Università di Bologna nel primo mezzo secolo della sua esistenza”, in Studi medievali, ser. 3a, vol. 7 (1966), pp. 781-833, ora in id., Lo Studio di Bologna. Aspetti, momenti e problemi (1935-1970), a cura di Roberto Ferrara, Gianfranco Orlandelli e Augusto Vasina, Bologna, 1989, pp. 29-73; E. Cortese, Il Rinascimento..., pp. 35-42 poi sviluppato in E. Cortese, Il diritto..., vol. II, pp. 103-172.

[48] Molto brevemente, a questo proposito, mi limito a rimandare ad Alfred Overmann, La contessa Matilde di Canossa. Sue proprietà territoriali. Storia delle terre matildiche dal 1115 al 1230. I regesti matildici, Roma, 1980, pp. 15-17, ad Arnaldo Tincani, “Le corti dei Canossa in area padana”, in I poteri dei Canossa. Da Reggio Emilia all’Europa, Atti del Convegno internazionale di studi (Reggio Emilia-Carpineti, 29-31 ottobre 1992), a cura di Paolo Golinelli, Bologna, 1994, pp. 253-278 e, infine, a Odoardo Rombaldi, “I monasteri canossani in Emilia e Lombardia”, ibid., pp. 279-307.

[49] Il placito è edito in J. Ficker, Forschungen ..., pp. 135-136, e I placiti del “Regnum Italiae”, a cura di Cesare Manaresi, vol. III/2, Roma, 1960 (Fonti per la storia d’Italia, 97**), n. 478, pp. 432-434. Sull’epilogo di Garfagnolo, quale contraltare della procedura e della sentenza di Marturi, v. A. Padoa Schioppa, “Le rôle du droit savant...”, pp. 352-355 e G. Nicolaj, Cultura e prassi ..., pp. 73-74 e nt. 196.

[50] Ubaldo da Carpineti, legis doctor, iudex, causidicus, tra il 1075 e il 1115 fu uomo di fiducia di Matilde di Canossa, tanto da essere l’unico laico a partecipare al colloquium di Carpineti, a parte Guelfo di Baviera, marito della contessa. Più diffusamente, cf. Johannes Fried, Die Entstehung des Juristenstandes im 12. Jahrhundert. Zur sozialen Stellung und politischen Bedeutung gelehrter Juristen in Bologna und Modena, Köln-Wien, 1974 (Forschungen zur neueren Privatrechtsgeschichte, band 21), pp. 17, 47 e sgg.

[51] Bono di Nonantola, advocatus e poi iudex, attivo tra il 1076 e il 1113 nei tribunali canossani nel Reggiano, nel Modenese e in Toscana; su di lui v. Carlo Guido Mor, “I giudici della contessa Matilde e la rinascita del diritto romano”, in Studi in memoria di Benvenuto Donati, Bologna, 1954 (Pubblicazioni della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Modena, n. s., 15-18), pp. 43-59, a p. 45 e J. Fried, Die Entstehung des Juristenstandes..., p. 30.

[52] Su Irnerio e sulla sua attività di giurista ‘sul campo’, cf. Enrico Spagnesi, Wernerius Bononiensis iudex. La figura storica di Irnerio, Firenze, 1970 (Accademia toscana di scienze e lettere “La Colombaria”, Studi, XVI).

[53] “dominus Wernerius libros legum, qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat, ad petitionem Matilde comitisse renovavit”: così racconta il Burchardi praepositi Urspergensis Chronicon, zweite Auflage, hgb. von Oswald Holder-Egger und Bernard von Simson, Hannover und Leipzig, 1916 (M.G.H., Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum separatim editi), p. 15. Sul carattere e la portata della petitio matildica, cf. da ultimo G. Nicolaj, “Ambiti di copia ...”, p. 143.

[54] V. fol. 1v, 2-v, 9v, 10-v, 11, 12v, 23, 27v, 36, 68v.

[55] “Iste liber est monasterii Casinensis. N° 874” sul margine inferiore di fol. 1. A conferma della sua datazione v. Elias Avery Lowe, The Beneventan script. A history of the south Italian minuscule, second edition by Virginia Brown, vol. I, Roma, 1980 (Sussidi eruditi, 33), p. 72.

[56] Sulla decadenza culturale del monastero cassinese a partire dalla fine dell’XI sec., per il prevalere dei suoi interessi temporali, cf. Guglielmo Cavallo, “Aspetti della produzione libraria nell’Italia meridionale longobarda”, in Libri e lettori nel medioevo. Guida storica e critica, a cura di Guglielmo Cavallo, Roma-Bari, 1983 (Universale Laterza, 419), pp. 119 e sgg.

[57] Così si legge nel prologo ai capitula di Adelchi, in M.G.H., Leges ..., p. 210.

[58] Per il carme si veda Die lateinischen Dichter des deutschen Mittelalters, vol. V, 1-2, hgb. von Karl Strecker, München, 1978 (M.G.H., Poëtae latini medii aevi, V,1-2), pp. 413-414. Attribuito ad un anonimo del X sec., il carme è stato definitivamene attribuito ad Erchemperto da Ulla Westerbergh, “Erchempert, a Beneventan poet and partisan”, in Beneventan ninth century poetry, Stockholm, 1957 (Studia latina Stockholmiensia, IV), pp. 8-29.

[59] Cava dei Tirreni, Archivio della Badia della SS. Trinità, n. 4. Per la struttura e la datazione del codice, cf. quanto riferito da Bluhme in M.G.H., Leges ...., pp. XXX-XXXIV, G. Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften ..., ad locum,  e E. A. Lowe, The Beneventan script. A history of the south Italian minuscule, second edition by Virginia Brown, vol. II, Hand-list of  Beneventan manuscripts, Roma, 1980 (Sussidi eruditi, 34), p. 31. Inoltre, il ms. Madrid, Biblioteca Nacional, n. 413, con le sole Leges Longobardorum, in beneventana del tipo di Bari dell'XI sec. e che, secondo Guglielmo Cavallo, sarebbe stato esemplato da un archetipo del IX sec. prodotto nella Langobardia minor, potrebbe costituire un ulteriore esempio della circolazione del testo legislativo longobardo in Italia meridionale anche in epoca altomedievale (cf. Guglielmo Cavallo, “Per l’origine e la data del cod. Matrit. 413 delle Leges longobardorum”, in Studi di storia dell’arte in memoria di Mario Rotili, vol. I, Napoli, 1984, pp. 135-142, alle pp. 139 e sgg.); un’ipotesi che sarebbe ulteriormente avvalorata dal prologo delle leggi di Adelchi, in cui solo l’Editto dei re longobardi e le leggi di Arechi II sono considerati legislazione valida per le popolazioni longobarde del Sud, cf. M.G.H., Leges ..., pp. 210, e su questa linea Paolo Delogu, “La giustizia nell’Italia meridionale longobarda”, in La giustizia nell’alto medioevo ..., pp. 257-312, alle pp. 295-300.

[60] Cava dei Tirreni, Archivio della Badia della SS. Trinità, n. 4, fol. 193-198v.

[61] Cava dei Tirreni, Archivio della Badia della SS. Trinità, n. 4, fol. 199-200v.

[62] Basti vedere Nicola Cilento, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966, pp. 103-120 e 175-189.

[63] Carlo di Tocco, studente poi professore a Piacenza; sulla sua figura di artefice dello spostamento dell’epicentro della scienza longobardistica da Nord a Sud e di autore di una glossa alla Lombarda che per importanza corrisponde a quello di Accursio al Corpus iuris civilis, v. Guido Astuti, “L’apparato di Carlo di Tocco alla Lombarda”, prefazione a Leges Longobardorum, cum argutissimis glosis d. Caroli de Tocco, (Venetiis, 1537), rist. anast., Torino, 1964, pp. 5-35 ora in id., Tradizione romanistica e civiltà giuridica europea. Raccolta di scritti, a cura di Giovanni Diurni, vol. I, Napoli, 1984 (Ius nostrum, 2a serie, 1.I), pp. 145-169 ed E. Cortese, Il diritto ..., vol. II, pp. 332-335.

[64] Sulla figura di Roffredo di Epifanio, discepolo di Carlo di Tocco a Piacenza e poi, a sua volta, professore a Bologna e ad Arezzo, altra zona di forte cultura giuridica longobardistica, si veda E. Cortese, Il diritto ..., vol. II, p. 128 e sgg. e da ultimo Giovanna Nicolaj, “Forme di studi medievali. Spunti di riflessione”, in Miscellanea Domenico Maffei dicata. Historia - Ius - Studium, a cura di Antonio García y García e Peter Weimar, vol. III, Goldbach, 1995, pp. 183-217, alle pp. 189 e sgg. poi rist. in L’Università e la sua storia. Origini, spazi istituzionali e pratiche didattiche dello Studium cittadino, Atti del Convegno di studi (Arezzo, 15-16 novembre 1991), a cura di Paolo Renzi, s. l., 1998, pp. 59-91, alle pp. 63 e sgg.

[65] V. M.G.H., Leges ..., p. 418.

[66] V. sopra p. 000.

[67] Già rilevato da Giovanni Merkel, “Appunti per la storia del diritto longobardo”, appendice a F. Carlo de’ Savigny, Storia del diritto italiano nel medio evo, trad. it. di Emmanuele Bollati, vol. III, Torino, 1857 (rist. anast. Roma, 1972), pp. 9-49, a p. 31, il collegamento al Liber Papiensis è stato inoltre motivato con il “richiamo nel corso dell’opera alle leggi precedenti o posteriori, che, diversamente, nella Lombarda sono inserite rispettivamente in titoli ed in leggi successivi o precedenti, il commento di prologhi premessi dai vari legislatori alle loro leggi esclusi nella Lombarda, il richiamo infine del commento a leggi precedenti inserite nella Lombarda successivamente”, da G. Diurni, L’Expositio ad Librum Papiensem ..., pp. 30-31.

[68] V. G. Diurni, L’Expositio ad Librum Papiensem ..., p. 56 e A. Padoa Schioppa, “La cultura ...”, p. 226.

[69] V. G. Nicolaj, Cultura e prassi ..., pp. 28 e sgg.

[70] Napoli, Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, Brancacciano I.B.12 (olim Branc. II.B.28); sul codice v. Boretius e Bluhme in M.G.H., Leges ..., pp. LXI e CII, G. Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften ..., ad locum, E. A. Lowe, The Beneventan script ..., vol. II, p. 105 e G. Nicolaj, “Ambiti di copia ...”, pp. 138-139 e nt. 79.

[71] Entrambi gli incipit e Roth. 1 a fol. 1.

[72] Dopo Otto I, 12 e seguito da un breve motto in esametri: “Contemptor legis ducatur ad atria regis” (fol. 195v).

[73] Quest’ultima datazione è di G. Nicolaj, “Ambiti di copia ...”, pp. 138-139 e nt. 79.

[74] Si vedano i margini dei fol. 31v-47 e 103, completamente occupati dalle annotazioni di una mano corsiva della seconda metà circa del XIII sec.

[75] Le possibili connessioni tra Lombarda ed Expositio sono già state segnalate da Diurni, anche se per manoscritti più tardi rispetto al Cassinese 328, in G. Diurni, L’Expositio ad Librum Papiensem ..., p. 31 nt. 2 e p. 101.

[76] In questo senso si veda Caterina Tristano, “Scrittura beneventana e scrittura carolina in manoscritti dell’Italia meridionale”, in Scrittura e civiltà, vol. 3 (1979), pp. 89-150, alla p. 142.

[77] Su questa impostazione prevalsa negli studi paleografici degli ultimi cinquant’anni v. Armando Petrucci, “Postilla alla questione: ‘beneventana’ e non ‘beneventana’ nei documenti dell’Italia meridionale”, in Archivio storico per le provincie napoletane, n. s., vol. XLI (1961), pp. 169-174, Alessandro Pratesi, “La scrittura latina nell’Italia meridionale nell’età di Federico II”, in Archivio storico pugliese, vol. XXV (1972), pp. 299-308, C. Tristano, “Scrittura beneventana e scrittura carolina ...”, Maria Galante, “Un necrologio e le sue scritture: Salerno, secc. XI-XVI”, in Scrittura e civiltà, vol. 13 (1989), pp. 49-238; Francesco Magistrale, “Fasi e alternanze grafiche nella scrittura documentaria: i casi di Salerno, Troia e Bari”, in Civiltà del Mezzogiorno d’Italia. Libro scrittura e documento in età normanno-sveva, Atti del Convegno dell’Associazione Italiana dei Paleografi e dei Diplomatisti (Napoli-Badia di Cava dei Tirreni, 14-18 ottobre 1991), a cura di Filippo D’Oria, Salerno, 1994 (Cultura scritta e memoria storica. Studi di Paleografia Diplomatica Archivistica, I), pp. 169-196.

[78] Benevento, Biblioteca capitolare, vol. 376, n. 49 (giugno 1121).

[79] Benevento, Biblioteca capitolare, vol. 376, n. 9 (novembre 1136).

[80] Benevento, Biblioteca capitolare, vol. 388, n. 12 (marzo 1141). Ringrazio qui il dott. Enzo Matera che mi ha permesso di consultare le riproduzioni dei documenti conservati presso la Biblioteca capitolare di Benevento, di prossima pubblicazione in Le più antiche carte del Capitolo della Cattedrale di Benevento (668-1200), in corso di stampa.

[81] Sullla figura del giudice ai contratti, e in particolar modo sulla natura del ruolo da lui ricoperto, cf. Mario Amelotti, “Il giudice ai contratti”, in Civiltà del Mezzogiorno ..., pp. 359-367, Giovanna Nicolaj, “Il documento privato italiano nell’alto medioevo”, in Libri e documenti d’Italia: dai Longobardi alla rinascita delle città, Atti del Convegno nazionale dell’Associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti, Cividale, 5-7 ottobre 1994, a cura di Cesare Scalon, Udine, 1996 (Libri e biblioteche, 4), pp. 153-198, a p. 189, e poi ancora, ultimamente, Giovanna Nicolaj, “Originale, authenticum, publicum: una sciarada per il documento diplomatico”, in Scrineum, 2 (2000), <URL:http://dobc.unipv.it/scrineum/nicolaj.html>.

[82] V. sopra p. 000.