Scrineum Biblioteca



 

 

 

 

 

Giovanna Nicolaj

Sentieri di diplomatica.

Pubblicato in «Archivio Storico Italiano», CXLIV (1986), pp. 305-331.

La diplomatica è una disciplina tanto antica e onorevole, carica di esperienze e di glorie; ma essa è anche, stranamente, tanto giovane, quasi come ancora in attesa di essere condotta al ballo delle scienze storiche e delle metodiche di ricerca attualmente più corteggiate: forse perché è rimasta discosta dai sonori dibattiti storiografici del nostro secolo, forse perché ha seguito il suo cammino laborioso, sottraendosi un po' a riflessioni generali e pubbliche su passato e futuro, o a quelli che si dicono dibattiti metodologici.
   È soltanto a richiamo d'attenzione, però, che si diffondono qui due interventi in proposito; questi sono diversi per occasioni e per tempi ma al fondo uniti e consonanti: il secondo di essi è una relazione tenuta al III Convegno dell'Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Perugia 28-30 marzo 1985, sul tema Paleografia, diplomatica, codicologia e storia sociale; il primo risale a qualche anno fa, ad una mattinata di studi dedicata al ricordo di Giorgio Cencetti per iniziativa dell'Istituto di paleografia dell'Università «La Sapienza» di Roma. Quest'ultimo non vuole seguire le linee di una biografia dello studioso ne di una bibliografia dei suoi scritti [1] ma vuole essere un tentativo di cogliere i significati e i valori di una posizione storiografica e di una ricerca, ancora così attuali e così dense di ammaestramenti e suggerimenti per tutti [2].

1. La diplomatica di Giorgio Cencetti

Giorgio Cencetti si laurea in giurisprudenza nel 1929, si iscrive quindi alla Facoltà di Lettere, nella quale sosterrà tutti gli esami senza però laurearsi, vince infine il concorso per gli Archivi di Stato nel 1933 - destinazione l'Archivio di Stato di Bologna: sono pochi dati e ripetuti, ma necessari ad avviare qualunque percorso attraverso la sua attività di diplomatista.
   Così come è importante sottolineare che questa attività prende via via nutrimento e forma nel lavoro duro di anni di ricerca sul campo, «anni faticosi, ma sereni e cari a ricordare» come scriverà più tardi: «in una Bologna con un metro di neve per le strade, alle nove in Archivio; alle nove e dieci giù nei depositi a tirar fuori un volume dopo l'altro, una perga­mena dopo l'altra per capire che cosa fossero, che cosa voles­sero dire», e così «fino alle quattro e mezzo. Poi di corsa in biblioteca e, carico di grosse edizionacce del Cinquecento, ancora a casa, a lavorare ...; mezz'ora d'intervallo per la cena e poi ancora sui libracci fino alle undici».
   Dal 1933 cominciano ad apparire le prime edizioni di carte bolognesi dei secoli X e XI, inframmezzate a studi diretti alla storia bolognese, alla storia degli archivi, alla storia della scrittura, alla analisi di un istituto come quello dell'enfiteusi seguito negli statuti, nelle teorie dei glossatori e dei commentatori, nelle carte. Bisogna pur accennare a queste ricerche parallele, perché la diplomatica cencettiana è faccia speculare e risultato di una curiosità intellettuale e storica che insegue e dipana contemporaneamente innumerevoli fili.
   Se la sede di Bologna e già i suoi primi lavori determinano l'interesse preminente dello studioso per il documento privato e la documentazione settentrionale, la sua originaria formazione giuridica, apertasi per tempo e travasatasi nei campi delle discipline filologico-storiche, fa sì che un documento, una serie di documenti, un fondo d'archivio non possano non essere intesi che come espressione di una realtà variegata e multiforme da indagarsi globalmente, che le forme della documentazione, og­getto specifico degli studi diplomatistici, non possano enuclearsi da un tessuto di contenuti, di valori e significati che soli possono storicizzarle.
   Bisognerebbe allargare il discorso all'insegnamento di Federici, alla colleganza fraterna con Bartoloni, al magistero lon­tano ma non per questo meno presente di Schiaparelli, all'ami­cizia con Torelli. Non potendolo fare, credo che si possa para­frasare per la diplomatica cencettiana quello che Cencetti stesso scrisse per la paleografia; che se la diplomatica è strumentale e ausiliaria della storia, della storia del diritto e così via, quelle scienze sono a loro volta strumentali di essa. Di qui lo svolgersi delle sue ricerche lungo tre tracciati, a voler schematizzare.
   Infatti, se, come scrive, «notariato e istrumento notarile sono la più efficace e brillante soluzione di un problema che ha affannato tutte le civiltà, appena sono giunte a una certa maturità di sviluppo, appena, cioè, si sono rese conto preciso che la vita sociale è un tessuto fittissimo di rapporti giuridici, gran parte dei quali posti in essere dalla volontà dei singoli componenti il corpo della società, che sente perciò la neces­sità profonda di assicurare e certificare le dichiarazioni dei privati affidate alla scrittura, in modo che possano ottenere il dovuto riconoscimento nell'ambito dei diversi ordinamenti giu­ridici» [3], allora l'attenzione si volge alla natura degli atti documentati (e di qui gli studi sull'enfiteusi o comunque la co­stante considerazione dei contenuti giuridici), al valore giuridico della documentazione (e quindi le ricerche sulla charta augustana o sulle note dorsali bolognesi e pistoiesi), al problema generale infine del notariato italiano, affrontato da punti di osservazione diversi e funzionali l'uno all'altro, e ancora se­guito per tappe definite e successive di un ‘continuum’ sto­rico: dall'indagine filologica e storico-giuridica sui pezzi pro­dotti dal notariato stesso al suo evolversi come istituzione, esso è studiato nei suoi rapporti con la città e l'Università, nel suo calarsi in un uomo come Rolandino — «uomo vero e con­creto ... con il sangue che pulsa caldo nelle vene e il pensiero che permea le cellule del cervello, l'uomo vivo in una vita che è lotta ed azione e si svolge in un tempo e uno spazio reali, non tra scenografiche quinte di un fondale disegnato e colorito dalla nostra fantasia o nel leccato paesaggio di un quadro ro­mantico» [4] —, è studiato ancora, quel notariato, nel suo am­bientarsi in un Palazzo che viene ricostruito pezzo per pezzo e ridisegnato nelle sale, nelle scale, nelle botteghe a pianterreno, nelle vie circostanti.
   Se questi sono gli angoli visuali, essi sono ripercorsi da Cencetti nel loro evolversi. Ricorrono spesso nella diploma­tica cencettiana, come negli altri suoi campi di ricerca, i ter­mini svolgimento, evoluzione, processo storico; il singolo documento non è se non un punto di una linea ininterrotta, ed è esemplare in questo senso lo studio sulle rogationes bolo­gnesi fra X e XII secolo, dove, se sono scavati i momenti di un processo di tre secoli, quel processo non perde neanche di vista il tabellione romano e il notaio dei tempi moderni.
   Certo, c'è uno storicismo di Cencetti, come si sostiene; ed è uno storicismo originale e non di maniera, che - a far parlare ancora Cencetti stesso - non ha mai «posto per preconcetti ne per trascendenze» [5] e non paga il prezzo di scelte, arbitri ed astrazioni, ma rimane fortissimamente radicato ai fatti e alle fonti: è emblematico in questo senso che il suo ultimo lavoro sia di nuovo un'edizione di carte, quelle carte di Sassovivo, lette rilette e torturate nell'ansia mai risolta di afferrare altre certezze.
   Se si volessero indicare i segni di un'attività appena sfio­rata qui, parlerei per la diplomatica cencettiana di attualità e difficoltà. Attualità dell'approccio: quando si fa scoperta e si teorizza, oggi, di interdisciplinarietà, di spie della storia o delle storie, di storia globale, rimango sempre un po' per­plessa. Difficoltà: intanto, forse, difficoltà di lettura e di uso, perché gli studi cencettiani si presentano sempre levigati, come scrive lui stesso, «da una feroce esigenza di chiarezza ... para­digma esteriore di chiarezza interiore» («mi pento, correggo ... riscrivo da capo, potando, spostando, riassumendo, uso for­bici e colla»); ma sono quadri (e penso, per esempio, alle sintesi di storia del notariato) che, nella loro nitidezza, si compongono di enormi materiali conosciuti e si disegnano nelle linee di una riflessione continuamente sottoposta a verifica (per esempio, mi è capitato di sottovalutare un suo rapido schizzo sul tabellionato e il documento neoromano, ma una rilettura delle fonti, pur dicendo molte più cose, non ha ag­giunto di più alla somma finale; così, ancora per esempio, mi chiedo quanto sia saltata poi veramente la linea Schiaparelli-Cencetti sulle tappe del notariato italiano in seguito alle anti­cipazioni di Costamagna).
   Difficoltà, ancora, di battere le stesse strade: se è già arduo e problematico il possesso sicuro di materiali e logiche appartenenti a discipline diverse dalla propria, questi poi da Cencetti non sono mai assommati o giustapposti, ma superati ed evo­luti, vorrei dire bruciati da una lettura dei fatti, delle fonti o di un problema sempre diretta, immediata, unica e irreperibile nel suo momento. Intuizione? momento di sintesi? Certo, ma forse anche qualcosa d'altro.
   Posso sbagliare, ma a mio parere alla radice delle letture cencettiane - dalla edizione di un documento all'esegesi di una formula, dalla soluzione di un problema cronologico alla ricostruzione dell'evolversi del documento privato -, accanto ad una cultura vasta, mai di seconda mano, mai orecchiata, accanto ad un metodo severo, intransigente, che non ammette superficialità o sbavature, stanno una straordinaria e luminosa li­bertà intellettuale e morale, lo sconto preventivo e consapevole dei limiti, degli errori e delle cadute, il rispetto per gli uomini e le cose (mi viene in mente una sua Elegia della macchina da scrivere, ascoltata da lui nei suoi umori, capricci e dispetti), una sempre vergine curiosità intellettuale ed umana da vian­dante della storia, una tenerezza profonda, costante e sorridente per la vita. E queste cose, forse, nessun metodo le può insegnare.
   Credo, comunque, che la cifra della diplomatica cencettiana stia proprio qui, nel magico comporsi di tanti echi: per queste vie, la eventuale astrattezza, pur affascinante, della storia del diritto si riempie della concretezza della prassi offerta dalla documentazione e, d'altra parte, gli episodi della prassi si collocano con chiarezza sullo sfondo degli ordinamenti; il rigore del metodo o il peso dell'erudizione si stemperano nell'umanità del narratore che ama Cardarelli e Montale; l'analisi di feno­meni di civiltà si fa storia nell'attenzione al singolo, al piccolo e umile, al particolare; per queste vie, lo storicismo come categoria filosofica viene tenuto sotto strettissimo controllo dallo scienziato, viene assunto a propria misura dall'uomo che nell'età razionale della maturità, come scrive a cinquant'anni, «continua a rimanere prigioniero» dell'età favolosa dell'in­fanzia e dell'età estatica dell'adolescenza; quello storicismo viene filtrato dallo studioso che - fra la trascrizione di un do­cumento e la rilettura d'un formulario notarile - gioca a com­porre un sonetto sul Bar dei notai (e ci perde mezza mattinata) o gioca al Maigret del caso, quel commissario di polizia con il quale si sente connivente perché come lui sbuffa alle definizioni di metodo e ai risultati di laboratorio e pretende invece di fiutare le situazioni, gli ambienti, le persone. Così piegati e temperati, storicismo, erudizione e metodi vengono usati come strumenti dal ricercatore per penetrare «quel documento, che - è ancora Cencetti che parla - per se stesso è muta spoglia di un morto passato, incapace di dire alcunché se, rivivendolo, lo storico non gli dà parola» [6].

2. Diplomatica e storia sociale

La diplomatica tradizionale, storico-erudita e di matrice giuridico-positivista, quella diplomatica che tanto ha scavato e ricostruito nelle poderose memorie della nostra storia per grandi ricercatori quali Schiaparelli o Bartoloni, Piattoli o Cencetti, Battelli o Pratesi, a citare solo alcuni degli italiani, è sollecitata da alcuni anni ad aprirsi al rapporto con altri ambiti del sapere, alla storia sociale, appunto, e alle scienze dell'uomo che vi confluiscono, o anche a quelle metodologie e discipline formali nelle quali pure, secondo la denuncia dell'Institut für Sozialforschung di Francoforte espressa per Horkheimer e Adorno, si è frantumato il «momento» teoretico della scienza sociologica [7].
   Questi inviti ripetuti, e talvolta perentori, non pongono la questione di un rapporto fra documento e società — ciò sarebbe banale e sarebbe stato scontatissimo per un Arangio-Ruiz o uno Schiaparelli; né penso che vogliano chiedere attenzione a quella problematica storica che le scienze sociali hanno avuto il me­rito di arricchire e i cui spunti sono ormai parte di ogni ap­proccio articolato e consapevole. Chiedono allora, come segnala anche il programma di questo convegno, che si superino le tradizionali frontiere delle regioni scientifiche, che si «eviti di isolare» il proprio oggetto d'indagine, « in favore di una considerazione totale, o tendenzialmente tale, degli elementi che concorrono a determinare il sociale».
   Di primo acchito sarebbe facile ribattere che, allora, è ‘il sociale’ a divenire oggetto di ricerca, quel sociale che è stato ripetutamente pensato e definito come proprio oggetto da una filza di sociologi, da Comte a Spencer, da Durkheim a Weber e via seguendo; o verrebbe facile rispondere che «il concetto di totalità» sarebbe bello, se non fosse «degenerato (e cito ancora i padri della scuola sociologica di Francoforte) a frase retorica» e che non c'è nessuno che non sappia che le riparti­zioni disciplinari esistono solo in quanto «non si può ignorare la divisione scientifica del lavoro senza cadere nel caos» [8], o almeno (aggiungerei io) nell'approssimazione.
   Certo, non esiste una diplomatica pura, come non esistono una «sociologia pura ... una pura storia, psicologia o econo­mia» [9]; d'altra parte l'«avventura» delle Annales risale ormai al 1929 [10]. Ma il problema è e resta: c'è per la diplomatica una strada maestra e, se sì, essa è già tutta percorsa? Ovvero, in che misura possiamo perdere d'occhio questa strada senza perde­re non tanto d'autonomia, che mi sembra un falso problema di permalosità, quanto della specialità necessaria alla disciplina o addirittura, forse, cadere nell'errore?
   Che significa perciò la congiunzione, o l'endiadi, di diplomatica e storia sociale?
   Prendiamo la diplomatica del documento privato e la sto­ria del notariato, che sembrano essersi finora più prestate a sortite e aperture sulla storia sociale. Raccordare le due potrà intanto consistere nel cercare di usare i metodi della storia sociale, che sono fondamentalmente — come è noto — quantita­tivi e statistici, e perciò a caratteristiche e fini generalizzanti e omogeneizzanti, o che sono quel procedere per «analogie fittizie» che dice Postan [11]. Quel metodo che non mi spaventa granché perché schiaccia «il carattere unico e irrepetibile degli avvenimenti storici», ma che intanto ha comunque un «ca­rattere personale, soggettivo», come già avvertiva Chabod [12], e che inoltre mi delude molto se mi sembra non aggiungere poi tanto a quanto già sapevo e non punta al nodo di problemi aperti, ovvero mi distorce quel poco che so: per esempio, le percentuali chierici/laici fra i notai, pescate in quella lunga epoca che precede la formalizzazione dell'istituto e la costitu­zione del ceto, nella quale chi sa scrivere (e usa un formulario ed è avvisato dell'esistenza di norme) può fare e fa poi spesso il notaio - e i chierici sono l'altra metà del mondo scrivente -; o le connotazioni sociali rilevate per notai dediti alla profes­sione in città in espansione demografica e urbanistica o per notai ritrovati fra i soliti boni homines e talvolta rivolti ad affari immobiliari in ambienti rurali [13] aggiungono qualcosa a quanto si sapeva? O quei tanti notai rastrellati alla spicciolata nell'amministrazione pubblica della Sicilia di fine Duecento o negli uffici e nella burocrazia del regno angioino-aragonese [14] non ce li aspettavamo forse e motivano più a fondo - forse per peculiarità e compattezza di ceto a fronte della problematica di campo pubblicistico - la loro presenza in quegli uffici? Op­pure, a rovescio e per altri metodi, quel notariato che, nella Firenze medicea e nel raccordo con le nascenti istituzioni statali, viene decodificato, come si usa dire oggi, da un'analisi di tipo strutturalista come forza trainante nella costruzione di un primo apparato statale, unitario e sistematico [15], non viene forse esaltato e conchiuso in uno schema raffinato e forse compiaciuto, e però un po' astratto e astorico sia nella esegesi delle fonti sia nell'appannamento della prospettiva più complessa, e più reale, che è quella della nascita dello Stato moderno?

Ma raccordare diplomatica e storia sociale può significare qualcosa di più che il tentativo di usare metodi non derivati dalla nostra disciplina; può significare trasmutarne l'oggetto: per esempio, da ultimo si ripropone il tema della «funzione» della documentazione «nell'ambito della società produttrice e ricevente» [16], con un ricalco di quella « funzione sociale dei documenti » che già Šebánek vent'anni fa poneva a «postulato teorico della diplomatica marxista» [17]; oppure, ancora in me­rito al notariato, si è auspicato l'allargamento della ricerca al tema del ceto, proiettando il notariato stesso verso il «rap­porto ... col potere» e incardinandolo alla sua «funzionalità come supporto della classe dominante» e al «compito di ga­rantire l'ordinamento sociale costituito», da cui deriverebbero il suo «sostanziale moderatismo politico e civile» e il suo «ruolo ... strumentale, in direzione conservatrice, rispetto alle classi dominanti» [18].
   Ora, lo schizzo di un sistema siffatto, come modello di sistema, si pone senz'altro in una prospettiva sociologica; e se si può pensare che ciò costituisca un «allargamento di oriz­zonte oltre la dimensione specialistica», non si pretenda però di offrire un campo più ricco e fruttuoso alla propria disciplina: perché, proprio un Weber, da un lato, sottolinea come un fe­nomeno sia sociale solo per il taglio che il ricercatore gli attri­buisce, e che perciò l'analisi, ogni analisi, è sempre unilaterale e quindi niente affatto totale [19]; mentre ancora ultimamente un Capitani, d'altro lato, nell'introduzione a Die Gesellschaft in der Geschichte des Mittelalters del Bosl, deve concludere per tutta una storiografia «impregnata» di sociologia che «il tentativo ... di affermare la globalità dell'indagine non si è risolto per ora in altro che in una riproposizione di schemi: quando pur si è risolto in tal senso» [20]. Tant'è che uno schema strutturale come quello posto mi appare molto povero storicamente, quasi «cristallizzato» quan­to «il fatto sociale» del «razionalista» Durkheim [21], al di sopra di qualunque apporto individuale e al di qua di ogni divenire, di ogni farsi, insomma di ogni dinamica delle cose: in parole povere, in quello schema come rientra un Rolandino, piccolo e smilzo grande padre di notai, che dopo una vita isolatissima di meditazione e di studi si fa «capoparte e capo­popolo» [22] e vince una rivoluzione contro l'aristocrazia mili­tare? o quella rivoluzione la chiamiamo mobilità all'interno di una struttura, una struttura che vorrebbe sembrare più ricca e spessa di valenze ma il cui unico valore, e se permettete interesse, sembra essere quello, seducente, del potere? O in parole più larghe, come sta quel modello con una storia seco­lare della prassi documentaria e giuridica di notai, che dai lontani IV-V secolo spinge sulla norma - appannaggio dei cosiddetti dominanti - e la interpreta, o la modifica, o la crea addirittura e la inventa?
   Insomma, non vorrei che tutto si riducesse all'assunzione incauta di nomenclature, che pure all'interno delle rispettive discipline hanno una loro specificità concettuale, e finisse in mere locuzioni verbali e idola fori: tanto più in quanto anche le scienze sociali hanno le loro belle crisi, che - a sentire ancora Horkheimer e Adorno - rischiano di finire o già finiscono in «miopia» e «autosoddisfacimento accademico», o isterilisco­no in «fenomeni di facciata» e in «conformismo a carattere regressivo», o lievitano in una «sociologia formale», o si appiattiscono in una «somma di ‘regioni’ - le classi sociali, i ceti» e così via -, insomma in una «sociologia senza società», o si slabbrano in un diffuso «sociologismo» che certo serve «a rendere più maneggevoli i sistemi concettuali di cui ci si serve, ma assai meno a intendere le cose» [23].
   E allora le cose: certo un ceto notarile si è formato nei secoli, ma si è fatto attraverso un processo complesso e inesplo­rato, che rifiuta la statica di qualunque modello e comunque qualunque modello esterno a se stesso. E perciò, a non voler giocare con scatole vuote, se i ceti signorili di Violante e della sua scuola si connotano per una serie di elementi [24] rispetto, per esempio, alla linearità di un modello alla Otto Brunner [25], se le nobiltà di un Bloch e di un Febvre si schizzano, provvisoriamente e preventivamente alla verifica [26], per una somma di caratteri e soprattutto di problemi, se un più tardo patriziato, élite burocratica di uno Stato d'ancien regime, sta stretto, come sembra [27], nel modello del ‘sistema patrizio’ che oggi qualcuno vorrebbe teorizzare, vogliamo indagare e sondare nei fatti, prima di disegnarlo concettualmente, un eventuale fenomeno cetuale ipotizzato per il notariato?
   Potremmo partire, e sarebbe legittimo e già più persuasivo dato il nostro oggetto, dal ceto dei giuristi quale lo ha definito Cortese per i secoli centrali del Medioevo: fondato «sull'esistenza di un gruppo» più o meno coeso, esso si veste essenzial­mente della funzione che svolge, dell'ideologia che elabora - «un'etica tale da trasmutarsi almeno in parte in norme giuridiche» -, della collocazione sociale che la collettività gli dà con il «conferimento di una dignitas» e che «inclina a cristallizzarsi in uno status personale in parte giuridicamente definito, in parte affidato al mos, alle convenienze, all'etichetta» [28].
   Anche a partire da questi pochi ma precisi punti, c'è una massa di lavoro da fare. La coesione del gruppo, per esempio, la si dà quasi per scontata, ma non lo è affatto nel divenire della storia, nei «preliminari» lunghi che precedono il com­porsi del ceto o nelle «fasi critiche» [29] che un modello cetuale vorrebbe eliminare: la coesione dei tempi di Salatiele e di Rolandino - e già fra i due si dà una crisi culturale, politica, storica - sarà altra cosa dalla coesione dei secoli XI e XII ap­pena precedenti; tant'è che la «attività passiva propria del notariato» che nel caso astigiano vede Fissore a cavallo di quei due secoli perché, di fronte a una lacuna di documenta­zione notarile, trova una documentazione prodotta da giudici e da causidici [30] forse andrebbe riconsiderata, tenendo conto che in quel momento esiste solo, omogeneo e compatto, un gruppo di uomini di legge (giudici, notai, causidici, legis doctores e così via fino all'emblematico Irnerio), come è stato stu­diato, come si riscontra in Toscana [31] e poi un po' dovunque attraverso indagini biografiche e prosopografiche.
   La funzione, poi: per i secoli centrali del Medioevo l'ha intuita magnificamente nelle sue esibizioni politiche e pubblicisti­che Tabacco e verificata in quei «microcosmi» che vorrebbe Postan [32], l'ha ricostruita con dovizia Fissore nel microcosmo asti­giano e nello stesso filone pubblicistico [33], l'ha approfondita e al­largata Cortese [34]; e poi? Si potrebbe usare questa chiave per al­tre e diverse situazioni; si potrebbe allungarla, con gli adattamenti del caso, alla problematica del pubblico funzionario e delle burocrazie dei primi stati territoriali - altre «categorie elabo­rate dalle scienze sociali» e perciò da prendersi con tutta flessibilità [35]-, e, dopo, ai nodi duri dello Stato moderno.
   L'ideologia e la collocazione sociale, infine: se non vogliamo liquidarle qualunquisticamente in uno schema di conservazione e subordinazione, ma seguirle storicamente per realtà e percorsi precisi, sembra che anche qui ci sia molto da fare.
   A parte il fatto che resta tutta la preistoria del ceto. E soprattutto, resta fuori quell'elemento essenziale all'esistere del nostro ceto, e peculiare di esso, che è la sua cultura: una cul­tura che di volta in volta dà strumenti e luogo alle funzioni, dà materiali e appigli a quella che chiamiamo ideologia, dà giustificazioni e supporti alla collocazione sociale; quella cul­tura, poi, che è oggetto proprio della nostra disciplina e perciò dà basi e partenze non sbagliate alle nostre storie.
   Ora, pensiamo davvero che le indagini sulla cultura che si esprime nelle forme e nelle formule del documento privato - e un discorso parallelo potrebbe farsi per quello pubblico - abbiano detto tutto e siano incapaci di andare oltre?
   Intanto bisogna intendersi sul significato che di volta in volta diamo al termine di cultura. C'è una cultura grafica, che i paleografi conoscono bene, e che certo è il presupposto all'esistenza di un documento o di un notaio. C'è un'altra cultura, scolastica e strumentale anch'essa come quella grafica, che è conoscenza di un formulario e delle norme; quella cultura che forse non chiamerei giuridica, se non nei limiti di una tecnica, anche quando viene esibita a colpi di citazioni perché un ordi­namento meno organato di altri si preoccupa di richiederla [36]. C'è poi quella cultura, largamente nota, in forza della quale il notariato, sparso nel mondo popoloso del tardo Medioevo, scrive cronache e novelle e poesia, usa una scrittura tanto spigliata e ricca da essere adottata per i codici dei grandi e nelle edizioni di lusso, raccoglie biblioteche di opere tecniche e giuridiche ma anche letterarie, in latino e in volgare, fa parte di avanguardie culturali, su su fino ai Brunetto Latini e ai Coluccio Salutati; come intendere, allora, questa cultura notarile? Ecco, io penso che il curriculum scolastico per il notariato - a metà strada fra l'istruzione elementare, da un lato, e le scuole specialistiche, dall'altro, come quella togata dei giuristi - corri­sponda ora ad una buona istruzione superiore e coincida, per i suoi legami con la retorica risalenti al XII (e secondo me all'XI) secolo, con quelle arti del Trivio che sono « pur sempre il presupposto di ogni costruzione culturale», [37] e in questo senso parlerei di un filone di istruzione, del quale il notariato, certo, è principale tramite.
   Ma accanto e intessuta di queste facce di cultura - quella grafica, quella che definirei tecnica, e quella che direi propedeutica e generale - esiste a mio credere tutta una storia di cultura della prassi molto più ricca, peculiare e pregnante, che nel suo processo - nel suo nascere e nel suo svolgersi, nei suoi progressi e nei suoi ristagni, nelle sue sacche depresse o di immobilismo e nelle sue punte avanzante - è tutta da ricostruire; e, anzi, è prima ancora da riconoscere e da identificare: perché questa storia che possiamo ricostruire nelle linee della cul­tura, è quella più significativa del ruolo giocato dalla prassi nella società e nel corso dei tempi, è quella che più tocca i peculiari valori dell'oggetto che la Diplomatica studia - signi­ficati e valori che sono creazioni della nostra civiltà e allo stesso tempo artefici per la loro parte di essa.
   Voglio dire quella cultura della prassi che, nel campo privato, a fronte di una norma spesso aulica e impervia o vischiosa o carente, e comunque formalmente canonizzata, e accanto ad una vita associata di uomini, con le sue esigenze, i suoi inte­ressi, i suoi mutamenti nel trascorrere del tempo ma informe, ha rappresentato una mediazione enorme e una imponente interpretazione - proprio in termini di società, come società di diritto - di norme e interessi; quella media­zione che troppo spesso, mi sembra, non venga colta nella realtà del rapporto dialettico fra il susseguirsi delle forme e delle formule e il mutare degli ordinamenti nella norma, che di per sé sarebbe statica. O voglio dire quella cultura della prassi che, nel campo pubblicistico, ha espresso e formalizzato, ancora in termini di società, come società di istituzioni, tutto ciò che chiamiamo potere - nei suoi caratteri, competenze e rivendicazioni, nei tempi successivi della storia e nella varietà delle situazioni storiche di quel concetto.
   È quella cultura della prassi, per toccare dei punti che i diplomatisti conoscono sin dal livello manualistico ma che a mio parere andrebbero proprio da essi indagati e svolti, che pesa nella storia del negozio giuridico, perché spinge la sua parte verso un documento costitutivo o confirmatorio o dispositivo, che studiare ancora si voglia. Quando si cancellano le intuizioni di un Brunner e si parte dalle tesi pur brillanti di un Brandileone per accantonare una delle più importanti e inquietanti funzioni del documento - e guarda caso importante ancor oggi, pur in un regime di contratto assiomaticamente de­finito dal libero incontro di volontà -, si dimenticano tutte le insuperabili obiezioni di un Astuti, per esempio, e si dimentica soprattutto di verificare sulla documentazione la sostenibilità di quella tesi; oltretutto immiserendo la documentazione stessa, che invece nell'ambito della storia del negozio ha spessore e peso.
   O è ancora quella cultura della prassi che partecipa attivamente, e in certi momenti con apporti determinanti, alla elaborazione della funzione probatoria della documentazione: so bene che negli ultimi anni la diplomatica ha esaltato questo aspetto e ha dato alcune risposte che a molti sono sembrate definitive, seguendo strade che rinviano proprio al titolo di questa relazione. Ma quelle strade, che non toccano mai il cammino storico e la problematica più ampia e complessiva del processo e dei sistemi di prova - alla quale invece il tema probatorio della documentazione è indissolubilmente legato - mi sembrano fuorvianti, e i punti d'arrivo francamente mi lasciano molto perplessa; e di nuovo, mi sembra che rinunciare ad approfondire il nesso stretto fra documentazione e processo e sistemi di prova - nesso per il quale la prassi e il notariato hanno giocato forte e, viceversa, sono stati fortemente condi­zionati e poi definiti - significhi sradicare la documentazione dal terreno che l'ha nutrita e offuscarne se non addirittura es­siccarne gli elementi strutturali.
   Prendiamone due fondamentali, di quegli elementi, la fides e l'autenticità, e guardiamo alla semantica delle concettualizzazioni che ne sono state date dalla storiografia degli ultimi anni. Negli ultimi anni, l'uno e l'altro tema sono stati impostati e indagati dalla diplomatica nei termini e nel taglio della «cre­dibilità», e le fonti sono state lette e trattate con strumenti di intonazione vagamente psicologica e sociologica, arricchiti e motivati da quell'esuberante e grande conoscitore che è Costamagna da premesse di carattere epistemologico [38].
   Ma «credibilità» è solo una delle possibili traduzioni di fides; e il concetto costruitevi intorno mi appare fortemente scivoloso e poco preciso rispetto alle testimonianze delle fonti, che invece parlano di fides, appunto, e di autenticità.
   Dell'autenticità, che poi è seconda ad assumere rilievo storico di seguito al problema della fides, abbiamo nella nostra recente storiografia grosso modo tre concettualizzazioni.
   L'ultima neonata è quella di Petrucci che, passando attra­verso la semiologia di un Barthes, l'ha ricercata come rispondenza del documento alla verità ultima dell'evento testimo­niato, «mascherato» però nello scritto dal frapporsi di «ra­gioni», «alibi», «apparenze», filtri ideologici e così via; e naturalmente non l'ha trovata e ha scoperto L'illusione della storia autentica [39]. A parte il fatto che già tanti anni fa uno Chabod, per esempio, nelle Lezioni di metodo storico metteva in guardia sulla imperfetta oggettività dei documenti [40], ma poi, per restare alla diplomatica, davvero pensiamo che quella di Schiaparelli fosse «commovente nella sua disarmata ed orga­nica ingenuità» [41] e che lo studioso non sapesse che il docu­mento di un contratto di vendita o di una concessione del Principe rispondeva - come risponde oggi - all'azione giuri­dica, e cioè a un fatto così come si doveva formalizzare per le istituzioni e gli ordinamenti dell'epoca (atto scritto giuridico-storico lo chiama, infatti), ma le cui premesse e i cui risvolti, la cui realtà oggettiva se vogliamo abbandonarci un momento all'utopia positivista, ci sfuggono spesso inesorabilmente?
   Ma via, parliamo di diplomatica; e allora a noi è dato ricercare le corrispondenze e i nessi della documentazione con l'agire giuridico della società, ben sapendo che l'atteggiarsi giuridico dell'agire umano, se ha al fondo interessi concreti e vere motivazioni e rapporti - soggettivi, interpersonali e poli­tici -, ha per scopo, altrettanto vere, la validità e la tutela, e cioè, in definitiva, l'esistere e il resistere nella società.
   E allora veniamo ai concetti d'autenticità che ci riguardano, che mi sembrano trattati dalla recente storiografia con elastica disinvoltura quanto alla distinzione fra il concetto generale e generico di riferimento ad autore - che è poi quello di originalità ed è quello proprio di tutta l'età romana - e il concetto, storico invece e specifico, che verrà definito dalla civilistica e soprattutto dalla canonistica del XII secolo e dalla scienza notarile coeva; ma la distinzione va tenuta ben ferma, se del secondo vogliamo ricercare l'origine e l'evoluzione. E queste sono legate al problema della fides.
   Ma il tema della fides è stato anch'esso concettualizzato ultimamente tramite un'ottica preferenzialmente sociologica e con tagli prevalentemente psicologici o sociologici. Pratesi sostiene che la fides «come credibilità del documento ... scaturisce prima di ogni altra cosa da un atteggiamento di fiducia del pubblico verso il rogatario, da un clima di confidenza tra nego­ziatori e scrittori», che «il carattere di piena autenticità della carta ... scaturisce da una acquisizione successiva di prestigio da parte del rogatario» [42].
   Ecco, io penso a rovescio, che il problema del rogatario sia solo un corollario di quello del documento e che il tema della fides sia connesso direttamente con il tema della prova. Quella prova scritta che la prassi postclassica ha imposto nella civiltà occidentale e in merito alla quale la fides è precisata già dalle tante fonti della norma tardoantica, incalzata dalla pratica, come fiducia da prestare in processo alla testimonianza scritta e perciò, soprattutto e nell'accezione causale, come capacità di testimonianza dello scritto stesso, come vincolo della parola scritta a quanto dichiara e a se stessa, insomma come certa memoria bisognosa di garanzie.
   Né mi convincono a parlare di credibilità e di prova privi­legiata [43] le fonti altomedievali, della prassi e della norma: quando in un processo fortemente germanizzato e in un sistema di prove definito dal giuramento e dal duello, e cioè da quelle che Lévy chiama prove religiose e soprannaturali [44], la charta è, prima che prova, titolo giuridico, noi non possiamo parlare di prova tout court e per di più privilegiata: perché quella scrit­tura, in quella procedura, testimonia il fatto ma anche il diritto e non istruisce il processo ma lo termina; e viene risospinta verso arcaiche categorie di prova, e, nel mentre, s'allontana nel profondo il concetto razionale di fides.
   Né punterei sul prestigio notarile - un elemento che può riportarsi al modulo sociologico della «reciproca determinazione» o «interazione» fra individuo, gruppi e società [45] - per la soluzione del problema della fides e le scaturigini di questa. Certo, fra fine X e XII secolo il mondo cambia, si ripopola come vuole Lopez, e si modifica per le città che crescono e vanno verso il Comune, per i traffici che s'infittiscono, per i poteri e le autonomie politiche che scendono in campo; e in questo mondo il notaio guadagna peso e spazi. Ma il problema della documentazione e la sua soluzione, pur su quello sfondo, sono da riportare in primo luogo ad uno sforzo incredibile - cultu­rale, operativo e intellettuale - di quegli uomini di legge, con i notai in prima fila, che ora sì vanno coagulandosi in ceto, ad una performance straordinaria di quella cultura della prassi di cui si diceva. Il leit-motiv della memoria scritta che supera l’oblivio, che Petrucci sottolinea in arenghe di documenti del X-XI secolo, non svela «un importante mutamento della men­talità collettiva», tutto nuovo [46], ma è invece un prodotto di scuola e di cultura, un recupero importante di quel motivo giuridico già formulato dalla prassi tardoantica a caratterizzare la prova scritta come memoria sempiterna, per esempio in P. Tjäder 8, e che finirà dopo sette secoli nella perhemnis memoria di Salatiele.
   È la cultura dei notai che, rimeditando gli antichi testi, recupera la differenza concettuale fra funzione costitutiva e funzione probatoria del documento, e ridefinisce la scrittura come prova del fatto, della res gesta come dicono (Arch. Cap. Arezzo, SS. Fiora e Lucilia, n. 466). E fra un privato che cresce e un pubblico che si va definendo, mentre la sovranità riven­dica gli iura regalia nei confronti della Chiesa universale e delle autonomie cittadine, è la cultura dei notai, che, per un'avventura di studio e di pratica, di meditazione e d'inven­tiva, escogita a garanzia di quella veritas che si ricerca in giudizio, e grazie ad essa, la soluzione del publicum officium, la fa adottare dalla sovranità e se la fa delegare nella figura pub­blicistica dell'investitura e della fidelitas [47].
   Si dice: la sovranità e il suo potere massimo di autenticazione. In teoria forse sì, ma come facoltà storica penso che anche questo problema sia tutto da studiare. Quando Cicerone lamenta che addirittura delle leggi non c'è publica memoria (de leg. 3.20.46), quando Plinio come governatore scrive a Traiano che in giudizio sono stati ‘recitati’ editti imperiali «non certae fidei» e spera che almeno l'imperatore li abbia nei suoi scrinia (epp. 10.65.3; 10.66.1), quando fra fine III e VI secolo la cancelleria imperiale adotta, di conserva a modi­fiche nel processo, una serie di provvedimenti a tutela dei suoi documenti (C. 1, 23, 3; C. Th. 9, 19, 3; C. 1, 23, 6; Nov. 114)  -fra i quali le litterae coelestes, che perciò non hanno un significato ideologico come vuole Casamassima [48] ma una finalità amministrativa e giuridica -, quando un docu­mento sovrano viene presentato ai tribunali medievali perché non resti «silens, ocultum, conludiosum», come le molte cartule sottoposte ad ostensio, dubito che il tema del binomio autenticità-autenticazione non debba essere affrontato anche da questo verso.
   Ma il discorso ci porterebbe lontano, anche perché si riallaccia alla storia della sovranità e all'estrinsecarsi di questa nelle cancellerie, viste non tanto e non solo come ambiti di impieghi e di fasi di redazione, quanto piuttosto come officine di definizione e formalizzazione degli attributi e delle competenze sovrane, dell'idea stessa di sovranità come si è svolta nel tempo.
   Insomma, sono d'accordo con chi invita i diplomatisti a non abbandonarsi a «facili pigrizie» [49], e penso che, per for­tuna, la diplomatica ha ancora molto da fare.
   Con quali metodi e obiettivi? Non lo so; e comunque scelte di metodo e di obiettivi mi hanno sempre avuto un sapore aprioristico e trascendente, mentre resto attaccata a quanto premette Chabod circa il «procedimento metodologico proprio di ogni ricerca» [50]; a quanto sosteneva Cencetti, per il quale una disciplina deve trovare «il suo ritmo e il suo metodo in se stessa» [51], a quanto, per altro verso, avvertono Horkheimer e Adorno, per i quali «chi non commisura le cose umane a ciò che esse vogliono significare le vede alla fine in modo non solo superficiale, ma falso» [52].
   Con ciò non voglio dire che discorsi di metodo non si possano fare; anzi, malgrado le mie resistenze, trovo che sono un'utile medicina e una visita doverosa. Un'utile medicina perché costituiscono «un energico richiamo a quelli che non sono fatti formali, ma segni di categorie mentali, storiografiche, concettuali ..., che rischiano, vuoi per tradizione giuridico/positivista, vuoi per ideologizzazione impropria, di schiacciare ogni prospettiva storica» [53]. Una visita doverosa perché quelle che mi appaiono irrequietezze potrebbero essere sintomi di inquie­tudine, di disagio nei confronti di una disciplina, che certo negli ultimi decenni è stata spesso sentita in crisi.
   Dopo la robusta situazione della diplomatica, infatti, disegnata da Bartoloni nel '51 [54], già Fichtenau esprimeva disorientamento [55]; e, fra diagnosi più o meno ottimiste e cure relative, si arriva alla «crisi» della materia avvertita da Cencetti e superata da Pratesi, con la solidità dei suoi metodi e delle sue conoscenze [56].
   Io penso che Pratesi avesse ragione; e vorrei tanto sapere tutta la diplomatica che sanno lui o Battelli. Ma penso che avesse ragione anche Cencetti: la diplomatica, che per definizione è la «scienza che ha per oggetto lo studio critico del documento», sulla base delle forme tipiche di esso [57] e nella considerazione dell'iter di documentazione, nelle sue fasi e implicanze o addirittura «manipolazioni» [58] può apparire, o almeno appare a me, mancante di una sua prospettiva e di un suo spessore, anche se, o proprio perché quel documento è visto come testimonianza di tante storie diverse (generale, politica, economica, sociale e via dicendo). Mi sembra mancare di una sua propria storia, di un suo filo conduttore, superiore a quello racchiuso in un documento o anche in un complesso di documenti. Tali carenze, presunte o reali, possono indebolire il senso d'identità e di organicità della nostra ma­teria e possono restringerne gli orizzonti; d'altra parte, già Bautier anni fa avvertiva che questa disciplina dovrebbe essere qualcosa di più della critica diplomatica [59].
   A costo di scandalizzare molti, vorrei dire che forse all'origine lontana di questo certo disagio, apparente o reale che sia ma comunque da più parti manifestato, sta il fatto che la diplomatica, a differenza delle sue sorelle più vicine - la storia e la paleografìa -, ha mancato il contagio dello storicismo, o degli storicismi, ed è rimasta in qualche modo positivista; e questo con tutto il rispetto grandissimo e la nostalgia acuta per la robusta raccolta di dati che viene dall'induzione e tenuto conto di tutta la «miseria» che Popper attribuisce allo sto­ricismo [60]. Ma, lo stesso Popper dichiara che la scienza pro­cede per idee, fermo restando il bisogno delle più severe veri­fiche da un lato e il sospetto dovuto al vizio delle mode, dal­l'altro [61]. E allora, se la storia si svolge per fatti concreti e rap­porti di forza, ma anche per quei «valori» che diceva Chabod [62] o «forze ideali» che dice un nostro collega [63], anche la storio­grafia si dipana per idee che la informano e ne gonfiano le vele; e lo storicismo, o gli storicismi, - superato, per certi versi fortunatamente, dalla diplomatica - è stato in sé e per antitesi un momento importante per le storie, che vi hanno trovato un frammento di quella che, ancora Chabod, chiamava «coscienza di sé» o di quell'« io ... che si accorge di sé nell'urto col non io» [64].
   Ma questo è il passato; e se disagio e strettezza ci sono, come se ne esce? Una volta di più non ho certezze, ma temo gli sbandamenti da metodi assunti dall'esterno e l'illusionismo da trasformazioni d'oggetto, che per me resta quello definito da Bautier e da Pratesi [65].
   E quell'oggetto - il documento - non resta isolato; e nean­che solo allargato al suo contenuto, o affacciato alle tante e altre storie di cui è frammento, o allungato al suo iter di documentazione: si pone invece come anello di una lunga vicenda di civiltà, tant'è che non riesco a pensare la diplomatica che come storia della documentazione del continen­te latino. Storia, e non scienza, delle forme, che vivono e si sostanziano dei significati e delle funzioni proprie della docu­mentazione e che mirano agli scopi peculiari di essa: significati e funzioni si ricercheranno in quel ruolo proprio della prassi di me­diazione e di tramite fra fluire della vita e ordine dei sistemi di cui dicevo (e in questo ruolo, la nostra prassi non solo non è stata conservatrice, ma anzi, è stata spesso, se non anarchica o sovversiva, certo portatrice di innovazioni e matrice di nuovi equili­bri); e si ricostruiranno in rapporto a quegli scopi, che sono sempre stati l'affermazione, la validità, la difesa e la tutela degli interessi e delle istanze affidatisi a quelle forme.
   Quanto al continente latino, e alle sue coordinate geografiche e cronologiche, sono d'accordo con Petrucci che l'espansione spaziale illimitata proposta da Bautier significherebbe la ridu­zione della diplomatica a disciplina formale e sarebbe astorica [66]; mentre mi sembrerebbe necessario un allargamento della ricerca almeno all'età moderna - una diplomatica pubblica, per esempio, degli Stati d’ancien régime mi sembrerebbe molto allettante. E non mi spaventerebbe neanche l'ipotesi di una di­plomatica allungata all'età contemporanea, viste le fila che di lontano vengono fino ad oggi: ma su questo punto le riserve espresse da Petrucci mi sembrano già largamente superate da Pratesi [67].
   Questo è il quadro che mi sembra debba essere tenuto fermo; e sono contenta che non si tratti di una chiave universale, di uno di quei moduli nomologici propri della storiografia so­ciale, che mi spaventerebbe.
   A consolazione di mancate certezze vorrei però offrire a tutti noi la liberazione dal bisogno di esse che Postan indica, col dire: «Siamo ottimisti perché siamo modesti; siamo mo­desti perché siamo degli storici: perché l'esperienza di un se­colo di storiografia ci ha reso più saggi di quanto non saremmo stati cento anni fa per quanto concerne ciò che la storia può e non può fare. La nostra scienza, come la carità, comincia in casa propria» [68].



[1] Per essi si rinvia alla voce curata da M. miglio nel Dizionario biografico degli italiani, XXIII, Roma 1979, pp. 508-510, e alla bibliogra­fia completa curata da P. supino martini nella Miscellanea in memoria di Giorgio Concetti, Torino 1973, pp. XI-XXXII.

[2]  Le brevi considerazioni intorno al Cencetti diplomatista trovano materia e spunti a iosa nelle tante opere di lui, largamente note agli studiosi e del resto facilmente reperibili nella bibliografia sopra citata; ma trovano riscontri anche nella sua figura di Maestro, talvolta rivestita e un po' velata dalla toga accademica e pure consueta a quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo e magari di assisterlo nel lavoro: è perciò che alcune citazioni non avranno riferimento in alcunché di pubblicato.

[3]  G. Cencetti, II notaio medievale italiano, «Atti della Società li­gure di storia patria », n. s., 4, 1964, p. X.

[4] ID., Rolandino Passaggeri dal mito alla storia, «Rivista del notariato», 4, 1950, p. 375.

[5]  >Id., nella breve ma estremamente significativa Recensione a A. Allocati, L'erudizione e la diplomatica nella storiografia avanti il Mura­tori e l'opera di L. A. Muratori, « Annali della Scuola speciale per archi­visti e bibliotecari dell'Università di Roma», 3, 1963, p. 169.

[6] Ibid.

[7]  Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, Lezioni di sociologia (1956), a cura di M. Horkheimer e T. W. Adorno, trad. it., Torino 1966, p. 19.

[8] Ibid., p. 23: naturalmente dovrebbe essere per tutti «superfluo il sottolineare ancora come tutte le discipline il cui soggetto è l'uomo siano collegate tra loro e necessariamente rimandino l'una all'altra».

[9]  Ibid., p. 23.

[10]  F. Braudel,  Prefazione a Problemi di metodo storico, trad. it., Bari 1973, p. VII.

[11] M. M. postan, Storia e scienze sociali. Scritti di metodo (1971), trad. it., Torino 1976, pp. 29-31.

[12]  F. chabod, Lezioni di metodo storico,  Bari 1969, p. 116.

[13] Così, per esempio, F. Magistrale, Notariato e documentazione in terra di Bari. Ricerche di forme, rogatari, credibilità dei documenti latini nei secoli IX-XI, Bari 1984, pp. 358 sgg.

[14]  A. Leone, Sul notariato siciliano alla fine del Duecento, e Il notaio nella società meridionale del Quattrocento, in Per una storia del notariato meridionale, Roma 1982, pp. 179-188, 281 sgg.

[15]  M. Montorzi, II notaio di tribunale come pubblico funzionario, «Rivista del notariato», 37, nov.-dic. 1983, pp. 1090-1128, ripubbl. in 11 notariato nella civiltà toscana. Atti di un convegno (maggio 1981), Ro­ma 1985, pp. 5-59.

[16] A. Petrucci, L'illusione della storia autentica: le testimonianze documentarie, in L'insegnamento della storia e i materiali del lavoro storiografico. Atti del Conv. di Treviso, 10-12 nov. 1980, Messina 1984, p. 85.

[17]  J. Šebánek, Möglichkeiten der Weiterentwicklung der Diplomatik im Rahmen der historischen Mediävistik, in Com. int. sc. hist., XIIe Con­grès int. sc. hist., Vienne 29 août-5 sept. 1965, Rapports, IV, Méthodolo­gie et histoire contemporaine, Horn-Wien, p. 150; ma cfr. pure dello stes­so Le nouveau «Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae», « Le Moyen Age », 70, 1964, p. 290.

[18]  A. Bartoli Langeli, A proposito di storia del notariato italiano. Appunti sull'istituto, il ceto e l'ideologia notarile, «Il pensiero politico », X, 1977, pp. 104-106.

[19]  M. Weber, L'«oggettività » conoscitiva della scienza sociale e del­la politica sociale (1904), trad. it. in II metodo delle scienze storico-sociali, Torino 1958, pp. 84-85.

[20]  K. Bosl, Modelli di società medievale (1975), trad. it. con Introduzione di O. Capitani, Bologna 1979, p. 16 dell’Introd.

[21] E. Durkheim, Breviario di sociologia (1893), trad. it., Roma 1973, pp. 51-63: «razionalista» si definisce Durkheim stesso nella pref. alla prima ed. (p. 30), cfr. su ciò anche G. Statera, Problemi di sociologia, Palermo 1978, pp. 11-15.

[22]  G. Cencetti,  Rolandino Passaggeri dal mito alla storia, «Rivista del notariato», 4, 1950, p. 386.

[23]  Lezioni di sociologia cit., pp. 20-21: e di fronte a tali tendenze ne­gative, che svuoterebbero addirittura nomenclature e paradigmi sociolo­gici della loro concreta e storica «consistenza » (p. 22), la ricerca storica non può che muoversi il più avvertitamente e criticamente possibile.

[24]  Cfr. per es., Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana, Atti del I convegno, Firenze, 2 dic. 1978: I ceti dirigenti in To­scana nell'età precomunale, Pisa 1981.

[25] O. Brunner, Storia sociale dell'Europa nel medioevo (1978), trad. it. con Introd. di O. Capitani, Bologna 1980, pp. 127 sgg., 157-158.

[26]  M. Bloch-L. Febvre, Le nobiltà, in Problemi di metodo storico cit., pp. 12 sgg.

[27] U. Petronio, La burocrazia patrizia nel ducato di Milano nell'età spagnola (1561-1706), in L'educazione giuridica. IV, II pubblico funziona­rio: modelli storici e comparativi; I, Profili storici. La tradizione italia­na, Perugia 1981, pp. 253-254.

[28] E. Cortese, Intorno agli antichi «iudices» toscani e ai caratteri di un ceto medievale, estr. da Scritti in onore di Domenico Barillaro, Milano 1982, pp. 3-38; Id., Legisti, canonisti e feudisti: la formazione di un ceto medievale, estr. da Università e società nei secoli XII-XVI. Atti del nono Convegno internazionale di studio. Pistola 20-25 settembre 1979, Bologna 1982, pp. 195-281.

[29]  Le stesse semplificazioni in ordine al «sistema» o alla «struttu­ra» sono denunciate da O. Capitani, Introd. a K. Bosl, Modelli cit., p. 13.

[30] G. G. Fissore,  Autonomia notarile e organizzazione cancelleresca nel comune dì Asti. I modi e le forme dell'intervento notarile nella costituzione del documento medievale, Spoleto 1977, pp. 44-45.

[31] C. Cortese, Intorno cit., e Legisti cit., pp. 195-208; cfr. anche le mie relazioni Storie di vescovi e di notai ad Arezzo nei secoli XI e XII, in II notariato nella civiltà toscana cit., pp. 147-170, e Divagazioni intor­no al notaio medievale. «Ma come davvero sia stato, nessuno, nessuno sa dire», nel XVII Congresso internazionale del notariato latino. Forum: La testimonianza del documento notarile come fedeltà e interpretazione, Firenze, 5 ottobre 1984, Milano 1986, pp. 48-67.

[32]  G. Tabacco, Ordinamento pubblico e sviluppo signorile nei secoli centrali del Medioevo, « Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Me­dio Evo», 79 (1968), pp. 37-51;  ID., Arezzo, Siena, Chiusi nell'alto medio­evo, estr. dagli Atti del 5° Congr. intern. di studi sull'alto medioevo, Lucca 3-7 ottobre 1971, Spoleto 1973, in particolare pp. 177 sgg.

[33]  G.G. Fissore, Autonomia notarile cit.

[34] E. Cortese, Intorno cit.

[35] U. Petronio, La burocrazia cit., p. 255.

[36]  In questo senso ridimensionerei, per esempio, la cultura dei notai baresi, diversamente da F. Magistrale, Notariato cit., pp. 398 sgg.: la loro conoscenza delle leggi, infatti, è in ordine al cap. 91 di Liutprando - « De scrivis hoc prospeximus, ut qui cartolas scribent sive ad legem langobardorum, quoniam apertissima et pene omnibus nota est, sive ad romanorum, non aliter faciant, nisi quomodo in ipsis legibus contenetur [...] Quod si non sciunt, interrogent alteros, et si non potuerunt ipsas legis pleniter scire, non scribant ipsas cartolas [...] » -; e le citazioni letterali delle leggi, che soprattutto nei casi delicati (di donne, minori, enti eccle­siastici) introducono talvolta nei documenti, mi appaiono espressioni di ostentata diligenza e di prudenza.

[37]  E. Cortese, Legisti, pp. 204-205.

[38] G. Costamagna, L'alto Medio Evo, in M. Amelotti – G. Costamagna, Alle origini del notariato italiano, Roma 1975.

[39] A. Petrucci, L’illusione cit.

[40]  F. Chabod, Lezioni cit., pp. 65 sgg.

[41]  A. Petrucci, L’illusione cit., p. 74.

[42]  A. Pratesi, Appunti per una storia dell'evoluzione del notariato, in Studi in onore di Leopoldo Sandri, III, Roma 1983, p. 767; cfr. ID., Genesi e forme del documento medievale. Roma 1979, p. 49.

[43] Così invece G. Costamagna, L'alto Medio Evo cit., e F. Magistrale, Notariato cit.

[44]  J. Ph Lévy, L'évolution de la preuve des origines à nos jours, in La preuve, II, Moyen Age et temps modernes, Bruxelles 1965, pp. 11 sgg.

[45]  G. Statera, Problemi cit., pp. 170-171.

[46]  A. Petrucci, L’illusione cit., pp. 76-78.

[47] Questa è in sintesi la soluzione del problema notarile intorno alla quale lavoro e che ho sostenuto nelle Divagazioni cit. È perciò che non condivido la ricostruzione di Petrucci, che, se ho ben capito, spiega il «passaggio dai preamboli di oblivio-memoria ai preamboli di pubblicità-veritas», più che per «un diverso atteggiarsi della retorica documentaria» o per «un generico richiamo all'influenza determinante della rinascenza giuridica», per «la maggiore e progressiva complicazione del processo di documentazione e il parallelo aumentato prestigio professionale del no­taio» (L'illusione cit., p. 78 sgg.): la discussione richiederebbe altri spa­zi, ma in breve rovescerei completamente i termini della questione, ri­tenendo generico il richiamo al prestigio notarile, e derivato e secondario il modificarsi del processo di documentazione, e niente affatto generico il problema di una veritas (e quello correlato di una memoria} posto da una documentazione niente affatto «retorica» e risolto da un rinascimen­to giuridico niente affatto genetico, attraverso la pubblicizzazione della funzione notarile.

[48] E. Casamassima-E. Staraz, Varianti e cambio grafico nella scrit­tura dei papiri latini, «Scrittura e civiltà», 1, 1977, p. 67 sgg.

[49]  A. Petrucci, L’illusione cit., p. 86.

[50]  F. Chabod, Lezioni cit., p. 3 della premessa.

[51]  G. Cencetti, Vecchi e nuovi orientamenti nello studio della paleografia, «La Bibliofilia», 50, 1948, p. 5.

[52]  Lezioni di sociologia cit., p. 24: la conclusione di H. e A. è rivol­ta a quella sociologia che essi vedono sensibile solo al «positivo» in quan­to priva di «consapevolezza critica», che «non significa qui soggettivi­smo, ma messa a confronto della cosa col suo proprio concetto» (p. 23); mi sembra che tale limite sia quello di ogni scelta di metodo e di ottica che non tenga abbastanza conto del valore meramente euristico di un metodo e di un'ottica qualsivoglia.

[53] O. Capitani, Introd. A K. Bosl, Modelli cit., p. 33.

[54]  F. Bartoloni, Paleografia e diplomatica: conquiste di ieri, pro­spettive di domani, estr. da « Notizie degli archivi di Stato », XIII/3, sett.-dic. 1953, p. 13 sgg.

[55] H. Fichtenau, La situation actuelle des études de diplomatique en Autriche, « Bibl. de l'Ecole des chartes », 119, 1961, pp. 5-20; e, di seguito, R. H. Bautier, Leçon d'ouverture du cours de diplomatique a l'Ecole des chartes, ibid., pp. 194-225; A. Petrucci, Diplomatica vecchia e nuova, «Studi medievali», 3a ser., 4, 1963, pp. 785-798; J. Šebánek, Möglichkeiten cit.

[56] A. Pratesi, Diplomatica in crisi?, in Miscellanea in memoria di Giorgio Concetti, Torino 1973, pp. 443-455, che prende avvio dal ricordo di una « crisi » della disciplina denunciata dall'amico scomparso.

[57] A. Pratesi, Genesi e forme cit., pp. 8-11.

[58]  Così A. Petrucci, L’illusione cit., pp. 75-76, 79, 83-85.

[59]  R._H. Bautier, Leçon cit., p. 216.

[60] K. R. Popper, Miseria dello storicismo (1944-1945), trad. it., Mi­lano 1975, con una Pref. alla ed. italiana dello stesso Autore.

[61]  Così ribadisce ancora da ultimo in una intervista rilasciata a II Messaggero di merc. 9 maggio 1984, p. 5.

[62]  F. Chabod, Storia dell'idea di Europa, a cura di E. Sestan e A. Saitta, Bari 1977, p. 13.

[63] E. Cortese, A vent'anni dalla scomparsa di Francesco Calasso, in «Rivista di storia del diritto italiano», LVIII, 1985, pp. 7-8.

[64] F. Chabod, Storia cit., pp. 22-23; c'è da dire che per Popper quel «complesso di idee» che chiama storicismo (p. 9) «è una teoria anti­chissima [...], un'idea talmente venerabile» da sottendere «un conserva­torismo inconscio » (p. 140).

[65] R. H.Bautier, Leçon cit., p. 201 sgg., in particolare pp. 208-213; A. Pratesi, Diplomatica cit., p. 448.

[66] A. Petrucci, Diplomatica cit., pp. 792, 793.

[67] A. Pratesi, Diplomatica cit., pp. 449-450. Il motivo per il quale la diplomatica secondo A. Petrucci, Diplomatica cit., pp. 795-798, do­vrebbe restare «scienza del medioevo» è nel «peculiare significato che nella civiltà medievale (e solo in essa) acquistava l'atto documentario» - significato aperto ai simbolismi, alle liturgie e via dicendo -, mentre nell'età moderna il documento si sarebbe spogliato «di ogni funzione che non sia quella di puro tramite e prova di rapporti giuridici»: certo non è da discutere la portata storica della documentazione medievale (e quin­di la logica delle periodizzazioni); ma non mi sentirei di ridurre così drasticamente la portata (che noi diplomatisti non conosciamo) di altre documentazioni, solo a pensare, per esempio, alla problematica del do­cumento amministrativo contemporaneo, le cui «radici» sono in ambiti quali le «pubbliche relazioni», «l'opinione pubblica», la psicologia e lo «stato emozionale e mentale» del cittadino, v. M. S. Giannini, Do­cumentazione amministrativa, in Enciclopedia del diritto, 13, Milano 1964, pp. 596-599.

[68] M. M. Postan, Storia cit., p. 50.