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Giovanna Nicolaj

"Originale, authenticum, publicum": una sciarada per il documento diplomatico

Pubblicato in Charters, Cartularies, and Archives: The Preservations and Transmission of Documents in the Medievale West. Proceedings of a Colloquium of the Commission Internationale de Diplomatique (Princeton and New York, 16-18 Septembre 1999), ed. by A. J. Kosto and A. Winroth, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, Toronto 2002, pp. 8-21.

Il tema della tradizione dei documenti diplomatici antichi e medievali deve muovere necessariamente dalla considerazione di due elementi fondamentali per quei testi, e cioè dai loro profili di originalità e di autenticità.
Dedico questa tesina, esposta in sintesi per sommi capi e punti chiave, solo a tracciare una prima pista alla questione dell'autenticità, perché ritengo che su essa gravino alcuni equivoci e qualche confusione: equivoci e confusione che derivano sia da uno studio degli scritti diplomatici di tipo eminentemente filologico [1] - e pertanto né sufficiente né adeguato, come dirò -, sia da una lontana nozione e definizione di documento diplomatico o d'età positivistica e ormai troppo ristretta, anche se lucida e coerente, ovvero d'uso contemporaneo e corrente e perciò d'uso instabile, impreciso e ambiguo per la tempesta che nasce da dilaganti, ultime novità quali quelle della comunicazione, della documentazione [2] e dell'impiego incalzante e indiscriminato del cosiddetto bene culturale sul piano scientifico e sul piano divulgativo e d'impresa.
Quello dell'autenticità «non è un concetto assoluto» [3]: se in senso generale esso significa la riferibilità o, più tecnicamente, l'imputabilità di un'opera al suo autore, in campi determinati (per tempi e luoghi storici o per soggetti e materie) il concetto stesso assume significati peculiari. Per un esempio facile, in ambito ecclesiale e di fede sono autentiche le parole, orali o scritte, caricate di auctoritas divina (per esempio, secondo I Sam, 3, 19) e ufficialmente «recepite» dalla Chiesa e pertanto «vincolanti per la coscienza» [4].
Il punto di vista della indagine e della determinazione di un concetto di autenticità in riferimento ad un soggetto e ad un contesto dati va tanto più seguito nello specifico ambito della diplomatica.

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In via preliminare, qualche considerazione sul documento diplomatico. Sullo sfondo delle società storiche, considerate sotto l'aspetto dei loro ordinamenti giuridici (ubi societas, ibi ius) - regole, procedure e istituzioni di diritto privato e di diritto pubblico [5] - considero documento diplomatico qualunque scrittura svolga funzioni tipiche in forme peculiari (tipiche) nella vita e nel funzionamento di quegli ordinamenti giuridici.
Da qui discende che:

1) considero troppo angusto il tradizionale concetto di Urkunde o di documento definito come «testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica, compilata coll'osservanza di certe determinate forme, le quali sono destinate a procurarle fede e a darle forza di prova» [6]: perché, «se è vero che il documento ha sempre, attuale o potenziale, una funzione di prova, è altrettanto vero che la formazione di esso può essere sollecitata da una diversa finalità» [7], e questa finalità principale va considerata primariamente così per l'oggi come per i passati storici;

2) considero omologhi documenti e gesta o acta, poiché i secondi non sono altro che scritture seriali e continue di singole unità documentarie, scritture prodotte e ordinate dall'attività e dagli atti continuativi di una qualunque istituzione giuridica, per esempio a funzione legislativa, di governo, giurisdizionale, fiscale, militare o amministrativa.

Da ciò viene che gli spazi del documento diplomatico sono molto più ampi di quelli considerati dalla diplomatica tradizionale e si possono disporre in uno spettro ricco di generi – che vanno per esempio dalla legge alle unità di un catasto -, mentre sono tutti connessi per procedimento analogico in un reticolato costituito da un sistema storico-giuridico dato, tradotto ed espresso nella prassi scritta in Aktenwesen o Urkundenwesen, secondo le chiare categorie indicate da Classen [8]. A corollario di tutto ciò, in via un po' teorica e astratta se si vuole ma pregiudiziale per chiarezza di metodo, un documento diplomatico va considerato oggi secondo punti di vista differenziati: a) per la sua prima e originaria funzione nell'ordinamento storico di formazione; b) per la sua funzione probatoria, eventualmente secondaria, nell'ordinamento cui va riferito; c) per la sua funzione, ex post, di testimonianza storica.
Proprio per la natura e la funzionalità di questi scritti in ambito giuridico - e cioè in un ambito di regole prescrittive e vincolanti -, sono essenziali le forme con le quali essi vengono emessi e per le quali appunto risultino giuridicamente validi. Fra le tante forme, una posizione di spicco assumono nel corso storico quelle dell'autenticità: tali forme saranno mirate in particolare alla funzione degli scritti addotti in processo e ancor più specificatamente alla funzione di quelli prodotti come mezzi di prova (instrumenta): per l'uso appunto dei documenti in processo, sarà pregiudiziale la loro fides, o credibilità come i diplomatisti usano dire, ovvero la loro autenticità come diremmo oggi, al fondo di un secolare spostamento semantico. In altre parole l'autenticità legale del documento diplomatico non sarà solo la «corrispondenza fra autore apparente e autore reale» del documento stesso - intendendo per autore «colui per conto del quale il documento è formato, non chi materialmente lo forma» -, bensì la «certezza» [9] di tale corrispondenza, vale a dire la capacità del documento stesso di certificare da sé e preventivamente la propria provenienza e formazione ad un giudice che ne possa quindi assumere e valutare il tenore.
La storia di questa autenticità, peculiare nel campo della diplomatica, è lunga e tortuosa.

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In età romana, come è noto, la prova per documento emerge relativamente tardi, si confronta con la prova principe per i Romani, quella per testimoni, e pertanto il problema della fides probatoria dello scritto si pone dapprima episodicamente [10].
Si pone infatti per le tabulae testamentarie e altre di diritto privato e pubblico quando il senatoconsulto del 61 d.C. decreta la sigillatura sui legacci di lino a chiusura: questa fides però non è inerente al documento ma verrà a questo conferita dai testimoni che, prima dell'apertura dei legacci, riconosceranno i propri sigilli [11].
Ma un problema di fides certa in processo si pone anche per i documenti sovrani, che siano prodotti come precedenti di riferimento o come scritti di introduzione al processo stesso. Infatti Plinio come governatore della Bitinia scrive a Traiano:

recitabatur apud me edictum quod dicebatur divi Augusti, ad Andaniam pertinens; recitatae divi Vespasiani ad Lacedaemonios et divi Titi ad eosdem et Achaeos, et Domitiani ad Avidium Nigrinum et Armenium Brocchum proconsules item ad Lacedaemonios. Quae tibi non misi, quia et parum emendata et quaedam non certae fidei videbantur, et quia vera et emendata in scriniis tuis esse credebam.

E l'imperatore risponde:

Quaestio ista... saepe tractata est, nec quicquam invenitur in commentariis eorum principum, qui ante me fuerunt, quod ad omnes provincias sit constitutum. Epistulae sane sunt Domitiani ad Avidium Nigrinum et Armenium Brocchum, quae fortasse debent observari; sed inter eas provincias, de quibus rescripsit, non est Bithynia [12].

Peraltro, l'archiviazione della documentazione pubblica, anche se lacunosa e caotica come appare dalla risposta di Traiano, era «soprattutto un modo di assicurare l'autenticità» di tale documentazione, «e si comprende quindi come venisse considerata forma necessaria per la… validità» di essa a partire dal II sec. a.C. [13]; e la sicurezza rappresentata dall'archiviazione aumentò anche per l'influsso della mentalità del mondo ellenistico, se Ignazio, vescovo di Antiochia e padre della Chiesa, all'inizio del II sec. sente dire da alcuni «se non lo trovo negli archivi, non mi fido nemmeno del Vangelo»  [14].

Il problema della fides instrumentorum, o della fides scripturae in funzione probatoria, dilaga dall'età dioclezianea e per tutto il tardoantico. Ma la norma romana continua a risolverlo ancora e sempre attraverso i testimoni che ne fanno un'impositio apud iudices (Nov. 73, a. 538); mentre la prassi, mossa da una costituzione dell'a. 414 (C. 7,52,6):

gesta, quae sunt translata in publica monumenta, habere volumus perpetuam firmitatem. neque enim morte cognitoris perire debet publica fides,

introduce l'uso di una insinuatio di documenti privati in monumenta o acta publica giurisdizionali e amministrativi, che precostituisca per essi la copertura di una publica fides [15].
D'altronde se fa fede piena in processo una scrittura edita e perciò doppiata ufficialmente dagli acta pubblici, il termine di authenticus, equivalente a originalis, come lo ritroviamo in una costituzione dell'a. 292 (C. 1,23,4):

sancimus, ut authentica ipsa atque originalia rescripta et nostra manu subscripta, non exempla eorum, insinuentur,

dove si tratta dei processi per rescritto [16] nei quali lo stesso rescritto viene poi insinuato, e cioè doppiato, negli acta processuali, il termine di authenticus dunque sembra perciò restare divaricato da un ambito di publica fides e sembra inoltre legarsi ancora al significato di autorevole e autoritativo che spetta al principe, secondo la prima etimologia e il significato di partenza [17].
A finire poi una storia secolare e ad accompagnare sia il precipizio di una civiltà con tutti i suoi ordinamenti giuridici sia l'alba di un'altra epoca sono assai significative due costituzioni giustinianee che trasferiscono agli archivi della Chiesa l'antica tutela di documenti pubblici e di Stato:

Cum vero apud defensorem nominatio tutorum curatorumque fit, praesente etiam religiosissimo civitatis episcopo, gesta in ipsis sacrosanctae ecclesiae archivis deponi sancimus (C. 1,4,30,2, a. 531);

Cumque lex publice proposita fuerit (in omni terra) et omnibus manifestata, tunc sumpta intus recondatur in sanctissima ecclesia cum sacris vasis, utpote et ipsa dicata deo et ad salutem ab eo factorum hominum scripta (edictum post Nov. 8, a.535).

Perché un cammino possa riprendere devono passare altri lunghi secoli e si deve arrivare al rinascimento giuridico dell'XI-XII secolo. Infatti, nell'alto medioevo la charta, che si sostituisce all'instrumentum, assume funzioni e caratteri nuovi, rappresenta un portato complesso romano-barbarico e il problema della fides sprofonda in un processo che si fa vieppiù schematico, rigidamente formalizzato e colorito di ordalico [18]. L'unica notazione da fare è che nell'alto medioevo anche per il documento privato il termine di authenticus, usato talvolta, equivale a originalis.
Come è noto, il rinascimento giuridico rappresenta un importante fenomeno storico, centrale e di svolta nel lungo arco che usiamo chiamare età medievale. È inutile ricordare forse i fattori, tanti, coincidenti e contestuali, che muovono questa svolta: fattori economico-sociali, come per esempio l'aumento demografico, la riemersione delle città con mercati e commerci e ceti in ascesa (come quello dei giuristi, dal notaio al legis doctor), la più incisiva e intensiva organizzazione e amministrazione del territorio; fattori ecclesiologici e politico-istituzionali, con una lotta delle investiture che passa dalla ricerca di una «assoluta sacralizzazione della realtà ecclesiale e sociale» a una fase finale (1106-1125, regno di Enrico V) di scontro sul terreno più mondano, giurisdizionale, patrimoniale e politico [19], con insieme l'irrobustirsi dei comuni e il costituirsi della monarchia meridionale e dei territori della Chiesa fino allo stato teocratico di Innocenzo III; fattori culturali, fortemente accelerati da nuove logiche, nuovi razionalismi e nuove scienze (arabo-aristotelica, teologica, giuridica) e rinnovati da grammatica e retorica rifiorenti (dictamen).
Quanto alla storia giuridica, il rinascimento significa in primo luogo ricerca di leggi e di codici normativi dopo il vuoto e il caos post-carolingi [20]; una ricerca certamente voluta e perseguita dalla prassi – notai, giudici, causidici, avvocati -, una prassi che appare coesa ed omogenea almeno fino ad Irnerio [21].
Da ciò deriva, per la storia diplomatica, dapprima un fondamentale passaggio logico-culturale relativo al documento diplomatico, del quale si restaura il profilo probatorio razionale espresso con il termine di instrumentum. Con ciò non voglio dire che il documento diplomatico d'ora innanzi sarà solo e principalmente mezzo di prova; anzi, esso svolgerà molte, tipiche funzioni, circa le quali la diplomatica dovrebbe pur interrogarsi. Voglio dire solo che il rinascimento giuridico recupera e perciò rinnova radicalmente la considerazione della funzione probatoria della scrittura, insieme a un sempre più vivo interesse per la materia processuale tutta, come testimoniano i tanti ordines iudiciarii del XII secolo [22]; pertanto, ritorna in primo piano il problema della fides del documento in processo, che come sembra naturale e come infatti avverrà, punta a sboccare in publica fides.
Su questo sfondo, infatti, sembra snodarsi una lunga pista, a slalom e a gincana; una pista segnata, sembra, dai punti elencati di seguito.

1) sec. XI/2, Bologna. La prassi notarile bolognese ripropone il termine di instrumentum al posto del termine altomedievale di charta, rilevando del documento il profilo probatorio [23]; peraltro il notariato bolognese è rappresentato da un'imponente massa di notai che rogano un'imponente massa di scritti [24].

2) sec. XI/2, Roma. La prassi romana recupera e ripropone la costituzione 6 di C. 7,52, citata sopra, relativa ai publica monumenta carichi di publica fides [25]

3) 1089, Arezzo. Un Pietro misterioso roga da quest'anno alcuni documenti «notarii functus officio» [26], sollevando il sospetto (e v. punto 8) che con il termine di officium rispolveri il concetto tardoantico di funzione inerente a una carica pubblica [27].

4) 1116, Bologna. Esegesi di Irnerio, primo maestro dello Studium bolognese, alla lex Iubemus (C. 1,2,14,6-7), nella quale sono nominati di seguito tabelliones, iudices vel ius gestorum habentes, quasi a provocare e a suggerire una omologia delle loro funzioni e posizioni [28].

5) secc. XI-XII, Italia centrale (e specificatamente, con le vicende altalenanti di Benevento, territori della Chiesa). Cartulari monastici di abbazie imperiali o principesche – Farfa, Santa Sofia di Benevento, San Vincenzo al Volturno, Casauria -, che suggeriscono il sospetto di un travaso 'archivistico' pensato non solo per la conservazione ma soprattutto in funzione, più o meno consapevole, di «assicurare l'autenticità» degli scritti doppiati e riuniti «in uno volumine» (Praef. di Farfa). I vari libri che ne escono infatti sono ancorati ad archivi ecclesiastici, riecheggiano il fenomeno documentario dei cartulari ecclesiastici germanici già in uso dal IX secolo [29] e, forse non per caso, in un periodo di lotte e di definizioni politiche e patrimoniali, vengono da fondazioni imperiali o principesche tutte intorno alla Roma dei papi.
In seconda battuta, sospetto che questa pratica si trasferisca ai libri iurium delle città italiane [30], che si vanno dotando di sigillum, arca e clavarii, cancellarius; questo genere documentario, che trova un contemporaneo riscontro nelle pratiche di città mercantili europee, in particolare d'area tedesca [31], naturalmente per le città italiane, alla conquista di autonomie e giurisdizioni 'usurpate' a Impero e Papato in lotta fra loro, viene garantito dal notariato, che nella seconda metà del XII secolo è in dirittura d'arrivo all'istituzione, come si vedrà.

6) sec. XII. Diffusione dell'uso del sigillo, per esempio in città come Genova o Venezia o Roma, a incremento di una prassi altomedievale europea ed anche molto seguita dalla Chiesa.

7) sec. XII, Italia meridionale. Rafforzamento della prassi, risalente, del giudice ai contratti, che sarà poi codificata da Federico II [32]

*)  Nel corso dell'affermazione travagliata dell'instrumentum e della sua fides, appaiono in Italia alcune varianti rispetto alla pista principale, che non avranno un gran sbocco: a) a Genova, la trovata di publici testes «in laudibus et in contractibus» [33], per echi romanistici certo, ma poco perspicui; b) ancora a Genova, città marinara e di commerci, uso della charta partita, plausibilmente per importazione della pratica europea della chirografazione (Chirographierung), pratica che, diversamente da Bresslau [34], è da ritenere non originale dell'alto medioevo, bensì originata da un fraintendimento altomedievale del passo biblico Tb 5: lì infatti si parla di un chirografo, e cioè correttamente di un documento autografo, diviso in due parti; ma la miniatura allo stesso passo in un manoscritto parigino (Bibl. Nat., Lat. 94, c. 18) rappresenta due uomini che tagliano un documento, riducendo appunto al taglio (senza più autografia) il formalismo di prova; c) 1135, Piacenza. Giuramento di notai piacentini prestato ad una assemblea del populus Placentinus, e «coram comite palatino» [35]: il giuramento ha un sapore antico («nichil falsitatis») e non comporta una nomina e soprattutto una legittimazione non ancora postasi e che peraltro il comune non si sarebbe neanche potuto permettere.


Dalla metà del XII secolo le cose incalzano; e sembra che la pista si biforchi in due rami, forse in concorrenza, quello della prassi poi raccolto dalla canonistica, e quello della civilistica, più legata ai testi romani di riferimento.

8) 1149-1152, Arezzo. Saraceno iudex domni Heinrici imperatoris roga qualche documento «huic etiam officio ab imperatore delegatus» [36], con ripresa del termine e concetto di officium, questa volta chiaramente usato in senso pubblicistico e attribuito dal sovrano nello schema della delegatio [37].

9) 1164, Piacenza. Il conte palatino di Lomello investe un Pietro, che fa «sacramentum notarietatis in sua presentia…, de officio notarietatis a parte domini imperatoris».

10) Pista civilistica circa un nuovo processo: si comincia con un trattatello generale sul processo di Bulgaro (Excerpta legum), precedente al 1141 [38], con lavoretti dedicati alle actiones e al libello introduttivo – l'Arbor actionum attribuito a Giovanni Bassiano [39], il Quicumque vult di Giovanni Bassiano dedicato al libello [40] e ancora il Cum essem Mantuae attribuito a Piacentino del 1160 circa [41] - ; nel 1158 a Roncaglia i quattro dottori definiscono i regalia per Federico I in termini fiscali o di potestas constituendorum magistratuum; 1160 circa, la Summa Codicis, XXII, de fide instrumentorum di Rogerio definisce gli instrumenta publica o in base alla forma o in base all'utilitas publica (per es., de re publica, acta, documento forense), proprio perché, per fedeltà e aderenza al testo romano, non arriva ad attribuire al tabellio redattore la manus publica; arrivo invece che, in contemporanea con la canonistica (v. punto seg.), è toccato dagli ordines Si quis de re e Olim, della seconda metà del secolo [42], per i quali è valida l'equivalenza tabellio-manus publica.

11) 1159-1181, decretale di Alessandro III (2,X,22,2):

scripta vero authentica, si testes inscripti decesserint, nisi per manum publicam (gl. idest per notarium) facta fuerint, ita quod appareant publica, aut authenticum sigillum habuerint, per quod possint probari, non videtur nobis alicuius firmitatis habere;

la norma pontificia, straordinariamente, raccoglie la tradizione romanistica dei testes, la consuetudine altomedievale del sigillum (e si ricordi che sigillum authenticum per antonomasia è quello del vescovo, gl. sigillum a 2,X,22,2), e la nuova istituzione di una manus publica notarile, costruita dalla prassi dei notai e del sovrano e accompagnata, con qualche resistenza, dalla civilistica. Si noti anche, di passaggio, che nei punti elencati sopra, mentre la civilistica usa preferibilmente il termine giustinianeo di tabellio, la prassi e di seguito la canonistica usano preferibilmente i termini di notarius e notarietas, e la canonistica in particolare riprende il termine che le è familiare di authenticus.

12) 1186, Medicina (presso Bologna). Enrico VI investe un fiorentino «de arte et officio notarie eo modo ut de hinc inantea sit publicus notarius» e il nuovo notaio «iuravit fidelitatem ipsi domino regi et patri suo Frederico invictissimo Romanorum imperatori augusto, ut est mos notariorum et vassallorum suo regi et imperatori iurare» [43]; la nomina è fatta, come si dichiara, nel profilo della fidelitas vassallatica, mentre negli stessi anni compaiono per la prima volta notai auctoritate imperiali ed anche apostolica auctoritate [44], per i quali il titolo è legittimato da un'auctoritas, un tempo lontanissimo termine tecnico nel diritto pubblico (auctoritas senatus, principis), poi, secondo il testo gelasiano, supremo potere carismatico del pontefice [45], ed ora fonte di legittimazione sia imperiale che pontificia.

13) 1216, Tancredi, Ordo iudiciarius, P. III, tit. 13, par. 6:

species autem probationis sunt sex; probatur videlicet per evidentiam facti, per famam, per praesumptionem, per iuramenti delationem, per testes et per instrumenta.

E tit. 13, par. 2:

instrumentorum duae sunt species: aliud est publicum, aliud est privatum. Publicum est, quod publicam habet auctoritatem. Et species eius sunt plures: nam publicum instrumentum est, quod scriptum est per manum publicam, id est per manum notarii publici, hoc est tabellionis, et in publica forma redactum… Item dicitur publicum, quod authentico sigillo sigillatum est… Tertio dicitur publicum, quod iudicis auctoritate est exemplatum et authenticatum… Quarto dicitur publicum, quod in iudicio scribitur apud acta publica… Quinto dicitur publicum, quod habet subscriptionem trium viventium testium… Sexto loco dicitur publicum, quod de archivo seu armario publico producitur [46].

Tancredi è un canonista, nel 1226 arcidiacono e rettore dello Studium di Bologna e la sua opera conquista l'Europa. La sua posizione in tema di documento probatorio appare una sintesi straordinaria di antico e di moderno, di leggi e di consuetudini [47], una sintesi che può comprendere documenti di diversa formazione ed anche variabili e tradizioni territoriali diverse. Questa sintesi sposta però l'accento circa la fides probatoria dal piano filologico della sequenza originale-copia al profilo di una autenticità legale che equivale in parole povere alla pubblicità del documento di prova.

Questa sintesi straordinaria è anche un esempio di quella teoria dell'accrocco (mix up theory), che uso per spiegare la storia ai miei studenti, e rappresenta un grande traguardo. Ma, come sempre, non risolve tutti i problemi e ne apre di nuovi. Infatti continuerà la concorrenza tra vox viva dei testi e vox mortua dei documenti, ci si chiederà quale sigillum è authenticum e quale archivum è publicum e si discuterà, nella gerarchia bassomedievale delle prove, il valore dell'instrumentum publicum a fronte di testimoni (due o tre o quattro testi?). Aprirà quindi il problema del nesso fra originale, autentico e autentico legalmente, cioè pubblico in quanto riconosciuto dall'ordinamento pubblico; già Rolandino pone la questione:

Exemplar dicitur ipsa originalis scriptura, genus videlicet ex quo generatur, et sumitur exemplum. Quod quidem exemplar appellatur etiam originale et auctenticum. Exemplum vero quod habetur inde vel sumptum est ex scriptura exemplata, generata vel sumpta ex priori sive originali scriptura. Unde versus: exemplar genus est, exemplum quod trahis inde. Vel sic exemplar generans, exemplum quod generatur [48];

e in età moderna e fino ad oggi la gerarchia semantica del termine di autentico si rovescerà: dall'ordinamento giuridico saranno considerati originali i protocolli notarili, per esempio, e copie autentiche i documenti rilasciati alle parti committenti, mentre in un Grande Dizionario della Lingua Italiana come quello del Battaglia, s.v. autentico, il primo significato registrato sarà quello di «convalidato legalmente» e poi, per estensione, tutti gli altri - quello che «dimostratamente proviene dalla fonte alla quale è attribuito», «originale, vero, genuino…» - .

p. s. La soluzione di Tancredi si offre, mi sembra, alla riflessione di noi moderni. Mi dicono i colleghi archivisti che sono oppressi dal problema dell'autenticità del documento elettronico. Penso però che, reso onore agli archivisti delle loro preoccupazioni, questo sia innanzitutto problema per giuristi (costituzionalisti, processualisti, amministrativisti, civilisti ecc.) e che sia problema per diplomatisti. Penso anche che, rispetto ai significati sfuggenti del termine documento oggi e alla congerie di documenti raccolti dalle attuali banche dati, per affrontare questo problema sia necessario riproporre con chiarezza un concetto di documento diplomatico, e cioè di scritto giuridicamente rilevante, visto che la garanzia di testi e messaggi elettronici non diplomatici apre problemi di altro ordine. Peraltro, comunque si voglia impostare un problema relativo al documento diplomatico oggi, la differenza di supporto materiale non è influente in via di principio, lo è solo in quanto il testo da autenticare sia reso certo e fermo.

Roma, 13 maggio 2000


* Ringrazio affettuosamente per l'aiuto la mia allieva Francesca Macino.

[1] V. per esempio, U. Eco, Tipologia della falsificazione, in Fälschungen im Mittelalter. Internationaler Kongress der M.G.H., München 16-19 Sept. 1986, M.G.H. Schriften, 33, I (Hannover, 1988), 69-82.

[2] Cf., per esempio, A. Baldazzi, Le radici storiche della documentazione in Europa, in La documentazione in Italia. Scritti in occasione del centenario della FID, a cura di A.M. Paci (Milano, 1996), 44-73.

[3] G. Cencetti, "Archivio". Progetto di voce per vocabolario, di Charles Samaran. Traduzione e osservazioni (1938), ora in Id., Scritti archivistici, Fonti e studi di storia, legislazione e tecnica degli archivi moderni, III (Roma, 1970), 34.

[4] E. Cortese, Il diritto nella storia medievale, I, L'alto medioevo (Roma, 1995), 222.

[5] Nel senso terminologico espresso da F. Modugno, Istituzione, in Enciclopedia del diritto, XXII, (Milano, 1973), 69-96.

[6] H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la Germania e l'Italia (1912, 1931), trad. it. a cura di A.M. Voci-Roth, sotto gli auspici della Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Sussidi 10 (Roma, 1998), 9-10; C. Paoli, Diplomatica, nuova ed. aggiornata da G.C. Bascapé (Firenze, 1942), 18.

[7] A. Candian, Documentazione e documento (teoria generale), in Enciclopedia del diritto, XIII (Milano, 1964), 588 par. 23.

[8] Per l'età romana e l'alto medioevo, v. P. Classen, Kaiserreskript und Königsurkunden (Thessaloniki, 1977), 205-210. Su tutto quanto detto sopra v.G. Nicolaj, Fratture e continuità nella documentazione fra tardo antico e alto medioevo. Preliminari di diplomatica e questioni di metodo, in Morfologie sociali e culturali in Europa fra tarda antichità e alto medioevo, Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, XLV/2 (Spoleto, 1998), 954-969.

[9] F. Carnelutti, La prova civile, parte generale, Il concetto giuridico della prova (Milano, 1992), 150 e ss.

[10] G. Pugliese, La prova nel processo romano classico, Jus. Rivista di scienze giuridiche, n.s., XI/1 (1960): 386-424, cf. Nicolaj, Fratture, 956.

[11] Cf. Nicolaj, Il documento privato italiano nell'alto medioevo, in Libri e documenti d'Italia: dai Longobardi alla rinascita delle città. Atti del Convegno dell'Associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti, Cividale del Friuli (UD), 5-7 ottobre 1994, a cura di C. Scalon (Udine, 1996), 157.

[12] Plin., epp., 10.65.3; 10.66.1.

[13] Cencetti, Gli archivi dell'antica Roma nell'età repubblicana (1940), ora in Id., Scritti, 184.

[14] Cito da Cencetti, Gli archivi, 220 nt.

[15] Nicolaj, Il "signum" dei tabellioni romani: simbologia o realtà giuridica?, in Palaeographica, Diplomatica et Archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, II, Storia e Letteratura. Raccolta di studi e testi, 140 (Roma, 1979), 25-31.

[16]N. Palazzolo, Le modalità di trasmissione dei provvedimenti imperiali nelle province (II-III sec. d.C.), Iura. Rivista internazionale di diritto romano e antico 28 (1977): 1-55.

[17] Sophocles, Greek Lexicon of the Roman and Byzantine Periods, s.v. aujqentikovÇ.

[18] Nicolaj, Il documento privato, 163 e ss.; Ead., Formulari e nuovo formalismo nei processi del Regnum Italiae, in La giustizia nell'alto medioevo (secc. IX-XI), Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, XLIV/1 (Spoleto, 1997), 347-384; Ead., Fratture, 975-986.

[19] V., per esempio, il lucidissimo O. Capitani, Papato e Impero nei secoli XI e XII, estr. dalla Storia delle idee politiche, economiche e sociali, dir. da L. Firpo (Torino, 1983), 117-163.

[20] Nicolaj, Ambiti di copia e copisti di codici giuridici in Italia (secc. V-XII in.), relazione tenuta al Convegno di Cluny del Comité international de Paléographie, in corso di stampa, e soprattutto Cortese, Il diritto nella storia medievale, II, Il basso medioevo, capp. I-III.

[21] Nicolaj, Cultura e prassi di notai preirneriani. Alle origini del rinascimento giuridico, Ius nostrum, 19 (Milano, 1991).

[22] L. Fowler-Magerl, Ordines iudiciarii and libelli de ordine iudiciorum, Typologie des sources du moyen âge occidental, Fasc. 63= A- III. 1* (Turnhout, 1994); Cortese, Il diritto, II, 116 ss.

[23] Cencetti, La «rogatio» nelle carte bolognesi. Contributo alla storia del documento notarile italiano nei secoli X-XIII, in Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, n.s. 7 (1960): 17-150, ora in Notariato medievale bolognese, I, Scritti di Giorgio Cencetti, Studi storici sul notariato italiano, III (Roma, 1977), 217-352; Nicolaj, Cultura e prassi, 10-11.

[24] G. Feo, Proposta per un piano di pubblicazione dei documenti bolognesi del secolo XI, Atti e memorie XLIII (1992) della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, 33-42; Id., Per l'edizione delle carte bolognesi del secolo XI. Il censimento dei notai, Nuovi Annali della Scuola per Archivisti e Bibliotecari XII (1998): 7-47.

[25] Nicolaj, Cultura e prassi, 35-37.

[26] Nicolaj, Cultura e prassi, 75 e ss.e Ambiti.

[27] G. Cervenca, Sull'uso del termine «officium» nella legislazione postclassico-giustinianea, in Studi in onore di Giuseppe Grosso, III (Torino, 1971), 207-243; F. Grelle, Le categorie dell'amministrazione tardoantica: officia, munera, honores, in Società romana e impero tardoantico. Istituzioni, ceti, economie, a cura di A. Giardina (Roma-Bari, 1986), 37-56.

[28]G. Orlandelli, Petitionibus emphyteuticariis annuendo. Irnerio e l'interpretazione della legge Iubemus (C. 1,2,14) (1983), ora in Id., Scritti di Paleografia e Diplomatica, a cura di R. Ferrara e G. Feo, Istituto per la Storia dell'Università di Bologna, Opere dei maestri, VII (Bologna, 1994), 253-525; Nicolaj, Il documento privato, 188-189.

[29] Bresslau, Manuale, 90 e ss.

[30] A. Rovere, Tipologia documentale nei Libri iurium dell'Italia comunale.

[31] Bresslau, Manuale, 666 e ss.

[32] M. Amelotti, Il giudice ai contratti, in Civiltà del Mezzogiorno d'Italia. Libro, scrittura, documento in età normanno-sveva. Atti del Convegno dell'Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Napoli- Badia di Cava, 14-18 ott. 1991, a cura di F. D'Oria (Salerno, 1994), 359-367.

[33] A. Rovere, I «publici testes» e la prassi documentale genovese (secc. XII-XIII), Serta antiqua et mediaevalia, n.s. 1 (1997): 291-332.

[34] Bresslau, Manuale, 608 e ss.

[35] Registrum Magnum del comune di Piacenza no. 40 (ed. crit. a cura di E. Falconi-R.Peveri, I [Milano, 1984], pp. 73-74).

[36] Nicolaj, Cultura e prassi, 91; Ead., Alle origini della minuscola notarile italiana e dei suoi caratteri storici, Scrittura e civiltà 10 (1986): 49-82.

[37] M. Talamanca, Delegazione (dir. rom.), in Enciclopedia del diritto, XI, 918 e ss.

[38] Cortese, Il diritto, II, 119-120.

[39] Cortese, Il diritto, II, 120-121.

[40] Cortese, Il diritto, II, 121.

[41] Fowler, Ordines, 216; Cortese,Il diritto, II, 121.

[42] Cortese, Il diritto, II, 129 nt.

[43] Archivio di Stato di Bologna, Comune-Governo, Atti concernenti privati, b. I, c. 1.

[44] R. Hiestand, Notarius sedis apostolicae. Ein Beitrag zum Verhältnis von Notariat und Politik, in Tradition und Gegenwart, Festschrift zum 175 jährigen Bestehen eines badischen Notarstandes, hg. von P.J. Schuler (Karlsruhe, 1981), 39; v. anche G. Battelli, I notai pubblici apostolica auctoritate. Proposta di una ricerca d'interesse europeo, in corso di stampa.

[45] Cortese, Il diritto, II, 3.

[46] Pillius, Tancredus, Gratia. Libri de iudiciorum ordine (ed. F. Ch. Bergmann, 1842), rist. anast. Aalen 1965, 220, 248-249.

[47] Secondo un antico atteggiamento della Chiesa, v. R. Grégoire, Il diritto consuetudinario ecclesiastico e monastico. Riflessioni sul concetto agostiniano: «Mos populi Dei vel instituta maiorum pro lege tenenda sunt», Inter fratres 47-2 (lug.-dic. 1997): 127-141.

[48] Rolandini De iudiciis, X, ed. in Summa totius artis notariae, Venetiis (apud Iuntas) 1546, rist. anast. Bologna 1977, a cura del Consiglio nazionale del notariato, cc. 396vB-397rA.