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Giovanna Nicolaj

Alcune considerazioni sul 'sistema' documentario bassomedievale. In margine alle carte silvestrine

Pubblicato in Silvestro Guzzolini e la sua congregazione monastica. Atti del Convegno di studi tenuto a Fabriano, Monastero S. Silvestro abate, 4-6 giugno 1998, a cura di Ugo Paoli, Presentazione di sua Em.za Rev.ma Card. Jorge M. Mejía, Fabriano, Monastero San Silvestro abate, 2001 (Bibliotheca Montisfani, 25), pp. 365-375.

Prima di dire qualcosa di diplomatica, devo premettere giustificazioni e scuse: per motivi personali e vari non ho potuto svolgere il mio compito così come mi ero impegnata a fare, e cioè in misura approfondita, esauriente e per quanto possibile larga; tant'è che avevo pensato di non poter partecipare a questo nostro convegno. D'altra parte, la grande amicizia con Giuseppe Avarucci e una forte attrazione per questo luogo, questo ambiente, questa atmosfera mi hanno forzato a raccogliere qualche breve e sparsa notazione che giustificasse la mia presenza oggi e che ora spero non sia del tutto inutile ai lavori.

Il titolo del mio intervento indicato nel programma era Caratteristiche della documentazione silvestrina: un titolo dettato proprio da me un po' di fretta e un po' superficialmente, che riguardava evidentemente l'analisi diplomatistica dei documenti editi da Giuseppe Avarucci e Ugo Paoli nei primi due volumi de Le carte dell'Archivio di S. Silvestro in Montefano, e riguardanti il primo volume i fondi di provenienza Montefano, S. Benedetto di Fabriano e Fabriano, il secondo la documentazione della Congregazione silvestrina, dal pieno secolo XIII (1231, 1248) a tutto il secolo XV [1].

Quel titolo previsto, lo dico subito, mi sembra oggi assai sbagliato, perché a mio parere non si può vedere come tipica e caratterizzata diplomaticamente una documentazione silvestrina così come di qualunque altro ordine religioso: se l'Ordine silvestrino, fonte innanzitutto di spiritualità e religiosità e perciò anche tramite tra terra e cielo, ha conservato per tutta la sua esistenza “una simpatica fisionomia regionale”, come ha scritto Attilio De Luca[2], esso si è pur inserito nel vasto mondo medievale e quei fondi raccolti presso il suo archivio, pur con alcuni tratti di contenuto salienti – per esempio, la frequenza dei testamenti che beneficiano il monastero per le speranze che risveglia e alimenta, o la massa di nomine di procuratori dell'Ordine e altri atti che disegnano fittamente i rapporti di Montefano con la società del suo tempo, e cioè con il vicino comune di Fabriano, con altri ordini religiosi e con le gerarchie e le istituzioni ecclesiastiche del tempo –, quei fondi dunque raccolgono documenti che non si sottraggono, per parte loro, alle caratteristiche diplomaticamente fondamentali e generali del sistema documentario bassomedievale. Vale a dire che qualunque diplomatica guardi alle scritture documentarie con il tradizionale taglio classificatorio (per esempio documenti pontifici, documenti imperiali, documenti comunali, documenti privati, documenti silvestrini o francescani e via dicendo), seppur utile a delimitare campi di ricerca, non può prescindere dalla considerazione preliminare e di base del panorama o sistema storico di documentazione del periodo in esame: nel caso della documentazione silvestrina, quindi, non si può prescindere dalle caratteristiche generali di quel quadro di scritture diplomatiche di tre secoli, che in Italia riflettono un capitolo di storia che corre dall'età comunale fino agli inizi dell'età moderna – secondo un mosaico di ordinamenti monarchici come il Regno meridionale o come il cosiddetto Stato della Chiesa, di ordinamenti comunali e di altre autonomie fino ai cosiddetti primi stati territoriali – e che rappresentano un modello forte e giocano un ruolo importantissimo negli orizzonti della civiltà europea, suddivisa sì in regni nazionali con i loro ordinamenti e perciò le loro prassi documentarie, ma anche fortemente permeata dalla cultura giuridica italiana – prima soprattutto universitaria e poi letteraria e giurisprudenziale con l'Umanesimo e il Rinascimento [3] - e attraversata da quell'istituzione supernazionale e trasversale che è la Chiesa. E perciò è da premettere che il sistema documentario bassomedievale, che dicevo, è in qualche misura da considerare globalmente e unitariamente: infatti, se in età romana possiamo vedere un sistema unitario – pur nelle varietà per esempio provinciali e in particolare ellenistiche, o fra città e campagne che colorano la geografia dell'Impero -, se nell'alto medioevo si può parlare di prassi documentarie particolaristiche, invece, dalla fine del XII secolo in avanti, e cioè nell'età del cosiddetto diritto comune, la documentazione d'Occidente sembra tendere nuovamente all'unità o almeno alla convergenza e alla composizione di un pluralismo caleidoscopico [4].

Lo spazio-tempo disegnato, dunque, dai nostri documenti silvestrini è vasto ed è assai mosso: va da qui, Montefano e Fabriano sotto il monte, alle regioni limitrofe, a Roma e a Firenze, ad Avignone e a Basilea; è fitto di ombrosi conventi e chiostri, di campagne collinose con borghi e castelli, di città merlettate di mura, segnate da cattedrali e palazzi comunali, e sminuzzate in vie, case, uffici, e tribunali, botteghe, mulini e quant'altro. Visto il tipo d'archivio poi, è ancora uno spazio-tempo orientato verso i grandi palazzi pontifici di Roma, Viterbo e Avignone e verso i sontuosi consessi conciliari e concistoriali.

E questo spazio-tempo è affollato di uomini: monaci, frati, preti, gerarchie ecclesiastiche e prelati d'amministrazione e di governo, cittadini e governanti di istituzioni laiche, e sopra tutti l'imperatore e il papa; e poi ancora contadini e mercanti, artigiani, maestri, giuristi, notai e funzionari, tutti formicolanti in un grande affresco policromo e tutti stretti in una fitta rete di rapporti giuridici e istituzionali, che danno vita ad una marea di documenti diplomatici.

***

Come accennavo sopra, questi innumerevoli scritti diplomatici – che ora riempiono i nostri archivi a memoria del secondo medioevo di seguito ai fondi cosiddetti diplomatici, con termine e significato più ristretto e antico -, non sono tra loro disorganici, ma nelle loro molteplici tipologie e nelle loro varianti sono tutti connessi e disposti in un sistema largo e complesso di documentazione; un sistema che, purtroppo, i diplomatisti indagano e conoscono tutto sommato poco, che in genere è lasciato alla attenzione della sola archivistica – la quale per sua specifica prospettiva muove principalmente dalle fasi finali di deposito e di ordinamento degli scritti -, e che invece offre campi assolutamente inediti di ricerca e di riflessione circa i fini, l'origine e la produzione, le funzioni e le forme, e quindi le tipologie di tante fonti storiche. Accennerò perciò velocemente ad alcuni tratti generali, fondamentali o, se si vuole, strutturali, a mio parere, di tale sistema.

Intanto, gli ordinamenti giuridici e istituzionali della società bassomedievale, che sono all'origine dei documenti diplomatici, intessono le loro procedure non solo di una produzione di scritture sempre più massiccia, complessa e articolata, ma anche di formalismi orali e talvolta rituali e di formalismi gestuali e simbolici: per esempio, a Fabriano come nelle città in genere corrono per quartieri e contrade banditori e baiuli con mandati del tribunale civile da proclamare e divulgare “publica et alta voce” [5], o l'elezione del priore generale silvestrino è ratificata da un Te Deum cantato “alta voce” dal capitolo tutto [6] e la sua immissione nella corporalis traditio del priorato stesso è formalizzata con l'investitura dei paramenti sacri e l'assegnazione dello stallo in coro e del posto in capitolo [7]; oppure ancora, una composizione intercorsa fra l'Ordine silvestrino e il comune di Fabriano su certi beni viene compiuta “ad robur et firmitatem” con lo scambio fra le parti di un “osculum sanctae pacis” [8].

Questa prassi giuridica e istituzionale, che parafrasando malamente il grande giurista augusteo Labeone si potrebbe dire composita di acta (atti che si 'agiscono' magari verbis), gesta (e cioè atti compiuti senza parole) e scripta (e cioè documenti diplomatici in funzioni diverse e molteplici), trova un esempio splendido ed emblematico in una vicenda politica e giuridico-istituzionale assai nota e di grande risonanza all'epoca e cioè in quella “guerra aspra e aggrovigliata, fatta di battaglie e di intrigo diplomatico, intessuta sopra una trama di ambizioni molteplici” [9] che impegnò il papato avignonese di Giovanni XXII sia in Italia contro i signori ghibellini e gli aspiranti vicari imperiali sia in Europa tra re di Francia e un Impero rivendicato da Ludovico il Bavaro; guerra che culminò con raffiche di scomuniche, e cioè con atti istituzionali e solenni di diritto canonico [10]. Ebbene, si dia un primo sguardo all'iter giuridico-diplomatico di queste scomuniche.

I documenti riferiscono di successivi processi contro Ludovico il Bavaro terminati fra l'ottobre 1323 e il luglio 1324 con sentenze appunto di scomunica. Ora, la sentenza di regola deve essere a forma scritta, e fra i documenti silvestrini, per esempio, abbiamo una “sententia in scriptis promulgata” [11]; la sentenza scritta deve anche “de scripti recitatione proferri” (per esempio 4 e 5, VI, 2, 14, e gl.), quindi alle somme deve essere scritta e anche pronunciata oralmente per essere formalmente valida, anche se la sentenza pronunciata dal papa vale anche sine scriptis: “ipse enim solutus est a legibus… et quia eius praesentia omnem supplet sollemnitatem” (gl. illustrium a 5, VI, 2, 14).

Nel nostro caso le sentenze pontificie contro Ludovico sono state dotate della forma scritta e perciò sono state promulgate in litterae sollemnes; ma come sono state 'recitate'? Perché, trattandosi di scomuniche solenni, potrebbero aver avuto una pronuncia del tipo di quella adottata per la scomunica di Federico II, e cioè per acta e gesta: “Nam papa induit vestimenta papalia et coram duodecim episcopis indutis vestimentis episcopalibus, qui habebant quilibet unum cereum in manu, protulit sententiam excommunicationis in ipsum Friderichum et quilibet episcopus proiecit suum cereum in terram et cum pedibus conculcavit, in signum maledictionis aeternae” (casus a 2, VI, 2, 14).

Con la prolazione delle sentenze, comunque, non finisce la procedura legale. Infatti questa si compie con la pubblicazione delle sentenze stesse e cioè con altri atti e relativi documenti diplomatici: nel caso del secondo processo (7 gennaio 1324), il giorno 13 il camerario del papa, davanti al portale della cattedrale di Avignone e alla presenza di testimoni, legge la sentenza e ne traduce in volgare il dispositivo - “substancialiter vulgarizavit” -, quindi il camerario e il tesoriere del papa “dictam litteram bullatam appendi et affigi fecerunt in foribus ecclesiae”, come a Roma si adottava la propositio [12], affidandone quindi la custodia a quattro cursores pontifici, mentre un publicus notarius redige a prova dell'avvenuta pubblicazione un instrumentum [13]; nel caso invece del terzo e quarto processo (marzo-luglio 1324), la pubblicazione avviene “per universum orbem”, e perciò muove da un mandato pontificio emesso e doppiato in esemplari plurimi indirizzati alle alte gerarchie ecclesiastiche territoriali e da queste alte gerarchie, attraverso una rete capillare di canali e attraverso ulteriori documenti di mandato e procedimentali indirizzati ai vari gradi inferiori arrivano sino a “ecclesiis et locis aliis… civitatum et dyocesium”, dove “diebus dominicis et festivis,… astante fideli populo dum convenierit ad divina” la sentenza di scomunica viene pubblicata sollemniter (formalmente) e cioè “campanis pulsatis, candelis accensis et extinctis” e viene anche tradotta “in vulgari loquela”. E tutta questa complessa procedura e questa folta documentazione, se in partenza, presso la curia, era stata anche doppiata nei registri pontifici, si conclude al fondo con innumerevoli instrumenta publica e cioè notarili, redatti e poi spediti alla curia stessa in funzione di notifica e di prova dell'avvenuta pubblicazione [14].

Ci si è soffermati su questo caso perché esso, con la sua fiumana di scritti, dà una qualche idea della circolazione documentaria del tempo, un'idea che comunque abbozza appena il panorama diplomatico di quell'epoca. Devo per forza di cose rinviare alla nozione di documento diplomatico da me proposta e usata [15], una nozione che comprende e cuce un largo spettro di scritture giuridiche sul filo delle loro funzioni e relative forme [16]. Sulla base di quella nozione e riaccennando al panorama, o sistema, diplomatico dell'età bassomedievale si pensi, spigolando: per la parte di documenti prodotti dagli ordinamenti pubblici, per esempio alle Costituzioni Melfitane del 1231 emanate da Federico II, o al Liber Extra di Gregorio IX pubblicato nel 1234 o alle Costituzioni Egidiane fatte raccogliere per la Marca Anconitana dal cardinale Albornoz “in unum volumen constitutionum” e nel 1357 “editarum… in generali parlamento… celebrato in civitate Fani et per ipsum parlamentum receptarum” [17]; o si pensi ancora agli innumerevoli Statuti cittadini o corporativi e via dicendo, Statuti aggiornati via via da Riformagioni o Riformanze, a proposito delle quali tra la documentazione silvestrina troviamo un liber reformationum et ordinationum terrae Fabriani, doppiato in alcune copie autentiche di atti relativi ad una stessa questione, atti del podestà, del capitano, del consiglio generale e speciale e dei ventiquattro del popolo di Fabriano, oltre che dei priori delle arti [18]; o si pensi, ancora in ambito pubblicistico, e più precisamente giurisdizionale, alle massicce serie degli acta processuali, dei quali fra le pergamene silvestrine si trova un'eco in un rotolo di otto pergamene cucite insieme a copia semplice da acta di un giudice pontificio e, nella fattispecie, dai Libri delle testimonianze raccolte ed esaminate [19]; o si pensi, per esempio in campo privatistico, al complesso fenomeno dei contractus in scriptis, e cioè a forma scritta, che il basso medioevo riprende [20], o ancora alla varia tipologia dei documenti commerciali che vanno dal libro dei conti all'assegno bancario e dalla funzione probatoria a quella esecutiva [21].

Passiamo allora dalle funzioni alle forme, un tema più consueto ai diplomatisti, e perciò più semplice da presentare. Ovvero, non del tutto semplice secondo le coordinate tradizionali della diplomatica; mentre, se si accetta una nozione di documento diplomatico come quella proposta sopra, allora tutto torna.

Tornano infatti le forme molteplici di questa documentazione: per esempio, e guardando soltanto alle forme materiali e di cornice, tornano i fogli singoli e sciolti, i rotoli, una grande pergamena che raccoglie tutti di seguito e su due colonne otto documenti redatti da uno stesso notaio circa una stessa questione nell'arco di due anni [22], oppure un foglio singolo articolato però in dieci item diversi e di diversa data per l'attestazione dei versamenti successivi di vari legati disposti da un unico testamento [23], tornano le forme in fascicoli e le forme in libri.

La varietà di forme materiali tardomedievali – come peraltro quella delle forme di composizione interna [24] - è in conclusione complementare e significante delle funzioni documentarie ed è da correlare alla produzione documentaria stessa, ai suoi modi e tempi: quindi nessuna contrapposizione fra documenti in senso tradizionale (e cioè in foglio singolo) ed acta, perché i secondi non sono altro che sequenze di unità documentarie collegate dalla continuità dell'azione dell'istituzione che amministra una particolare attività dell'ordinamento; e nessuna contrapposizione tra documenti singoli, acta e un liber di codificazione o statuizione che raccoglie in una unità spesso poderosa un insieme organico di disposizioni. Ancora a proposito di nessi fra forme e funzioni e modi di produzione dei documenti, sappiamo bene che le forme nascono da prassi diversificate, tradizionali o innovative: cancellerie grandi e piccole, segreterie, uffici, ovvero notai che operano in cancellerie, in segreterie, in uffici oppure per sé.

Vorrei infine accennare a un ultimo problema che i documenti silvestrini ripropongono e cioè al problema dell'autenticità e delle sue forme che, risolto dai giuristi medievali tra XII e XIII secolo, diventa un altro lineamento fondamentale della documentazione bassomedievale.

È noto che la lotta contro il falso e le temibili alterazioni di documenti diplomatici, testi delicati in quanto giuridicamente rilevanti, è antichissima e risale agli inizi della nostra era. Questa lotta ha avuto fasi varie e alterne vicende, legate all'evoluzione storica e culturale della nostra civiltà e alla radicale imperfezione degli uomini i cui traguardi sono sempre non definitivi.

Questa lotta, comunque, ha avuto una svolta fondamentale fra XI e XIII secolo, quando per il rinascimento giuridico, per la spinta politica e istituzionale di fattori in gioco come l'Impero e il Papato medievali ovvero per il peso concreto, tecnico-culturale e cetuale di una tradizione secolare come quella notarile, ha escogitato la “soluzione” [25] di una autenticità legale del documento diplomatico e delle sue forme; e per tutto ciò rinvio ancora a un mio intervento [26].

Di qui allora anche le varie forme d'autenticazione che si colgono nella documentazione silvestrina e che come ovunque si alternano, si elidono, si assommano. Quindi, sigilli di gerarchie ecclesiastiche e d'ufficio – papa, vescovi, cardinali, cardinal legati, vicari generali, uditori generali, priori generali -, sigilli di collettività istituzionali ecclesiastiche – di un capitolo conventuale come di una sinodo generale -, uso di sigillo altrui, come quando il preceptor domus della chiesa di S. Giovanni di Macerata dell'Ordine gerosolimitano, giudice delegato dal papa in una certa causa, non essendo lui titolare di un sigillum proprium, fa autenticare una sua lettera con il sigillo di un giurisperito consultore e uditore delle parti nella stessa causa [27], secondo una procedura giuridicamente ammessa[28].

Parallelamente, un notariato pervasivo, per le cui mani passa una gran quantità di scritture di privati, di istituzioni ecclesiastiche, di istituzioni pubbliche. Un notariato che nelle Marche è per lo più di nomina imperiale, come è stato già notato da Giulio Battelli [29], e che, quanto al problema della fides del documento probatorio, attraverso il lavorìo della dottrina e della prassi, ha spostato il peso giuridico del documento dalla fase dell'originale alla fase di una publicatio come che sia [30].

Un notariato, ancora, che da sempre e per sempre è così flessibile ed elastico da accompagnare i mutamenti della storia e da adeguarvisi senza neanche troppa ostentazione e senza rigidità: tant'è che accompagna le 'autonomie' comunali e i loro uffici [31], accompagna e sorregge il disegno di una res publica all'alba dell'età moderna [32] e accompagna ancora lo sgranamento medievale dell'orizzonte Impero-Chiesa-Comuni verso il puzzle molto più complesso dei moderni stati territoriali, monarchici o no.

Così, se non colpisce il fatto che alla fine del Duecento a Montefano roghi documenti per il monastero un notaio di nomina imperiale che è però frater Armannutius, vocatus in seculo Armannutius Actonis de Belforte [33] - e ciò non meraviglia perché la legge canonica codificata nel Liber Extra proibisce il notariato ai soli clerici [34] -, non colpisce neanche che nei secoli successivi, ovunque, si trovino notai clerici, italiani o d'Oltralpe, che rilasciano documenti autenticati da loro stessi ma anche dai sigilli dei vescovi emittenti – quello del vescovo è da sempre un sigillo autorevolissimo e perciò autentico per definizione - e che anche si dichiarano notai di nomina insieme imperiale e pontificia, con un cumulo di forme che indica proprio trasformazioni e incertezze, evoluzioni e pronti adeguamenti.

D'altronde, si va ormai al Quattrocento, l'Impero è ormai solo tedesco e ha perso di fatto l'universalità del passato; mentre la Chiesa, nel gioco degli stati italiani ed europei, è scossa e minata nel prestigio e nelle posizioni un tempo di Gregorio VII, di Innocenzo III e Bonifacio VIII e va verso Lutero e la Riforma. Ormai siamo allo Stato, appunto, il cui principe è legibus solutus proprio in quanto rex superiorem non recognoscens e non deriva più il suo potere da Dio ma lo ottiene e detiene per sua virtù, come dirà Machiavelli.

Tant'è che ci sembra emblematico che anche in quest'angolo di dolcissime Marche, all'ultimo, un notaio imperiali auctoritate stenda un documento tipico e perfetto, in calce al quale però i priores artium populi et comunis Fabriani fanno “fidem et in verbo veritatis” attestano che quel notaio è “publicus, lealis et autenticus” e pure iscritto alla matricola locale; e lo attestano con un documento sottoscritto dal cancellarius del comune e autenticato dal loro sigillo [35].

[1] Le carte dell'Archivio di San Silvestro in Montefano, I, Montefano - S. Benedetto – Fabriano, a cura di G. Avarucci e U. Paoli, Fabriano 1990 (Bibliotheca Montisfani 14); II, Congregazione, a cura di G. Avarucci e U. Paoli, Fabriano 1991 (Bibliotheca Montisfani 15); in seguito Avarucci -Paoli, Le carte, I e II.

[2] A. De Luca, Le carte dell'Archivio di Montefano, in Il monachesimo silvestrino nell'ambiente marchigiano del Duecento. Atti del Convegno di Studi tenuto a Fabriano, Monastero di S. Silvestro Abate, 30 maggio – 2 giugno 1990, a cura di U. Paoli, Fabriano 1993 (Bibliotheca Montisfani, 22), pp. 231-243.

[3] D. Maffei, Gli inizi dell'umanesimo giuridico (1956), rist. Milano 1972.

[4] Mutuo terminologia e prospettive proposte da G. Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina. Dalle lezioni di paleografia (Bologna, a.a. 1953-54), rist. a cura di G. Guerrini Ferri, Bologna 1997, per la storia della scrittura latina, perché mi sembrano assai calzanti anche per la storia della documentazione latina.

[5] Avarucci - Paoli, Le carte, I, doc. 173.

[6] Avarucci - Paoli, Le carte, II, doc. 55.

[7] Avarucci - Paoli, Le carte, II, doc. 60.

[8] Avarucci - Paoli, Le carte, II, doc. 125.

[9] G. Volpe, Il Medio Evo (1926), rist. a cura di S. Moretti, introduzione di C. Violante, Roma-Bari 1999, p. 293.

[10] Ed. I. Schwalm in MGH, Const. V, docc. 841, 841a, 881, 883, 944.

[11] Avarucci - Paoli, Le carte, I, doc. 178.

[12] G. Nicolaj, Fratture e continuità nella documentazione fra tardo antico e alto medioevo. Preliminari di diplomatica e questioni di metodo, in Morfologie sociali e culturali in Europa fra tarda antichità e alto medioevo. Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, XLV/2, Spoleto 1998, p. 955.

[13] Ed. Schwalm in MGH, Const. V, docc. 841, 841a.

[14] Vari esempi di questi ed. da S. Lopez, Instrumenta publicationis aliquarum litterarum Iohannis Papae XXII contra Ludovicum Bavarum, Vicecomites Mediolanenses aliosque eorum sectatores factae diversis in locis, in “Analecta Augustiniana divo parenti Augustino dicata”, IX (1921-1922), pp. 318 e ss., e da A. Frascadore, La scomunica e la scrittura. Un'indagine sulla cultura grafica di notai, giudici e testimoni nella Puglia del primo Trecento, Firenze 1999 (Millennio medievale 13, Studi 3), pp. 29 e ss.

[15] Nicolaj, Fratture e continuità, p. 957.

[16] Nicolaj, Fratture e continuità, pp. 954 e ss.

[17] Per le Costituzioni Melfitane e il Liber Extra e i loro proemi di promulgazione, v. da ultimo M. Bertram, Gregorio IX, Innocenzo IV e Federico II: tre legislatori a confronto, in … colendo iustitiam et iura condendo… Federico II legislatore del Regno di Sicilia nell'Europa del Duecento. Per una storia comparata delle codificazioni europee. Atti del Convegno Internazionale di Studi organizzato dall'Università degli Studi di Messina, Istituto di Storia del Diritto e delle Istituzioni, Messina – Reggio Calabria 20-24 gennaio 1995, Roma 1997, pp. 13-14, del quale però non capisco bene la distinzione che pone, p. es. per il Liber Extra, fra proemio delle Decretali, termine usato solo dopo dai canonisti, e l'originaria “ordinaria lettera papale”: non lo capisco perché, certo, la pubblicazione “in unum volumen” della compilatio è formalizzata in una normale lettera papale che vale, come le costituzioni giustinianee alle tre parti del Corpus, come forma massima e fondamento dell'insieme di dispositivi organizzati nei cinque libri; per le Costituzioni Egidiane, v. da ultimo E. Cortese, Il diritto nella storia medievale. II. Il basso medioevo, Roma 1995, pp. 309-312.

[18] Avarucci - Paoli, Le carte, I, docc. 150, 157, 160.

[19] Avarucci - Paoli, Le carte, I, docc. 92, 94.

[20] Su questo tema si deve partire da U. Petronio, Stipulazione e documentazione dei contratti in età comunale, in Civiltà Comunale: Libro, Scrittura, Documento. Atti del Convegno, Genova 8-11 novembre 1988, Genova 1989 (Atti della Società Ligure di Storia Patria, Nuova serie, vol. XXIX [CIII]- fasc. II), pp. 68 e ss.

[21] C. Pecorella, Fides pro se, in “Studi Parmensi”, 22 (1977), pp. 133-231 e Nicolaj, Fratture e continuità, pp. 957-958, nota 14.

[22] Avarucci - Paoli, Le carte, I, docc. 4, 12.

[23] Avarucci - Paoli, Le carte, I, docc. 78, 87.

[24] Per una prima schematica classificazione di forme, v. Nicolaj, Fratture e continuità, pp. 958-961.

[25] Cito per l'ennesima volta G. Cencetti, Il notaio medievale italiano, in “Atti della Società Ligure di Storia Patria”, n.s., 1964, 4, p. X, il cui binomio notariato-soluzione è stato per me un annoso chiodo fisso, ma v. nota seguente.

[26] G. Nicolaj, Originale, authenticum, publicum: una sciarada per il documento diplomatico, letto nell'ambito del Seminario tenuto a Princeton presso l'Institute for Advanced Studies nel settembre 1999, in corso di stampa per la Columbia University Press di New York.

[27] Avarucci - Paoli, Le carte, I, doc. 92.

[28] Sul sigillo altrui v. H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la Germania e l'Italia (1912, 1931), trad. it. a cura di A.M. Voci Roth, sotto gli auspici della Associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti (Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Sussidi 10), Roma 1998, pp. 648-651.

[29] G. Battelli, I notai imperiali auctoritate nelle Marche al tempo di Federico II, comunicazione tenuta a Jesi nel dicembre 1994 per l'apertura dell'Anno Federiciano, in corso di stampa.

[30] Nicolaj, Originale (cit. alla nota 26).

[31] Del problema notariato-comune, dopo il classico P. Torelli, Studi e ricerche di diplomatica comunale (1911, 1915), rist. Roma 1980 (Consiglio Nazionale del Notariato, Studi Storici del Notariato Italiano, V), si sono occupati in più occasioni i colleghi Attilio Bartoli Langeli, Mino Fissore, Dino Puncuh e Antonella Rovere.

[32] M. Montorzi, Fides in rem publicam. Ambiguità e tecniche del diritto comune, Napoli 1984 (Storia e Diritto, Studi e testi raccolti da R. Ajello – E. Cortese – V. Piano Mortari, Studi 12), caro amico e collega intelligente e versatile, ma da prendersi con un po' di molle.

[33] Avarucci - Paoli, Le carte, II, Indice, p. 354.

[34] X, 3, 50.

[35] Avarucci - Paoli, Le carte, II, docc. 133, 134.