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Armando Petrucci

Diplomatica vecchia e nuova

Pubblicato in «Studi Medievali», serie terza, IV, fasc. II (1963), pp. 785-798.

II penultimo volume della Bibliothèque de l'Ecole des chartes (CXIX, 1961, edito però nel 1962) contiene i testi di due conferenze tenute nella sede dell'Ecole stessa il 10 novembre 1960 e il 20 ottobre 1961 e dedicate entrambe all'esame dello stato attuale degli studi diplomatistici e del loro possibile sviluppo futuro. I due saggi, dovuti rispettivamente ad Heinrich Fichtenau (La situation actuelle des études de diplomatique en Autriche) [1] e a Robert-Henri Bautier (Leçon d'ouverture du cours de diplomatique à l'Ecole des Chartes) [2], differiscono nettamente fra loro, sia per spirito informatore, sia per impostazione pratica dei problemi affrontati; e in questo contrasto è uno dei principali motivi dell'interesse che essi acquistano ai nostri occhi e che è appunto alla base di questa nota, destinata all'informazione degli studiosi italiani. La rassegna dello storico austriaco è, infatti, un'appassionata de­nuncia del progressivo esaurimento della disciplina già cara ai Sickel ed ai Ficker, mentre la lezione del diplomatista francese vuol essere l'esposizione di un ardito programma di rinnovamento della diplomatica, fondato su un rivoluzionario rovesciamento della sua tradizionale problematica. Se ci si fermasse qui, il contrasto potreb­be essere giudicato forse più apparente che reale, in quanto i due studiosi hanno in comune almeno il punto di partenza: la consta­tazione, cioè, di un grave stato di crisi della disciplina a loro cara, stato di cui il Fichtenau sembra voler fornire la diagnosi, il Bautier la terapia. Ma non è così: in realtà, pur muovendo da una iden­tica constatazione (anche se espressa in modi diversi), i due autori si allontanano subito l'uno dall'altro e imboccano strade divergenti; in quanto, se per il Fichtenau si tratta di crisi di esaurimento, cui c'è rimedio soltanto nell'approfondimento dei temi tradizionali, ri­vissuti con nuovo spirito, per il Bautier invece si tratta di crisi di crescenza, che può risolversi positivamente soltanto con una più accentuata espansione cronologica e geografica dei limiti e delle prospettive della disciplina.

Heinrich Fichtenau ci parla, nel suo studio, della situazione della diplomatica in Austria; ma in realtà quello che egli dice ri­guarda un po' tutti noi, perché i problemi di cui egli tratta, con «les angoisses et les espoirs» [3] che ne derivano, sono comuni a tutti i diplomatisti europei, figli di un'unica scuola, che affonda le sue radici, attraverso il magistero del Fickcr e del Sickel, nel periodo d'oro del cosiddetto «metodo scientifico» [4]. Lo studioso austriaco trae lo spunto iniziale, come si diceva, dalla constatazione di «une crise intérieure dans la diplomatique» del suo paese; crisi che dà origine ad una situazione «a la fois précaire», ma anche «pleine de promesses» [5], di cui egli intende ricercare le ragioni nel passato, indagare le caratteristiche nel presente, prospettare le soluzioni nel futuro.

Il passato, superfluo dirlo, è glorioso, illuminato dal retaggio di una tradizione che annovera due scuole attivissime anche se di di­versa impostazione metodologica: quella, appunto, fondata da Theodor von Sickel e l'altra iniziata invece da Julius von Ficker: la prima, dice il Fichtenau, simile a «un nouvel ordre religieux» [6], basata su una concezione autonomistica della diplomatica come disciplina nettamente separata dalla storia e tutta tesa all'edizione, “but principal de toute la discipline” [7]; l'altra, invece, attuante una stretta simbiosi fra studio dei documenti (considerati non sol­tanto nella loro forma, ma anche nel loro contenuto e nel loro am­biente) e studio delle istituzioni.

Molto acutamente il Fichtenau ravvisa in questo contrasto originario, di cui indaga i profondi motivi, il nocciolo della crisi attuale: perché in ognuna delle due tendenze cui abbiamo accennato si annida un grave pericolo per lo sviluppo degli studi diplomatistici, che nell'un caso è rappresentato dalla dissoluzione della diplomatica nelle disparate discipline alle quali si vorrebbe collegare strettamente lo studio dei documenti, e nell'altro dall'essiccamento della diplomatica stessa, sempre più tecnicizzata e malata di velleità perfezionistiche. Dissoluzione ed essiccamento che rappresentano ancor oggi i due elementi principali della crisi che il Fichtenau riconosce nel suo paese; ove, a suo dire, si riscontra “une popularisation de notre discipline ainsi qu'une accentuation du caractère technique des travaux”, per cui la diplomatica si è venuta gradatamente trasformando in un “métier artisanal que l'on exerce certes avec zèle, mais là seulement où il se recommande, c'est-à-dire soit pour finir les grandes éditions du passé, soit dans le cadre d'une recherche historique plus vaste. L'attitude du jeune chercheur s'est ainsi transformée en fonction des matériaux sur lesqueis il travaille ...” [8].

“Le jeune chercheur” è il vero protagonista dell'appassionata conferenza del maestro viennese; è a lui, al “jeune chercheur”, che la diplomatica non offre più, come alla fine del secolo scorso, l'inebriante sentimento di possedere un metodo sicuro per la scoperta, ogni giorno rinnovata, del “vero”; è lui che il Fichtenau vede oggi ridotto alla triste coscienza di un sempre più meccanico mestiere subalterno; è a lui infine che spera di poter offrire “quelque chose” che lo attiri e lo ripaghi “de s'étre consacré a des recherches pleines d'abnégation”, “quelque chose”, che, superando una annosa contrapposizione di fini e di metodi, “puisse s'engager à la fois dans les deux directions: celle des diplomatistes purs et celle des diplomatistes historiens” [9]. Per ottenere codesto “quid” che permetta insomma alla diplomatica di inserirsi di nuovo negli interessi e nella problematica della storiografìa contemporanea, il Fichtenau afferma che non è necessario “élaborer des programmes révolutionnaires promettant un renouvellement de notre discipline” [10], come non è necessario elaborare programmi nuovi; basta, egli dice, ritornare ad una concezione della diplomatica più vasta ed elastica di quanto non fosse quella del Sickel e insieme più individuata e autonomamente approfondita di quanto non fosse quella contraria del Ficker. Allargare, dunque, i tradizionali confini della diplomatica, ma non polverizzarla, e neppure pretendere di ritornare ad una scienza universale dei documenti, ricalcando le ingenue ambizioni dei pionieri settecenteschi. Ad una tale anacronistica problematica il Fichtenau oppone una “diplomatique générale” (non “universelle”) che abbia una visione completa dei problemi più complessi e sappia approfondire con spirito e metodi nuovi argomenti particolari e “speciali”: “On peut jeter - egli spiega - des ponts entre les chapitres particuliers de la diplomatique et comparer entre eux les faits qu'ils contiennent. On peut aussi comparer les chartes avec d'autres vestiges de la même époque, et il est également intéressant de suivre l'évolution de certaines formes a travers les siècles et au delà du Moyen Age” [11].

Non si può non notare che questo, in fondo, non è un programma nuovo; e il Fichtenau stesso ammette che esso è stato posto in pratica già da parecchi diplomatisti, e con risultati, almeno in parte, positivi. Ma nuovo è lo spirito di cui egli intende animarlo, nuova la concezione del documento che egli suggerisce come ideale punto di partenza di ogni ricerca diplomatistica, per particolare o speciale che sia. Si tratta, egli afferma con suggestiva espressione, di vedere il documento così come lo vedeva l'uomo del medioevo [12], di considerarlo cioè in tutti i suoi aspetti, i suoi significati, i suoi fini: “Un clerc de la chapelle royale en train d'écrire un privilège n'aurait sans doute pas accepté que l'on limitât la signification de cet acte a la sphère juridique ou même a la sphère d'un droit sécularisé des temps modernes”; e ciò per il fatto che in ogni documento medievale sono presenti ed operanti implicazioni religiose, liturgiche, retoriche, che si intrecciano variamente fra di loro e ne costituiscono, al disotto dello schema giuridico, il vivente tessuto connettivo. È dalla coscienza di queste più intime possibilità di interpretazione che ogni particolare ricerca deve partire, per raggiungere una comprensione totale della complessa manifestazione di civiltà costituita dalla documentazione medievale.

È questa la strada che i giovani diplomatisti devono dunque percorrere ? È davvero questa suggerita dal Fichtenau la maniera migliore per dare alla diplomatica una dimensione moderna e rinnovati orizzonti di ricerca, pur lasciandone immutata la metodologia ed identico il campo di ricerca ? Robert-Henri Bautier ci dice di no; ed indica con entusiastico slancio altre soluzioni, aprendo dinanzi ai diplomatisti altre e forse più ardue strade. Per giungere a tracciare il suo nuovo programma, lo studioso francese parte da lontano, riesaminando le diverse concezioni della diplomatica elaborate dal XVII secolo ad oggi, dal Mabillon al suo maestro Georges Tessier, di cui ha recentemente occupato la cattedra all'Ecole. Arriva così anch'egli a parlare della crisi odierna degli studi diplomatistici, ma fornendone una diagnosi alquanto diversa da quella del Fichtenau: dei due elementi di crisi, infatti, individuati dallo storico austriaco, il Bautier riconosce e depreca soltanto il primo, per colpa del quale “le domaine de la diplomatique est allé en se restreignant, tandis que son matériel, ses buts, ses méthodes, son esprit s'étriquaient progressivement” [13]. A suo avviso questo processo di impoverimento sarebbe avvenuto alla fine del XIX secolo, proprio nel periodo migliore, cioè, per le cosiddette discipline ausiliarie della storia e per lo studio dei documenti in particolare. Ad una concezione che ha ridotto, come egli argutamente osserva, la nostra disciplina a «une peau de chagrin» [14], il Bautier contrappone la visione assai più larga della diplomatica che, a suo dire, avevano gli eruditi del XVIII secolo, per i quali fine della disciplina era “la critique des documents d'archives entendus au sens large” [15] e perciò comprendenti “l'ensemble du matèriel documentaire contenu dans les archives” [16], senza distinzione di epoche. L'oggetto di studio, il campo di interesse dei diplomatisti, che dalla fine del XIX secolo si sono venuti restringendo alla sola “Urkunde”, dovrebbe dunque, con un salutare ritorno alle origini, estendersi di nuovo fino a comprendere ogni tipo di documento, di ogni epoca - anche moderna - ed in ogni lingua o scrittura. Se, infatti, come già più di trent'anni or sono sosteneva Georges Tessier, la diplomatica è “la science des règles qui, a travers les âges, ont présidé à l'élaboration et à la rédaction des actes instrumentaires considérés comme sources de l'histoire” [17], non si vede perché essa, come puro metodo di indagine, non possa essere applicata allo studio delle tavolette babilonesi così come del moderno formulario burocratico [18].

II Bautier non indietreggia di fronte alle conseguenze pratiche di affermazioni generali così impegnative, e disegna le “nuove frontiere” della diplomatica proprio in questi inesplorati territori, invitando esplicitamente allo studio dei “papiers administratifs” moderni, che, pur non essendo “atti” in senso stretto, sono parte e tramite di documentazione. Una problematica siffatta conduce naturalmente ed anche pericolosamente la diplomatica a contatto con un'altra disciplina, di cui essa viene ad essere automaticamente emula e concorrente: l'archivistica; e il Bautier ammette infatti che l'unico carattere comune di questi nuovi oggetti dell'indagine diplomatistica è “le fait que dans tous les cas il s'agit de documents d'archives” [19]. Ebbene, come tracciare un confine sicuro fra due discipline che si trovano ad avere lo stesso, indeterminato, campo d'indagine ? Il Bautier pone questo fondamentale problema con molta chiarezza e lo risolve in modo formalmente ineccepibile, affermando che “l'archivistique ne s'intéresse pas au document en soi, mais au groupement des documents ...”, mentre “la diplomatique s'attache au document d'archives pour lui-même: à sa forme d'abord, à sa genèse ensuite” [20]; e prosegue sottolineando la necessità che il documento sia sempre considerato “dans le contexte du fonds auquel il appartieni: il apparaît indispensable de ne pas séparer l'étude de l'acte de l'examen des autres actes faisant partie du même fonds” [21]. Ciò è ovviamente indispensabile per chi sostenga, come il nostro autore, che oggetto dello studio diplomatistico sono genericamente i documenti d'archivio.

Ma che cosa rappresenta, dunque, nella nuova prospettiva del Bautier, il “documento” ? Come possiamo definirlo ? È questa una domanda che la diplomatica classica si è posta sin dagli inizi, e a cui ha risposto da tempo per bocca dei suoi maggiori teorici. Il Paoli, ad esempio, affermava che il documento è “una testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica, compilata coll'osservanza di certe determinate forme, le quali sono destinate a procurarle fede e a darle forza di prova” [22]; formulazione assai chiara, puntuale e, a nostro avviso, tuttora soddisfacente [23]. Essa tuttavia è tale da non corrispondere alla nuova problematica posta da quella che potremmo senz'altro chiamare la “scuola francese”. la quale, come si è visto, esige una diversa concezione del documento e perciò una sua nuova definizione, che il Bautier ci offre in questi termini: «l'acte diplomatique (non più, dunque, il documento) est essentiellement un document d'archives, c'est-à-dire une pièce d'un ensemble, un élément d'un fonds” [24].

Occorrerebbe qui interrompere la nostra esposizione per discutere a fondo tale definizione, insieme troppo ampia e troppo ristretta: basta dunque che una testimonianza o una memoria qualsiasi (anche non scritta ?) sia conservata in un archivio perché acquisti significato di “acte diplomatique” e rientri nel dominio della diplomatica ? Ma oggi gli archivi stanno trasformando la loro struttura e il loro aspetto e divengono sempre più centri di documentazione in cui, accanto al “papier administratif” prende posto altresì il nastro del registratore e il microfilm [25]. Anche di questi dovrà occuparsi il diplomatista ? O si tratta in tali casi di “pièces d'archives” che non rientrano nella categoria degli “actes” ? Ma allora la diplomatica dovrà occuparsi di una parte soltanto di ciò che è conservato negli archivi e restringere così in pratica, anziché allargare, i confini dei suoi interessi, anche rispetto alla diplomatica classica, che, sia pure entro sicuri limiti cronologici, dovrebbe tendere (se rettamente intesa) alla conoscenza totale del processo di documentazione [26].

Ma sui motivi di contraddizione insiti in questa nuova visione del documento in quanto oggetto di studio del diplomatista sarà necessario tornare più avanti. Riprendiamo ora l'esposizione dello studioso francese, seguendolo nella sua fondata critica della restrittiva concezione tradizionale della diplomatica, il cui fine ultimo si limitava ad essere (e tale rimane tuttora per buona parte dei diplomatisti) quello di stabilire criticamente la genuinità o falsità dei documenti presi in esame. Molto opportunamente il Bautier rileva (seguendo in ciò le orme del suo maestro) che tale compito ha senso unicamente per i documenti anteriori al XIII secolo e che in realtà può essere inteso soltanto come una delle applicazioni del metodo diplomatistico [27]. Ben altri, dunque, e molto più vasti, devono diventare i fini della diplomatica, in relazione anche al fatto che enormemente più ampio va considerato il suo campo d'indagine. Il Bautier ci addita tali nuovi orizzonti in alcune fervorose pagine, in cui sostiene il diritto per il diplomatista di “revendiquer certains secteurs frontaliers relevant en principe de disciplines voisines, comme la paléographie, la chronologie ou la sigillographie” [28] e l'obbligo di considerare la propria disciplina come scienza che “s'insère dans l'histoire de la civilisation dès qu'une culture abandonne le stade de l'oralité primitive” [29]. Meno convincente (e ne spiegheremo più avanti il perché) appare la parte finale del saggio, in cui il Bautier invita ad estendere, come si è già accennato, gli interessi del diplomatista al di là di ogni ragionevole confine di tempo e di spazio, fino ad abbracciare insieme i documenti delle antiche civiltà medio-orientali e il meccanismo burocratico degli odierni uffici amministrativi, anche e soprattutto attraverso una nuova branca della disciplina: la «diplomatique comparative» [30].

Al termine del suo saggio il Bautier riassume la propria concezione della diplomatica, affermando che essa costituisce “une méthode d'application generale” ... “la critique elle-même, a l'état pur ou presque pur”, ricca perciò di una utilità che va oltre la sfera storiografica per attingere valori più generali : “Car l'esprit critique ainsi entendu est une des armes les plus efficaces au service de la liberté de l'esprit” [31].

* * *

In confronto con quella, sostanzialmente tradizionale, del Fichtenau, la visione della diplomatica e dei suoi compiti enunciata dal Bautier appare rivoluzionaria e sconcerta non poco chi, educato a scuole storiche diversamente orientate, vi avverte, al disotto dello slancio e della passione, una certa inadeguatezza dei mezzi ai fini, e non pochi equivoci metodologici. Occorre a questo punto ricordare che le novità enunciate dal Bautier costituiscono il patrimonio comune di una scuola che ha per maestro un grande diplomatista, Georges Tessier, il quale dopo aver fissato più di trent'anni fa [32] i principi fondamentali di questo “nuovo corso”, li ha confermati recentemente in due scritti, cui non manca né la chiarezza, né la decisione [33].

La nuova problematica proposta dalla scuola del Tessier è nata da una sostanzialmente positiva reazione a quella crisi di “essiccamento” e impoverimento della diplomatica che in poche diecine di anni ha rischiato di tagliare fuori dalla storiografìa moderna una disciplina che pure, in certi periodi, aveva rappresentato il sostegno necessario (e a volte anche sufficiente) del movimento storico europeo. Sarebbe stato naturale, dunque, tentare di restituire alla diplomatica, di cui si avvertiva l'eccessivo tecnicismo, un orizzonte storico: ma i diplomatisti francesi, obbedendo in ciò a una tendenza comune a tutta la storiografia del loro paese, hanno scelto la strada opposta, ricercando le ragioni di autonomia della loro disciplina al di fuori della storia.

L'aspetto infatti della riforma proposta dal Tessier e dal Bautier che maggiormente colpisce il lettore è proprio il dislocamento della problematica diplomatistica al di fuori di ogni coordinata cronologica, in un limbo puramente tecnico, ove il metodo critico elaborato dai diplomatisti delle passate generazioni viene applicato indifferentemente a prodotti di civiltà fra loro lontanissime. Il Tessier, del resto, conferma il carattere astorico della rinnovata disciplina, quando riconosce che la “notion de diplomatique que nous venons de préciser déborde le cadre purement historique” [34].

Questo atteggiamento spiega con assoluta evidenza la rivalutazione operata dal Bautier della diplomatica enciclopedica dei Maurini del XVIII secolo, i quali, con il gusto antiquario tipico del loro tempo, spingevano i loro interessi fino a comprendere i documenti di ogni tipo e di ogni paese nell'ambito della nuova «ars critica» [35]. Spiega, dicevamo, ma non giustifica un salto indietro di due secoli e più, inammissibile anche se lo si consideri in funzione di quelli che vogliono essere i fini della proposta rivoluzione. Si desidera infatti reagire all'impoverimento della diplomatica, al suo isolamento, al restringimento del suo campo d'azione; ma con i mezzi proposti (sganciamento da ogni limitazione cronologica, estensione indiscriminata a tutte le epoche e civiltà, riduzione della diplomatica alla sola metodologia critica) si rischia di essiccarla ancor più di quanto non sia stato fatto nei decenni passati, di trasformarla cioè in un puro strumento tecnico escluso da ogni possibilità di vera comprensione dei fenomeni cui si accosta. L'unica cosa che la diplomatica così intesa guadagna dalla nuova prospettiva propostale, è una sicura autonomia; ma si tratta di un'autonomia che rischia di divenire, senza splendore, puro e semplice isolamento.

Nell'ultimo studio di Georges Tessier una frase pare contrastare con quanto si o detto finora, ed è quella in cui egli afferma che “les actes écrits” devono essere considerati “comme des phénomènes sociaux et des faits de civilisation qui méritent d'être étudiés pour eux-mêmes” [36]; giudizio che abbiamo visto condiviso anche dal Bautier, per il quale “l'écrit est précisément au coeur même de la civilisation» [37]. Ma una considerazione complessiva, totale, del documento come prodotto e testimonianza di civiltà (che è l'unica legittima), non può avvenire al di fuori di ogni prospettiva storica, attraverso una disciplina puramente tecnica che si proponga come unico fine lo studio formale di “pièces d'archives” di ogni epoca e di ogni civiltà. Non si vuole qui negare la possibilità di studiare, con adeguato metodo, la formazione del documento babilonese o il formulario burocratico dell'amministrazione del Regno d'Italia dal 1861 alla prima guerra mondiale; si giudica invece assurdo che argomenti di indagine storica così disparati possano essere compresi nell'ambito di un'unica disciplina e possano essere affrontati con il medesimo metodo di indagine: quello cioè della diplomatica medievale, a meno che non si voglia ridurre quest'ultimo ad una semplice applicazione di buona critica, necessaria del resto ad ogni disciplina di studio, storica e no. La diplomatica, infatti, anche se non è nata esclusivamente come scienza del documento medievale, tale è diventata nel XIX secolo per un cosciente e positivo rifiuto dell'erudizione settecentesca di tipo antiquario, aperta a tutte le curiosità e astoricamente curiosa di tutte le epoche; fu proprio nel restringimento del suo campo di indagine al solo medioevo che la diplomatica trovò la sua vera autonomia e assurse da mero strumento ausiliario buono per tutti gli usi, a disciplina storica.

* * *

Deve adesso la diplomatica rinnovarsi rimanendo essenzialmente (ma non esclusivamente !) medievale, oppure occorre che si trasformi in “scienza del documento scritto” di qualsiasi epoca e civiltà ? Di fronte all'alternativa posta in questi termini dal Fichtenau e dal Bautier, il peggiore atteggiamento sarebbe quello di chi volesse negare l'esistenza di una crisi della nostra disciplina e preferisse non operare scelta fra i due opposti indirizzi di studio: ciò significherebbe rassegnarsi definitivamente a quel processo di esaurimento e di isolamento della diplomatica che lo storico austriaco e lo studioso francese hanno parallelamente ed efficacemente descritto, e del quale ognuno di noi ha fatto e fa esperienza quotidiana ed ha più o meno chiara coscienza.

Occorre dunque scegliere: e a nostro parere la scelta va fatta nel senso indicato dal Fichtenau. Lo studio del documento medievale (questo infatti deve rimanere l'oggetto principale delle ricerche diplomatistiche) va condotto da un nuovo punto di vista, fondato sulla conoscenza - e coscienza - della mentalità dell'uomo medievale, del suo mondo e delle sue espressioni; quando il Fichtenau dice: “II faut que nous arrivions a voir les documents comme les hommes du Moyen Age les voyaient eux-mêmes et leur point de vue doit servir de point de départ à des recherches plus approfondies” [38], apre una strada percorrendo la quale la diplomatica può inserirsi di nuovo e con sua fisionomia nella corrente più viva della storiografia contemporanea, e nello stesso tempo indica con chiarezza che, proprio in tale profondo rinnovamento di punto di vista e di spirito informatore, essa deve rimanere essenzialmente scienza del medioevo.

La ragione di autonomia e la giustificazione stessa della diplomatica come disciplina storica, infatti, non traggono origine tanto da una particolare tecnica di indagine, quanto piuttosto dal peculiare significato che nella civiltà medievale (e solo in essa) acquistava l'atto documentario. Per comprendere a fondo questo significato (che è appunto quanto suggerisce il Fichtenau), occorre tener presente l'atteggiamento fondamentale dell'uomo del medioevo rispetto ai fatti della vita e della società: atteggiamento estraneo, in un certo senso, al fluire del tempo e alla connessione reciproca degli avvenimenti così come siamo abituati a concepirli oggi [39], e incline perciò a voler fissare i fatti della vita non attraverso precise coordinate cronologiche, ma mediante un fitto reticolato di formule, consuetudini, liturgie, il cui ritmo era rigidamente regolato, osservato e compreso da tutti. Strumento essenziale di una simile concezione e di una tale pratica era il documento scritto, privato e pubblico, del quale l'uomo del medioevo si serviva spesso per esprimere e comunicare non soltanto rapporti giuridici e amministrativi, ma. anche e a volte soprattutto credenze religiose, concetti politici, sentimenti di potenza o di pietà, mediante un sapiente intreccio di formule tradizionali, di artifìci retorici, di citazioni bibliche e giuridiche, di eleganze calligrafiche, di simboli grafici.

Proprio l'aspetto essenzialmente formale della vita medievale e il valore significante assunto in essa dal documento scritto, permettono alla diplomatica (che quel documento studia, interpreta, collega ad altri prodotti del medesimo ambiente) di attingere alcuni aspetti essenziali della civiltà medievale, adoperando il suo peculiare metodo e non invadendo il campo di ricerca di altre discipline.

Col nascere dell'età moderna e della moderna considerazione del tempo e della storia, il documento si è andato spogliando del suo originario valore simbolico e di ogni funzione che non sia quella di puro tramite e prova di rapporti giuridici. Nello stesso tempo, e per le stesse cause, esso viene via via perdendo la sua individualità, sia perché il suo processo di genesi tende a liberarsi dalle regole rigide della tradizione medievale, sia perché nel suo interno si dissolve quella ordinata impalcatura formale che era stata fino ad allora emblema e garanzia dei significati particolari che l'uomo del medioevo era abituato a riconoscervi.

Il documento, insomma, si trasforma in “atto”, e uno studio autonomo della sua genesi e delle sue forme non si giustifica più, in quanto non può più consentire un reale contatto con gli aspetti fondamentali della civiltà moderna e contemporanea, ma solo, mediante una utilizzazione puramente strumentale, la comprensione di fenomeni settoriali limitati all'amministrazione pubblica, al commercio, ad alcuni aspetti della produzione. Se, come ci confermano i diplomatisti francesi, la diplomatica deve studiare la genesi e le forme del documento, essa non può che rimanere essenzialmente scienza del medioevo: perché soltanto in questo periodo storico il processo di formazione e la struttura formale dell'atto scritto furono intesi come elementi di una tradizione comune e ne subirono le regole, assurgendo con ciò stesso a quel significato di “phénomènes sociaux” e di “faits de civilisation” che sarebbe veramente eccessivo attribuire indistintamente a tutte le brute “pièces d'archives”.

Per ritrovare le ragioni della funzione e della autonomia della sua disciplina, il diplomatista deve dunque considerare in modo nuovo il documento medievale, sforzandosi di inquadrarle quanto compiutamente possibile nell'ambiente storico che lo ha visto nascere, restituendolo a quel complesso intreccio di significati e di allusioni - e anche a quel metastorico senso di assolutezza - che l'uomo di tanti secoli addietro era abituato a riconoscervi. Tale nuovo punto di vista rinnova ed amplia anche la problematica della disciplina, il cui fine diventa lo studio dell'attività documentaria del medio evo in tutte le sue fasi e in tutti i suoi aspetti, nelle premesse, cioè, nei centri di produzione, nei prodotti ed in ognuno dei suoi significati, come aspetto particolare del mondo medievale e come fenomeno significativo della sua civiltà. Si potrà, ad esempio, allargare ed approfondire lo studio delle cancellerie vescovili, signorili e comunali, ognuna delle quali rappresentava un centro, oltre che di attività amministrativa, anche di attività culturale. Parimenti occorrerà studiare, con più rigorosa limitazione cronologica e geografica di quanto non si sia fatto per il passato, la formazione e la diffusione di alcune singole parti del documento, come la “minatio” o l'“arenga” degli atti privati, che riflettono, al di là delle tradizioni scolastiche, credenze, propensioni, orientamenti mentali dell'autore e del rogatario. Considerare le scritture cancelleresche e documentarie non soltanto nella loro visibile morfologia, ma anche come riflesso della dignità attribuita all'atto di cui rappresentavano il simbolo grafico. Valutare in modo più organico le complesse manifestazioni dell'attività notarile, che abbracciava campi così diversi nell'apparenza (da quello della redazione di atti per privati alla funzione cancelleresca sino alla composizione di cronache cittadine o regionali) [40], ma tutti collegati da quell'analoga propensione ad un inquadramento formale dei fatti della vita privata e associata di cui il notaio era l'indispensabile ministro. Per non parlare del problema della continuità fra evo antico e medioevo, fondamentale in diplomatica tanto quanto in paleografia, problema che può essere affrontato mediante un più ampio studio delle formule (dalle “intitulationes” sino a quelle conclusive) degli atti pubblici e privati, un più sistematico rilevamento degli usi documentari locali (per il quale può soccorrere anche l'esame della coeva produzione epigrafica), una più accurata analisi del funzionamento e dell'attività delle principali cancellerie, suscettibile di essere estesa a quelle manifestazioni scritte o figurate ad esse parallele, nelle quali analogamente si manifestava la simbologia del potere, che costituiva carattere essenziale dell'atto pubblico (si allude qui soprattutto alle fonti epigrafiche e monetarie).

Questa nostra, naturalmente, è, nella sua provvisorietà, una esemplificazione soltanto casuale del tipo di problemi che la diplomatica medievale ha il dovere di scoprire ed affrontare in una nuova visione dei suoi confini e dei suoi compiti; ma può servire a disegnare concretamente le linee di una nuova prospettiva di studio mediante la quale il diplomatista riuscirà ad approfondire e ad allargare sensibilmente i confini della diplomatica e a rinnovarne il senso di disciplina essenzialmeiite storica; e, con ciò stesso, a superare la crisi in cui essa attualmente si trova, con l'aprire dinanzi ai giovani ricercatori una strada ricca di interessi vivi, di nuove scoperte, di sempre più diretta ed approfondita comprensione della storia [41].

(*) Dedico queste pagine alla memoria del mio maestro Franco Bartoloni.



[1] Vol. cit., pp. 5-20.

[2] Ivi, pp. 194-225.

[3] Ivi, p. 5.

[4] Cfr., a proposito del divario apertosi in Italia fra erudizione e storia, le illuminanti pagine di E. Sestan, L'erudizione storica in Italia, In Cinquant'anni di vita intellettuale italiana. 1896-1946, II, Napoli, 1950, pp. 425-53.

[5]  Fichtenau cit., p. 13.

[6]  Ivi, p. 8.

[7] Ivi.

[8] Ivi, p. 7.

[9] Ivi, pp. 13-14.

[10] Ivi, p. 13.

[11] Ivi, p. 14.

[12] Ivi, p. 17.

[13] Bautier cit., p. 201.

[14] Ivi, p. 205.

[15] Ivi, p. 201.

[16] Ivi, p. 202.

[17] O. Tessier, Leçon d'ouverture du cours de diplomatique de l'Ecole des chartes, in Bibliothèque de l'Ecole des chartes, XCI (1930), p. 260 (il brano è riportato dal Bautier, p. 205).

[18] «Elle (la diplomatica) s'applique en effet aussi bien à nos lois, décrets et arrêtés, à nos effets de commerce qu’aux tablettes de l'Antiquité babylonienne, aux papyrus gréco-romains et aux chartes médiévales. Tout fonctionnaire appelé a mettre en forme un texte réglementaire, tout officier ministériel, tout greffier fait de la diplomatique sans le savoir»: cosi il Tessier  in La diplomatique, Paris 1952, p. 14; cfr. anche dello stesso Diplomatique, in L'hisloire et ses méthodes, Paris, 1961 (Encyclopédie tic la Pléiade, XI), pp. 668-9.

[19] Bautier cit., pp. 208-9.

[20] Ivi, p. 210.

[21] Ivi, p. 211.

[22] C. Paoli, Diplomatica, a cura di G.C. Bascapè, Firenze, 1942, p. 18.

[23] Cfr. a questo proposito, A. Pratesi, Elementi di diplomatica generale, Bari, s. d. (ma 1963), p. 4.

[24] Bautier cit., p. 213.

[25] E meglio di ogni altro lo sa il Bautier, di cui si veda il capitolo dedicato a Les archives, in L'histoire et ses méthodes cit., pp. 1120-66, e, in particolare, pp. 1153-5.

[26] Non è chiaro, inoltre, cosa intenda qui il Bautier quando parla di archivio; poiché da un punto di vista diplomatistico, e cioè per lo studio della genesi e della forma dei documenti, soltanto un certo tipo di archivio e soltanto alcune serie di atti possono avere rilevanza nel loro complesso (e non soltanto come singoli pezzi) e sono archivi e serie provenienti direttamente dall'ente emanante, e cioè dalla sua cancelleria (registri, minute, atti preparatori. ecc.); non dunque gli archivi puramente conservativi (che costituiscono la grande maggioranza dei depositi documentari di altre epoche giunti sino a noi), ove gli atti si trovano ordinati secondo criteri assai diversi da quelli che hanno presieduto alla loro emanazione.

[27] Bautier cit., pp. 214-5.

[28] Ivi, p. 217.

[29] Ivi, pp. 219-20.

[30] Ivi, pp. 221-3.

[31] Ivi, p. 225.

[32] Cfr. sopra, note 17 e 18 e testo relativo.

[33] Già citati più sopra: cfr. nota 18 e testo relativo.

[34] La diplomatique cit., p. 14.

[35] Bautier cit., pp. 202-3.

[36] Diplomatique cit., p. 670.

[37] Ivi, p. 219.

[38] Ivi, p. 17.

[39] Cfr. a questo proposito M. Bloch, La civiltà feudale, trad. it., Torino, 1949, pp. 132-4.

[40] Cfr. a proposito della cronachistica notarile le acute osservazioni di O. arnaldi, Studi sui cronisti della Marca Trevigiana nell'età di Ezzelino da Romano, Roma, 1963, pp. 111-33 e 225-45, ove viene incidentalmente prospettata una diplomatica delle cronache (pp. 131, 230), che superi la formale e spesso infondata contrapposizione tra fonti narrative e fonti documentarie.

[41] Franco Bartoloni, nella sua prolusione romana del 1951, dopo aver rilevato che “gli studi del primo cinquantennio del secolo XX rappresentano in fondo l'applicazione e la convalida dei principi che la generazione precedente aveva scoperto e formulato”, indicava le nuove, grandi possibilità insite nello studio totale del documento medievale, soprattutto privato: «La comparazione può far giungere qui a risultati insperati: l'uso di un particolare computo cronologico, l'apparire di una speciale formula fuori dei confini politici del territorio in cui è normalmente usata, l'identità di istituti giuridici in paesi diversi possono mettere in luce relazioni ignorate, denunciare la supremazia di un potere in una sfera d'influenza della quale non si aveva notizia, chiarire rapporti politici, economici, sociali»; e, più avanti, auspicava un approfondimento di settori sinora trascurati della diplomatica medievale, nonché (parallelamente a quanto accade da due decenni a questa parte in campo paleografico) un'estensione di interessi alla storia del documento romano, da cui quello medievale per gran parte deriva (F. rartoloni, Paleografia e Diplomatica; conquiste di ieri, prospettive per il domani, in Notizie dagli Archivi di stato, XIII, 1953, pp. 124, 128-9).