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Alessandro Pratesi

Diplomatica in crisi?

Pubblicato in Miscellanea in memoria di Giorgio Cencetti, Torino 1973, pp. 443-455; e in A. Pratesi, Tra carte e notai. Saggi di diplomatica dal 1951 al 1991, Roma 1992 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, XXXV, pp. 83-95.

La memoria di Giorgio Cencetti rimarrà in me sempre legata — accanto e oltre che alle numerose manifestazioni della sua amicizia, al contributo delle sue pubblicazioni, ai cento e cento episodi di una colleganza alimentata, negli ultimi dieci anni della sua vita, da incontri poco meno che quotidiani — soprattutto alle discussioni cordiali, aperte sui temi delle nostre ricerche, in un reciproco scambio di idee che si protraeva a volte per ore, animato sempre in entrambi dall'ansia di chiarire i propri dubbi, di rispondere motivatamente alle obiezioni che l'uno sollevava alle risposte dell'altro, di giungere alla verità, non importava se attraverso la chiara dimostrazione della propria tesi o lo schietto riconoscimento del proprio errore. Come già con Franco Bartoloni, è stato questo per me un apprendistato continuo, ben più efficace di quello assimilato attraverso l'insegnamento istituzionale, anche se, discepolo poco raccomandabile, non ho saputo trarre da quel magistero quanti e quali frutti sarebbe stato lecito attendersi.

Uno dei motivi che ricorreva con maggior insistenza in tali colloqui, sollecitato ora da un argomento ora da un altro, consisteva nel destino della diplomatica e negli indirizzi che la disciplina avrebbe dovuto seguire: ed erano, da parte di lui, a volte la compiaciuta insistenza sull'affermazione paradossale che a nulla più valeva studiare i documenti pubblici perché di essi ormai tutto era stato detto e niente più avevano da rivelare, a volte la tendenza — spontanea per consuetudine di studio pur se onestamente riconosciuta come acritica nei singoli casi in discussione — a voler spiegare ogni problema del documento privato riconducendolo al modello bolognese, altre volte la confessione dell'impossibilità di risolvere con rigore di logica veri rompicapo presentati da talune carte dei contadi umbri, a schiudere la via verso il tema di fondo: la crisi della diplomatica.

Giorgio Cencetti avvertiva questa crisi, da me sentita più come apparente che reale, in maniera innata, starei per dire a livello inconscio, senza essersi mai occupato di indagarne in modo sistematico le cause o di ricercarne i sintomi anche fuori d'Italia: la sensibilità di studioso lo faceva naturalmente partecipe di un certo clima di sfiducia verso una metodologia divenuta tradizionale, clima che si andava diffondendo in diversi Paesi, soprattutto nel primo decennio di questa seconda metà del secolo, e che investiva molte discipline del settore cosiddetto umanistico, quelle almeno che avevano dietro di sé una lunga consuetudine di insegnamento e di ricerca. Mi è caro riprendere ora quell'argomento, non tanto con la pretesa di offrire un quadro completo della situazione e tanto meno di risolvere in maniera definitiva il quesito « crisi o non crisi », quanto per prolungare l'illusione di un conversare a quattrocchi che dura ancora, anche se altri, ahimè, saranno ormai i miei contraddittori.

Credo che le origini del senso di sfiducia a cui ho accennato poc'anzi vadano ricondotte allo sconvolgimento del secondo conflitto mondiale e, a causa di questo, a un duplice ordine di motivi: da un lato l'improvvisa e prolungata incomunicabilità, protrattasi per ovvii motivi anche oltre la fine della guerra, tra i centri propulsori dello sviluppo scientifico di tali discipline e della diplomatica in particolare, per cui a un rallentato ritmo di indagine si è aggiunta per gli studiosi d'Italia, di Francia, di Germania, d'Austria, di Gran Bretagna l'impossibilità di conoscere quanto veniva prodotto oltre frontiera; dall'altro il contatto quasi improvviso e per molti versi rivelatore con gli studi condotti nei paesi dell'oriente europeo. Ambedue le circostanze hanno messo i diplomatisti di fronte a indirizzi nuovi e a volte tra loro divergenti, senza che avessero potuto coglierne per tempo i segni premonitori e quindi verificarne gradualmente la consistenza scientifica a confronto con altri indirizzi più o meno tradizionali; la scoperta che qui si erano dilatati i confini imposti alla disciplina da un'abitudine cristallizzatasi nella prassi scolastica, lì si erano affrontati temi assolutamente nuovi pur senza valicare i termini di tempo e di spazio che la disciplina si era imposti, altrove si era viceversa esaurita una vena di ricerca che era apparsa quanto mai promettente, altrove ancora era stata sperimentata una metodologia che risultava ai più completamente al di fuori dei canoni universalmente accettati, ha provocato inevitabilmente la crisi, piuttosto uno stato d'animo da cui scaturiva l'impressione che fosse in atto una crisi.

Ho parlato di impressione: e infatti, a ben considerare la produzione scientifica in campo diplomatistico dell'ultimo trentennio, non si può certo parlare di crisi; risultati notevoli sono stati conseguiti in singoli settori e senza discostarsi, sostanzialmente, dai metodi di indagine acquisiti nel secolo scorso e perfezionati all'inizio di questo. Con piena ragione Franco Bartoloni, nella lezione inaugurale del suo corso di Paleografia e diplomatica presso l'Università di Roma, letta il 28 novembre 1951, poteva affermare: «Il superamento del vecchio indirizzo, che era poi quello del Mabillon e che aveva condotto anche la diplomatica a insabbiarsi in un punto morto, è interamente vanto del secolo XIX ed è legato ai nomi di Theodor von Sickel, innanzi tutto, di Julius von Ficker e di Heinrich Brunner: dopo di loro si perfezionano le armi della critica, si aggiungono altri materiali, ma sostanzialmente non c'è una svolta decisiva, un'impostazione nuova della disciplina» [1]. Potrebbe, è vero, sorgere il sospetto che dietro questo atteggiamenti vi sia una certa insensibilità per esigenze che, seppure non avvertite nelle scuole italiane, venivano manifestandosi oltr'Alpe in maniera tuttora confusa ed esitante e tuttavia non per questo meno acuta: ma l'indicazione dei temi da affrontare e la realizzazione di alcuni di questi ad opera sua nel poco tempo ancora concessogli da una vita troppo breve, stanno ad indicare, viceversa, la piena consapevolezza della persistente validità di un metodo largamente sperimentato e idoneo a mantenere anche per il futuro, se aggiornato secondo le indicazioni via via fornite dalle nuove ricerche, le promesse di risultati fruttuosi.

Che lo stato della ricerca fosse invece avvertito come vera e propria crisi in Austria è perfettamente spiegabile: allorché Heinrich Fichtenau, in una conferenza tenuta alla parigina École des Chartes il 10 novembre 1960, parlando della condizione degli studi di diplomatica nel suo Paese, manifestava la convinzione di essere giunti al limite di ciò che poteva farsi seguendo i metodi correnti [2] e prospettava l'esigenza di evitare il doppio pericolo incombente sulla diplomatica, un eccessivo meccanicismo tecnico e una specializzazione rivolta ai dettagli più minuti che faceva smarrire la visione di insieme, aveva dietro di sé l'esperienza di un passato eccezionalmente glorioso e per ciò stesso irripetibile: le scuole di Theodor von Sickel e di Julius von Ficker avevano, con indirizzi diversi, fatto compiere alla diplomatica, in tempo assai breve, passi da gigante. Era quindi naturale che il ritmo, non già della ricerca, ma dei risultati, dovesse apparire, dopo tanto splendore, incerto ed opaco e il senso di una crisi tanto più acuto quanto più sensibile era stato il peso del loro magistero, al punto di accogliere le rispettive indicazioni metodiche non come legate ai particolari temi di ricerca affrontati dall'uno e dall'altro studioso ma come estensibili a tutto il dominio della disciplina. La pretesa di giungere alla certezza assoluta battendo sempre e soltanto quelle strade, nel rifiuto di qualsiasi altro indirizzo che, per ricerche diverse, potesse essere stato sperimentato in altri paesi, doveva fatalmente portare alla constatazione dell'impossibilità di procedere oltre senza che il lavoro del diplomatista si riducesse ad un puro tecnicismo o, superato questo, ad un aperto sconfinamento in altri settori, determinando la dissoluzione stessa dell’ars diplomatica. La via indicata dal Fichtenau per uscire dalla stasi da lui denunciata [3] , non è esente da questo rischio: porsi di fronte al documento con la mentalità dell'uomo del medioevo che gli ha dato vita ed esaminare il documento stesso nella sua globalità di forma e di contenuto, immergendolo nel clima religioso, morale, politico, sociale in cui è avvenuta la sua genesi e tenendo d'occhio non soltanto le sue implicazioni giuridiche ma anche quelle culturali, rappresenta senz'altro la sintesi delle diverse prospettive applicate di volta in volta all'indagine del documento da studiosi diversi, ma nasconde il pericolo che al documento ci si accosti con finalità che non sono più diplomatiche e di conseguenza il metodo con cui viene studiato sia prettamente storico o sociologico o giuridico o linguistico o filologico e così via. Già il Cencetti aveva avvertito che una determinata disciplina deve trovare «il suo ritmo e il suo metodo in se stessa e non può derivarlo da altre discipline, nemmeno da una generica storia della cultura, che non può adeguarsi a quella particolare espressione culturale e a quella sola; e deve altresì considerare il proprio oggetto nella sua integrità, senza lasciarsi fuorviare dalle richieste che a volta a volta le sono fatte da altre discipline, anche perché — sembra e non è un paradosso — solo per mezzo del suo affinamento metodico attraverso quella integrità potrà poi soddisfarle nel modo più esauriente» [4] . Il discorso era fatto per la paleografia ma vale, evidentemente, anche per la diplomatica.

La prolusione al corso di Diplomatica presso l'École des Chartes, tenuta da Robert-Henry Bautier il 20 ottobre 1961 nel salire sulla cattedra che era stata del suo maestro Georges Tessier [5] , è stata ugualmente interpretata da qualcuno come proposta di soluzione di una crisi [6] : la diplomatica si dibatte nelle secche di una metodologia inadeguata, costretta entro limiti di spazio e di tempo che non offrono alcuna prospettiva di sviluppo; per uscire da questo vicolo chiuso è necessario abbattere le barriere geografiche e temporali e nello stesso tempo dilatare il concetto di documento comprendendovi tutte le «pièces d'archives». Ma nulla, nelle parole del Bautier, suggerisce l'idea di una crisi: è vero che egli depreca un progressivo restringersi del campo della diplomatica entro limiti più angusti di quelli fissati in origine dal Mabillon e dai Maurini [7] , ma non chiede un mutamento di rotta, bensì una più ardita navigazione verso lidi più lontani: fedele alla lezione del Tessier, egli allarga l'oggetto della diplomatica a tutti gli «atti» in senso lato e perciò non solo alle attestazioni di fatti di natura giuridica, ma più genericamente agli atti amministrativi (e cioè gli scritti emanati da una amministrazione i quali rientrino nelle sue competenze specifiche, ovvero richiedano o notifichino una decisione oppure siano fonti di diritti o di obbligazioni) e perfino alle «carte amministrative» (ossia le scritture che non sono redatte in vista di costituire una prova in senso giuridico ma che tuttavia rappresentano o un momento della genesi del documento vero e proprio, in quanto compilate in vista della preparazione, della notifica o dell'esecuzione d'una decisione, ovvero un atto interno dell'amministrazione in quanto destinate a informare l'amministrazione stessa sull'adempimento d'una funzione o d'un mandato).

La dichiarazione del Bautier ha sconcertato i tradizionalisti, ma a torto: se infatti la dilatazione dell'oggetto della diplomatica, indicato finora nel documento come testimonianza scritta «di un fatto di natura giuridica, compilata con l'osservanza di certe determinate forme, le quali sono destinate a procurarle fede e a darle forza di prova» [8] , non era mai stata enunciata prima con altrettanta chiarezza, nondimeno era già in re, tanto che i diplomatisti, seppur timorosi di affermarlo in linea teorica, erano adusi da tempo a prendere in considerazione non soltanto privilegi, diplomi, mandati e carte notarili, ma pure tutta la gamma degli atti preparatori, dalle suppliche alle minute, come anche cedole di pagamento, ricevute, rendiconti, inventari di beni ecc. In realtà perché la ricerca del vero possa essere perseguita col metodo diplomatico non è tanto la natura giuridica del documento che interessa, quanto la sua disponibilità a una valutazione basata su strutture formali tipiche. Certamente allorché si valicano i confini del medioevo occidentale, al quale tradizionalmente la diplomatica si era rivolta, le proporzioni tra documenti di natura giuridica in senso stretto e atti amministrativi in senso lato, rispetto al materiale conservato, si alterano notevolmente a beneficio di questi ultimi, per cui il rifiuto ad accogliere consapevolmente una dilatazione dell'oggetto della diplomatica si spiega con un naturale atteggiamento di difesa da parte di chi non ha tra le mani le armi adatte ad affrontare un simile cimento. Ma bisogna pur dire, in tal caso, che l'impressione di una crisi non trae origine né dal declino di una metodologia che si è venuta elaborando attraverso un lungo arco di anni, né dalla sensazione violenta suscitata dalla proposta provocatoria di un oggetto nuovo, bensì dal fatto che l'assenza di una tradizione manualistica che contempli tale oggetto lascia lo studioso interdetto ed esitante ad affrontare argomenti insoliti: è più facile studiare sotto aspetti diversi temi largamente dissodati che sottoporre un tema completamente nuovo ad un metodo d'indagine pur collaudato.

Non si può tuttavia sottacere l'unica fondamentale obiezione che può muoversi, e che è stata mossa [9] , alla formulazione dell'oggetto della diploimatica da parte della scuola francese: con l'età moderna il documento ha perduto ogni valore simbolico e ha ristretto la sua funzione a quella di «puro tramite e prova di rapporti giuridici»; perciò stesso ha smarrito la sua individualità non essendo più legato, nel suo processo genetico, a norme così rigide come nel medioevo e avendo rinunciato a «quella ordinata impalcatura formale che era stata fino ad allora emblema e garanzia dei significati particolari che l'uomo del medioevo era abituato a riconoscervi»: pertanto «uno studio autonomo della sua genesi e delle sue forme non si giustifica più, in quanto non può più consentire un reale contatto con gli aspetti fondamentali della civiltà moderna e contemporanea, ma solo, mediante una utilizzazione puramente strumentale, la comprensione «di fenomeni settoriali limitati all'amministrazione pubblica, al commercio, ad alcuni aspetti della produzione ». Ma anche in questa obiezione pesa il retaggio di una visione tradizionale della civiltà del medioevo in contrapposizione a quella dell'età moderna e contemporanea: in realtà la rigida regolamentazione del processo genetico del documento e l'ordinata impalcatura formale della sua costituzione vigono soltanto, anche nel medioevo, per i documenti cancellereschi, e anzi per quelli emanati dalle grandi cancellerie; negli uffici minori e per gli atti privati si registra una tale varietà, sia nel meccanismo di formazione sia nella struttura del documento, che costringe chi voglia richiamarsi ad uno schema a introdurre eccezioni ad ogni pié sospinto; certamente la proliferazione degli uffici amministrativi e burocratici, la varietà della documentazione allargata a una sfera di rapporti giuridici assai più ampia che per il passato, la più accentuata caratterizzazione nazionale delle legislazioni, e quindi delle loro applicazioni pratiche, rendono ancor più frammentarie, per l'età moderna, quelle linee di diplomatica generale che già per il medioevo sono così precarie, ma ciò non significa che lo studio del documento moderno non consenta di avvicinarsi, per il suo tramite, ai vari aspetti della civiltà: non si potrà avere, procedendo per settori, una visione globale, tanto più difficile a conseguirsi quanto più complesse e molteplici sono le manifestazioni di tale civiltà, ma sarà certo possibile penetrare nello spirito dei singoli istituti, cogliere il meccanismo delle loro articolazioni, proiettare nella realtà della vita quotidiana le ragioni del loro esistere e del loro operare; quanto al ricomporre in unità i molteplici fenomeni è compito dello storico al quale il diplomatista abbia fornito tutte le tessere del complesso mosaico.

Non c'è quindi, nella prospettiva del Bautier, una metodica nuova additata per superare una crisi, ma piuttosto la cosciente prospettiva di estendere una metodologia già largamente collaudata con risultati positivi a un più vasto campo di indagine: una visione che potrà semmai peccare di ottimismo, ma che non denuncia certo una crisi.

L'allarme per una crisi in atto viene invece d'oltre cortina e particolarmente da uno dei più attivi diplomatisti di ispirazione marxista, Jindřich Šebánek, già professore nell'Università di Brno in Cecoslovacchia: tra il 1959 e il 1965 egli ha denunciato più volte l'incapacità dell'indirizzo metodologico tradizionale a risolvere taluni problemi di diplomatica e ha tracciato le linee fondamentali di un metodo nuovo che dovrebbe superare questo punto morto [10] . Giova chiarire innanzi tutto che le difficoltà che egli intende risolvere sono legate alla «territoriale Diplomatik», a «un recueil diplomatique régional», ossia a quello che noi chiameremmo il codice diplomatico di un determinato territorio: l'equivalenza che l'autore stabilisce tra questo e gli «actes dits privés» è valida però fino a un certo punto, ossia soltanto nella misura in cui certi problemi investono appunto i documenti privati inclusi nel codice diplomatico e non quelli cancellereschi. D'altro canto la problematica del documento privato è tanto più varia quanto più vasto e articolato è il territorio preso in considerazione: un codice diplomatico d'Italia sarebbe inconcepibile anche se ristretto a un arco di tempo molto limitato che consentisse di superare l'ostacolo costituito dalla mole dei documenti. Il caso della Boemia è senza dubbio, sotto questo riguardo, molto più semplice e nondimeno non credo che la prospettiva esatta per studiare la diplomatica del documento privato (o meglio dei documenti privati di una ben determinata area storico-geografica) sia quella del «codice diplomatico». Ancora una volta la ragione della crisi non è nell'insufficienza di una metodologia ma nell'errata applicazione di un particolare metodico a un campo totalmente diverso da quello per il quale esso era stato elaborato. Voler superare la problematica degli instrumenta notarili seguendo i principii del Sickel è un non senso, che giustamente lo Šebánek mette in risalto. Né l'indirizzo del Ficker rappresenta, sotto questo profilo, una metodologia globale, ma soltanto un particolare sistema, tuttora valido, di esaminare alcuni aspetti del documento privato. Lo Šebánek riscontra nel lavoro del suo predecessore quale editore del Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae tre lacune fondamentali: l'assenza di un'attrezzatura diplomatica idonea a dominare la quantità di documenti che a partire dall'inizio del secolo XIII diviene considerevole; la mancanza di un modo organico di aggredire e trattare il materiale diplomatico; l'uso di classificazioni improprie. Quanto al primo punto c'è poco da osservare: l'adeguatezza o meno dei «ferri del mestiere» è questione che riguarda preliminarmente qualsiasi indirizzo metodico. Fondamentale invece è il secondo rilievo e, in dipendenza di questo, il terzo. Secondo lo Šebánek la maniera organica di accostarsi al materiale documentario è rappresentata dallo studio della funzione sociale dei documenti, che costituisce «il postulato teorico della diplomatica marxista» : tale studio si basa sulla considerazione del documento come sintesi delle relazioni esistenti tra il documento stesso e le persone che hanno con esso un qualunque rapporto, rimanendo inteso «che occorre tener conto della classe sociale a cui tali persone appartengono, poiché questa appartenenza sociale influisce sul documento diplomatico». Come si realizza in pratica questa nuova metodologia? Il diplomatista preoccupato di scoprire la funzione sociale del materiale che studia deve esaminare «tutte le condizioni in cui un membro di una determinata classe sociale elargisce, riceve, conserva e utilizza un atto diplomatico».

Siffatta enunciazione non può non lasciare perplessi: che la critica marxista ponga l'accento sul fatto sociale è fin troppo ovvio e costituisce un merito indiscusso di quella storiografia; l'interpretazione sociale di certi fenomeni è non solo legittima ma, a patto che non si chiuda in un esclusivismo ingiustificato, anche feconda: già per la paleografia la ricerca del substrato sociale in cui opera il divenire della scrittura era stato affrontato da Istvan Hajnal in Ungheria [11] e Alexander Gieysztor in Polonia [12] , con risultati degni di considerazione, purché intesi come un aspetto del fenomeno e non come metodologia assoluta da applicare allo studio paleografico in tutti i casi e per tutti i problemi. Ma «l'esame dei rapporti che gli appartenenti a strati diversi di una società rivelano verso il documento» non costituisce un metodo di indagine diplomatica: è una delle possibili prospettive sotto cui il documento si presta ad essere studiato quando già il diplomatista ne abbia accertato la tradizione, la genesi, la natura, la genuinità, il dettato, le relazioni con gli altri documenti della stessa provenienza; è un momento successivo alla ricerca diplomatica, che induce lo storico dei rapporti sociali a utilizzare il documento per i suoi particolari fini, allo stesso modo che, con metodi diversi, vi fanno ricorso il linguista e lo storico dell'economia, il geografo e il giurista, lo studioso degli insediamenti umani e lo storico politico, e così via.

Di conseguenza anche la terza obiezione, riguardante la classificazione dei documenti, suscita fondate perplessità. Lo Šebánek dichiara che «bisogna considerare superata la ben nota suddivisione degli atti in documenti pubblici e documenti privati; ugualmente superata è la classificazione basata sugli autori che si risolveva in una distinzione tra documenti imperiali e regi, documenti pontifici, documenti vescovili, documenti nobiliari, ecc. Per l'indagine diplomatica si tratta di introdurre in maniera organica la nozione di documento redatto nell’entorurage degli imperatori e dei re, nell’entorurage dei papi e dei vescovi, ecc.». Ma da un punto di vista formale, che è poi l'unica prospettiva valida per lo studio diplomatico, la differenza che influisce direttamente sugli strumenti metodologici di cui servirsi per l'analisi dei documenti è quella tra il documento redatto in cancelleria e il documento compilato fuori di essa, cioè in sostanza tra documento pubblico e documento privato. Non soltanto l'atto che abbia come autore un personaggio dell'ambiente del sovrano, ma anche l'atto dello stesso sovrano avrà determinate caratteristiche se nasce dalla cancelleria, caratteristiche diverse se ha le sue origini fuori di essa: senza dubbio alcuni atti amministrativi sono in diretta relazione con un documento pubblico, ma è una relazione di contenuto della quale il diplomatista dovrà bensì tenere conto ma su cui non potrà certo basare un'analisi comparativa, di tipo diplomatico, dei due diversi atti. Sono perciò convinto che i principii enunciati dallo Šebánek hanno sì il merito di richiamare l'attenzione su alcuni aspetti del documento che debbono essere valutati per un suo esame globale, ma non costituiscono affatto una metodologia diplomatica e non indicano una crisi dei metodi tradizionali. D'altra parte i risultati che l'autore stesso cita come esempio dell'applicazione dei suoi principii metodologici non sembrano offrire una convalida sufficiente alla loro bontà. Vediamoli brevemente: il nuovo metodo avrebbe innanzi tutto consentito di raggiungere la spiegazione di diversi fenomeni considerati finora come inesplicabili, e a riprova di ciò si fa notare come nessuno finora aveva rilevato la circostanza che, in rapporto ai documenti dell'epoca dei Premyslidi (e quindi fino all'inizio del secolo XIV, allorché ebbe inizio la dinastia lussemburghese) i nobili da un lato e gli ecclesiastici appartenenti alla feudalità inferiore dall'altra, «doivent être considérés comme étant aux antipodes les uns des autres»: e ciò perché, in rapporto alle carte, i nobili hanno un atteggiamento del tutto negativo, mentre gli ecclesiastici della feudalità inferiore, al contrario, un atteggiamento affatto positivo; il significato alquanto sibillino di tale postulato è chiarito dalla successiva proposizione per cui l'atteggiamento contrapposto spiegherebbe la circostanza, altrimenti inesplicabile, che gli archivi dei nobili hanno tramandato solo pochissimi documenti, mentre invece quelli ecclesiastici ne hanno conservati un gran numero. Ma, a parte le ragioni storiche di tale circostanza, ben più complesse del semplice atteggiamento positivo o negativo di fronte ai documenti, è chiaro che tale criterio può essere assunto, semmai, come metro di valutazione in campo archivistico, non già diplomatico. In secondo luogo la «diplomatica marxista» avrebbe permesso d'introdurre una serie di elementi nuovi nella ricerca: la dimostrazione si avrebbe nel fatto che negli ambienti degli ecclesiastici della feudalità inferiore bisogna aspettarsi di trovare documenti destinati a membri di questo stesso gruppo sociale; anche qui non riesco a vedere la novità della scoperta e tanto meno il suo significato diplomatistico, tanto più che la conclusione « auteur et destinataire s'y confondent» è, sul terreno della diplomatica, una frase senza senso: assimilare all'autore o al destinatario o ad entrambi l'intera classe sociale a cui l'uno o l'altro appartengono può essere un criterio valido, se usato con le dovute cautele, per indagini di tipo sociologico, cioè allorquando si vogliano utilizzare in tutt'altro campo i dati che il documento fornisce, ma non certo per lo studio del documento in sé. Infine il metodo prospettato dallo Šebánek avrebbe consentito di riconoscere come autentici documenti ai quali non si è potuto applicare, per studiare la loro genesi, il metodo dell'analisi paleografica e stilistica: qui, anziché un esempio di tale risultato, si offre a riprova l'affermazione assiomatica che un contratto di locazione concluso tra un nobile e un membro della chiesa non poteva essere redatto e scritto da altri che il destinatario ecclesiastico: non è chiaro se in tal caso per destinatario si intenda effettivamente la persona dell'altro contraente o, in maniera generica, un appartenente alla stessa categoria sociale; nel primo caso l'asserzione sembrerebbe quanto meno troppo assoluta, anche se esempi analoghi sono stati già presi in considerazione dalla manualistica tradizionale, nel secondo, cioè della prevalenza tra i rogatari, almeno fino a una certa epoca variabile da territorio a territorio, di membri del ceto ecclesiastico, si tratta di un fenomeno largamente noto, convalidato da esempi innumerevoli, indipendentemente dal fatto che il primo contraente sia o non sia un nobile e fondato su ragioni storico-culturali ben precise, poste in luce ben prima che si profilasse all'orizzonte la diplomatica marxista. In sostanza il metodo indicato dallo Šebánek sembra a me degno di tutto il rispetto per un certo tipo di indagine che esula però dalla critica diplomatica, per sfociare in altri campi.

Per concludere, non mi sembra di ravvisare, nelle tendenze delineatesi in questi anni del dopoguerra, sintomi di crisi: al contrario il dibattito svoltosi da posizioni diverse è prova di una vitalità nuova, che non distrugge, anche quando la condanna a parole, la metodologia consolidatasi nel corso di quasi un secolo nelle ricerche di diplomatica, ma incontra semmai qualche iniziale difficoltà di adattamento ai nuovi confini che vengono assegnati alla disciplina. Il compito tradizionale, consolidatosi nell'obbiettivo già indicato da Daniel van Papenbroeck nel 1675 nell'introduzione al II tomo degli Acta sanctorum Aprilis, ossia determinare il «veri ac falsi discrimen in vetustis membranis», era venuto via via dilatandosi, più o meno consapevolmente, nel senso di includere l'ermeneutica del documento stesso nella sua interezza, l'esegesi storico-giuridica delle sue forme e del suo contenuto, non in vista di una interpretazione secondo la prospettiva giuridica o sociologica o economica o quale che sia (che non è compito del diplomatista) ma nel senso di una chiosa integrale che offra agli studiosi degli altri settori gli elementi necessari e sufficienti per una esatta valutazione del documento ai loro fini specifici. A questo scopo primario si era già affiancata, come base indispensabile, l'indagine sugli organismi da cui i documenti furono emanati: una larga parte della produzione dei diplomatisti dalla fine del secolo scorso ad oggi è dedicata alla storia delle cancellerie e del notariato. Allargare ora il campo di indagine oltre i confini cronologici del medioevo e al di là dei limiti geografici del mondo occidentale e nello stesso tempo estendere il metodo diplomatico allo studio non soltanto della Urkundenlehre ma anche della Aktenkunde (piuttosto che, genericamente, a tutte le pièces d'archives} non significa rinnegare un metodo ma al contrario affermarne la validità anche oltre i limiti consueti: via via che le indagini saranno estese ai nuovi settori potranno superarsi i timori iniziali che oggi l'ignoto può ancora incutere ai titubanti e si vedranno in maniera più nitida le linee di una diplomatica che, se pur dovrà adattarsi a singole specializzazioni sottraendosi al miraggio di un enciclopedismo universale, potrà applicare la propria metodologia a documenti dalla provenienza più diversa e di tutte le epoche.


[1]   F. Bartoloni, Paleografia e diplomatica: conquiste di ieri, prospettive  per il domani, in «Notizie degli archivi di Stato», XIII (1953) [ma 1954], p. 123.

[2] H. Fichtenau, La situation actuelle des études de diplomatique en Autriche, in «Bibliothèque de l'École des Chartes», CXIX (1961) [ma 1962], pp. 12 sg.

[3] Fichtenau, op. cit., pp. 17-20.

[4] G. Cencetti, Vecchi e nuovi orientamenti nello studio della paleografia, in La Bibliofilia, L (1948) [ma 1950], p. 5.

[5] R.-H. Bautier, Leçon d'ouverture du cours de diplomatique a l'École des Chartes, in  «Bibliothèque de l'École des Chartes», CXIX (1961) [ma 1962], pp. 194-225.

[6] Cfr. A. Petrucci, Diplomatica vecchia e nuova, in «Studi medievali», 39- serie, IV (1963), p. 789 e, sulle sue orme, C. salvati, La diplomatica nel quadro delle scienze storiche. Programmi e scelte, in «Atti dell'Accademia Pontaniana», nuova serie, XIX (1969-1970), pp. 450-457.

[7] Bautier, op. cit., pp. 201-205.

[8] La definizione, che sostanzialmente traduce quelle del Sickel, del Ficker e del Bresslau, è di C. Paoli, Diplomatica, nuova ed. aggiornata da G. C. Bascapé, Firenze [1942] {Manuali di filologia e storia, serie i, voi. I), p. 18.

[9] Petrucci, op. cit., p. 796.

[10] J. Šebánek, Das Verhältnis zur Urkunde als methodischer Faktor der diplomatischen Arbeit, in Sborník filosofické fakulty brnenské university, 1959, pp. 1 sgg.; Praefatio al Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae ... IV, I... Ediderunt Jindřich Šebánek et Sáša Dusková, Pragae 1962, pp. 7-47; Le nouveau «Codex diplomaticus et epistolaris regni Bohemiae», in Le Moyen âge, 2 (1964), pp. 285-301; Möglichkeiten der Weiterentwicklung der Diplomatik im Rahmen der historischen Mediäevistik, in Comité international des sciences historiques, XIIe Congrès international des sciences historiques, Vienne, 29 aout - 5 septembre 1965. Rapports, IV: Methodologie et histoire contemporaine, Horn-Wien, s. a., pp. 147-153.

[11] I. Hajnal, Irástörténet az irásbeliség felujulása Korából, Budapest 1921; Le rôle social de l'écriture et l'évolution européenne, Bruxelles 1934; Le renouvellement du rôle social de l'écriture et le développement de la formation universitaire de France jusqu'au Hongrie au XIIe et XIIIe siècle, Budapest 1947; L'enseignement de l'écriture aux universités médiévales, Budapest 1954 (2a ediz., Budapest 1959); A propos de l'enseignement de l'écriture dans les universités médiévales, in «Scriptorium», XI (1957), pp. 3-28. Poiché l'interesse dell'autore è rivolto prevalentemente alle scritture documentarie, i suoi orientamenti hanno notevoli riflessi anche nel campo della diplomatica.

[12] A. Gieysztor, Problem karolinskiej reformy pisma, in Archeologii, V (1952-1953), pp. 155-180.