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Dino Puncuh

Trattati Genova-Venezia, secoli XII-XIII

Pubblicato in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XLI/1 (2001): Atti del convegno Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Genova 10-14 marzo 2000, pp. 129-158.

Diverse motivazioni mi hanno indotto a scegliere il tema di questa relazione. Si tratta di un argomento, quello dei trattati “internazionali” dei comuni italiani, più spesso offerto alla nostra attenzione che approfondito nelle sue molteplici implicazioni: il diplomatista non ha ancora trovato risposte esaurienti alle diverse problematiche che suscita lo studio comparativo di paci, convenzioni, alleanze, patti di natura commerciale, stipulati dalle emergenti realtà cittadine nei secoli XII e XIII. Recentemente, in occasione del congresso internazionale di diplomatica di Gand, ne ho offerto un rapido excursus [1], stimolato dai fruttuosi approcci di Bartoli Langeli e di Fissore e dall’avvio della collana dei Pacta veneta, ma ben conscio, a scanso di facili entusiasmi, che la materia si presenta sfuggente e difficilmente circoscrivibile entro schemi fissi predeterminati e consolidati. Di qui la necessità di operare per aree omogenee: la collana veneta [2] e un recente volume per l’area cremonese e padana [3], sono già un passo avanti, anche se non sufficiente, sia per i condizionamenti che gli accordi bilaterali subiscono ad opera della controparte, sia per la diversa tipologia di tali atti.

Un primo, rapido esame pone subito qualche interrogativo: i redattori di tali documenti avevano a disposizione delle tracce, modificate, volta per volta, a seconda delle formulazioni espresse dall’interlocutore, alcune delle quali recepite nel corso del tempo, come una sorta di aggiornamento continuo basato sulle esperienze altrui? Come, dove e quando da testi più concisi si giunse a risultati di maggior spessore nei quali coinvolgere la professionalità non solo dei più esperti notai ma anche di giuristi? Non sfuggirà a nessuno che l’apporto dei primi implica spesso il ricorso al formulario del documento privato, così come molti patti, più che articolarsi in un dettato unitario, impegnativo per tutte le parti, si risolvono in due obbligazioni identiche, redatte in forma soggettiva, di natura privatistica, resa evidente anche da espressioni e clausole tipiche, quali ad esempio quelle rinunciatorie, dalla pena pecuniaria o dall’ipoteca dei beni comunali [4]. Quanto all’apporto dei giuristi, saranno da indagare – e mi fermo alla semplice proposta per non invadere terreno altrui – i fondamenti giuridici di operazioni delicate, implicanti preliminari complessi, istruzioni, minute, raffinate tecniche di redazione, soprattutto a livello di relazioni con autorità superiori, quando cioè si intenda esplicitare, anche attraverso elaborati meccanismi documentali, il diverso status dei contraenti. Esemplare al proposito il patto di Venezia con Fano, del 1141, studiato da Bartoli Langeli e dai lui definito «prodotto ibrido – un aggettivo ricorrente negli studi più recenti [5] –, di natura sperimentale», «un diploma pattizio», risultando dalla «giustapposizione di due volontà a loro modo sovrane ma privilegiando documentariamente la volontà dominante » [6], quella veneziana. Ma in tale prospettiva si potrebbero considerare anche alcuni documenti di Federico I: per non parlare della pax Constantie, richiamo quelli del 1162 in favore di Lucca, Pisa e Genova [7], tutti strutturati nella forma del diploma sovrano, ma pur sempre denuncianti, in maniera assai più esplicita rispetto al trattato veneziano testé citato, la natura pattizia di tali atti.

Un altro elemento di riflessione suggeriscono proprio le ultime osservazioni: si tratta dei caratteri intrinseci ed estrinseci di tali documenti: struttura e forme di autenticazione; il ricorso alla carta partita (tipicamente genovese), al sigillo – cereo o plumbeo, né mancano casi eccezionali di bolle argentee [8] o addirittura auree [9] –, alla sottoscrizione notarile (un solo notaio o uno per parte), in forme ora di matrice cancelleresca (iussio o preceptum), ora attraverso la rogatio, talvolta, come segnalato da Fissore [10], con soluzioni ambigue denotanti le incertezze e le difficoltà dei redattori di adattare i consueti formulari alle mutate e nuove strutture politiche o di rendere in limpide forme documentarie momenti diversi della diplomazia comunale.

*  *  *

Ciò premesso, entriamo ora nel nostro tema, la cui trattazione si avvale dell’edizione dei trattati tra Genova e Venezia, fino al 1251 [11], mentre per il proseguimento, fino alla pace di Milano del 1299, ho fatto ricorso alla documentazione dei due archivi di Stato, solo parzialmente edita.

Per il primo periodo, fino al 1251, assunto come spartiacque tra due momenti per una precisa valenza, non esclusivamente storica, ma anche, come vedremo, diplomatistica, disponiamo di un pacchetto di 19 atti, pressoché tutti, ad esclusione di 2 in copia [12], di tradizione genovese: 8 originali [13] (di uno dei quali esiste anche una copia veneziana [14]; di alcuni anche altre copie nei libri iurium); 2 minute o progetti di trattato [15]; 3 copie nei libri iurium [16] (una delle quali da imbreviatura conservata [17]); di un altro c’è copia veneziana [18], oltre a 4 inserti [19].

Il primo documento, del 1136 [20], suscita non poche perplessità, anche formali. Si presenta con caratteristiche di copia semplice, se non di minuta. Parrebbe originato da un accomodamento conseguente ad un non meglio precisato scontro navale, se i Genovesi si impegnano per il futuro a rendere giustizia per i danni arrecati da qualche atto di pirateria commesso da loro compatrioti proprio ab illa die qua navis Veneticorum capta fuit a tribus nostris galeis. Ma Genova non si ferma qui: i consoli si spingono fino a proporre un’alleanza ventennale con Venezia, molto probabilmente in funzione antipisana, nonostante un periodo di tregua. La clausola et adiuvabimus Veneticos de omnibus guerris que eis apparuerint, sicut consules Ianue de communi cum duce Venecie concordaverint mi pare molto impegnativa. Si sarebbe trattato di un’alleanza sbilanciata in favore genovese: mentre l’intervento nel Tirreno di una flotta veneziana, libera in Adriatico da concorrenze più pericolose dell’endemica pirateria dalmata, avrebbe costituito un valido sostegno per Genova, ben difficilmente quest’ultima avrebbe potuto ricambiare, a rischio di lasciare campo libero a Pisa. Non a caso ci è rimasto solo l’esemplare genovese, mentre il silenzio degli Annali, scarsamente sensibili, per questo primo periodo, a tematiche coinvolgenti il mondo veneziano – ce ne parla Giovanna Petti Balbi in questo stesso volume –, ci indurrebbe a pensare ad un atto unilaterale, fors’anche concordato a livello di ambasciatori, a un’offerta lasciata cadere da Venezia, restia ad impegnarsi in aree periferiche estranee alla propria influenza; similmente si comporterà nel 1206 a fronte della proposta pisana di stringere un’alleanza specificamente antigenovese [21].

Si trattava certo di definire i rapporti vicendevoli, soprattutto a livello giudiziario, ma anche di approfittare del momento favorevole della tregua con Pisa e del coinvolgimento delle tre potenze marinare a fianco di Innocenzo II e Lotario contro i Normanni per conseguire un risultato politico a lunga scadenza. La ben nota tiepidezza veneziana nei confronti di queste vicende ne esce ulteriormente provata.

Il testo si articola in pochi punti scarni e concisi: impegni dei consoli cum universo populo Ianuensi – una delle poche volte in cui si coinvolge nell’intitulatio l’intero popolo genovese – a non offendere i Veneziani, né direttamente né associandosi ad altri; a rendere giustizia ai depredati entro 60 giorni dalla richiesta veneziana, anche in contumacia del reo; a riconoscere, e quindi a far onorare, i contratti tra un veneto e un genovese redatti da un notaio genovese o attestati da idonei testi genovesi, oltre ai due punti di cui sopra [22].

Il tutto termina con l’obbligo dell’osservanza dei patti, accompagnato da un corollario nisi remanserit Dei impedimento vel per oblivionem vel per licentiam illius qui se reclamaverit, che, trattandosi di formulario giudiziario, avrebbe dovuto essere anticipato al secondo punto e che, seppur con lievi mutazioni, compare quasi sempre nei trattati internazionali o intercomunali stipulati da Genova nei secoli XII-XIII [23], molto spesso in quelli di area padana [24] e significativamente in alcuni diplomi federiciani in favore, oltreché di Genova e Pisa, delle città della Lega [25], ma che ad un primo frettoloso esame parrebbe estraneo, salvo rarissime eccezioni [26], alla documentazione pattizia veneziana.

Quando nel 1177 si stipula il primo, documentato, accordo [27], la situazione appare sensibilmente mutata, anche se ritengo di poter parlare di due comunità che sostanzialmente si ignorano, costrette a trovare un’intesa, peraltro assai generica, a causa dei loro rissosi compatrioti in partibus mundi, soprattutto a Costantinopoli, dove la convivenza genovese-pisano-veneziana era spesso condizionata anche dalla politica ondivaga degli imperatori bizantini, ora fortemente filoveneziana, ora preoccupata per l’invadenza dei cittadini di San Marco, ora forse interessata a liberarsi di troppe, ingombranti, presenze straniere. Ma non intendo seguire questa linea, perché ampiamente sviluppata da Marco Pozza nel volume appena citato. Conosciamo bene i precedenti: le complicazioni mediterranee in seguito alla politica degli Staufen nei confronti dell’Italia meridionale e di Bisanzio con i due privilegi federiciani in favore di Pisa e di Genova, dai quali secondo Pozza [28], ma sarei più cauto al proposito, sarebbero scaturiti i disordini costantinopolitani, quella rissa del 1162 tra Genovesi e Pisani, con rinforzi greco-veneziani [29], cui seguì l’espulsione dei contendenti con indubbio rafforzamento dei cittadini di San Marco; la vicenda del 1171, quando questi ultimi vennero arrestati con confisca dei beni a seguito del rifiuto di rifondere i danni arrecati ai Genovesi, ormai rientrati, che si appellavano alla securitas garantita dall’imperatore [30].

Sta di fatto che, nel clima di pacificazione conseguente all’incontro veneziano tra il papa e il Barbarossa, a Cremona si stipula un accordo generale tra le nostre città. Formulato come due reciproche obbligazioni speculari, si articola nei seguenti impegni: 1) a non offendersi e a rendersi giustizia, per rationem vel concordiam, anche in caso di naufragio, entro 40 giorni dalla petizione; da notare che nel caso il reo non fosse stato in grado di risarcire interamente il querelante, avrebbe dovuto comunque anticipargli la metà del dovuto; 2) a far assumere tali impegni anche dai propri rappresentanti d’oltremare; 3) a sottoporsi a dazi, non quantificati, comuni nelle due città; 4) a non raccogliere testimonianze contro i propri concittadini nelle cause miste, oltre alla remissione reciproca dei danni, ingiurie, offese arrecate fino a quel momento. Tale trattato, giuntoci in originale, costituirà la base di tutti i seguenti nei quali verranno iterate e ampliate, senza però sostanziali novità, pressoché tutte le clausole di questo primo atto.

L’intero testo, scritto da Ogerio Pane, scriba genovese e futuro annalista, richiama formalmente, se non proprio alla lettera, analoghi esempi genovesi, discostandosi largamente, non solo per contenuto, dalle forme praticate dalla cancelleria veneziana, la cui documentazione pattizia si distingue anche per un periodare molto semplice, scarno, frammentato, contro quello genovese più ampio e fluente, differenza forse attribuibile alla genericità delle clausole. Se i patti stipulati dalla Serenissima con le comunità della terraferma, venete o anche emiliane, spesso identici e ripetitivi [31], implicano problematiche del tutto estranee ai rapporti con una città marinara quale Genova, come, del resto, stante la posizione egemonica veneziana, quelli con le località costiere dell’Adriatico [32], il confronto con i trattati pisani [33] svela bene la differenza d’impostazione, talché risulterà sempre più arduo studiare l’evoluzione della diplomatica pattizia veneziana, almeno a livello di formulari. Credo di poter sostenere che nelle relazioni diplomatiche tra Genova e Venezia l’impostazione documentale sia largamente influenzata dall’esperienza genovese, come dimostrerebbero le due obbligazioni reciproche, preferite in ambito ligure, – ma così anche nei trattati veneto-pisani [34] –, con impegno per 29 anni (come se si trattasse di un livello) alla salvaguardia dei propri cittadini, in personis et rebus, terra et aqua et in toto posse et fortia, a rendere giustizia entro 40 giorni, col solito corollario nisi quantum remanserit licentia reclamantis già visto e accompagnato, questa volta, da un altro, presente, seppur più raramente, nella documentazione genovese, Quod si terminum vel terminos produxerit, ad productum vel productos terminos pariter tenebor/tenebimur, che non trova riscontro in quella veneziana, né altrove [35].

Al massimo posso rilevare come l’obbligo dell’anticipo della metà dei danni risarcibili non trovi corrispondenza a Genova; mentre l’indetermi­natezza dei dazi imponibili non testimonia certo a favore di frequenti e continuativi scambi commerciali.

Se poi consideriamo la parte escatocollare del testo, si avvertono altri problemi di natura diplomatistica. Ci è pervenuto un solo originale, conservato a Genova, contenente gli impegni di entrambe le parti, prima dei Veneziani, poi dei Genovesi, per di più privo di sigillo pendente (veneziano?), del quale restano però le tracce. Verrebbe da pensare che tali accordi, convalidati con la carta partita, sarebbero stati trasmessi a Genova e a Venezia per la ratifica, l’apposizione dei sigilli e il successivo scambio dei relativi strumenti, come parrebbe emergere dai trattati genovesi con Alessandria, Ancona e Montpellier [36]. Troppo semplice ..., perché qui le cose si complicano ulteriormente, a dimostrazione del carattere sperimentale di questo primo incontro tra le due parti, ove si contrappongono dialetticamente non solo due comunità, ma anche due tradizioni cancelleresche: infatti le noticine che seguono le rispettive obbligazioni, senza soluzione di continuità né cambio d’inchiostro, segnalano che i patti concordati a Cremona dai rappresentanti delle due parti (i cui nomi figurano solo in questa posizione, mentre i due testi sono rispettivamente intitolati al doge e ai consoli genovesi) et per manum Ogerii Panis, notarii et scribe Ianuensis curie conscripta (segue la data), Venetie (o Ianue) quoque confirmata per iam dictum ducem (o iam dictos consules) et sigillo suo et totius communitatis Venetie (o comunis Ianue) corroborata.

La mancanza di documenti autografi di Ogerio Pane ci impedisce di accertare se il testo sia di sua mano e non una redazione successiva recepente quindi la doppia ratifica, ma l’esistenza del sigillo escluderebbe tale ipotesi. Mi pare più probabile che la notizia della stessa ratifica sia stata inserita anticipatamente già in sede di stesura dell’accordo, trasmesso in due esemplari sulla stessa pergamena ma separati dalla carta partita ai rispettivi governi per l’apposizione dei sigilli e il relativo scambio: un sistema piuttosto rozzo, dubbio, privo di ogni solennità.

Questa pace sembra reggere: ne sarebbe conferma un modesto ma gustoso episodio, riferito al 1195 dagli Annali, che peraltro tacciono del trattato [37]. In uno dei soliti scontri tra Genovesi e Pisani questi ultimi avrebbero insultato i loro nemici con l’epiteto, troppo blando per essere credibile sulla bocca di uomini di mare, di « meretrici, mogli dei Veneziani » [38]. Sennonché, le successive complicazioni di Creta [39], la nascita dell’impero latino, la discesa in campo di due grandi corsari, quali Enrico Pescatore conte di Malta e Alamanno da Costa di Siracusa [40], faranno riaprire la contesa fino alla tregua del 1212. Non occorrerà qui ricordare l’ambasceria veneziana a Porto Pisano nel 1206 [41] né quella, infruttuosa, genovese a Venezia nel 1210 [42], per introdurre la tregua triennale del 1212 [43], della quale ci restano solo le proposte avanzate dai governanti genovesi, come al solito articolate in pochi punti, parzialmente ripresi dal patto precedente: maggiori precisazioni in materia di giustizia reciproca, implicanti, questa volta, anche i casi di contumacia del convenuto, sempre più ampliate in seguito; determinazione dei dazi nel quinto per le merci trasportate via mare, e nel quarantesimo (cioè il 2½ %) per quelle via terra; rispetto dell’accordo da parte dei successori; urgente notificazione della tregua ai propri cittadini sparsi per il Mediterraneo, ma con un paio di mesi di franchigia per eventuali offese arrecatesi per mancata conoscenza della stessa (ma come potevano provarlo?), oltre a questioni occasionali conseguenti alle relazioni genovesi con i conti di Malta e di Siracusa [44], cui è attribuibile la pressoché subitanea ripresa delle ostilità, causa prima del riaccostamento di Venezia a Pisa nel 1214 [45]. Quanto agli aspetti diplomatistici, si potrà osservare, attraverso la lettera d’accreditamento dei legati genovesi, inserta nella bozza di trattato, l’inversione tra intitulatio e inscriptio che distingue le lettere genovesi da quella veneziane, forse a rimarcare, non casualmente perché tale prassi è ricorrente, un segno di riguardo nei confronti del doge, percepito come auctoritas superiore.

Il processo di stabilizzazione e di formalizzazione del trattato genovese-veneziano si consolida nelle quattro successive pattuizioni che si estendono fino al 1237. Di particolare importanza, almeno procedurale e soprattutto a confronto col testo del 1177, l’accordo, patrocinato dal papa, stipulato a Parma il 24 marzo 1218 dai rappresentanti delle due parti e la successiva ratifica del doge, dell’11 maggio, contenente solo gli impegni veneziani; entrambi gli atti [46], conservati a Genova, ci sono pervenuti in originali di notai veneziani, il secondo dei quali cancelliere. Un altro esemplare del trattato e la ratifica genovese dovevano essere stati indirizzati alla Serenissima; la loro mancanza ci impedisce però di accertare se nella redazione degli accordi fosse intervenuto anche un notaio genovese e se, al contrario del testimone pervenutoci, che si apre con gli obblighi veneziani seguiti da quelli genovesi, il testo inviato a Venezia non li contenesse invertiti. Neppure i trattati del 1228, ’32 e ’37, dei quali ci sono conservate solo alcune ratifiche di parte (due veneziane contro una genovese) [47], consentono di accertare questo aspetto. Quanto al contenuto, oltre all’ampliamento delle consuete norme a carattere procedurale per danni e debiti, ai rispettivi dazi, al risarcimento dei naufraghi, all’estradizione di criminali e di debitori insolventi e alle clausole particolari, riflettenti la situazione politica del momento (rientro genovese nella Romània con reintegro di diritti e possessi, liberazione dei prigionieri, rapporti con i due corsari), al coinvolgimento nell’osservanza della pace delle autorità coloniali, va rilevato che l’intesa non riguardava esclusivamente i cives delle due città e del loro distretto, ma si estendeva anche a tutti gli uomini qui Veneti/Ianuenses appellantur et pro Venetis/Ianuensibus se distringunt per diversas partes mundi, tam burgenses quam alios, un’espressione, caratterizzata dal verbo distringere frequente in ambito genovese, anche se nella seconda metà del secolo [48]. Ancora, entrambe le parti s’impegnano a far giurare l’accordo, Venezia dal doge e dai suoi sei consiglieri, Genova, oltreché dai consoli e dal Consiglio, da 500 cittadini quos nuncius domini ducis maluerit, sostituiti nei documenti posteriori dai soli organi di governo, allargati ai rappresentanti delle compagne.

Significativo appare l’inserimento della norma relativa alla consegna del debitore insolvente nelle mani del suo creditore, mentre a Genova era previsto il bando, estesa in seguito ai figli o ai padri del condannato [49], di sicura origine veneziana, che ricalca quasi alla lettera la promissione del doge Orio Mastropietro eletto l’anno precedente [50]. Va però rilevato che, contrariamente a quanto previsto in altri contesti da entrambe le repubbliche in materia di pirateria, in nessuno degli accordi fin qui considerati questo argomento trova spazio o disciplina particolari: in fondo si trattava solo di tregue di maggiore o minore durata, sostanzialmente poco impegnative, alle quali forse non si credeva troppo.

Su tale trattato si modelleranno quelli seguenti, pressoché immutati, nonostante alcuni aggiustamenti e precisazioni di carattere procedurale in materia di debiti o di ruberie che attesterebbero – il condizionale è giustificato dall’esiguità della documentazione al riguardo –, come del resto altre fonti richiamate da Pozza [51], l’allentamento della tensione, il mutamento di clima [52] e la progressiva intensificazione delle relazioni commerciali tra le due città.

La svolta era però nell’aria, anche a causa della politica aggressiva di Fede­rico II e dell’intervento di Gregorio IX. Così, alla pace novennale, del 1238 [53], propiziata dal papa, nell’auspicio che le parti debeant se adiuvare vicissim, e con obbligo di rinnovo di quadriennio in quadriennio, – è del 1242 infatti l’invito veneziano in tal senso [54], mentre non c’è traccia di altri seguenti –, farà seguito l’alleanza antifedericiana del 1239 cui non corrisposero rilevanti operazioni belliche [55]. Questa volta però, oltre all’impegno reciproco alla difesa in mare contro qualunque offensore, e particolarmente nelle acque della Sicilia, Calabria, Puglia e del Principato, d’Oltremare e Tunisi, con esclusione di azioni guerresche anti-saracene, e a non fare paci separate, il tema della repressione della pirateria, con poche eccezioni, limitate alle rispettive aree di influenza, – Mediterraneo Orientale per Venezia, alto Tirreno per Genova –, trova decisa ed energica applicazione. La serietà delle obbligazioni è confermata dall’obbligo d’esposizione sulle navi delle insegne di entrambe le città e dall’impegno a sottoporre ad arbitrato papale le controversie.

A livello documentale si segnala una novità: il trattato si risolve unitariamente, le clausole sono espresse in forma oggettiva, non è più il semplice accostamento di due testi paralleli e identici, nel quale affiorano implicazioni di natura privatistica, come la pena ai contravventori, l’obbligazione del pignus, costituito dagli omnia bona dictarum communitatum habita et habenda. L’inserimento delle due procure, di per sé innovativo rispetto al passato, mostra ulteriormente la differenza formale tra le due cancellerie: in forma di lettera ducale, data apud nostrum palatium e corroborata da sigillo, la procura veneziana [56]; di instrumentum, actum in domo Fornariorum, sede podestarile, con nomi dei testimoni, quella genovese. E come tali, cioè come littera ed instrumentum, esse vengono recepite dal rogatario, il genovese Petratius de Musso nella sottoscrizione.

Quanto all’alleanza offensiva del 1239, è il risultato di due distinte obbligazioni nei confronti del pontefice, la prima, del 26 luglio 1239, è redatta a Genova, mentre quella veneziana ha luogo ad Anagni il 23 settembre, dopo che, il 5 settembre, il doge, Iacopo Tiepolo, ebbe presa visione del documento genovese, cui seguì, l’11 ottobre, di nuovo a Genova, il giuramento prestato da podestà, consiglieri e sei uomini per compagna, dalla cui autorizzazione era proceduto il primo impegno.

Il successivo trattato del 1251 [57], valevole per otto anni, concluso a Portovenere, su iniziativa veneziana, dopo laboriose trattative condotte prima a Lucca, successivamente a Verrucola Bosi, presso i Malaspina, dietro le quali sono facilmente intuibili le difficoltà connesse ai probabili risarcimenti, non contemplati nell’atto ufficiale, non si discosta per nulla, nella sostanza, dai precedenti, se non nella politica daziaria, inalterata per il primo anno di vigenza dell’accordo, fortemente inasprita per gli anni seguenti: 50% del valore delle merci trasportate via mare contro il consueto 2 ½% per quelle via terra eccettuati i prodotti orientali, del Garbo e di Barberia, gravati da un dazio del 20%. Alla faccia dello sviluppo delle relazioni commerciali tra le due città!

In parole povere: pace e sicurezza sui mari sì, non diversamente dal passato, ma ognuno a casa sua, nella propria area d’influenza. Non mi pare un gran passo avanti.

*  *  *

Già una prima, frettolosa lettura della documentazione fin qui prodotta si rivela assai deludente: la costante ripetitività delle formule, raramente modificate se non con apporti scarsamente caratterizzanti, e i temi generali, privi di alcun ripensamento o approfondimento sono già eloquenti testimonianze di una fase di scarso interesse reciproco, in cui le due città, proiettate su diverse aree del bacino orientale del Mediterraneo, Venezia verso Costantinopoli, molto meno verso la Siria d’influenza genovese, con l’eccezione di Acri [58], sollecitate a dirimere i non rari e forse inevitabili contrasti tra i propri concittadini frequentanti le piazze orientali, spesso provocati anche dai dissidi tra Pisani e Genovesi, conseguenza di quel più impegnativo e mortale scontro che vedeva contrapposte le loro repubbliche nel Mar Tirreno, sembrano studiarsi vicendevolmente, evitando con cura, nonostante i frequenti atti di pirateria, il coinvolgimento diretto dei loro “stati” in uno scontro frontale. Per cui mi pare che se ne possa trarre qualche conclusione, pur sempre con le dovute cautele, ex silentio.

Se ad esempio Venezia non conosce l’albinaggio [59], la sua mancata menzione nei trattati con Genova non sarà anche testimonianza della scarsa presenza di Genovesi a Venezia e di Veneziani a Genova? L’esempio di un genovese dal nome insolito di Malosililmus, catturato nel 1196 durante un pellegrinaggio via terra a San Marco da Uguccione conte di Vicenza e riscattato con cospicuo esborso [60] non mi pare molto significativo, così come il rinnovo, nel 1111, del pactum col Ducato ad opera di Enrico V, che vede compresi, per la prima volta, tra gli abitanti delle città del regnum tenuti all’osservanza dello stesso anche i Genovesi (con Piacentini, Lucchesi, Fiorentini e Pisani) [61] parrebbe piuttosto indizio di una maggiore attenzione veneziana che non di una corposa realtà. Non vanno infatti sopravvalutate le sporadiche apparizioni, per di più poco qualificate, di Veneziani a Genova [62], né la ridotta presenza genovese a Venezia [63]. Si è offerto, come esempio di buoni rapporti tra le due città, quello del genovese Ansaldo Baraterio, ospitato in una casa veneziana a Crisopoli e qui derubato [64], ma la lettura dei documenti fornisce una risposta equivoca a proposito della nazionalità, sia degli ospitanti sia dei rapinatori [65].

Quanto all’assenza di norme relative al ius naufragii, parimenti rifiutato dai Veneziani, quella prava consuetudo spesso richiamata in trattati genovesi con altre potenze [66], a parte la generica precisazione che la sicurezza dei propri cittadini va garantita anche ai naufraghi, più che alla rimozione di tale usanza [67], non sarà anche addebitabile alla limitata presenza di navi mercantili genovesi nell’Adriatico e di veneziane nel Tirreno? Né in tal senso mi convince la clausola relativa ai dazi nel trattato del 1177, né la disposizione contenuta nella convenzione pisano-veneta del 1180 (già presente nella precedente del 1175) che faceva divieto ai Veneziani di navigare fino a Genova durando la guerra tra Pisa e Genova. È invece possibile che proprio in periodi di guerra, navi corsare veneziane forzando il “blocco” potessero rifornire i Pisani, come dimostrato in molti casi più tardi. Al massimo, in attesa di migliori risposte dai cartulari notarili, si potrà ipotizzare una frequentazione occasionale dei reciproci scali.

* * *

Per il periodo successivo, fino al 1299, la documentazione s’infittisce, soprattutto quella genovese, anche se in gran parte limitata a proteste e richieste di risarcimenti, istruzioni e relazioni diplomatiche; a livello di veri e propri trattati si conservano, o ne abbiamo solo notizia, un compromesso nel papa, del 1258, 7 tregue tra il 1270 e il 1291 e, infine, la pace di Milano del 1299. Anche per questo periodo accennerò solo brevemente e sporadicamente agli avvenimenti che li hanno preceduti e al quadro politico generale, ben noti alla storiografia [68].

Come sempre sono i conflitti mediorientali a provocare la rottura: ma ora non si verificano solo scontri occasionali a Costantinopoli o in Siria, atti di pirateria, più o meno tollerati, se non assecondati dai rispettivi governi: si tratterà pur sempre dell’incapacità, o mancata volontà, dei rappresentanti coloniali delle due parti – tre quando, come spesso, vi sono coinvolti i Pisani, dalle alleanze locali ondivaghe –, di sedare le frequenti risse delle « ciurme litigiose della gente di mare » [69] o dei residenti delle due/tre comunità. Stavolta però il quadro muta radicalmente, precipitando in un aspro conflitto armato Genova e Venezia, con Pisa comprimaria, almeno fino alla Meloria, ma ormai in posizione subordinata agli interessi della repubblica di San Marco; guerra destinata a protrarsi, nonostante le frequenti tregue, per un quarantennio, con esito incerto, tra un fitto intreccio di iniziative diplomatiche e cambiamenti di campo coinvolgenti il papa, Carlo d’Angiò, dalla politica altalenante nei confronti della Superba [70], Luigi IX di Francia, fino a Matteo Visconti. Per non parlare dei baroni d’Oltremare, di Filippo di Montfort e degli ordini cavallereschi di Siria.

Le vicende di San Saba e di Acri sono troppo note per doverle riprendere in questa sede. Colpisce tuttavia la determinazione delle parti; con i Pisani d’oltremare che rompono immediatamente la provvisoria solidarietà con i Genovesi per accostarsi ai vincitori, prima ancora del trattato d’alleanza tra la loro madrepatria e Venezia [71]; con quest’ultima pronta ad approfittare della situazione per impadronirsi dei quartieri degli avversari in Acri e sostituirsi ad essi. Tutto induce il sospetto di una vicenda preparata da tempo, di un conflitto previsto e prevedibile. È in gioco la supremazia nel settore mediorientale. Per Genova non è più il caso di guardare a Venezia con un’ottica pisana, utile peraltro anche alla Serenissima per isolare la rivale in Occidente.

Questa volta si fa sul serio. Lo dimostrerebbero bene le schermaglie diplomatiche alla corte pontificia di Viterbo nel 1258, dove nessuna parte in causa parrebbe negoziare in buona fede; tutte le trattative sono ostacolate da continue eccezioni e riserve. Ora non si ammette una procura genovese quoniam non continebatur in eo quod possemus mandatum recipere de hiis que nobis [il papa] preciperet; ora i Genovesi, fortemente incalzati dagli ambienti cardinalizi, – tra i quali il potente e attivissimo Ottobono Fieschi, più attento a salvaguardare gli interessi della propria famiglia in disaccordo coi Capitani che a sostenere i disegni della patria –, per di più sospettosi dell’ab­braccio mortale papale-angioino a loro danno, eccepiscono l’impossibilità di accedere alla pace senza consultazione dei baroni alleati, che nel frattempo si venivano accostando agli avversari, disponibili, al massimo, ad una tregua che non coinvolgesse le alleanze; al contrario i Veneziani parrebbero più concilianti, ma forse perché meglio informati del precipitare degli eventi, in loro favore, ad Acri; laddove Pisa non intende scendere a patti senza la previa restituzione di Sant’Igia, in Sardegna, in verità scarsamente interessata alla pacificazione per distrarre gli avversari in Terrasanta ed avere mano libera nel Tirreno.

A farla breve, tra continui rumori di guerra, va in scena una grande commedia degli inganni, resa evidente, oltreché dalla corrispondenza degli inviati genovesi, dal risultato finale, dal compromesso cioè nell’arbitrato papale redatto il 3 luglio 1258 [72], a pochi giorni, ironia della sorte, dalla disfatta genovese di Acri che deve aver influito pesantemente sulla condotta posteriore delle parti.

Il documento è articolato nella forma consueta di tale tipologia: fatte salve le alleanze di Venezia con i Provenzali e altri non meglio precisati, di Genova con i signori di Tiro e altri, i contendenti si obbligavano a consegnare torri, fortezze e luoghi fortificati nelle mani del papa o di un suo legato, con possibilità della loro demolizione, se necessario, – ma due anni dopo tale impegno non era stato ancora onorato, donde il risentito intervento di Alessandro IV [73] –, a prestare idonee cauzioni, al pagamento di una pena pecuniaria di 50.000 marche d’argento in caso d’inadempienza, oltre al solito pignoramento di tutti i beni mobili e immobili, diritti, onori dei tre comuni, ma escludendone ognuno un proprio luogo strategico. Con l’aggiunta, infine, dell’obbligo di far ratificare il compromesso dai rispettivi organi di governo e di farlo giurare in publica contione; il tutto suffragato da apposita documentazione da trasmettere al papa. Un testo più elaborato rispetto a quelli già esaminati, in cui è evidente lo sforzo di conglobare in un unico dettato le ob­bligazioni dei tre comuni, particolarmente evidente nelle clausole finali relative alla ratifica e al giuramento, non più frammentate in tanti impegni distinti.

Il trattato di Ninfeo, del 13 marzo 1261, va letto anche come risposta genovese alla catastrofe siriana. Non era più tempo di indugi; la lotta si spostava in altro scacchiere. Ma trascorreranno ancora otto anni prima che si torni a parlare seriamente di composizione del conflitto che vede il dispiegamento di flotte sempre più potenti, grandi scontri sul mare, episodi di pirateria, coinvolgimento di squadre navali angioine, devastazioni, imprigionamenti, anche di personaggi illustri [74]. Non c’è anno in cui gli Annali genovesi non segnalino episodi di rilievo. Solo a partire dal 1267 si riprendono le trattative, pur inficiate dalla scarsa disponibilità dei belligeranti. Si muovono per primi Luigi IX e Carlo d’Angiò, seguiti dal papa, ma emergono sempre, attraverso le istruzioni dei rispettivi governi e le relazioni degli ambasciatori, la scarsa fiducia reciproca, la ritrosia a una pace duratura, la complessità delle situazioni, in definitiva la malafede che le parti in causa sembrano rinfacciarsi vicendevolmente, sfruttando talvolta la genericità delle rispettive procure [75].

L’armistizio quinquennale, stipulato a Cremona il 22 agosto 1270 [76], ne è puntuale conferma. Alla solennità dell’atto, per la prima volta preceduto da un’ampia arenga piena di buoni propositi, in coda alla quale si accenna rapidamente al fallimento delle trattative precedenti nella curia papale e presso il re di Francia, promotore e principale beneficiario [77] dell’intesa, non corrispondono i risultati. Il testo è finemente strutturato. Già dall’inizio la citazione delle procure ai propri rappresentanti appare innovativa rispetto ad altri documenti del genere: anziché riportarle integralmente o riferirne almeno i nomi dei redattori, gli estremi cronologici o i relativi incipit, si ricorre per questi alla prima parola della seconda linea, per gli explicit a quella della penultima [78], oltre alla rituale menzione dei sigilli dei quali erano tutte munite. Seguono quindi, ancora una volta in maniera sinallagmatica, gli impegni veneto-pisani, da una parte, genovesi dall’altra, con le solite clausole di non offendersi reciprocamente, di rendersi giustizia, di risarcire i danni secondo le consuete procedure già viste in precedenza, compresa la consegna del reo al danneggiato o, in sua contumacia, il bando, l’obbligo per i patroni delle navi in uscita dai porti di non arrecare offese agli avversari; tutti impegni da rinnovarsi di fronte al re di Francia entro il 30 novembre, dovunque si trovasse Luigi IX, in partenza per l’infausta crociata di Tunisi. Fin qui il documento si muove sui binari consueti. Ma a questo punto le obbligazioni sono formulate attraverso un testo unico, cogente per tutti: la pena di 40.000 marche d’argento con relativo pegno dei beni dei tre comuni, giuramento, sottomissione alle censure ecclesiastiche e all’interdetto in caso di inadempienza – solo per Genova e Venezia, ma con il consenso dei Pisani – su sollecitazione del re o di una delle due parti, presentazione di idonei fideiussori, in Acri i Veneziani, in Francia i Genovesi, con le ben note clausole rinunciatorie, impegno da assumere entro il primo maggio prossimo venturo, ma previo annuncio, entro il primo ottobre, del luogo in cui tali fideiussioni sarebbero state prestate [79]. Per concludere con tante e tali eccezioni che dimostrano bene l’equivocità e la precarietà dei risultati: le parti rivendicano libertà d’azione nelle aree di loro competenza, da Acri alla Sardegna i Pisani, da Acri, Tiro, Cipro e Bonifacio in Corsica i Genovesi, che pretendono altresì l’esclusione degli accordi militari stipulati con i signori di Tiro [80], in funzione antiveneziana, e con Carlo d’Angiò, antipisana [81], facendo inserire nel testo ampi estratti degli stessi; riservandosi, al contrario, i Veneziani il diritto di attaccare Tiro, tutte le parti quello di tenersi i prigionieri; naturalmente senza che ciò debba intendersi come violazione della tregua. Non credo occorrano commenti ... Il tutto garantito da una molteplicità di documenti redatti dai notai delle tre città.

Puntualmente le vicende successive dimostrano la fragilità dell’armi­stizio; nonostante la riconferma negli anni seguenti e il pudico silenzio della cronachistica genovese al riguardo, gli atti ostili si succedono continuativamente, non sempre ad opera di una pirateria che la frequenza degli scontri fa intuire programmata o tollerata dall’alto. Fioccano proteste da ambe le parti, il contenzioso si allunga, frequenti le ambascerie richiedenti giustizia, ma sempre misurato e cauto il linguaggio nella corrispondenza ufficiale tra i due governi, le solite schermaglie diplomatiche presso la curia papale con pignolesca verifica dei poteri degli ambasciatori.

Il quinquennio 1275-1280 è così caratterizzato da uno scambio frenetico di missioni e da serrate trattative in merito ai risarcimenti, delle quali restano abbondanti testimonianze [82], ove, tra l’altro, si eccepiscono le ambiguità della stessa tregua a proposito della consegna del reo: cum verba treugue circa hoc quibusdam videantur dubia, si sostiene di fronte alla richiesta veneziana d’estradizione del pirata Bonacossa, il quale tuttavia oppone che le sostanze malefactorum integraliter poterant satisfieri de dampnis illatis. Nel dubbio si propone che la questione cognoscatur per comunes sapientes de Lombardia[83] pur dichiarandosi da parte genovese la piena disponibilità a rendere giustizia, come gli stessi documenti dimostrano in più occasioni [84].

Già pochi anni dopo la tregua di Cremona, nel 1272-1273, a Orvieto, le due delegazioni appaiono in disaccordo su tutto. A parte le reciproche accuse per i danni provocati tempore pacis et durante pace, Genova si dimostra scettica sulle possibilità di chiudere le trattative, soprattutto perché la parte avversa, volendo tenersi le mani libere nei confronti di Pisa, allegava l’accordo con quest’ultima; nonostante che al momento regnasse calma nel Tirreno, la clausola salva conventione Pisanorum appariva inaccettabile: superfluum erat querere pacem ubi non erat guerra sostengono gli ambasciatori genovesi, aggiungendo di non poter consentire il richiamo a una convenzione della quale non avrebbero – il condizionale è d’obbligo – conosciuto i termini, disponibili peraltro, seppur tiepidamente, a coinvolgere nella pace i Pisani, licet non expediat quod nostri amici sunt. Erano ben chiari ai Genovesi i pericoli che tale pretesa veneziana avrebbe causato nel caso, assai probabile, della ripresa delle ostilità con Pisa, se, come infatti si verificò ripetutamente in seguito, navi veneziane avessero tentato di violare il blocco di Porto Pisano [85]. E tuttavia, nonostante la diffidenza genovese, la clausola filo-pisana voluta da Venezia, ad osservanza di una convenzione da essa ripetutamente confermata [86], dovette permanere inalterata se ad essa si fa costante riferimento nelle successive proroghe dell’armistizio [87]. Che si trattasse poco più di un atto formale, inteso a tenere sul filo i Genovesi, apparirà chiaro nel momento decisivo della Meloria, quando i Veneziani, nonostante qualche atto individuale ostile, si comporteranno satis curialiter nei confronti di Genova [88], provocando il giudizio negativo del Manfroni, confermato dal Lopez, condivisibile, nonostante le attenuazioni del Cessi, sulla miopia della politica veneziana nei confronti delle vicende tirreniche: qualunque fosse la valutazione di Venezia in merito allo scontro pisano-genovese, che si tendesse ad approfittarne in vista dei propri interessi orientali o che si puntasse all’indebolimento, a proprio favore, di entrambe le contendenti, resta il dubbio che essa avesse sottovalutato le potenzialità della Superba, con tutti i rischi che ne sarebbero derivati alla propria politica orientale [89].

La reciproca diffidenza non impedì tuttavia che la tregua fosse rinnovata per ben sei volte tra il 1275 e il ’91, con durata variabile. Se di alcune di esse è pervenuto solo il ricordo [90], i confronti tra le superstiti non denunciano sostanziali novità né formali [91] né sostanziali rispetto a quella del 1270: a parte qualche spostamento di clausole, rileviamo che, morto Luigi IX, l’ob­bligo di rinnovare il giuramento veniva trasferito alla presenza del papa [92]; che le fideiussioni sarebbero state ricercate in Toscana (Firenze, Lucca, Siena) [93], in caso contrario di nuovo in Siria [94] o in altre città italiane e infine, a partire dal documento del 1277, l’assenza, tra le tante eccezioni concordate, del richiamo alla convenzione tra Genova e l’Angioino.

Qualche dettaglio: il 15 ottobre 1275, il doge e il Consiglio generale ratificano la tregua, stipulata a Mantova il 1° agosto da due notai, il veneziano Bartolomeo Bocheta e il genovese Riccardo di San Matteo e contestualmente rilasciano procura a Martino Ravegnani per giurare, innanzi al medesimo Riccardo, come di fatto avviene seduta stante, l’osservanza della stessa [95]. A sua volta il comune di Genova, il 21 aprile 1276, rilascia procura al notaio Oberto da Nizza per chiedere a quello di Pavia la fideiussione prevista dalla tregua [96], successivamente prestata se le istruzioni, affidate ad una missione genovese inviata a Venezia, prive di datazione, ma posteriori al 18 giugno 1276, stante l’accenno alla pace tra Genova e Carlo d’Angiò [97], prevedono la richiesta di analoga garanzia in illum modum et formam que fuit facta securitas per comune Ianue comuni Veneciarum in civitate Papie et videatur instrumentum illius securitatis quam habuit seu recepit Bartolomeo Bocheta olim nuncius et sindicus domini ducis et comunis Veneciarum [98]. Riesce quindi difficile concordare col Cessi sul ritardo dello scambio delle ratifiche « per tutto il tempo pel quale durò il conflitto angioino-genovese », motivato dalla « cavillosa resistenza del governo veneto » che avrebbe approfittato delle difficoltà di Genova per strappare migliori condizioni, mentre da parte di quest’ultima si sarebbe dimostrata una maggiore remissività [99].

Il prolungarsi del regime armistiziale, tra reciproche accuse di violazione dei patti, missioni diplomatiche, richieste di risarcimenti, non sempre soddisfatte, rende ben visibile il clima di tensione persistente, aggravato dalla ripresa delle ostilità nel Tirreno, coinvolgenti anche navi veneziane, spesso oggetto, in acque proibite, di poco gradite, talvolta arbitrarie [100], perquisizioni genovesi, nel sospetto, non infondato, che esse, contro le disposizioni ufficiali della Serenissima, trasportassero merci di Pisani, sostenendo così indirettamente il loro sforzo bellico. Da qui un contenzioso infinito, un inasprimento degli animi, mal celato dal linguaggio diplomatico, il progressivo deterioramento della situazione: l’episodio di Corone, classica goccia d’acqua, condurrà ben presto alla rottura e alla ripresa in grande del conflitto, fino alla battaglia di Curzola. Ma tutto questo è ben noto [101].

Finalmente, dopo un quarantennio di tregue o armistizi, più o meno armati e guerreggiati – non è poi tanto una contraddizione –, si arriva alla pace, propiziata da Matteo Visconti, vicario imperiale in Lombardia, stipulata a Milano il 25 maggio 1299 [102]. Chi volesse trovarvi sostanziali novità andrebbe fatalmente deluso. Il testo è introdotto da un’ampia e abbastanza generica narratio, che enumera puntigliosamente le tante depredationes, captiones personarum, robarie, homicidia, danna, bella et iniurie provocati da entrambi i contendenti, i pericoli che il perdurare delle ostilità avrebbe potuto causare, non solo alle parti in causa ma anche a tutte le genti, l’amor fructuosus et grandis, caratterizzante le antiche e buone relazioni intrattenute dalle due avversarie con Milano, cui seguono in dettaglio i nomi dei membri delle due delegazioni, accompagnate da un notaio di fiducia, e un’ampia, e altrettanto generica, formula d’onore rivolta, oltreché ai santi patroni delle tre città, allo stesso Visconti.

Le clausole sono poche, ridotte all’essenziale, espresse in forma oggettiva, in genere conglobate in un testo unico, largamente debitore, nella struttura, a formulazioni precedenti già esaminate: una solenne dichiarazione di pace e di remissione totale de omnibus et singulis iniuriis, inimiciciis, offensionibus, homicidiis, dannis, guastis, depredationibus, occupationibus, invasionibus et excessibus, compresi quelli perpetrati nella Romània, non estensibile, naturalmente, ad evitare equivoci e frodi, ai contratti di diritto privato per i quali si rinvia, come pure per eventuali atti di ostilità compiuti in seguito da singoli, alla giustizia ordinaria, con le stesse modalità, redatte distintamente, in forma sinallagmatica, di cui agli accordi precedenti; rilascio dei prigionieri nel giorno fissato dallo stesso vicario, ma solo dopo la ratifica e il giuramento di osservanza da parte dei rispettivi organi di governo, nonché, da parte veneziana, la prestazione delle fideiussioni. Seguono le consuete eccezioni: mano libera di Venezia contro l’impero bizantino e nelle acque dell’Adriatico; di Genova contro Pisa, ormai abbandonata alla sua sorte, nel Tirreno, con limitazione al traffico navale nelle proprie sfere d’influenza in tempo di guerra; il ben noto impegno a non offendersi reciprocamente, cui dovevano sottostare i patroni delle navi in uscita dai rispettivi porti, anch’esso articolato in due obbligazioni distinte; prestazioni di idonei fideiussori, le città di Padova e Verona [103] per Venezia, di Asti e Tortona [104] per Genova; pena di 50.000 marche d’argento per gli inadempienti, accompagnata dalle tradizionali clausole di diritto privato; ratifica e giuramento di osservanza [105]; redazione di diversi esemplari, due per mano di notai milanesi, due veneziani, uno dei quali tuttavia, Nicola de Girardo, di Chioggia, nominato tra i membri della missione, stranamente non si sottoscrive, uno di mano genovese [106].

Il percorso assegnatomi volge ormai al termine. Due problematiche, emerse qua e là, meritano ancora qualche parola: l’evoluzione formulare della pattistica genovese-veneziana e le modalità di autenticazione. La prima mi pare già sufficientemente tracciata nel corso della relazione. Dal formulario del 1177, articolato su due obbligazioni speculari con una menzione delle ratifiche a dir poco dubbia, si passa successivamente, sempre attraverso la doppia stesura dei rispettivi impegni, allo scambio di ratifiche contenenti esclusivamente quelli assunti da una parte nei confronti dell’altra. Solo dopo il 1251 si avverte l’esigenza di una redazione unitaria, pur con qualche ritorno alla doppia stipulazione, avvertibile ancora negli accordi di pace del 1299, probabilmente attribuibile al più facile e rapido ricorso a clausole già contenute in documenti precedenti.

È da osservare che anche la ratifica e il relativo giuramento si complicano, articolandosi in due atti distinti, ma pressoché simultanei: in un primo momento gli organi di governo rilasciano procura, in genere a un notaio, per prestare il giuramento di osservanza in animabus et super animabus eorum et cuiuslibet eorum; segue quindi, previa accurata visione del testo degli accordi e alla presenza del delegato della controparte, la ratifica formale del trattato e il giuramento di cui sopra [107]. Siamo ben lontani da quelle formalità, così mal precisate nel patto del 1177, ma anche dalle procedure osservate in seguito.

A tale evoluzione corrisponde, a mio giudizio, anche quella delle forme autenticatorie: se si esclude il trattato del 1177, del quale abbiamo già parlato, osserviamo che fino al 1251 gli accordi sono redatti e autenticati da un solo notaio, ora veneziano ed ecclesiastico, ora genovese [108], senza cioè apposizione di sigillo, normalmente riservato alle ratifiche di parte veneziana, mentre nella seconda metà del secolo da diversi notai, pressoché tutti [109] di autorità imperiale se non anche papale, come il veneziano Rustichino Benintendi, rappresentanti le diverse parti in causa. Ma questo è un argomento più propriamente attinente alla tormentata evoluzione del notariato e della cancelleria veneziani, visibile anche attraverso le procure rilasciate dal governo, tutte munite di bolla di piombo, ma oscillanti, talvolta nello stesso documento [110], tra forme cancelleresche, proprie della lettera ducale, e l’in­strumentum notarile, che presuppone l’ampliamento dell’indagine e una più approfondita riflessione su tutta la pattistica veneziana e che va ben oltre il tema assegnatomi.



NOTE

[1] D. PUNCUH, La diplomatica comunale in Italia dal saggio del Torelli ai nostri giorni, in La diplomatique urbaine en Europe au moyen âge, a cura di W. PREVENIER e T. DE HEMPTINNE, Actes du congrès de la Commission internationale de Diplomatique, Gand, 25-29 août 1998, Leuwen-Apeldoorn 2000, pp. 383-406, in particolare pp. 404-405.

[2] 1. I patti con Brescia. 1252-1339, a cura di L. SARDINI, Venezia 1991; 2. I trattati con Aleppo. 1207-1254, a cura di M. POZZA, Venezia 1990; 3. Il patto con Fano. 1141, a cura di A. BARTOLI LANGELI, Venezia 1993; 4 e 6. I trattati con Bisanzio. 992-1285, a cura di M. POZZA e G. RAVEGNANI, Venezia 1993 e 1996; 5. I patti con Imola. 1099-1422, a cura di A. PADOVANI, Venezia 1995; 7. I trattati con Genova 1136-1251, a cura di M. GIORDANO e M. POZZA, Roma 2000.

[3] I patti tra Cremona e le città della regione padana (1183-1214), a cura di V. LEONI e M. VALLERANI, in « Bollettino storico cremonese », n.s., V (1998).

[4] Cito qui alcuni esempi, anche se più tardi: i trattati di Venezia con Ascoli ed Ancona, rispettivamente del 1326 e 1345, in G. LUZZATTO, I più antichi trattati tra Venezia e le città marchigiane (1141-1345), in « Nuovo Archivio Veneto », n.s., anno VI, XI/1 (1906), pp. 85 e 91.

[5] G.G. FISSORE, La diplomatica del documento comunale fra notariato e cancelleria. Gli atti del Comune di Asti e la loro collocazione nel quadro dei rapporti fra notai e potere, in « Studi medievali », 3a serie, XIX (1978), pp. 213, 215, 243; ID., Alle origini del documento comunale: i rapporti tra i notai e l’istituzione, in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento. Atti del convegno, Genova, 8-11 novembre 1988 (« Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XXIX/2, 1989), p. 105. V. anche Gli atti originali della cancelleria veneziana (1090-1227), a cura di M. POZZA, Venezia 1994-1996, I, p. 26.

[6] Il patto con Fano cit., pp. 31-32; A. BARTOLI LANGELI, La documentazione ducale dei secoli XI e XII. Primi appunti, in Studi veneti offerti a Gaetano Cozzi, Venezia 1992, pp. 31-41. Su tale documentazione v. anche Gli atti originali della cancelleria veneziana cit., I, p. 26.

[7] M.G.H., Diplomata regum ..., X, Friderici I Diplomata, a cura di H. APPELT et alii, Hannover 1975 e sgg., nn. 375, 356, 367; quello in favore di Genova è ripreso alla lettera da uno successivo di Enrico VI: I Libri Iurium della Repubblica di Genova, a cura di D. PUNCUH, A. ROVERE, S. DELLACASA, E. MADIA, M. BIBOLINI, E. PALLAVICINO, Genova-Roma 1992-2001 (Fonti per la storia della Liguria, I, II, IV, X-XIII, XV; Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Fonti, XII, XIII, XXIII, XXVII-XXIX, XXXII, XXXV), I/2, n. 286.

[8] Trattato tra Verona e Venezia del 21 settembre 1192: C. CIPOLLA, Note di storia veronese, in « Nuovo Archivio Veneto » XV (1898), p. 313; v. altri esemplari veneziani in M. ROSADA, “Sigillum Sancti Marci”. Bolle e sigilli di Venezia, in Il sigillo nella storia e nella cultura. Mostra documentaria, a cura di S. RICCI, Roma 1985, pp. 135-136, 138-140.

[9] Per Genova la bolla aurea è documentata dalla copia autentica di un privilegio del 23 giugno 1227 in favore del comune di Noli, da sempre fedelissimo a Genova, redatta il 28 aprile 1327 e così introdotta: Hoc est exemplum cuiusdam instrumenti sive privilegii, cuius tenor talis est et quod privilegium erat bulle auree appensione munitum (Archivio di Stato di Genova, – A.S.G. – Archivio Segreto, n. 354). Per gli esemplari veneziani v. M. ROSADA, “Sigillum Sancti Marci” cit., pp. 127, 138.

[10] G.G. FISSORE, Autonomia notarile e organizzazione cancelleresca nel comune di Asti. I modi e le forme dell’intervento notarile nella costituzione del documento comunale, Spoleto 1977, p. 155; ma v. anche dello stesso Procedure di autenticazione del secolo XIII in area comunale ad Asti: verso un’organizzazione burocratica della documentazione, in « Bollettino storico-biblio­grafico subalpino », LXXXI (1983), pp. 766-772. Per restare in ambito veneziano, basti ricordare il patto con Padova del 1209, datum per manum ... notarii de Padua, ma corroborato dall’ap­posizione del sigillo (M. ROBERTI, I trattati tra Venezia e Padova anteriori al dominio ezzeliniano, in « Nuovo Archivio Veneto », n.s., anno VIII, XVI/1, 1908, p. 51) e quello del 1227, sottoscritto dal solo notaio, ma iussu ... potestatis (Ibidem, p. 55). Quanto all’uso del sigillo v. anche il patto con Bologna del 1227 (V. FRANCHINI, Patti commerciali di Venezia con Bologna e con alcune città della Romagna, in « L’Archiginnasio », XXIX, 1934, p. 303), che contiene però solo gli impegni bolognesi. Per altre aree v. ad es. i due trattati tra Genova e Ancona, rispettivamente del 1208 e del 1220 (I Libri Iurium cit., I/2, nn. 355-356), il primo dei quali, munito di sigillo (annunciato nella formula corroborativa), redatto da un notaio anconetano iussu et rogatu dei consoli, il secondo, sempre da un notaio di Ancona, che però non accenna ad alcuna iussio, pure sigillato (stando all’autentica del liber iurium genovese), ma senza corroboratio.

[11] I trattati con Genova cit. All’epoca del convegno ho potuto utilizzare le bozze di tale lavoro messemi cortesemente a disposizione dai curatori che ringrazio sentitamente; sono altresì debitore a Marco Pozza per avermi fornito i microfilms dei documenti veneziani posteriori al 1251.

[12] Ibidem, nn. 9, 15.

[13] Ibidem, nn. 2, 5, 6, 8, 12, 13, 16, 19.

[14] Ibidem, n. 12.

[15] Ibidem, nn. 1, 4.

[16] Ibidem, nn. 7, 17, 18.

[17] Ibidem, n. 18.

[18] Ibidem, n. 7.

[19] Ibidem, nn. 3, 10, 11, 14.

[20] Ibidem, n. 1.

[21] Cfr. il doc. trasmesso alla Società Ligure di Storia Patria da W. HEYD in « Giornale Ligustico », I (1874), pp. 68-73 ed erroneamente attribuito al 1207 (stile pisano), anche in Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di L.T. BELGRANO e C. IMPERIALE DI SANT’ANGELO, Roma 1890-1929 (Fonti per la storia d’Italia, 11-14 bis), II, p. 103, nota 2.

[22] Sulla questione della credibilità dei docc. notarili in ambito pattizio v. il patto tra Venezia e Ferrara del 1191 in L.A. MURATORI, Antiquitates Italicae Medii Aevi, Milano 1738-1742, IV, col. 357 e quelli, più complessi, stipulati da Venezia con Verona nel 1192 (C. CIPOLLA, Note cit., p. 317), Padova nel 1209 (M. ROBERTI, I trattati tra Venezia e Padova cit., p. 49), e Bologna nel 1227 (V. FRANCHINI, Patti commerciali cit., p. 301). Quanto alla nazionalità dei testimoni v. M. ROBERTI, Le Magistrature giudiziarie veneziane e i loro capitolari fino al 1300, I, Padova 1907, pp. 23-24 (nullus homo potest ferre testimonium contra Venetum nisi Venetus secundum usum consuetudinemque curiae ducatus Venetie); P. KANDLER, Codice diplomatico istriano, Trieste 1986, II, nn. 233 (1222), e 293 (1254). Per Genova v. il trattato con Aleramo del 1135: excepto quod non recipiemus testes homines qui non sint habitatores nostri episcopatus: I Libri Iurium cit., I/3, n. 497.

[23] Cfr. il breve dei consoli del 1143: et operemur nisi iusto Dei impedimento vel pro nostra oblivione (aut pro utilitate communis Ianue) vel per parabolam illius cui facta fuerit iniuria remanserit. Altre formule analoghe in Codice diplomatico della Repubblica di Genova, a cura di C. IMPERIALE DI SANT’ANGELO, Roma 1936-1942 (Fonti per la storia d’Italia, 77, 79, 89), I, pp. 154, 157, 159, 161-163, 166; nisi pro communi utilitate nostre civitatis remanserit: Ibidem, p. 155; il breve della compagna del 1157: Ibidem, pp. 351, 354, 355, 357, 359. Hec omnia observabo nisi (quantum iusto Dei impedimento aut oblivione) remanserit licencia (maioris partis) consulum comunis Ianue (o conquerentis o reclamantis), aut pro dilationibus legitime indulctis; si iustum Dei emerserit impedimentum vel oblivio, faciemus ei inde iusticiam infra quadraginta dies...nisi remanserit iusto impedimento vel per parabolam consulum comunis Ianue vel illius cui iniuria facta fuerit etc.: I Libri Iurium cit., I/1, nn. 31 (1137), 35 (1140), 75 (1144), 141 (1130), 142 (s.d.), 156 (1153), 167 (1154), 193 (1161-62), 215 (1166), 218 (1168), 220 (1168), 251 (1179), 252 (1181); I/2, nn. 285 (1162), 286 (1191), 287 (1220), 288 (1226), 297 (1146), 356 (1220), 357-358 (1228), 362-363 (1174), 364 (1232), 365 (1184), 368 (1224), 370 (1225), 373-374 (1225), 375-377 (1229), 382 (1164), 386 (1172), 393 (1192), 395 (1198), 396 (1186), 403 (1192), 407-408 (1186), 409-410 (1191), 412 (1216), 416 (1174), 417 (1176 ?), 420 (1192), 421 (1200), 429 (1218); I/3, nn. 450 (1199), 452 (1200), 453-455 (1199), 462 (1199), 465-466 (1202), 473 (1192), 497 (1135), 505 (1223), 522 (1201), 538 (1203), 560 (1174), 596 (1141), 617 (1197), 623 (1218), 624 (1218), 632 (1199), 647 (1181); I/4, nn. 657 (1181), 658 (1204), 659 (1190), 660 (1208), 668 (1212), 672 (1169), 715 (1251), 722-723 (1251), 748 (1252); I/6, nn. 932-934 (1146), 945 (1210), 1003 (1235), 1014 (1235). V. anche i trattati con Albenga (1154-55), Montpellier (1201), Marsiglia (1203), Ischia (1208: nisi iusto Dei impedimento vel eorum corporum remanserit infirmitate), marchesi del Bosco e altri (1231), Luigi IX, re di Francia (1246: nisi remanserit iusto impedimento maris et temporis): P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni politiche della Repubblica di Genova, (958-1797), Regesti, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., I, (1960), nn. 43, 177, 182, 186, 191, 262, 311, ma anche Ibidem, nn. 80 (1169) e 164 (1195), prestiti nei quali è coinvolto il Comune. Ancora: Codice diplomatico cit., I, nn. 31 (1120), 56 (1130), 80 (1138), 103 (1140), 107 (1140?), 195 (1149), 296-297 (1159); II, nn. 8 (1165), 9 (1166), 12-14 (1166), 16 (1166), 48 (1169), 71 (1172: iusto impedimento mortis scilicet vel infirmitatis vel captionis), 95 (1174), 101 (1175), 108 (1177), 192 (1190); III, nn. 61 (1199). Formule analoghe sono rintracciabili anche in ambito privato: nisi quantum Dei iudicio vel tuo verbo steterit (Lanfranco. 1202-1226, a cura di H.G. KRUEGER - R.L. REYNOLDS, Genova 1951, Notai liguri del sec. XII e del XIII, VI, nn. 673, 799); ma v. anche M. CHIAUDANO - M. MORESCO, Il cartolare di Giovanni Scriba, Torino 1934 (Documenti e Studi per la Storia del Commercio e del Diritto Commerciale Italiano, I-II), nn. 169, 236, 362, 374, 466, 500, 606, 671.

[24] L.A. MURATORI, Antiquitates cit., II, col. 899 (1193, Bologna-Ferrara); IV, coll. 53, 54 (1151, 1182, Parma-Modena, anche absque parabola o nisi data parabola), 261 (1167, Lega), 269 (1176, giuramento dei rettori della Lega), 340 (1177, Modena-Bologna), 345 (Pisa-Grasse), 349 (1188, Modena-Parma), 386 (1202, Modena-Reggio), 391, 393 (1202, Modena-marchesi Malaspina), 394 (1214, Gaeta-Pisa), 417 (1184, Treviso-Conegliano), 428 (1217, Venezia-Ferrara), 447 (1193, Bologna-Ferrara); per Alessandria v. Codex qui Liber Crucis nuncupatur, a cura di F. GASPAROLO, in « Biblioteca dell’Accademia storico-giuridica », IX (1889), nn. 23 (1203), 70 (1198), 74 (1197), 107 (1217); per Asti, Codex Astensis qui de Malabayla communiter nuncupatur, a cura di Q. SELLA, in « Atti della R. Accademia dei Lincei », s. II, IV-VII (1880-1887), nn. 574 (1202), 575 (s.d., nisi o absque abscolto ... remanserit), 715 (1204), 914 (1227), 929 (1191); per Cremona I patti cit., pp. 44 (1183), 41, 49 (1188), 79 (1191), 121 (1200), 124 (1201), 59 (1202), 60 (1202), 181 (1211); Le carte cremonesi dei secoli VIII-XII, a cura di E. FALCONI, Cremona 1979-1988, IV, n. 831 (1199); per Lodi, C. VIGNATI, Codice diplomatico laudense, Milano 1879-1885, II, nn. 20, 32, 62 (tutti del 1167), 56 (1172); per Mantova Liber privilegiorum comunis Mantue, a cura di R. NAVARRINI, Mantova 1988 (Fonti per la storia di Mantova e del suo territorio, 1), nn. 37 (1272), 71 (1265), 83 (1198 non 1189: cfr. C. CIPOLLA, Note cit., p. 319), 100 (1257); per Milano Gli atti del comune di Milano fino all’anno MCCXVI, a cura di C. MANARESI, Milano 1919, nn. 35 (1156), 50 (1167), 52-56 (1167), 58 (1167), 63 (1168), 70 (1169), 83 (1173), 194 (1196), 203 (1198), 387-389 (1215); per Modena Registrum privilegiorum comunis Mutine, a cura di L. SIMEONI e E.P. VICINI, Reggio Emilia-Modena, 1940-1949, nn. 67-68 (1188); per Piacenza Il registrum magnum del comune di Piacenza, a cura di E. FALCONI e R. PEVERI, Milano 1984-1997, nn. 82-83 (1156), 130 (1191), 166 (1202), 243 (1141), 244 (1183); per Reggio Emilia F.S. GATTA, Liber Grossus Antiquus Regii, Reggio Emilia 1944-1962, n. 197 (1257); per Pisa, se si eccettuano gli accordi con Genova: v. F. BONAINI, Diplomi pisani e regesto delle carte pisane che si trovano a stampa, in « Archivio Storico Italiano », VI, parte seconda, suppl. I, p. 49 (1169), oltre alla proposta di alleanza con Venezia di cui sopra alla nota 21; per Vercelli G.C. FACCIO, Il libro dei « Pacta et Conventiones » del comune di Vercelli, Novara 1926 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, XCVII), nn. 7-8 (1217), 37-38 (1215), 49 (1194).

[25] M.G.H., Diplomata regum cit., nn. 244 (1258), 844 (1183), oltreché nei preliminari e nella pace di Costanza, nn. 844, 848, § 10.

[26] Urkunden zur älteren Handels-und Staatsgeschichte der Republik Venedig, a cura G.L.F. TAFEL - G.M. THOMAS, Wien 1856-1857 (Fontes rerum Austriacarum, Diplomataria et acta, XII), I, nn. 92, 93 (1201, patto con Baldovino conte di Fiandra), 106 (1203, patto con Zara); II, nn. 282, 292, 321 (1232, 1236, 1252, patti con Ragusa); P. KANDLER, Codice diplomatico istriano cit., n. 224 (1218, patto col Patriarca d’Aquileia).

[27] I trattati con Genova cit., n. 2.

[28] Ibidem, p. 27.

[29] Annali genovesi cit., I, p. 68.

[30] Sull’argomento v. la nota introduttiva al documento di Marco Pozza in I trattati con Genova cit., pp. 24-33 e bibliografia ivi citata; a proposito dei risarcimenti richiesti dai Genovesi all’imperatore v. le istruzioni date dai consoli al loro ambasciatore in Codice Diplomatico cit., II, n. 96, soprattutto le note alle pp. 213 (ratio navis quam veneti apud Nigrampum ceperunt ubi sub fiducia sacri imperii et in eius tutamine erat), 215 (de navi quam apud Almirum Veneti combusserunt), 217, 218.

[31] C. CIPOLLA, Note cit.; M. ROBERTI, I trattati tra Venezia e Padova cit., in particolare pp. 35-36; V. FRANCHINI, Patti commerciali cit., p. 279.

[32] In particolare con quelle delle Marche: G. LUZZATTO, I più antichi trattati cit.

[33] Cfr. i trattati del 1180 (G. MÜLLER, Documenti sulle relazioni delle città toscane col­l’Oriente cristiano e coi Turchi, Firenze 1879, n. 18) 1196 e 1214 (Gli atti originali della cancelleria veneziana cit., I, n. 31, II, n. 12), oltre al doc. di cui alla nota 21, tra i quali potrebbe essere esemplare quello del 1180, tradito significativamente da una pergamena pisana, sottoscritta da un cancelliere pisano, costituito da due reciproche obbligazioni perfettamente coincidenti, redatte, per Venezia a Rialto il 13 ottobre, con l’intervento dell’ambasciatore pisano (ma forse solo in bozza, essendo priva di sottoscrizione), per Pisa il 23 novembre in maiori ecclesia Beatissimae Mariae virginis, in conspectu Pisani populi, giurata dai consoli e dall’ambasciatore veneziano munito dei poteri iurandi super animam del doge. Proprio la procedura qui osservata chiarisce quella dei successivi accordi del 1196 e 1214, dei quali restano, nel Diplomatico pisano, solo gli impegni veneziani modellati sul testo del 1180; se, come probabile, quelli della controparte dovevano essere stati trasmessi a Venezia, l’accostamento del testo superstite del 1196 a quello di Fano (Gli atti originali della cancelleria veneziana cit., I, p. 27) non mi pare condivisibile.

[34] V. nota precedente. Eccezionalmente anche il patto tra Venezia con Baldovino di Fiandra e il marchese di Monferrato, del 1204: Urkunden cit., I, nn. 119-120.

[35] I Libri Iurium cit., I/1, nn. 218, 220 (1168); I/2, nn. 365 (1184), 393 (1192), 395 (1198), 396 (1186), 403 (1192); I/3, nn. 560 (1174), 647 (1181), oltre a I/2, nn. 357-358, I/4, nn. 722-723 relativi ai trattati con Venezia (1218, 1251), corrispondenti ai nn. 5-6, 18-19 in  I trattati con Genova cit.; Codice diplomatico cit., II, n. 14 (1166). Qualche traccia anche in ambito privato: M. CHIAUDANO - M. MORESCO, Il cartolare di Giovanni Scriba cit., nn. 218, 466, 871.

[36] Per Alessandria v. I Libri Iurium cit., I/3, n. 647. Il trattato tra Genova e Ancona del 1208 ci è pervenuto in originale e in copia (Ibidem, I/2, n. 355): stipulato il 16 aprile 1208 a Genova dagli ambasciatori anconetani e autenticato con la carta partita, fu ratificato il 1° maggio dal comune di Ancona e munito di sigillo, come attestato dall’autentica apposta alla copia del liber iurium; la presenza del sigillo non è però accertabile dall’originale conservato. Della convenzione con Montpellier del 1201, redatta a Genova (ed. in A. GERMAIN, Histoire du commerce de Montpellier, Montpellier 1861, p. 422, n. 3, da una copia semplice del locale archivio comunale), esiste un esemplare genovese (A.S.G., Archivio Segreto, n. 2722/3), autenticato con la carta partita. Si tratta probabilmente della bozza di accordo trasmessa alla controparte, come dimostrerebbero le numerose correzioni ed aggiunte di altra mano, solo parzialmente accolte dalla copia conservata a Montpellier. C’è da chiedersi se l’uso della carta partita, lungamente attestato a Genova per la convalidazione di trattati, non sia stato progressivamente ridotto alle sole bozze, minute o progetti per l’inoltro agli interlocutori. Si tratta di un tema ancora largamente aperto, da porre in connessione, almeno per Genova, alla crescente autorevolezza dei notai che vengono sostituendo, nel corso del XIII secolo, con la propria sottoscrizione, spesso accompagnata dal sigillo, uno strumento di autenticazione, quale la carta partita, ormai obsoleto.

[37] Il riferimento agli Annali genovesi cit., II, p. 11 di Marco Pozza (Gli atti originali della cancelleria veneziana cit., I, p. 14) può trarre in inganno; solo in una nota dell’editore degli stessi si esprime meraviglia per il silenzio al proposito dell’annalista. Trattandosi però di Ottobono scriba, dalla narrazione schematica, concisa e lacunosa, non ce ne meravigliamo.

[38] Annali genovesi cit., II, p. 54.

[39] Sulle vicende cretesi v. ora G. ORTALLI, Venezia e Creta. Fortune e contraccolpi di una conquista, in Venezia e Creta, Atti del convegno internazionale di studi Iraklion-Chanià, 30 settembre-5 ottobre 1997, Venezia 1998, pp. 9-31 e G. RAVEGNANI, La conquista veneziana di Creta e la prima organizzazione militare dell’isola, Ibidem, pp. 33-42 e bibliografia ivi citata.

[40] La presenza di corsari genovesi in Adriatico si evince anche dai trattati tra Genova e Ancona del 1208 e del 1220: I Libri Iurium cit., I/2, nn. 355-356.

[41] Coincidente con l’offerta pisana di cui alla nota 21.

[42] Proprio il fallimento di quest’ultima avrebbe provocato gli aiuti genovesi al conte di Malta: Annali genovesi cit., II, p. 116.

[43] I trattati con Genova cit., nn. 3-4; la proposta genovese era limitata ad un biennio, trasformato poi in triennio, almeno stando agli Annali genovesi cit., II, p. 125.

[44] I trattati con Genova cit., n. 4, § 3.

[45] Gli atti originali della cancelleria veneziana cit., II, n. 12.

[46] I trattati con Genova cit., nn. 5-6.

[47] Ibidem, nn. 7-9.

[48] I Libri Iurium cit., I/7, nn. 1171, 1176, 1178, 1187, 1189, 1202-1204, 1210-1214, 1219, 1220, 1238, 1239; così si eprime anche il trattato tra Venezia e Pisa del 1257: L.A. MURATORI, Antiquitates cit., IV, col. 403. Un esempio di ambito adriatico in P. KANDLER, Codice diplomatico istriano cit., n. 224 (patto tra Aquileja e Venezia del 1218).

[49] I trattati con Genova cit., n. 7, del 1228.

[50] Et si de bonis illius non invenerimus, tunc personam illius vel heredum eius masculorum dare debeamus illi super quem pignoratio facta fuerit: M. ROBERTI, Le Magistrature giudiziarie veneziane cit., p. 23, n. 4. Sull’argomento v. anche E. BESTA, Il diritto e le leggi civili di Venezia fino al dogado di Enrico Dandolo, Venezia 1900, p. 69. In due soli casi una norma del genere figura in trattati stipulati da Genova: con Ugo, conte di Empúries (1225: I Libri Iurium cit., I/2, n. 370) e con Marsiglia (1229: Ibidem, n. 375). La legislazione genovese la prevede solo nei casi d’inadempienza di contratti di ‘commende’ e societates: Statuti della colonia genovese di Pera, a cura di V. PROMIS, in « Miscellanea di Storia Italiana », XI (1870), cap. CCXXIV (De persona danda socio vel accomendatario), p. 749.

[51] Liber Communis qui vulgo nuncupatur Plegiorum, in Deliberazioni del Maggior Consiglio di Venezia, a cura di R. CESSI, I, Bologna 1950, pp. 27, n. 98; 47, n. 3; 60-61, nn. 55-56, da I trattati con Genova cit., pp. 91-92.

[52] Ibidem.

[53] Ibidem, nn. 10-12.

[54] Ibidem, n. 17.

[55] Ibidem, nn. 13-16. Andrea Dandolo (Chronica per extensum descripta, a cura di E. PASTORELLO, Bologna 1938-1958, Rerum Italicarum Scriptores 2, XII/1, p. 298), ci informa che nel 1242, dopo la sconfitta dell’isola del Giglio, Venezia, su richiesta genovese, avrebbe allestito una flotta di sessanta galee, impiegata nella sottomissione di Pola più che per affrontare la flotta imperiale nel basso Adriatico (salvo una puntata verso Durazzo).

[56] Non mancano tuttavia procure veneziane in forma di instrumentum notarile: v. ad es. Urkunden cit., III, p. 49 (1262); V. FRANCHINI, Patti commerciali cit., p. 305 (1273); P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 339 (1258).

[57] I Libri Iurium cit., I/4, nn. 722-723; I trattati con Genova cit., nn. 18-19.

[58] J. FERLUGA, Veneziani fuori Venezia, in Storia di Venezia, I, Origini-Età ducale, a cura di L. Cracco Ruggini, M. Pavan (†) e G. Cracco, G. Ortalli, Roma 1992, p. 716.

[59] E. BESTA, Il diritto e le leggi civili di Venezia cit., p. 68; M. ROBERTI, Le Magistrature giudiziarie veneziane cit., pp. 22-23.

[60] I trattati con Genova cit., p. 32.

[61] Ibidem, p. 17.

[62] Scarse le testimonianze al proposito: un Giovanni Venezia pellipario è residente a Genova: Lanfranco cit., nn. 363, 387 (1203), 751 (1210). Dubito tuttavia che si tratti di un veneziano, dal momento che Venezia è anche nome proprio femminile (Ibidem, n. 1544), per cui risulta dubbia anche la venezianità di un tale Ostacius de Venetia che riceve un prestito nel 1225 (Ibidem, n. 1439). Una maggiore presenza, pur sempre limitata e di scarso peso, è documentata nella seconda metà del secolo XIII: cfr. Mostra documentaria Genova e Venezia tra i secoli XII e XIV, Catalogo della mostra 12 gennaio - 13 febbraio 1984, Genova 1984, nn. 14, 16, 28, 38, 46, 49, 51; un console veneziano a Genova è attestato nel 1274: Ibidem, n. 36.

[63] V. le fonti citate alla nota 51.

[64] J. FERLUGA, Veneziani fuori Venezia cit., p. 703.

[65] Codice diplomatico cit., II, nota a p. 218, dalle istruzioni all’ambasciatore genovese inviato all’imperatore per il risarcimento dei danni: pro Ansaldo Baraterii perp. XIII quos anno precedenti apud Grisopolum in palafredo et guarnimentis sibi Veneti et Pisani apud quos hospitatus erat et qui eum in fide susceperant et violenter abstulerunt.

[66] I Libri Iurium cit., I/1, n. 46 (1132, Narbona); I/2, nn. 342 (1189, Boemondo d’An­tiochia), 349 (1221, Beirut), 367 (1155, Arles), 369 (1219, Acri), 370 (1225, Ugo conte d’Em­púries), 377 (1229, Fos e Hyères), 393 (1192, Sardegna), 395 (1198, Sardegna), 396 (1186, Sardegna), 403 (1192, Sardegna), 411-412 (1216, Sardegna).

[67] E. BESTA, Il diritto e le leggi civili di Venezia cit., p. 68; M. ROBERTI, Le Magistrature giudiziarie veneziane cit., pp. 22-24.

[68] Basterebbe già il ricorso al vecchio, ma pur sempre valido, studio di G. CARO, Genova e la supremazia sul Mediterraneo (1257-1311), in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XIV-XV (1974-1975), integrato da C. MANFRONI, Relazioni di Genova con Venezia dal 1270 al 1290 con documenti inediti tratti dall’Archivio di Stato di Venezia, in « Giornale storico e letterario della Liguria », II (1901), pp. 361-401; R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova nella seconda metà del sec. XIII, in « Archivio Veneto-Tridentino », IV (1923), pp. 1-55. Per il quadro generale v. M. BALARD, La Romanie génoise (XIIe-début du XVe siècle), Roma-Genova 1978 (Bibliothèque des écoles françaises d’Athènes et de Rome, 235; « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XVIII, 1978); in particolare pp. 1-61.

[69] G. CARO, Genova e la supremazia sul Mediterraneo cit., I, p. 39.

[70] Esemplare, al proposito, l’episodio di Guglielmo Guercio (Ibidem, I, pp. 166-168, ma v. anche Annali genovesi cit., III, pp. 65-66), causa non ultima della rottura di Genova col Paleologo e del riaccostamento di quest’ultimo a Venezia il 18 giugno 1265.

[71] Del 18 luglio 1257: L.A. MURATORI, Antiquitates cit., IV, col. 403.

[72] I Libri Iurium cit., I/4, n. 798.

[73] V. le relative lettere in P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 352, cui seguì il processo aperto dal vescovo di Betlemme, legato apostolico, che assegnava a Pisani e Veneziani il termine di 15 giorni per rispondere (Ibidem, n. 353); analoga situazione relativa a Sant’Igia in Sardegna provocava l’intervento papale: Ibidem, n. 351.

[74] Non a caso, nel quinquennio 1262-1267 gli Annali genovesi cit., III, pp. 48-52, 54-57, 68-70, 89-94, 103-105, offrono informazioni più dettagliate al proposito, spesso accompagnate dalla quantificazione delle navi armate e dei danni arrecati agli avversari. Quanto ai prigionieri veneziani, tra i quali Bartolomeo Zorzi, sono de maioribus et melioribus de Venetiis ... nobiliores et preeminentiores quam carcerati qui detinentur Venetiis, come riferiranno gli ambasciatori genovesi alla corte papale di Orvieto il 7 febbraio 1273 (P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 383); ciononostante non pare che gli organi di governo veneziani si commuovessero troppo, ritenendo che questi compatrioti si fossero comportati vilmente e indegnamente.

[75] Annali genovesi cit., IV, pp. 102-103, 113-114. Cfr. anche le istruzioni veneziane in C. MANFRONI, Relazioni cit., pp. 394-397.

[76] Ibidem, pp. 387-393.

[77] R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova cit., p. 16.

[78] La novità non era sfuggita a C. MANFRONI, Relazioni cit., p. 369, nota 1.

[79] Non ci è giunta documentazione che ci informi se la data del 1° ottobre sia stata rispettata. Sappiamo solo che il 1° maggio 1271, a Parigi, il genovese Enrico Brunengo, munito di procura notarile, regolarmente sigillata, si presenta ad hospicium Iohannis comitis de Pontino, consigliere regio, ma non avendo trovato i rappresentanti veneziani né alcuna persona abilitata a fare le veci del re, protesta di essere pronto ad offrire idonea fideiussione (P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 369), prestata successivamante, il 20 agosto 1271, da Enrico di Navarra (Ibidem, n. 370). Quanto ai Veneziani, sappiamo solo che il 28 agosto 1272, ben al di là dei termini fissati nella tregua, in Acri, dopo alcune schermaglie sui reciproci poteri, Simone Guercio, console e capitano genovese in Siria, munito di procura del 31 agosto 1271, eccezionalmente corroborata, oltreché dal sigillo del Comune, da quello del­l’arcivescovo (perché coinvolgente i prelati e gli ordini cavallereschi di Siria?), contesta al bailo veneziano la fideiussione dei Templari e dei Giovanniti, in quanto religiones e non singulares persone o societates come prescritto dagli accordi di Cremona.

[80] Del 5 marzo 1264: I Libri Iurium cit., I/5, n. 823.

[81] Del 12 agosto 1269, ratificati dal re il 4 gennaio 1270: P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 364.

[82] Ibidem, nn. 388, 391-398, 403, 406, oltre a G. BIGONI, Quattro documenti genovesi sulle contese d’oltremare nel secolo XIII, in « Archivio Storico Italiano », s. V, XXIV (1899), nn. 3-4 e R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova cit., pp. 43-45.

[83] Sugli atti pirateschi del Bonacossa e di altri v. Ibidem, pp. 43-45 e P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., nn. 391, 392, nonché la lista dei banditi, n. 403. Da notare che negli anni 1274-1276, essendo podestà di Genova Simone Bonoaldi di Ancona, i Veneziani sospettavano che navi genovesi aiutassero gli Anconetani violando il blocco durante la guerra (1276-1281) tra le due città dell’Adriatico: R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova cit., pp. 21-23, che si fonda su una lettera dei capitani di Genova, non datata, ma collocabile tra il 1275 e il 1280, in quanto indirizzata al doge Giacomo Contarini, e sulle dichiarazioni in proposito rese al governo veneziano da un ambasciatore straordinario del governo genovese (Ibidem, pp. 45-48). R. LOPEZ, Genova marinara nel Duecento. Benedetto Zaccaria ammiraglio e mercante, Messina-Milano 1933, pp. 103-104, attribuisce al 1280 l’episodio, richiamato nelle predette dichiarazioni, della cattura, a Zara, e del conseguente imprigionamento a Venezia di Benedetto Zaccaria, il quale, in tempo di guerra tra Venezia e Ancona, si sarebbe reso colpevole di aver ospitato sulle sue navi uomini e merci di quest’ultima, approdo finale, non certo casuale, delle stesse navi dopo la fuga da Zara. Ricorriamo alla prima edizione dell’opera del Lopez, perché quella più recente (Benedetto Zaccaria, ammiraglio e mercante nella Genova del Duecento, Firenze 1996) è priva dell’appendice documentaria.

[84] P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., nn. 393, 394, oltre a R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova cit., pp. 43, 44.

[85] Su queste vicende v. Ibidem, pp. 49-51, R. LOPEZ, Genova marinara cit., pp. 103-105, e il documento di cui all’appendice V, pp. 259-267 (P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 373, parzialmente rovinato e datato 1271), da lui attribuito al 1285. La data proposta potrebbe essere anticipata: si tratta infatti di risposte del governo genovese a lamentele, per episodi di violenza documentati negli anni 1283-1284 (Annali genovesi cit., V, pp. 44 e 48) avanzate da una missione veneziana, la cui presenza a Genova è attestata nel 1284: Ibidem, p. 57. Quanto alle violazioni del blocco di Porto Pisano da parte dei Veneziani, v. Ibidem, pp. 79, 124-125.

[86] Dopo quella del 1257 (v. sopra, nota 48), sono attestati rinnovi nel 1265, 1270, 1277, 1280, tutti richiamati nella convenzione del 1285, edita in C. MANFRONI, Relazioni cit., p. 397.

[87] Sia il Manfroni (Relazioni cit., p. 373), sia il Cessi (La tregua tra Venezia e Genova cit., p. 21) registrano l’assenza dei Pisani dalle trattative, pur divergendo nella cronologia: il primo la segnala a partire dal 1280, il secondo già dal 1275; risulta oscuro tuttavia se i due illustri studiosi si riferiscano alla mancata partecipazione pisana alla tregua, superflua in tempo di pace tra Genova e Pisa, o alla clausola in questione.

[88] C. MANFRONI, Relazioni cit., p. 372.

[89] Ibidem, pp. 376-379; R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova cit., pp. 26-28; R. LOPEZ, Genova marinara cit., p. 99.

[90] Quella del 1275, firmata a Mantova il 1° agosto, è ricordata nella ratifica veneziana del 15 ottobre (P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 389), nel documento di cui alla successiva nota 96, oltreché nel rinnovo del 1277; quella del 1280, stipulata a Cremona il 25 giugno, nel rinnovo del 1282: Ibidem, n. 420 (copie veneziane in Archivio di Stato di Venezia – A.S.V. –, Liber pactorum I, c. 50 v.; Liber pactorum IV, c. 21 v.; Liber Blancus, c. 192 v.); di quella del 29 gennaio 1277 (A.S.V., Misc. atti dipl. priv., b. 6, n. 216, in copia autentica coeva) rimane anche un transunto in un documento del 1° agosto 1278: Acta et diplomata e R. Tabulario Veneto, a cura di A.S. MINOTTO, III/2, Venezia  1874, pp. 72-73. Le successive tregue del 1286 e 1291 in A.S.V., Liber Pactorum IV, cc. 24 r.-29 r. e Liber Blancus, cc. 197 v.-207 r. da esemplari di mano genovese; per le proposte di rinnovo nel gennaio 1294 v. I Libri Iurium cit., I, 5, nn. 915-916.

[91] Escluse le citazioni delle rispettive procure che dal 1286 abbandonano i richiami agli incipit ed explicit come espressi nel documento del 1270.

[92] Ma questo impegno poteva anche essere eluso di comune accordo: infatti alla tregua del 29 gennaio 1277 seguì, il 5 agosto, la procura veneziana a Rustichino Benintendi per sciogliere il comune di Genova dall’obbligo di reiterare il giuramento di osservanza nelle mani del papa, per esserne sciolto e per richiedere contestualmente la ratifica genovese: P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 413; Mostra cit., n. 50.

[93] Già a partire dalla tregua del 1275: C. MANFRONI, Relazioni cit., p. 373.

[94] Dal 1277, probabilmente memori dei dissidi sorti in Siria al proposito (v. sopra, nota 79), le due parti convengono sulla possibilità di costituire fideiussori le mansiones di Terrasanta, esplicitamente indicate nei Templari, Giovanniti e Teutonici a partire dal 1282.

[95] P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 389. Secondo questo documento la tregua mantovana era stata scritta dal notaio Bonaventura quondam Marchisii; stando a quello di cui alla nota seguente e al rinnovo del 1277, da Petrusbonus imperialis aule notarius; ne consegue che ne erano stati redatti due esemplari, per mano dei notai delle due parti, il primo dei quali genovese, il secondo veneziano, prassi confermata anche in seguito, con la sola eccezione della tregua di Cremona, del 1277, redatta da un cremonese e da un veneziano.

[96] A.S.G., Notai antichi, cartolare 68/II, c. 11 r.: regesti molto imprecisi in A. FERRETTO, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », XXXI/2 (1903), n. 138; Mostra cit., n. 45.

[97] 18 giugno 1276: I Libri Iurium cit., I/5, n. 879.

[98] R. CESSI, La tregua tra Venezia e Genova cit., pp. 42-45.

[99] Ibidem, pp. 17-20; ma v. anche al proposito R. LOPEZ, Genova marinara cit., pp. 99-100. Purtroppo lo studioso veneto non offre alcuna datazione, neppure approssimata, della documentazione da lui pubblicata, come rilevato giustamente anche da Lopez (Ibidem, p. 101).

[100] Non doveva essere sempre facile accertare la provenienza e la proprietà delle merci trasportate, né la cittadinanza degli imbarcati: difficile pensare a una documentazione inoppugnabile, del tipo di quella richiesta nel patto tra Mantova e Ferrara del 1239 (L.A. MURATORI, Antiquitates cit., IV, col. 445), ove è prescritto l’instrumentum publicum citadinantiae.

[101] Basta seguire le vicende ben documentate in G. CARO, Genova e la supremazia sul Mediterraneo cit., II, p. 174 e sgg., al quale non erano sfuggite una sentenza veneziana del 1289, le istruzioni del 1293, nonché la missione genovese ultimativa del 1294 (cfr. P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., nn. 438, 440, 441, 456, 466-468).

[102] I Libri Iurium cit., I/7, n. 1226, da un originale, di mano veneziana, dell’Archivio di Stato di Genova (P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 473, oltre a diverse copie in registro di tradizione veneziana: A.S.V., Liber pactorum III, c. 60 r.; Liber pactorum IV, c. 168 r.; Liber Blancus, c. 207 v.

[103] Per ottemperare a tale obbligo i comuni di Padova e Verona, rilasciano procura rispettivamente il 10 e il 12 giugno: v. I Libri Iurium cit., I/7, nn. 1230 e 1232; la prestazione della fi­deiussione è effettuata da entrambi, a Genova, il 25 dello stesso mese: Ibidem, nn. 1231 e 1233.

[104] Il comune di Venezia rilascia procura il 5 giugno per ricevere dai comuni di Asti e Tortona le garanzie previste dal trattato per Genova, il cui strumento, il 18 luglio, viene affidato dal procuratore genovese ai delegati veneziani, uno dei quali, il notaio Giovanni Marchesini Egizi, ne attesta la consegna: Ibidem, nn. 1234-1235.

[105] La ratifica genovese, del 25 giugno, con relativa nomina di un apposito procuratore (A.S.V., Liber Pactorum III, cc. 64 r.-66 r.), è preceduta dalla richiesta formale di Venezia, del 5 giugno (I Libri Iurium cit., I/7, n. 1229); quella veneziana, con le stesse formalità, ha luogo il 1° luglio: Ibidem, nn. 1227-1228.

[106] L’atto di mano genovese, probabilmente trasmesso a Venezia, sottoscritto anche dagli altri notai, doveva essere di Lanfranco de Valario, lo stesso notaio che figura addetto alla missione genovese, mentre il redattore di quello veneziano, conservato a Genova, Giovanni Marchesini Egizi, non è indicato tra i membri di quella veneziana.

[107] Oltre ai due docc. citati sopra, nota 105, v. P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 389.

[108] Consideriamo i soli documenti contenenti gli impegni di entrambe le parti (gli accordi del 1228, 1232, 1237 riflettono quelli di una sola), pervenutici in originale o comunque regolarmente sottoscritti: il trattato del 1218, stipulato a Parma, è di mano del veneziano Gabriel Paulinus, presbiter et notarius, che agisce rogatus a suprascriptis legatis, quello del 1238, a Roma, del genovese Petracius de Musso. V. anche i patti di Venezia con Bologna del 1273 (V. FRANCHINI, Patti commerciali cit., p. 309) e con Forlì del 1279 (Ibidem, p. 312).

[109] Unica eccezione il notaio veneziano Leonardo Deodato, canonico di San Marco, redattore, col genovese Leonino da Sestri, della tregua del 1280. È da osservare che il già citato (v. nota precedente) Gabriel Paulinus, rogatario in qualità di presbiter et notarius del trattato con Genova del 1288, si qualificherà in seguito come cancelliere e notaio imperiale (v. i patti con Ragusa del 1232 e 1236 in Urkunden cit., II, pp. 312 e 333; con Zara del 1251: Ibidem, p. 463).

[110] V. ad esempio la procura del 1280: P. LISCIANDRELLI, Trattati e negoziazioni cit., n. 413.