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Antonella Rovere

L'organizzazione burocratica: uffici e documentazione

Pubblicato in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Atti del convegno, Genova 10-14 marzo 2000, Genova, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XLI/1 (2001), pp. 103-128

La definizione di cancelleria proposta da Alessandro Pratesi come « ufficio in cui si svolgono tutte le pratiche inerenti all’emanazione dei documenti di pubbliche autorità » [1] può essere applicabile anche a quelle dei comuni italiani, almeno nella loro fase più evoluta, seppure difficilmente o solo molto tardi siano riuscite ad imporsi come elemento unificante e punto di riferimento centrale rispetto alla pluralità di uffici con mansioni e finalità diverse, nei quali si era venuta articolando la complessa macchina burocratico-amministrativa cittadina [2].

A ciò tuttavia non consegue necessariamente che il fondamento del­l’autenticità del documento comunale risieda « nella sua emanazione da parte della cancelleria, strumento e simbolo della volontà assoluta dell’auto­rità da cui dipende », che della prima definizione rappresenta la naturale conseguenza per quanto riguarda il documento pubblico a pieno titolo, al quale il Pratesi fa riferimento.

Infatti, qualora nella documentazione comunale compaiano notai con la qualifica di “cancellarius”, ciò non significa che l’istituzione di questa carica, cui dovrebbe corrispondere l’organizzazione di una cancelleria, abbia dei riscontri immediati o evidenti nelle forme documentarie, strette come sono dall’ambigua natura giuridica che il comune sembra portarsi a lungo dietro come una sorta di peccato originale, da una parte, dall’altra da un notariato, che si è posto come referente unico e insostituibile, il solo in ambito cittadino in grado di soddisfare, con la propria preparazione culturale e tecnica, le esigenze del comune e di dare forma pubblica, attraverso la facoltà attribuitagli dalle autorità superiori, ai documenti di cui è parte.

Su tutta la vicenda documentaria dei comuni italiani poi, al di là e al di sopra dell’esistenza di un’organizzazione cancelleresca, sono state fortemente determinanti e condizionanti ragioni di ordine diverso, tra le quali non ultime la posizione nei confronti dell’Impero ed i rapporti con esso, le caratteristiche del notariato locale, i mutamenti politico-istituzionali, alle quali se ne aggiungono altre e più peculiari, che hanno prodotto percorsi talora discontinui, quando non contraddittori, provocando l’alternarsi di fasi di avanzamento verso caratteri più marcatamente cancellereschi, a momenti di ritorno verso forme consolidate di stampo nettamente privato.

A questo non si sottraggono neppure Genova e Venezia, due comuni emergenti nel coevo panorama italiano per l’assoluta particolarità, atipicità e per certi aspetti unicità delle loro esperienze documentarie, che ad un primo approccio sembrano renderle due realtà tanto diverse da non essere in alcun modo paragonabili e raffrontabili: due cancellerie nate in momenti e in contesti politici dissimili e su differenti situazioni preesistenti, collegate ad un contesto istituzionale più statico in un caso, in continua evoluzione nel­l’altro, costituite da notai, che là rappresentano, per dirla con Attilio Bartoli Langeli, « come un cuneo di notariato altomedievale nel corpo della civiltà notarile moderna dell’Italia centro settentrionale » [3], qui più in linea con i tempi, ma sicuramente limitati, per tutto il dodicesimo secolo, dalla loro collocazione in un ambito strettamente cittadino [4]. Eppure andando più nel dettaglio ci si rende conto che punti di contatto, non certo determinati da esperienze comuni o influenze reciproche, ma da percorsi in un certo senso paralleli, si possono intravedere.

Ma procediamo con ordine. Sull’istituzione di una cancelleria a Genova possediamo un dato certo, e ormai anche famoso, ponendola Caffaro al 1122, contestualmente al passaggio ad una forma di consolato annuale: clavarii scribanique, cancellarius pro utilitate rei publice in hoc consulatu primitus ordinati fuerunt [5].

Bisogna tuttavia attendere esattamente dieci anni prima di trovare menzione di un cancelliere, Bonusinfans, che, proprio a partire dal 1132, e fino al 1141, redige lodi e documenti consolari come Ianuensis curie cancellarius, aggiungendo, ad ogni buon conto, di farlo per preceptum suprascriptorum consulum, non diversamente da come si era comportato fino al 1131, quando aveva svolto lo stesso compito con la semplice qualifica di notaio, il che sta tra l’altro a significare che non è lui il primo cancelliere, quello nominato nel 1122, ma qualcuno di cui non ci è rimasta alcuna traccia [6].

La prima notizia sul suo successore ci è offerta ancora generosamente dagli Annali. All’anno 1141 si legge infatti: et in isto consulatu Obertus cancellarius intravit [7]. Si tratta di Oberto, detto Nasello sicuramente fino al 1145, conosciuto da questo momento in poi semplicemente come Obertus cancellarius, il futuro annalista, continuatore dell’opera di Caffaro [8]. Un personaggio ben strano questo, almeno nella sua attività di cancelliere che egli alterna con quella di console, dei placiti negli anni 1147, 1149, 1151, 1153, 1157, 1163, del comune nel 1155, dei placiti deversus burgum nel 1160, con un impegno che praticamente con una cadenza biennale dal 1147 al 1163 [9] lo vede costretto presumibilmente, anche se non abbiamo dati certi a questo proposito, a lasciare l’ufficio di cancelliere per ricoprire la carica politica, sembrando le due funzioni del tutto incompatibili, benché per gli anni ricordati non ci sia rimasta traccia di un suo sostituto in ambito cancelleresco.

Due elementi di non poco conto lasciano tuttavia perplessi: nessuna fonte ci indica che egli fosse notaio e per di più non ci è pervenuto alcun documento redatto o sottoscritto da lui [10]. La funzione di cancellarius sembra invece avere talmente permeato la sua persona da diventare probabilmente un cognome [11], se egli continua ad essere chiamato così anche quando compare in veste di console e se un Ugo, che i consoli nel 1174 definiscono figlio cancellarii nostri, nel quale si dovrebbe con buona probabilità riconoscere proprio Oberto, ritorna nello stesso ed in altri documenti come Ugo cancellarius, senza che alcun dato ci autorizzi a ritenere che abbia effettivamente ricoperto tale carica [12]. Gli Annali citano Oberto per l’ultima volta come cancelliere nel 1173 [13] e possiamo allungare la sua carriera ancora di un anno se il cancellarius noster del documento del 1174 si riferisce proprio a lui.

Troviamo invece la prima notizia sul suo successore nel 1185, quando Guglielmo Caligepalio redige un impegno del conte di Ventimiglia nei confronti dei consoli della stessa città e del comune di Genova, sottoscrivendosi con la qualifica di notarius et Ianuensis curie cancellarius [14], qualifica che porterà almeno fino al 1192, usandola ancora nella sottoscrizione alla ratifica da parte dei consoli genovesi del trattato concluso dai loro ambasciatori con l’imperatore Isacco Angelo – notarius sacri Imperii et iudex ordinarius atque Ianue cancellarius –, che ci offre un dato in più sulla sua formazione professionale: non solo notaio, ma anche giudice [15].

Nel corso del XII secolo incontriamo quindi tre cancellieri, tre figure completamente diverse tra di loro.

Il primo, Bonusinfans, altro non sembra che lo scriba dei consoli del comune, che, assunta la carica di cancelliere, continua niente più niente meno la sua precedente attività, limitando i suoi interventi in ambito documentario alla redazione di lodi consolari, di atti cioè strettamente circoscritti alla politica interna del comune, senza comparire mai, a nessun titolo, in quelli di politica “estera”.

Gli interventi del secondo, Oberto, sono di natura totalmente diversa, in quanto sostanzialmente limitati alla sottoscrizione di alcuni lodi consolari nella stessa forma usata dai publici testesEgo Obertus cancellarius subscripsi – e accanto ad essi, come se rivestisse un’analoga funzione [16], mentre, in sia pur sporadici casi, si trova tra i testimoni in atti di governo o in documenti riguardanti il comune [17], presenze limitate quindi a livello testimoniale. Egli è fortemente impegnato nella vita pubblica, godendo di particolare prestigio: oltre a rivestire, come abbiamo detto, più volte la carica di console, e ad avere ricoperto un ruolo molto attivo, in particolare negli anni della guerra contro Pisa, sembra essersi meritato anche la fiducia e la stima degli arcivescovi Siro II e Ugo della Volta dal momento che compare in qualità di testimone in alcuni documenti che li riguardano [18] e pronuncia, insieme a Filippo di Lamberto, personaggio misterioso e sfuggente della Genova del XII secolo, due sentenze in veste di pares curie ab utraque parte electi [19], e tre con Ansaldo Doria, come iudices pro curia constituti [20].

L’approccio di Guglielmo Caligepalio è ancora d’altro tipo e risulta già evidente dalla tipologia del primo e dell’ultimo contributo in funzione di cancelliere: è infatti agli atti relativi alla politica estera che si rivolge la sua attenzione, sia come redattore, sia in qualità di testimone [21]. Sembra tuttavia che egli svolga la sua attività su due diversi livelli, trovandosi contemporaneamente impegnato anche nella redazione di lodi consolari, nei quali però egli si limita a denunciare il suo essere notarius, poiché è solo in tale veste che agisce [22].

Questa diversità e disparità di fisionomie e di comportamenti non può che dare l’impressione di una sperimentazione: è vero che nel 1122 si decide di istituire una cancelleria e di nominare un cancelliere (e probabilmente si nomina), ma quali ne siano i compiti e le prerogative si viene chiarendo solo a poco a poco, attraverso successivi tentativi. Se Bonusinfans pare poco più che uno scriba, con competenze limitate, e Oberto un capo nominale e responsabile della cancelleria, alla quale attribuisce prestigio grazie alla stima di cui gode, rivestendo una funzione marginale nella documentazione che questa produce, solo con Guglielmo si trova un giusto equilibrio. Egli è un tecnico, giudice oltre che notaio, con una lunga permanenza in cancelleria come scriba dei consoli almeno dal 1170, uomo di grande esperienza quindi e forse anche autorevole, ma senza coinvolgimenti sul piano politico.

Ai cancellieri si affiancano gli scribi [23], nettamente distinti, già con la separazione dei due diversi consolati, nel 1130, in scribi dei consoli dei placiti e del comune – in numero di uno e uno in un primo momento e di due e due nell’ultimo trentennio del secolo –, che si occupano della redazione della maggior parte dei documenti, senza indicare quasi mai la qualifica, nota solo indirettamente, attraverso la menzione che di loro e della loro opera fanno altri [24], preferendo essi piuttosto ricollegarsi all’apparato statuale attraverso il ricordo della iussio o del preceptum. Il numero degli scribi aumenterà notevolmente nel XIII secolo, quando fino a sei saranno al servizio del comune e due di ogni singolo consolato (foritanorum, burgi etc.) [25].

Non potendo in questa sede entrare nel dettaglio sull’evoluzione della cancelleria e sulle caratteristiche dei cancellieri nei secoli seguenti per i limiti impostimi dal tempo, dovrò procedere per sommi capi.

Per tutto il Duecento i cancellieri sembrano, a parte rare eccezioni, come Guglielmo Cavagno di Varazze, l’unico però della prima metà del secolo per il quale abbiamo dati certi [26], rivestire esclusivamente la funzione di testimoni, il che li connota come responsabili, sovrintendenti e garanti del lavoro degli scribi, a cui era interamente affidata la redazione dei documenti.

La situazione cambia solo negli ultimi anni del secolo, quando, contestualmente alla presenza di due o tre cancellieri che operano nello stesso momento, senza che si riesca ad individuare una distinzione di compiti, incominciano a comparire, sia pur in maniera sporadica (ma quanto è dovuto alla scarsità di dati?), in veste di redattori, continuando tuttavia a mantenere anche la funzione di testimoni, come avverrà con maggiore evidenza nella seconda metà del Trecento. In questo periodo se ne troveranno a lavorare nel medesimo anno, apparentemente in maniera indistinta, fino a cinque e fino a quattro saranno impegnati nello stesso documento: tre in veste di testimoni ed uno di redattore [27]. Nella seconda metà del XIV secolo sembrano invece essere quasi del tutto scomparsi gli scribi, come se i cancellieri accentrassero nella propria persona le funzioni che prima dividevano con loro: segnale per certi aspetti di una maggiore concentrazione del lavoro nelle stesse persone, per altri di uno scadimento della figura del cancelliere [28]. Difficile allo stato attuale delle ricerche delimitare meglio il momento del trapasso dall’uno all’altro sistema, essendo del tutto inconsistente e saltuaria la documentazione di gran parte del XIV secolo, fino ad arrivare al secondo dogato di Antoniotto Adorno (1384), soprattutto in rapporto a quella del secolo precedente.

Quasi immediata conseguenza dell’istituzione della cancelleria è l’avvio della redazione di documenti in registro e la formazione di un primo embrione di archivio.

L’esistenza di un cartularium consulatus è attestata già nel 1159 da Nicolò di San Lorenzo che, nell’autentica ad una copia del decreto consolare di abolizione di alcune gabelle, dichiara appunto di averla estratta de quadam podisia signata signo comunis Ianue et in qua scriptum erat quod erat extracta de cartulario consulatus Lanfranci Piperis et aliorum [29]. Ora, se è corretta l’ipotesi che i documenti tramandati in Vetustior dal registro più antico, che si aprono con In consulatu... deriverebbero da questi cartulari, se ne potrebbe anticipare l’uso agli anni ’30  [30]. Già a partire da questo momento quindi dovevano esistere notai – gli scribi – addetti a raccogliere gli atti dei consoli e dei consigli, gli stessi ai quali era anche affidata la custodia delle scritture del comune. Così nel 1162 tocca a Giovanni, il notaio del quale ci è pervenuto il più antico cartulare, che in quel periodo è scriba dei consoli, comunis fidelis et magne legalitatis vir, cuius fidei singulis annis totius reipublice scriptura comittitur [31].

L’uso di servirsi di appositi registri per la redazione degli atti del comune continua poi anche in epoca podestarile, quando, almeno fino al primo quarto del XIII secolo, troviamo documenti estratti de cartulario comunis, scripto manu... in potestatia domini... [32], mentre non ne abbiamo più alcun cenno in seguito.

La distinzione tra i cartulari consulatus – i documenti estratti dai quali non vengono mai attribuiti alla mano di alcun notaio, almeno nei pochi esempi conservati – ed i cartulari comunis Ianue fatti in consulatu o in potestatia..., dei quali si specifica da chi furono scritti, non è ben chiara, e potrebbe essere semplicemente determinata dalla scelta di una diversa terminologia da parte dei vari notai per indicare lo stesso oggetto. Altrettanto labile e sfumata appare la differenza tra i primi e i cartulari attribuiti a questo o a quel notaio, dai quali derivano a partire dai primi anni del XIII secolo molti documenti, come ben evidenziano le diverse autentiche a due copie di un gruppo di atti del 1203, estratti in un caso dal notaio Ambrogio, che dichiara di avere esemplato de cartulario quondam Granarii de Pinasca notarii e da Tomaso di San Lorenzo, nell’altro, ex autentico et originali manuali sive cartulario quondam facto in tempore potestatie domini Guifreotti Grasselli, nei quali si deve riconoscere la stessa fonte [33].

Non a caso dopo un breve periodo – circa un venticinquennio – in cui troviamo documenti estratti ora da cartulari comunali, ora da quelli notarili, la menzione dei primi scompare per lasciare spazio solo a quella dei secondi: è possibile quindi che in questo lasso di tempo venga progressivamente abbandonato l’utilizzo di registri particolari, destinati esclusivamente a raccogliere gli atti del podestà e dei consigli, soppiantati dai protocolli dei notai che lavoravano per il comune, usati anche per l’attività al servizio dei privati, la cui conservazione doveva essere affidata agli uffici comunali, e tale prassi continua ancora fino a tutto il XIV secolo [34]. Questo spiegherebbe perché dei notai che hanno prestato la loro opera come scribi o cancellieri non ci sono pervenuti, se non in qualche caso eccezionale [35], i protocolli, probabilmente andati perduti, insieme a molta della documentazione su libro riguardante il comune, per le devastazioni che l’archivio subì nel corso dei secoli [36], in particolare quella del 1296, durante la quale si credette fosse andato distrutto anche il liber iurium, conosciuto con il nome di Vetustior, ignis flamma aut opera perversorum hominum, ritrovato poi invece, fortemente deteriorato, in epoca imprecisata.

D’altra parte la consuetudine di scrivere atti riguardanti il comune sui propri registri di imbreviature è attestata alla metà del XII secolo: già in quello di Giovanni scriba, sia pur in percentuale estremamente ridotta rispetto ai documenti rogati per privati, troviamo infatti anche tredici lodi consolari, tipologia che tuttavia non risulta tra quelle degli atti estratti dai registri comunali [37].

La consapevolezza di dover considerare questi documenti qualcosa di diverso da quelli rogati per i privati, presenti negli stessi cartulari, appare evidente dal formulario usato dai notai che da questi si trovano a trarli: nelle autentiche usano infatti regolarmente i verbi extraxi et exemplavi o exemplificavi [38], e i redattori dichiarano di estrarre ex cartulario meo publico o ex autentico cartulario mei... [39], riconoscendo così nell’antigrafo l’originale di un atto e non l’imbreviatura di un instrumentum.

Al primo ventennio del XIII secolo risalgono anche gli sporadici riferimenti ad un cartularium o registrum iteragentium, del quale non si ha più notizia per gli anni a venire [40].

Intorno alla metà del Duecento tornano a comparire documenti estrat­ti da diversi registri, sempre limitati dal punto di vista di diversificazione tipologica rispetto a quelli di altre esperienze, che hanno però cambiato la loro fisionomia rispetto ai precedenti. Si tratta infatti di cartulari o libri consiliorum o consilii, o instrumentorum compositorum in consilio, ai quali si affiancano dagli anni Settanta quelli consiliorum ancianorum, clavigerorum comunis e diversorum negociorum, la cui serie ci è conservata dalla fine del secolo seguente: quindi tutti dedicati prevalentemente alla registrazione delle sedute e delle delibere consiliari e ad atti di natura amministrativo-finanziaria, lo stesso carattere che avranno i registri delle molte magistrature cittadine a partire dalla metà del ’300 e fino al terzo decennio del ’400 [41].

Agli anni Quaranta del XII secolo si colloca il momento di inizio del più antico liber iurium comunale, purtroppo perduto, a coronamento di un periodo particolarmente fortunato per Genova che aveva visto aumentare il proprio prestigio fino ad ottenere il riconoscimento della dignità arcivescovile, da una parte, il diritto di battere moneta dall’altra [42]. Non del tutto estraneo a tale iniziativa potrebbe essere Oberto, nel periodo del cui cancellierato si attua, il quale, come abbiamo visto, aveva rapporti piuttosto frequenti con la Chiesa cittadina, promotrice negli stessi anni di un’analoga raccolta in libro dei documenti che la riguardavano, non potendosi escludere che un’esperienza sia stata di stimolo all’altra.

Le raccolte in registro rimangono una costante nella vita del comune, che avvierà successive redazioni, copie e ampliamento delle precedenti: oltre a quella o più probabilmente a quelle, come è emerso da un esame delle sottoscrizione delle copie delle raccolte più recenti, del XII secolo, si realizzeranno, in aggiunta al liber voluto dal podestà Iacopo Baldovini, nel 1229, Vetustior e Settimo, nel Duecento, il Liber A e Duplicatum, all’inizio del Trecento, tutti strettamente collegati tra di loro, per arrivare alla redazione di una seconda raccolta del tutto autonoma, in duplice esemplare, iniziata presumibilmente negli anni Sessanta dello stesso secolo ed affidata questa volta ad un cancelliere, Antonio di Credenza. Questo già nel 1363 era successo al padre Corrado, anch’egli cancelliere, ad dictam custodiam (iurium et privilegiorum comunis) e ad continuacionem registri dicti comunis, dal che si deduce che in questo periodo sono i cancellieri ad occuparsi e della redazione dei libri iurium, prima affidata a semplici notai, apparentemente del tutto estranei all’apparato cancelleresco, e della custodia della documentazione del comune che in precedenza era stata affidata agli scribi, altro segnale del sostituirsi di questi a quelli.

E veniamo ora a Venezia [43], la cui atipicità nei confronti delle caratteristiche e del percorso compiuto dagli altri comuni italiani, e non solo di quelli del più immediato retroterra, risulta evidente in tutta la sua storia, da qualunque punto di vista si prenda in considerazione. Elemento di continuità e ad un tempo origine di questa atipicità è sicuramente, per quanto concerne gli aspetti documentari e le strutture burocratiche che dell’attestazione scritta rappresentano un punto di riferimento, la figura del doge, la cui centralità, più o meno sfumata, più o meno condizionata e limitata da altre forze e componenti sociali, fa da sfondo a tutta la vicenda del ducato prima, del comune Veneciarum poi.

Dell’esistenza di un’embrionale forma di organizzazione di tipo cancelleresco, collegata alla produzione documentaria già in epoca molto antica, è segnale inequivocabile l’attributo cancellarius. Questo compare con una certa costanza nelle sia pur scarsissime testimonianze del periodo precomunale, la maggior parte delle quali in copia, a partire dall’880, quando per la prima volta troviamo Dominicus, presbyter cancellarius come redattore di un trattato, stipulato tra il doge Orso I Particiaco e il patriarca di Aquileia Valperto, sempre che non si tenga conto del dato offerto dal Chronicon Altinate, al quale è peraltro riconosciuta scarsa attendibilità, che ne farebbe risalire la prima traccia alla metà del IX secolo, ricordando un Grausus diaconus, che cancellarius fuit ducis et notarius fuit patrie eius [44].

Le testimonianze in questo senso proseguono poi nei secoli successivi e se il titolo di cancellarius, come afferma Marco Pozza, « non costituisce tuttavia di per se stesso un prova sufficiente per dimostrare l’esistenza e il funzionamento continuo e ordinato di un ufficio addetto in modo specifico all’attività documentaria del ducato » [45], – come del resto a Genova – la comparsa del sigillo di piombo, nel quinto decennio del XII secolo, è indice piuttosto significativo della presenza di una cancelleria, sia pur intimamente collegata alla curia ducale, al di là della qualifica che i redattori dei documenti si attribuiscono [46].

Nonostante l’esiguità delle testimonianze ancora fino all’inizio del Duecento, conseguenza anche in questo caso di eventi particolarmente rovinosi come i ripetuti incendi che hanno devastato e la chiesa di San Marco e il palazzo ducale, si può notare come la prima metà del dodicesimo secolo sia caratterizzata da un’estrema varietà di redattori – resa forse più evidente dalla scarsità delle fonti –, che rivela un rapporto occasionale con la pubblica autorità dei preti-notai cittadini, occupati nell’attività al servizio dei privati [47]. Qualcosa inizia a cambiare nella seconda metà del secolo, quando, a partire dagli anni Settanta e fino al 1200, gli atti originali del comune sono redatti da tre soli notai: Marcus Paulinus, con cinque contributi [48], Iohannes Navigaioso con due [49] e soprattutto Paternianus de Putheo, con ben nove [50], il che evidenzia chiaramente l’instaurarsi di un rapporto privilegiato, se non proprio funzionariale, che Paternianus rimarca nella sottoscrizione alla tregua decennale con Pisa del 1196, interfui et mandato prescripti domini ducis scripsi, complevi et roboravi [51]. Lo stesso notaio continuerà a lavorare per il comune nel primo decennio del Duecento, sempre con la qualifica di subdiaconus et notarius, tanto che solo la corroboratio ad un documento del 1208, dove è identificato come subdiaconus, Sancti Marci canonicus, ecclesie Sancti Paterniani plebanus et curtis palatii cancellarius ed uno del 1209 – Data per manum Paterniani de Putheo, subdiaconi et nostre curie cancellarii... [52] – ci permettono di essere informati indirettamente sulla sua posizione all’interno della cancelleria, ma non possiamo sapere a partire da quale momento, visto che nello stesso anno e in quelli successivi egli continua ad utilizzare la solita qualifica nelle sottoscrizioni, come aveva fatto in precedenza, quando, senza dichiararlo, poteva avere già ricoperto tale carica [53].

Siamo così arrivati all’inizio del XIII secolo, quando si manifestano i primi segnali che nel giro di alcuni decenni porteranno ad una marcata evoluzione e trasformazione delle strutture amministrativo-istituzionali comunali. Su tutto ciò potrebbe avere influito e non poco l’esperienza che il doge Pietro Ziani aveva avuto modo di maturare a Padova, dove aveva ricoperto la carica di podestà, e che dovette pesare anche sull’organizzazione cancelleresca. Proprio negli stessi anni infatti in quest’ambito appaiono più evidenti gli indizi del rinnovamento, di cui qualche segnale si era già percepito in precedenza: nel 1205 abbiamo infatti la prima notizia dell’esistenza di una sede stabile della cancelleria, in camera cambellarie ducalis aule Veneciarum, mentre, almeno dal 1207, i redattori dei documenti cominciano a presen­tarsi come notarius ducalisque aule cancellarius, anche se non si può escludere, sempre in considerazione della documentazione estremamente rarefatta, che tali innovazioni possano essere anticipate.

Se le sottoscrizioni dei cancellieri di quest’epoca si segnalano per il richiamo alla ducalis aula, stupisce la definizione di Paternianus de Putheo come nostre curie cancellarius, ancora nel 1209 [54], la stessa con la quale nelle formule corroborative saranno identificati con una certa continuità fino oltre la metà del XII secolo i cancellieri, che quando si sottoscrivono usano invece regolarmente la qualifica di notarius ducalisque aule cancellarius. Questo può significare solo due cose: o i termini aula e curia sono sinonimi, o meglio come tali vengono usati, e solo in questo momento il primo prende il sopravvento sul secondo, e allora sarebbe da rivedere l’ipotesi avanzata dal Pozza, e prima dal Pertusi, che per tutto il XII secolo si debba escludere un vero e proprio ufficio di cancelleria separato dalla curia ducale [55], tanto più se si tiene in considerazione che a lungo proprio la cancelleria fu chiamata curia maior, oppure il richiamo a quest’ultima è solo una reminiscenza terminologica di una realtà ormai cambiata, anche se il perdurare dell’uso di identificare gli scrittori dei documenti come nostre curie cancellarii ancora a lungo nel XIII secolo sembra rendere scarsamente credibile questa seconda ipotesi [56]. Si potrebbe invece pensare che il riferimento alla ducalis aula da parte dei cancellieri si modelli sull’esempio della documentazione imperiale.

Alla nuova qualifica non dovrebbe corrispondere però la funzione di capo della cancelleria: nella redazione degli atti originali del comune si alternano infatti tra il 1205 e il 1227, senza apparente distinzione di compiti, cinque cancellieri, come se alla diversa denominazione non corrispondesse un effettivo cambiamento del ruolo rispetto a quello rivestito negli anni immediatamente precedenti dai notai, che operavano senza denunciare alcun tipo di rapporto con il comune, tanto più che il caso di Paternianus de Putheo deve renderci cauti nell’escludere che tali notai fossero collegati all’apparato burocratico cittadino in modo tutt’altro che occasionale [57].

La situazione sembra cambiare solo con la nomina, nel 1261, del cancelliere Corrado, un notaio non veneziano, che si configura in maniera nettamente diversa rispetto alle funzioni svolte dai suoi predecessori e corrisponde nella sostanza al cancellier grande, al quale è riconosciuta una posizione preminente e probabilmente di responsabile dell’intera struttura e a cui viene affidata la redazione dei documenti più importanti del comune. Se sull’evolu­zione di tale figura dovette pesare il maggior carico di lavoro che la cancelleria si era trovata a sopportare, certamente a questo è strettamente collegata la necessità di poter far capo ad un’unica persona garante del funzionamento delle strutture e della documentazione da queste prodotta, mettendosi così ordine tra i vari cancellieri, notai e scribi, che lavoravano nell’ambito del comune.

I cancellieri veneziani in epoca comunale hanno quindi compiuto un percorso inverso rispetto a quelli genovesi: infatti dopo avere svolto con tale qualifica lo stesso ruolo sostenuto, fino alla fine del XII secolo, dai notai in relazione più o meno stretta con l’organizzazione burocratica cittadina, arrivano ad assumere, attraverso l’istituzione del cancellier grande poco dopo la metà del Duecento, la responsabilità e il controllo dell’intera struttura, anche se è ancora tutta da studiare la funzione svolta dagli scribi in rapporto sia ai cancellieri sia ai notai che operano nello stesso ambito. A Genova al contrario sembrano configurarsi, sicuramente per tutto il XIII secolo, quasi come capi nominali della cancelleria, lasciando agli scribi il compito di redigere i documenti, ai quali partecipano in qualità di testimoni. Solo nella seconda metà del Trecento si sostituiranno ad essi, dando con ciò un inequivocabile segnale di una riduzione del loro ruolo: la contemporanea presenza di più cancellieri nella redazione dei documenti, senza che alcuno sia posto in posizione preminente, non sembra lasciare dubbi in proposito.

L’organizzazione burocratica della Serenissima si rivela decisamente più articolata rispetto a quella genovese, – e le fonti veneziane sono di certo più generose a questo riguardo –, soprattutto dalla fine del XIII secolo, quando si viene perfezionando, attraverso una diversificazione e specializzazione di funzioni, con la costituzione della cancelleria inferiore, retta da due notai, con la qualifica di cancellieri, alla quale compete la produzione della documentazione spettante al doge, oltre alla conservazione di questa e dei cartulari notarili, mentre alla curia maggiore rimane demandata la redazione degli atti dei consigli. A queste si affiancherà poi, all’inizio del Quattrocento, la cancelleria secreta, che si occuperà della documentazione meritevole di particolare riservatezza.

Allo stesso modo più chiare che non a Genova ci appaiono, a partire dal XIV secolo, le funzioni degli ufficiali di cancelleria, che vanno al di là della semplice produzione dei documenti e di quanto ad essa collegato, dalla registrazione all’archiviazione, poiché essi prendono anche parte attiva alle stesse sedute consiliari, intervenendo nel caso di disparità di interpretazione della legge, e garantiscono la loro assistenza ad alcune delle principali magistrature cittadine durante lo svolgimento dei loro compiti [58]. A Genova non sembrano invece distaccarsi granché dalle mansioni strettamente collegate alla produzione documentaria, se non per partecipare ad ambascerie o per rappresentare il comune in veste di procuratori, non diversamente però da quanto fanno anche i semplici notai.

E proprio gli interventi legislativi riguardanti l’organizzazione cancelleresca veneziana nel suo insieme, frequenti soprattutto dalla metà del XIII secolo, e fortunatamente conservatici, mettono in evidenza l’importanza che questa rivestiva nell’assetto istituzionale della città, rivelandone i punti di forza e gli elementi di debolezza [59], fonti che tacciono completamente a Genova, dove peraltro la cancelleria non raggiungerà mai un ruolo di centralità paragonabile a quello rivestito a Venezia e ben fotografato dalla definizione di cor status nostri, presente in una delibera del Consiglio dei Dieci.

Contrariamente a quanto abbiamo visto avvenire a Genova, la consuetudine di raccogliere la documentazione in registro o in cartulare con regolarità compare piuttosto tardi nell’esperienza veneziana e sembra da mettere in stretta connessione con la riorganizzazione della seconda metà del XIII secolo, la cui espressione più evidente è l’istituzione di un cancelliere in posizione preminente.

Del tutto sporadici e spesso collegati a situazioni contingenti appaiono i pochi esempi di epoca anteriore, come i catastici, compilati per conteggiare i danni subiti in Oriente nel 1171 dai mercanti veneziani ad opera di Manuele I Comneno o altri di carattere fiscale, mentre il Liber Plegiorum, una raccolta di delibere del Minor Consiglio, scritta da un notaio novarese tra il 1223 e il 1229, rappresenta una sperimentazione, immediatamente abbandonata che non ebbe alcun seguito.

Dalla metà del Duecento invece incominciano ad essere utilizzati con continuità registri nei quali vengono raccolti gli atti delle magistrature giudiziarie e, analogamente, di altre magistrature ed uffici minori, di cui troviamo a poco a poco traccia tra la metà e la fine del secolo, così come solo a partire dal 1266 inizia la regolare trascrizione in libro degli atti consiliari. Parallelamente alle operazioni di registrazione delle delibere, per il Maggior Consiglio si procede, a scopo puramente pratico, ad un recupero, su un apposito libro, della produzione del quarantennio precedente, limitatamente alla normativa ancora in vigore. Esperienza che sarà ripresa tra il 1282 e il 1283, quando il doge Giovanni Dandolo, in considerazione del disordine e della dispersione nei vari volumi delle delibere del consiglio, affiderà ad una commissione il compito di scegliere e raccogliere in maniera organica e sistematica solo le ancora vigenti e le più utili tra quelle di analogo contenuto [60].

I frequenti richiami legislativi rivolti a coloro che si occupavano della tenuta dei registri affinché non li lasciassero incustoditi, ma provvedessero a metterli sotto chiave ogniqualvolta dovessero allontanarsi dall’ufficio, sono rivelatori della particolare considerazione in cui erano tenuti e dell’atten­zione con la quale si provvedeva a metterli al riparo da eventuali interventi estranei e a garantire loro un’adeguata conservazione archivistica, che ne ha preservato un buon numero fino ai nostri giorni [61].

Poco praticato doveva essere invece l’uso, ampiamente attestato a Genova, di utilizzare i protocolli notarili per la documentazione comunale, se una delibera del maggior consiglio del 1327 impone ai cancellieri inferiori di tenere nella propria abitazione un quaderno di imbreviature, destinato ad una redazione provvisoria, prima di passare a quella definitiva, da depositare, in caso di  morte o di decadenza dall’ufficio, nella stessa cancelleria, ma non ci è dato di sapere se lo stesso cartulare fosse impiegato anche per l’attività al servizio dei privati, possibilità da non escludersi visto che la cancelleria inferiore è anche la sede dell’archivio dei registri di imbreviature dei notai defunti [62].

L’esigenza di raccogliere la documentazione relativa al comune è particolarmente viva anche a Venezia e porta alla realizzazione di una ricca serie di volumi, in particolare i Libri pactorum, il primo dei quali, almeno nella sua parte iniziale, è attribuibile, secondo il Pozza, agli anni 1197-1198, e venne poi continuato, dopo un’interruzione di una decina d’anni, e sempre per mano di notai non cittadini, nel secolo successivo, presumibilmente in quel clima di mutamenti avvertibili all’interno della cancelleria che abbiamo avuto modo di osservare. A questa raccolta se ne affiancheranno, alla fine del XIII secolo, altre due, la prima delle quali tramanda tutti i documenti già presenti nella più antica, ad esclusione di quelli che hanno ormai perso validità, la seconda invece le scritture non ancora raccolte in libro in precedenza, oltre ad altre già presenti. L’ultimo dei Libri Pactorum risale all’inizio del XIV secolo, mentre alla metà del Trecento saranno soppiantati dai Libri Commemoriales, destinati alla conservazione della documentazione in arrivo e in partenza dalla cancelleria, « quasi un protocollo di affari di stato correnti » [63], ai quali si aggiungeranno il Liber Albus e il Liber Blancus, voluti dal doge Andrea Dandolo, a completamento delle sue opere storiche [64].

Al di là dei diversi percorsi seguiti dalle due cancellerie e dell’assetto raggiunto dal punto di vista delle strutture, della divisione dei compiti e dell’organizzazione delle scritture, un elemento comune contraddistingue l’ambito nel quale si viene elaborando il documento comunale veneziano e genovese, almeno per tutto il XII secolo: la presenza di un notariato, che pur costituendo l’anima del sistema burocratico è connotato da un’intrinse­ca debolezza, a fronte di uno “stato” forte. Situazione che necessariamente si riverbera sulle caratteristiche documentarie, portando a sperimentazioni e soluzioni analoghe in modo del tutto indipendente.

A Venezia il documento tipico, che il nuovo assetto di stampo comunale eredita dalla precedente esperienza di governo e mantiene inalterato per tutto il tempo in cui viene usato, è la cosiddetta ducale maggiore, il cui primo esempio data già al 982 [65], utilizzata principalmente per documenti riguardanti la politica interna. Il modello di riferimento è quello privato notarile veneto dal quale si differenzia per le sottoscrizioni, non solo perché molto più numerose, anche fino a centocinquanta, ma soprattutto perché improntate all’esempio placitario, mediante il quale superano la semplice valenza di testimonianza, esprimendo invece le diverse componenti il cui concorso determina l’azione [66] e che attraverso le sottoscrizioni concretizzano il loro impegno.

Questo modello già preannuncia su quali elementi si opereranno le prime sperimentazioni di tipo cancelleresco: proprio su quelli che al documento conferiscono credibilità e caratteristiche di indiscussa autenticità, quindi sulle forme di convalidazione, non risultando sufficienti per proiettarsi verso l’esterno le garanzie che poteva offrire la sottoscrizione di un notaio nominato dalle autorità cittadine, senza che queste avessero ancora ricevuto una delega da parte delle autorità superiori, il che avverrà a Genova solo con il diploma federiciano del 1220, mentre è possibile che la stessa consapevolezza abbia spinto Venezia a rivolgersi al notariato “forestiero”, legittimato da un’auctoritas superiore, oltre ad essere competente nel diritto comune, caratteristica che sicuramente ha avuto il suo peso in questa scelta.

La cancelleria genovese manifesta nel XII secolo una maggior vivacità nelle sue diverse espressioni, in perfetta sintonia con ciò che la contraddistingue in questo periodo: realizzazione di registri destinati a conservare gli atti consolari, di raccolte documentarie in libro, ma soprattutto definizione di una tipologia documentaria, quella dei lodi consolari, che si cerca di differenziare nell’impianto, pur senza connotarla in senso cancelleresco, dal coevo instrumentum, e creazione di una particolare categoria di sottoscrittori, i publici testes, deputati a firmare, su richiesta, i documenti privati e quelli pubblici, già redatti da scribi, quindi da personale per così dire “struttu­rato”, in entrambi i casi dopo il notaio, in una posizione quindi ben diversa da quella di ogni altro tipo di sottoscrittore [67]. Un’innovazione questa che rivela chiaramente quanto sia marcato l’intervento dell’autorità comunale, nel tentativo di affermare, anzi di porre al di sopra della figura del notaio, pur inglobato in qualche modo nelle strutture statuali, la personalità giuridica del comune, attraverso persone o simboli che permettano di ricollegare immediatamente la documentazione all’autore dell’azione giuridica [68].

Nello stesso modo deve essere letta anche l’introduzione del signum comunis, più tardi sostituito dal signum populi, che il notaio deve usare al posto del proprio nei documenti destinati esclusivamente ad una circolazione interna [69], ai quali si affiancheranno quelli dei diversi consolati (consules foritanorum, burgi, civitatis) e uffici (extimatores, robarie ecc.) [70].

Nulla di tutto questo a Venezia, dove tuttavia, come a Genova, per la documentazione attraverso la quale il comune si pone in relazione con l’esterno, si fa un precoce ricorso non solo al sigillo cereo, ma soprattutto a quello plumbeo, vuoi perché si avverte la limitazione di cui questa soffrirebbe se la sua convalidazione fosse affidata solamente alla sottoscrizione di notai la cui produzione potrebbe non essere riconosciuta come valida erga omnes, vuoi, per affermare la propria auctoritas anche in questo campo, proprio perché la formalizzazione documentaria è un elemento essenziale per il conseguimento di quell’accettabilità giuridico-politica a cui il comune aspira, il che vale soprattutto, come ben si comprende, per l’esperienza genovese [71], mentre per Venezia l’uso del sigillo si potrebbe anche collegare ad una più marcata tendenza a connotare in senso cancelleresco la propria documentazione.

Le più antiche attestazioni sono quasi sincrone: 1141 a Venezia nel patto per Fano [72], 1146 a Genova nei trattati con Alfonso VII di Castiglia e Raimondo Berengario IV, conte di Barcellona [73]. Qui già dal 1138 si trovano riferimenti ad un sigillum Ianuensium consulum e a lettere recanti un sigillum comunis Ianue [74], senza ulteriore specificazione, nei quali non è possibile accertare se si debba riconoscere la bolla plumbea o piuttosto il sigillo cereo, anche se personalmente propendo per la seconda ipotesi.

Il patto veneziano del 1141, definito un diploma pattizio da Attilio Bartoli Langeli, che oltre ad averne dato l’edizione critica ne ha fatto uno studio acuto ed approfondito, si rivela come una sperimentazione, in cui il sigillo viene inserito in un contesto caratterizzato dall’introduzione di alcuni elementi tipicamente cancellereschi, mentre ne mancano altri altrettanto significativi, e ne sono presenti alcuni che con questi entrano in contraddizione. Ciò che a noi in questa sede più interessa rimarcare è l’assenza nel patto della sottoscrizione notarile, caratteristica costante per tutto il XII secolo dei documenti pattizi genovesi, convalidati, salvo rarissime eccezioni, esclusivamente con la carta partita e/o con la bolla plumbea, inserita tuttavia sempre in un contesto che è caratterizzato dall’assoluta mancanza di qualsiasi elemento di tipo cancelleresco. L’unico ad associare non al sigillo, ma alla carta partita, la propria sottoscrizione, anzi a convalidare quattro documenti solo con la propria sottoscrizione è il cancelliere Guglielmo Caligepalio, che però, lo ricordiamo, è anche giudice [75]. Si potrebbe in questo modo forse anche spiegare perché il cancelliere Bonusinfans, che compare sempre solo come notarius, non redige mai documenti pattizi o comunque riguardanti i rapporti con l’esterno.

Soltanto negli ultimi anni del secolo notai sacri Imperii o sacri palacii incominciano a sottoscriversi in presenza o meno di carta partita [76], con un continuo incremento dall’inizio del Duecento, tanto che, immediatamente dopo il 1220, si può notare un netto cambiamento di tendenza rispetto al secolo precedente, fino a giungere ad un’inversione del rapporto numerico tra documenti sottoscritti da notai o anche da notai e quelli affidati solo al sigillo e alla carta partita. Il privilegio di Federico II segna quindi un momento particolarmente significativo per la documentazione comunale genovese [77], tanto che negli anni seguenti viene progressivamente rarefacendosi l’uso del sigillo plumbeo, fino a scomparire praticamente del tutto poco oltre la metà del secolo, mentre già dal 1222 nei lodi consolari ricominciano a comparire i testimoni, pur nel perdurare delle sottoscrizioni di quelli pubblici, che scompaiono alla fine degli anni Trenta.

Se la bolla plumbea è segno di autorità documentale, ma anche di sovranità, il suo uso da parte dei comuni non appare del tutto, anzi affatto, legittimo: questo potrebbe spiegarne il precoce abbandono da parte del comune genovese a fronte del perdurare in quello veneziano.

La Serenissima può infatti utilizzare il sigillo di piombo, inserendolo in un contesto di stampo cancelleresco, a pieno titolo, differenziandosi così in modo sostanziale da tutti gli altri comuni italiani, perché è uno stato sovrano [78], che proprio nel momento dell’elezione di Pietro Polani, al cui dogato risale appunto la più antica attestazione dell’uso della bolla, ha raggiunto una posizione di particolare prestigio, dopo aver conseguito, nei secoli precedenti, piena autonomia politica nei confronti dell’impero bizantino, e proprio attraverso il sigillo di piombo, che è sì il sigillo del comune, ma anche del doge, può affermare la propria sovranità [79].

Venezia continua infatti ad usarlo a lungo e con continuità nei secoli seguenti, in particolare nella tipologia documentaria che viene maggiormente connotandosi in senso cancelleresco: le lettere, patenti o clausae, con una prevalenza di queste ultime.

Mentre le ducali maggiori sono progressivamente abbandonate nel corso del tredicesimo secolo, già a partire dalla metà del XII compaiono i primi esempi di lettere con caratteri cancellereschi, che troveranno però la loro definitiva tipizzazione solo nell’ultimo quarto del Duecento, divenendo il vero documento cancelleresco del comune, nel quale il sigillo si inserisce finalmente a pieno titolo, trovando la sua giusta collocazione in un contesto in cui i vari elementi, in particolare intitulatio, inscriptio e datatio, oltre all’intera struttura, si adeguano al modello cancelleresco.

Genova, al contrario, non elaborerà mai alcun documento con caratteri di questo tipo, anzi, venuta meno la spinta che aveva portato alla ricerca e alla sperimentazione di forme nuove e di sistemi di convalidazione in grado di emancipare l’auctoritas comunale dall’intervento del notaio, a partire dal XIII secolo la produzione si appiattirà sul modello notarile, riducendo a poco a poco gli elementi di convalidazione, anche dei documenti destinati al di fuori del comune, alla sola sottoscrizione del notaio o del cancelliere.

Al diverso percorso compiuto dalle due strutture burocratiche nel corso dei secoli corrisponde così anche un parallelo sviluppo del documento da queste prodotto, tanto che a Venezia le lettere trovano la loro applicazione più matura solo dopo la ventata innovativa che porta ad una radicale trasformazione nella struttura della cancelleria, poco oltre la metà del XIII secolo, come allo stesso momento e situazione sembra da ricollegarsi l’orga­nizzazione degli atti in registro, raccolte prima del tutto sporadiche ed occasionali.

Quanto detto rappresenta un primo tentativo di comparazione delle linee di evoluzione delle esperienze delle due città che solo studi approfonditi, condotti sulla più ampia campionatura possibile, estesa a tutte le tipologie documentarie, permetteranno di verificare, modificare e meglio definire. A questo scopo sarà necessario mettere in stretta relazione i cambiamenti e le innovazioni riscontrabili nei documenti con il maggior numero di situazioni condizionanti possibili e in particolare con la parallela evoluzione delle istituzioni, per cercare di valutare fino a che punto e in quali situazioni sulle caratteristiche del documento comunale abbiano pesato le spinte degli organi di governo.


* Per le eventuali sovrapposizioni con il testo di Attilio Bartoli Langeli, al quale contraccambio i ringraziamenti per le osservazioni ed i suggerimenti, mi associo a quanto da lui detto nella prima nota della sua relazione.  

[1] A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Roma 19872, p. 39.

[2] P. Torelli, Studi e ricerche di diplomatica comunale, I, in « Atti e Memorie della R. Accademia Virgiliana di Mantova », IV (1911), pp. 7-11 (ristampa anastatica insieme alla seconda parte, del 1915, in Id., Studi e ricerche di diplomatica comunale, Roma 1980, Studi storici sul notariato italiano, V, pp. 5-9).

[3] A. Bartoli Langeli, Documentazione e notariato, in Storia di Venezia, I, Origini-Età ducale, a cura di L. Cracco Ruggini, M. Pavan (†) e G. Cracco, G. Ortalli, Roma 1992, p. 861, che offre un ampio panorama sul notariato veneziano.

[4] Sul notariato genovese nel XII secolo v. in particolare A. Rovere, I “publici testes” e la prassi documentale genovese (secc. XII-XIII), in Serta Antiqua et Mediaevalia, n.s., I, Roma 1997, pp. 291-332; Ead., Notariato e comune. Procedure autenticatorie delle copie a Genova nel XII secolo, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XXXVII/2 (1997), pp. 93-113.

[5] Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di L.T. Belgrano e C. Imperiale di Sant’Angelo, Roma 1890-1929 (Fonti per la storia d’Italia, 11-14 bis), I, pp. 17-18.

[6] Bonusinfans compare come notaio nel 1127: Codice diplomatico della Repubblica di Genova, a cura di C. Imperiale di Sant’Angelo, Roma 1936-1942 (Fonti per la storia d’Italia, 77, 79, 89), I, nn. 43, 45; in quest’ultimo caso, un lodo consolare, dichiara di agire per preceptum suprascriptorum consulum e ancora nel 1131: C. Soave, Le carte del monastero di S. Andrea della Porta in Genova (1109-1370). Tesi di dottorato in Diplomatica, IV ciclo, Università di Genova, n. 2; mentre dal 1132 al 1141 usa la qualifica di cancelliere: D. Puncuh, Liber privilegiorum Ecclesiae Ianuensis, Genova 1962, nn. 12, 50; I Libri Iurium della Repubblica di Genova, a cura di D. Puncuh, A. Rovere, S. Dellacasa, E. Madia, M. Bibolini, E. Pallavicino, Genova-Roma 1992-2001 (Fonti per la storia della Liguria, I, II, IV, X-XIII, XV; Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Fonti, XII, XIII, XXIII, XXVII-XXIX, XXXII, XXXV), I/1, n. 45; I/3, nn. 567, 568.

[7] Annali genovesi cit., I, p. 30. Sulla possibilità che si tratti di un’interpolazione ad opera di chi ha proceduto alla trascrizione, sia in questo caso, forse ad opera dello stesso Oberto, sia nella notizia relativa a Guglielmo de Columba, riferita con la stessa espressione – et in isto consulatu Guillelmus de Columba scrivanus intravit –, vedi A. Placanica, L’opera storiografica di Caffaro, in « Studi Medievali », 3a serie, XXXV (1995), pp. 27-28.

[8] Viene scelto per continuare l’opera di Caffaro nel 1169: per le notizie biografiche e sulla sua attività vedi Annali genovesi cit., I, pp. C-CVIII.

[9] Per la sua attività come console v. A. Olivieri, Serie dei consoli del comune di Genova, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », I (1858), sub anno.

[10] Allo stesso modo e proprio in questo periodo il pisanae urbis cancellarius Cantarino non risulta essere notaio: v. O. Banti, “Cantarinus pisanae urbis cancellarius” (ca. 1140-1147) fu uno strumento della preminenza politica di un vescovo in regime consolare?, in « Bollettino storico pisano », XL-XLI (1971-72), pp. 23-29, anche in Id., Studi di storia e di diplomatica comunale, Roma 1983 (Fonti e studi del Corpus membranarum italicarum, XXII), pp. 48-56.

[11] Non si tratterebbe di un caso unico. Nel XIV secolo a Firenze il nome del notaio delle Riformagioni Piero di Ser Grifo quasi si confondeva con l’ufficio, tanto che egli veniva chiamato Piero delle Riformagioni e i suoi figli erano detti non di Piero, ma delle Riformagioni: v. D. Marzi, La cancelleria della Repubblica Fiorentina, Firenze 1910 (ristampa Firenze 1987), pp. 120-121.

[12] Codice diplomatico cit., II, p. 207, nota 2: Mementote petere pro cancellario nostro perperos CCC quos Ugo, filius eius, amisit apud Constantinopolim quando Ianuenses sturmum habebant cum Pisanis... Un Ugo o Ugolino cancellarius ebbe una vita pubblica piuttosto intensa: infatti oltre a comparire come testimone in documenti degli anni 1211-1228 (Le carte del monastero di San Siro di Genova, 952-1224, I, a cura di M. Calleri, Genova 1997, Fonti per la Storia della Liguria, V, n. 282; I Libri Iurium cit., I/1, nn. 273, 276; I/3, nn. 474, 481, 565), risulta tra i consiliarii negli anni 1224 e 1228 (Ibidem, I/2, n. 368; 1/3, n. 480), è presente come ambasciatore del comune in documenti degli anni 1217, 1218, 1223, 1227 (Archivio di Stato di Genova - A.S.G. - Archivio Segreto, nn. 2722/26, 28; I Libri Iurium cit., 1/2, n. 357; 1/3, n. 480; Annali genovesi cit., II, p. 195), oltre a risultare console genovese a S. Giovanni d’Acri nel 1222 (A.S.G., Archivio Segreto, nn. 2722/35, 36).

[13] Annali genovesi cit., I, p. 258.

[14] I Libri Iurium cit., 1/2, n. 444.

[15] A.S.G., Archivio Segreto, n. 2721/40. Prima dell’inizio della sua attività in ambito cancelleresco lo troviamo impegnato come rogatario di alcuni acquisti fatti dal monastero di Santo Stefano negli anni 1164, 1167, 1168: A.S.G., Archivio Segreto, Abbazia di S. Stefano, nn. 1509/93, 97, 99. Evidentemente anch’egli doveva essere tra i notai che nel 1191 si premurano di farsi nominare da Enrico VI di passaggio a Genova, come evidenzia la diversa qualifica usata nel documento del 1185 e in quello del 1192: su questo argomento v. A. Rovere, I publici testes cit., p. 327.

[16] I Libri Iurium cit., I/1, nn. 38, 63, 73, 136, 137, 177, 267, 268.

[17] Ibidem., nn. 100, 110.

[18] Il registro della curia arcivescovile di Genova, a cura di L.T. Belgrano, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », II/2 (1862), pp. 116, 117 (si tratta di un documento del 1145 dove viene citato come cancellarius predictorum consulum, videlicet Nasellus), 268, 339, 404.

[19] Ibidem, pp. 300, 301.

[20] Ibidem, pp. 379, 380, 382.

[21] Non sempre tuttavia egli appare attivo nei documenti di politica estera: ad esempio la convenzione stipulata dal comune di Genova con il marchese Bonifacio di Clavesana nel 1192 (I Libri Iurium cit., I/3, n. 473) è redatta da Ogerio Pane, scriba dei consoli del comune, il futuro annalista che nel 1197 succede in quest’incarico ad Ottobono scriba, fino al 1219, citato tra i testimoni, con la specificazione qui hanc conventionem scripsit mandato ipsorum (i consoli), ma che non sottoscrive il documento, autenticato invece attraverso l’apposizione di due sigilli cerei (del comune e del marchese) e con la  carta partita.

[22] I Libri Iurium cit., I/3, n. 590, del 18 dicembre 1186; Ibidem, I/6, nn. 976-978, del 22 agosto e 6 settembre 1190; con la stessa qualifica aveva redatto lodi consolari anche negli anni Sessanta e Settanta, quando era scriba del comune: Ibidem, I/1, nn. 198-200, 217, 222; Il secondo registro della curia arcivescovile, a cura di L.T. Belgrano, L. Beretta, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », XVIII (1887), n. 180; A.S.G., Archivio Segreto, n. 2720/35.

[23] Sull’uso del termine scriba ad indicare un ufficiale di cancelleria e non un semplice scrivano vedi, oltre al recente studio, limitato all’area del Lazio, di C. Carbonetti Vendittelli, Per un contributo alla storia del documento comunale nel Lazio dei secoli XII e XIII. I comuni delle provincie di Campagna e Marittima, in « Mélanges de l’École Française de Rome », Moyen Age, 101 (1989), p. 114 e sgg., il manuale di C. Paoli,  Diplomatica, nuova edizione aggiornata da G.C. BascapÉ, Firenze 1942, pp. 97-98.

[24] Per fare un esempio per tutti, si può citare il caso di Guglielmo de Columba, analogo a quello di molti altri: di lui sappiamo che era scriba solo grazie agli Annali, che al 1140 riferiscono: et in isto consulatu Guillelmus de Columba scrivanus intravit (Annali genovesi cit., I, p. 30).

[25] Sul XIII secolo ci forniscono dati fondamentali gli Annali, che per circa un decennio, dal 1225 al 1234, riferiscono l’elenco degli scribi del comune e dei diversi consolati anno per anno: Ibidem, III, oltre ad altre informazioni emergenti qua e là.

[26] Alla morte di Simone Spaerius – nel 1243 – cui cura sigillorum comunis Ianue comissa erat, idem potestas  comisit ipsa sigilla supradicto Guillelmo de Varagine et ipsum constituit comunis Ianue cancellarium: Ibidem, p. 141. Siamo così informati che, almeno in questo periodo, la nomina del cancelliere era prerogativa del podestà, mentre la custodia dei sigilli non era necessariamente affidata ai cancellieri, visto che Simone Spaerius, al momento della sua morte risulta essere scriba del comune: Ibidem, p. 141. Guglielmo Cavagno di Varazze riveste tale carica almeno fino al 1255, redigendo un buon numero di documenti nei quali però si definisce solamente scriba del comune, mentre negli stessi anni, quando compare in veste di testimone viene spesso indicato con la qualifica di cancelliere (I Libri Iurium cit., I/4, nn. 717, 746-748; I/6, nn. 1003, 1007, 1024, 1025, 1030-1032).

[27] Nella seconda metà del XIV secolo molti documenti comunali sono redatti da un cancelliere, mentre altri tre vi compaiono tra i testimoni: A.S.G., Liber iurium II, cc. 82 r., 84 r., del 1357; Liber iurium Reipublicae Genuensis, Torino 1854-1857 (Historiae Patriae Monumenta, VII, IX), II, nn. 267, del 1384; 314, del 1390. In altri casi i cancellieri testimoni sono solo due (Ibidem, nn. 244, del 1384; 319, del 1386; 306, 309 e 308, del 1388). Nello stesso anno sono attestati fino a cinque cancellieri: nel 1346 troviamo infatti Pietro de Reza, Rolandino di Manarola, Lanfranco di Zoagli, Enrico Tarigo e Pellegrino de Bracellis (I Libri Iurium cit., I/5, n. 827; Documenti della Maona di Chio – secc. XIV-XVI –, a cura di A. Rovere, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XIX/2, 1979, App. I, n. 3). Evidentemente, come sottolinea R. Savelli, Le mani della Repubblica: la cancelleria genovese dalla fine del Trecento agli inizi del Seicento, in Studi in memoria di Giovanni Tarello, I, Genova 1990, p. 549, si andò oltre a quanto stabilito nelle Regulae comunis Ianue del 1363, dove, al quarantesimo capitolo, intitolato De cancellariis domini ducis et consilii (Leges Genuenses, a cura di C. Desimoni, L.T. Belgrano, V. Poggi, Torino 1901, Historiae Patriae Monumenta, XVIII, coll. 288, 289), si stabilisce che doge e consilio possono avere tre cancellieri. D’altra parte questa deroga alla norma legislativa doveva essere costante, se ancora nel 1529 i cancellieri risultano essere cinque e altrettanti i sottocancellieri o scrittori (R. Savelli, Le mani cit., p. 579).

[28] Anche il capitolo delle Regulae citato alla nota precedente non ci dà nessuna indicazione al proposito, mentre ci informa sulla possibilità della nomina di due sottocancellieri, che, a differenza dei cancellieri, possono partecipare alle riunioni del consiglio solo se convocati. Nel capitolo quarantaduesimo (Regulae cit., col. 290) si fa invece cenno all’eventualità di un controllo dei cancellieri da parte dei sindicatori, sia pur in apparenza limitatamente all’obbligo di depositare le loro scritture in cancelleria. Anche a questo proposito v. R. Savelli, Le mani cit., p. 548.

[29] I Libri Iurium cit., I/4, n. 704.

[30] Ibidem, I/1, nn. 14-18, del 1138, 44, del 1140, 52, del 1141, 37, del 1142, 39, 40 e 140 del 1144.

[31] Annali genovesi cit., I, p. 66.

[32] I Libri Iurium cit., I/3, nn. 570, 571.

[33] Ibidem, nn. 575-580.

[34] Probabilmente anche a Firenze i cartulari notarili dovevavo contenere atti pubblici e i notai impegnati negli uffici comunali continuavano la loro attività al servizio dei privati, come ha ipotizzato il Marzi (La cancelleria cit., pp. 338-339, 387) sulla base dell’analisi di alcuni registri di cancelleria, che si rivelano anche come protocolli notarili.

[35] È il caso, per fare un esempio, del cartulare di Nicolò de Porta, contenente sia documenti rogati per i privati, sia atti pubblici: M. Ferrando Bongioanni e G. Cattaneo Cardona, Contributo allo studio degli usi notarili medievali: i cartolari di Nicolò de Porta, in Studi di Storia Medievale e di Diplomatica, 5, Milano 1980, pp. 155-189.

[36] Rivelatrice di quest’uso è l’autentica ad un copia della convenzione tra Genova e i conti di Ventimiglia del 1249, nella quale il notaio Bongiovanni di Langasco dichiara di averla tratta de autentico scripto per manum Guillelmi de Varagine, aggiungendo poi quod autenticum sive cartularium erat in archivio curie dicti potestatis (I Libri Iurium cit., I/5, n. 835).

[37] M. Chiaudano - M. Moresco, Il cartolare di Giovanni Scriba, Torino 1935 (Docu­menti e Studi per la Storia del Commercio e del Diritto Commerciale Italiano, I-II), I, nn. 2, 38, 42, 43, 45- 47, 52, 57, 66, 75, 80, 95.

[38] Questo è il formulario tipico delle autentiche di Lantelmo, il notaio che ha lavorato a lungo sul liber iurium genovese del 1229, oltre che su raccolte diverse, e degli altri redattori dei libri iurium.

[39] Vedi a questo proposito la sottoscrizione ad un documento del 1235 che lo stesso redattore, il notaio Guglielmo de Clavica dichiara di avere esemplato ex cartulario meo publico (I Libri Iurium cit., I/6, n. 1020), mentre Vivaldo di Soziglia, nell’estrarre dal proprio cartulare un documento del 1254, usa la formula: extrassi, transcripsi et exemplificavi ut supra ex autentico cartulario mei Vivaldi (Ibidem, n. 1032).

[40] Ibidem, I/3, nn. 496, 530-533, 543-545, 572, 573.

[41] Su questi registri v. V. Polonio, L’amministrazione della “res publica” genovese fra Tre e Quattrocento. L’archivio “Antico comune”, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XVII/1 (1977).

[42] Sui libri iurium genovesi v. I Libri Iurium cit., Introduzione.

[43] Per le notizie sulla cancelleria veneziana e sulla documentazione da questa prodotta mi sono servita in particolare di A. Bartoli Langeli, La documentazione ducale dei secoli XI e XII. Primi appunti, in Studi offerti a Gaetano Cozzi, Venezia 1992, pp. 31-41; M. Pozza, La cancelleria, in Storia di Venezia, II, L’età del Comune, a cura di G. Cracco e G. Ortalli, Roma 1995, pp. 365-387; ID., La cancelleria, Ibidem, III, La formazione dello Stato Patrizio, a cura di G. Arnaldi, G. Cracco, A. Tenenti, Roma 1997, pp. 349-369; Gli atti originali della cancelleria veneziana, I (1090-1198), a cura di M. Pozza, Venezia 1994; II (1205-1227), Venezia 1996; v. anche R. HÄrtel, I documenti pubblici di Venezia fra Occidente e Bisanzio (fino al sec. XII), in I documenti medievali greci e latini. Studi comparativi, a cura di G. DE GREGORIO - O. Kresten (Atti del Seminario di Erice, 23-29 ottobre 1995), Spoleto 1998, pp. 327-338.

[44] A questo proposito vedi, oltre agli studi già citati di Marco Pozza, anche V. Lazzarini, Originali antichissimi della cancelleria veneziana. Osservazioni diplomatiche e paleografiche, in « Nuovo Archivio Veneto », n.s., VIII (1904), pp. 199-229; anche in ID., Scritti di paleografia e diplomatica, Padova 1969, pp. 158-226.

[45] Gli atti originali cit., I, p. 12.

[46] Su questo argomento v. O. Banti, Per la storia della cancelleria del comune di Pisa nei secoli XII e XIII, in « Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano », 73, Roma 1962, pp. 141-163, anche in ID., Studi di storia e di diplomatica comunale cit., pp. 55-77.

[47] Nonostante l’estrema scarsità delle fonti sembra significativo che gli otto documenti originali della prima metà del secolo risultino redatti da sette notai diversi (Gli atti originali cit., I, nn. 3-10).

[48] Ibidem, nn. 16, 19, 20, 28, 29.

[49] Ibidem, nn. 17, 18.

[50] Ibidem, nn. 21-25, 27, 30, 31, 33.

[51] Ibidem, n. 31: con l’aggiunta di interfui et mandato prescripti domini ducis scripsi al consueto complevi et roboravi Paterniano dimostra una particolare sensibilità nell’adegua­mento ai modelli del notariato “forestiero”.

[52] Ibidem, p. 16 (si fa riferimento al documento conservato all’Archivio di Stato di Venezia, Procuratori di San Marco, Misti, Miscellanea Pergamene, b. 1) e doc. n. 8.

[53] D’altra parte nelle ducali maggiori nella formula della rogatio il verbo rogavimus è spesso sostituito da iussimus o talvolta da precepimus, chiaro indizio « del rapporto gerarchico tra la persona pubblica e l’addetto alla sua documentazione, tra il principalis e un suo subordinato: per l’appunto un notaio che opera al servizio del doge », come ha sottolineato Attilio Bartoli Langeli (La documentazione ducale cit., p. 35), che sembrerebbe sottintendere un rapporto instauratosi già da tempo.

[54] Gli atti originali cit., II, n. 8.

[55] A. Pertusi, Quedam regalia insignia. Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in « Studi Veneziani », VII (1965), pp. 108-109; M. Pozza, Gli atti originali cit., I, p. 13.

[56] Vedi Urkunden zur älteren Handels-und Staatgeschichte der Republik Venedig, a cura di G.L.F. TAFEL - G.M. Thomas, Wien 1856-1857 (Fontes rerum Austriacarum, Diplomataria et acta, XII), II, n. 282, del 1232: per manum Gabrielis Paulini, notarii nostreque curie cancellarii; II, n. 289, del 1234: manu Petri de Bono Vicino, presbiteri et notarii et nostre curie cancellarii, ma ancora nella corroboratio ad una sentenza del 1289 si legge scribi iussimus per Çiliolum de Xanino, nostre curie notarium et scribam (A.S.G., Archivio Segreto, n. 2725/53).

[57] Il caso di Paternianus de Putheo non è unico, anche se è sicuramente il meglio documentato: nel 1201, nella corroboratio ad un documento il notaio Andrea Conradus viene definito presbiter et nostre curie cancellarius, mentre quando sottoscrive un documento dell’anno seguente lo fa come presbiter et notarius atque plebanus e non credo che le condizioni fossero mutate (Urkunden cit., I, nn. 92, 97). È possibile quindi che i cambiamenti fossero in corso, e forse già da tempo, ma che la struttura della cancelleria diventi più evidente solo alcuni anni dopo, quando i notai incominciano a denunciare nelle sottoscrizioni il loro ruolo di cancellieri, che prima rivestivano senza indicarlo.

[58] Sempre nel XIV secolo analoghe funzioni sembra rivestire a Firenze il cancelliere dettatore che assisteva alle consulte dando il parere più autorevole: D. Marzi, La cancelleria cit., p. 137.

[59] M. Pozza, La cancelleria cit., 1997, pp. 379-381.

[60] Sulla produzione in libro del comune veneziano v. Ibidem, 1995, pp. 358-363 e Id., Gli atti originali cit., II, pp. 10-12.

[61] Id., La cancelleria cit., 1995, p. 363.

[62] Ibidem, 1997, p. 379.

[63] R. Predelli, I libri commemoriali della Repubblica di Venezia, Regesti, I, Venezia, 1876 (Monumenti storici pubblicati dalla Deputazione Veneta di Storia Patria, I. Serie prima. Documenti, I), p. VIII.

[64] Sui libri iurium veneziani, oltre ad alcune notizie in M. Pozza, Gli originali cit., II, pp. 10-11, vedi Id., Il “Liber pactorum I” del comune di Venezia. Tesi di dottorato in Diplomatica, III ciclo, Università di Pavia, pp. IX-XXV.

[65] L’esempio più antico, « in una forma matura e limpida », secondo il giudizio di Attilio Bartoli Langeli (La documentazione ducale cit., p. 34), è l’atto di fondazione di San Giorgio Maggiore, ad opera del doge Tribuno Menio, del dicembre 982 (Documenti relativi alla storia di Venezia anteriori al Mille, a cura di R. Cessi, Padova 1942-44, ristampa Venezia 1991, II, n. 61).

[66] Inizialmente il doge e i giudici, che sembrano rappresentare gli elementi più costanti, gli esponenti di spicco della gerarchia ecclesiastica e i boni homines, ai quali si affiancano, in epoca comunale, i consiliatores e ufficiali dello stesso comune (in particolare gli advocatores e il camerarius). Per quanto riguarda la differenza tra sottoscrittori testimoni (Ego... testis subscripsi) e consenzienti (Ego... manu mea subscripsi) v. V. Lazzarini, Originali antichissimi cit., in particolare p. 209 (ID., Scritti cit., pp. 165-166); A. Bartoli Langeli, La documentazione ducale cit., pp. 36-37.

[67] Nell’ottica della sperimentazione sembra invece da leggersi l’adozione dei cinque custodes sacramentorum, dei quali troviamo traccia solo in tre atti del 1135, nella funzione di « testimoni privilegiati ed ufficialmente incaricati dal comune » di Asti, che non sembrano però aver raggiunto alcuna stabilità: v. G.G. Fissore, Autonomia notarile e organizzazione cancelleresca nel comune di Asti. I modi e le forme dell’intervento notarile nella costituzione del documento comunale, Spoleto 1977, p. 36; Id., La diplomatica del documento comunale, fra notariato e cancelleria. Gli atti del comune di Asti e la loro collocazione nel quadro dei rapporti fra notai e potere, in « Studi Medievali », 3a serie, XIX (1978), pp. 241-242; Id., Alle origini del documento comunale: i rapporti tra i notai e l’istituzione, in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento. Atti del convegno, Genova, 8-11 novembre 1988 (« Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., XXIX/2, 1989), p. 184.

[68] P. Torelli, Studi e ricerche cit., p. 10.

[69] Su questo argomento v. A. Rovere, I “publici testes” cit., pp. 331-332; Ead., Notariato e comune cit., p. 113.

[70] V. esempi in  Mostra storica del notariato medievale ligure, a cura di G. Costamagna e D. Puncuh, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », n.s., IV/1 (1964), pp. 53, 59, 65, 71, 73, 75, 93, 95, 137.

[71] Su questo argomento vedi in particolare G.G. FISSORE, Il notaio ufficiale pubblico dei comuni italiani, in Il notariato italiano nel periodo comunale, Piacenza 1999, pp. 47-49.

[72] Il patto con Fano, 1141, a cura di A. Bartoli Langeli, Venezia 1993 (Pacta Veneta, 3).

[73] I Libri Iurium cit., I/6, nn. 932-934. Significativo appare che in tutti i documenti la controparte, e passi per il conte di Barcellona, usa invece il sigillo cereo. Sulla bolla plumbea genovese v. D. PUNCUH, La diplomatica comunale in Italia dal saggio del Torelli ai nostri giorni, in La diplomatique urbaine en Europe au moyen âge, Actes du congrès de la Commission international de Diplomatique, Gand, 25-29 août 1998, a cura di W. PREVENIER e TH. DE HEMPTINNE, Leuven-Apeldoorn 2000, pp. 391-393 e bibliografia ivi citata.

[74] I Libri Iurium cit., I/1, in particolare nn. 14, 15; Codice diplomatico cit., I, n. 80. È possibile che si tratti di sigilli cerei, anche se penso che il riferimento all’arcivescovo Siro II nella leggenda del sigillo, ne riporti l’introduzione ad un momento non lontano dal 1133, quando la sede genovese venne elevata alla dignità arcivescovile.

[75] Guglielmo Caligepalio aggiunge la propria sottoscrizione ad alcuni documenti: A.S.G., Archivio Segreto, nn. 2720/ 55, del 1167; 2720/93, del 1176; I Libri Iurium cit., I/2, nn. 408, del 1186; 398, 399, del 1189. Convalida solo con la propria sottoscrizione quattro documenti: A.S.G., Archivio Segreto, nn. 2720/39, del 1159; 2737/A/13, del 1169, entrambi relativi ai rapporti del comune con Lucca; I Libri Iurium cit., I/2, nn. 444, 445, del 1185, riguardanti i rapporti del comune con Ventimiglia. L’unico altro notaio che sottoscrive nel 1179 l’impegno dei consoli di Genova e di Albenga ad osservare la convenzione stipulata, senza avere la qualifica di notaio palatino è Oliverius (A.S.G., Paesi, n. 341), ma nel documento è stato inserito, quasi come una iussio: Et nos supradicti Ianuensium consules hoc scriptum fieri iussimus.

[76] L’unico caso in cui la sottoscrizione notarile si affianca al sigillo plumbeo sembra essere la convenzione con Savona del 1251 (I Libri Iurium cit., I/4, n. 717).

[77] L’occasionale comparsa di notai che non fanno riferimento ad una nomina imperiale come redattori di documenti comunali riguardanti i rapporti con l’esterno si può forse spiegare con la diversa connotazione che, caratterizzando globalmente il notariato cittadino dopo la delega imperiale relativa alla nomina dei notai, si riverbera anche su coloro che sono stati nominati prima del diploma imperiale.

[78] Su questo argomento v. A. Pertusi, Venezia e Bisanzio nel secolo XI, in La Venezia del Mille, Firenze 1965, in particolare p. 31.

[79] Sui sigilli veneziani v. in particolare M. Rosada, “Sigillum Sancti Marci”. Bolle e sigilli di Venezia, in Il sigillo nella storia e nella cultura. Mostra documentaria a cura di S. RICCI, Roma 1985, pp. 109-148