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Enrica Salvatori, Le carte del Comune di Pisa: problemi e scelte per un fondo che non esiste ( © Scrineum 2001)

A differenza di molte città italiane che furono nel medioevo sede di magistrature comunali, Pisa non possiede un liber iurium, non conserva, cioè, alcuna raccolta ufficiale dei documenti "che rappresentavano le prove scritte delle ragioni formali o giuridiche della vita del Comune, dei rapporti col di fuori, dei diritti sul territorio dipendente (1)". A causa delle vicende connesse alla dominazione fiorentina, infatti, gli atti del Comune di Pisa in parte sono andati perduti, in parte sono stati dispersi. L'attuale fondo Atti pubblici della sezione Diplomatico dell'Archivio di Stato di Pisa fu creato artificialmente all'epoca della costituzione dello stesso archivio (1865) ed è fortemente incompleto, conservando ben poche memorie delle numerose e complesse relazioni che legarono Pisa ai maggiori centri del Mediterraneo medievale (2). A questa carenza documentaria - evidente a chiunque confronti la situazione pisana con quella, ad esempio, genovese, ricca di una serie di libri iurium oltre che di un precoce archivio notarile - si deve imputare la più volte lamentata mancanza di un "adeguato respiro mediterraneo" alla pur ricca storiografia su Pisa (3).
Eppure le tracce di quelle passate e articolate relazioni si sono conservate: sono i documenti che Pisa, i suoi rappresentanti, i suoi cittadini più autorevoli, i mercanti, i cambiatori, i notai lasciarono nelle diverse sedi mediterranee con cui la città venne a contatto e che sono ancora conservati negli archivi di queste località. Si tratta di documenti che Ottavio Banti ha già in parte segnalato e pubblicato, anche se in maniera dispersa ed episodica (4). Al medesimo studioso si deve inoltre la prima bozza di un progetto per l'edizione del "codice diplomatico della repubblica di Pisa", che prevede la raccolta generica di tutti i documenti "riguardanti la storia istituzionale, politica, economica di questa città", ma che è indirizzata principalmente a tutti gli atti "relativi ai rapporti di Pisa con papi, imperatori, sovrani, principi e città di tutto il bacino Mediterraneo" (5). Il progetto, nato alla fine degli anni '60 e mai abbandonato, ha portato fin'ora solo alla pubblicazione di singoli trattati e alla redazione di quattro tesi di laurea: nei fatti, quindi, non ha mai superato le fasi preliminari, né si è concretizzato in un articolato programma di ricerca e di edizione (6). La mancata realizzazione dei proponimenti di Ottavio Banti credo sia imputabile a diversi fattori, primo fra tutti l'indubbia difficoltà pratica di una simile impresa, data la grande quantità di documenti in gioco, la necessità di continui spostamenti in archivi italiani ed esteri e l'esigenza di usufruire di ingenti finanziamenti, sia per la raccolta documentaria che per la pubblicazione delle fonti. Ma sarebbe riduttivo pensare che gli ostacoli siano solo logistici e finanziari: i presupposti stessi del progetto - una raccolta di carte diverse fra loro e conservate in più archivi e fondi - in primo luogo pongono enormi problemi metodologici, soprattutto riguardo ai criteri che dovrebbero sovraintendere la raccolta documentaria, e in secondo luogo vengono a scontrarsi in modo frontale con le più fondate e aggiornate posizioni della diplomatica tradizionale, tese a privilegiare l'edizione integrale di singoli fondi archivistici.
Oggi, le opportunità di pubblicazione a basso costo, ampia diffusione e grande versatilità, che Internet e le nuove tecnologie informatiche mettono a disposizione, hanno decisamente ridotto, anche se non eliminato del tutto, gli ostacoli di carattere tecnico-economico. La possibilità di creare - ad esempio - un'edizione di documenti 'aperta', un work in progress che benefici di apporti differenti e diluiti temporalmente, ha certo reso maggiormente realizzabili progetti vasti e complessi come quello dell'edizione di un codice diplomatico cittadino (7). Viene naturale allora chiedersi fino a che punto questo possa (o debba) condizionare anche i criteri che stanno a monte di una qualsiasi edizione documentaria. In sostanza, fino a che punto l'abbattimento - dovuto ai nuovi strumenti tecnologici - di una portione sostanziosa delle difficoltà pratiche è in grado di aiutarci a realizzare alcuni progetti editoriali complessi, come ad esempio quello proposto dal Banti? Ci tengo a chiarire, in prima battuta, che non è assolutamente mia intenzione vincolarmi a un disegno di tali dimensioni e difficoltà, in primo luogo perché non è mio e in secondo perché non ho né le capacità né le competenze necessarie. Trovandomi tuttavia nella condizione di pubblicare, in appendice a un volume storico dedicato alle relazioni tra Pisa e le città della Francia meridionale (8), un piccolo corpus di una trentina di documenti pubblici, relativi all'argomento in questione e provenienti in parte da archivi non pisani, mi è venuto naturale meditare sul "problema" del diplomatico pisano, sulle difficoltà che incontra la possibile edizione di un fondo che non esiste, quello appunto del Comune di Pisa. Avendo poi anche l'intenzione di pubblicare quel medesimo corpus in Internet, con l'utilizzo di un nuovo linguaggio di marcatura testuale (l'XML o eXtensible Markup Language), che consente una strutturazione del testo rigorosa e duttile al tempo stesso (9), ho pensato che proprio lo spazio aperto, illimitato e continuamente aggiornabile della Rete poteva forse far maturare i presupposti perché la spinosa questione della raccolta e dell'edizione della documentazione pisana fosse riaperta. Quello che segue vuole essere solo un primo contributo in questa direzione.

I problemi

Com'è noto i progetti editoriali delle fonti documentarie hanno ormai da tempo sposato criteri rigorosamente archivistici. Abbandonati i tagli tematici - etnici, cronologici, topografici, familiari e istituzionali - che ispirarono molti disegni editoriali dei secoli scorsi, oggigiorno le edizioni di carte e pergamente ricalcano quasiesclusivamente la divisione degli archivi in fondi, così come questi si sono costituiti nel corso dei secoli (10).
Senza voler minimamente disconoscere la fondatezza e la bontà di questo metodo, si deve tuttavia notare che la sua rigida applicazione al caso pisano priverebbe lo storico di strumenti di lavoro essenziali e gli impedirebbe di cogliere (come è avvenuto fino a ora) quella dimensione mediterranea che in effetti aveva la Pisa medievale. L'Archivio di Stato, come già detto, conserva solo una parte di quello che era l'Archivio del Comune e soprattutto non possiede tutta una serie di patti bilaterali stretti dalla Repubblica con diverse città del Mediterraneo e conservati in altre sedi.
L'adesione alla logica sopra enunciata comporterebbe per lo studioso di cose pisane l'attesa di due differenti generi di edizione: quella "ortodossa" (contestuale all'edizione dell'intero fondo) o quella dispersa (posta in appendice a studi storici disparati). Allo stato dei fatti la possibilità che atti del comune di Pisa conservati fuori sede possano essere in un futuro prossimo oggetto di un'edizione "ortodossa" è del tutto vana. D'altro lato le edizioni disperse non mancano, ma è evidente che non si tratta di soluzioni accettabili: sono in realtà scorciatoie di comodo che impoveriscono il significato e l'importanza del documento storico proprio perché lo sdradicano totalmente dal suo contesto e disperdono un patrimonio che sarebbe molto più utile e proficuo avere unito in un'unica sede.

Su questo problema sembra mostrare una posizione relativamente più morbida Ettore Cau nel suo saggio di presentazione al piano di edizione delle fonti documentarie bresciane (11). Anche Cau respinge "la pur allettante tentazione di puntare all'allestimento di un 'Codice Diplomatico' tradizionalmente inteso, di un'opera cioè che disponesse in successione cronologica le fonti scritte più disparate riguardanti la storia della città, indipendentemente dall'istituzione di provenienza". "Tale ipotesi di lavoro" - continua infatti Cau - "si è rivelata di fatto irrealizzabile. Non soltanto perché avrebbe significato rinviare alle calende greche il compimento dell'intero progetto, ma soprattutto perché non sarebbe stato possibile definire un criterio oggettivo in base al quale giudicare se una testimonianza dovesse o non dovesse essere compresa nella raccolta".
Il rifiuto di un'edizione documentaria di stampo ottocentesco si accompagna, tuttavia, per Cau anche a un analogo rigetto per il sistema "archivistico puro", reo di escludere tutta una serie di pezzi "conservati in altre sedi o magari in altre serie del medesimo archivio oppure tradite attraverso testimoni di rango inferiore". L'opzione privilegiata è quindi compromissoria: quella di procedere alla pubblicazione delle carte delle istituzioni cittadine attraverso il criterio dell'archivio ricostruito, ossia attraverso lo sforzo di ricomporre a tavolino un archivio perduto o disperso di un'istituzione. "Stelle polari" di quest'operazione, strumenti indispensabili del lavoro di scavo e di ricostruzione, sarebbero gli antichi inventari, i repertori, gli indici, tutto quello che consente di definire la consistenza dell'archivio originario.

E' questa un'opzione applicabile al caso pisano? Se si pone mente ad alcune istituzioni cittadine - monasteri, ospedali, confraternite - e alla consistenza documentaria dei loro fondi, la risposta potrebbe essere non solo ragionevolmente positiva, ma probabilmente anche auspicabile (12). Cosa fare però di fronte all'istituto cittadino per eccellenza, il Comune? In questo caso si hanno, come già detto, un fondo Atti Pubblici - frutto di raccolte tarde e arbitrarie -, trascrizioni cartacee conservate in fondi diversi anche del medesimo archivio, pergamene originali conservate negli archivi di altre città italiane, europee ed extracomunitarie. In apparenza ci sarebbero tutti i presupposti per procedere alla 'ricostruzione' di un'archivio perduto, ma con una eccezione fondamentale: niente "stelle polari", niente inventari, repertori o indici. Noi non sappiamo, né probabilmente potremo mai sapere, nemmeno indicativamente, la consistenza e ampiezza di un fondo drammaticamente e inesorabilmente disperso. Bisogna quindi dichiarare, senza falsi pudori, che un'operazione di censimento e raccolta dei documenti del Comune di Pisa sarebbe il prodotto di una scelta arbitraria e artificiosa, quasi quanto quelle che sovrintendevano le vituperate, ma ancora abbondantemente consultate, raccolte sette-ottocentesche. La differenza maggiore riguarderebbe ovviamente le norme sull'esclusione o ammissione di determinati documenti. Non certo, dunque, un codice che raccolga le fonti scritte più disparate riguardanti la storia della città, ma una raccolta dei documenti emanati dalle magistrature comunali e, in osservanza alla moderna definizione di documento diplomatico, di qualunque scrittura che abbia svolto "funzioni tipiche in forme peculiari nella vita e nel funzionamento di quegli ordinamenti giuridici" (13).

Mi chiedo: è questa una proposta veramente inaccettabile? In che misura e in quale maniera possiamo valicare e/o forzare alcuni paletti posti dalla diplomatica tradizionale a favore di un prodotto necessario (sarei portata a dire indispensabile) alla ricerca storica? Lascio ovviamente la domanda aperta. E' evidente che su di essa si scontrano le esigenze divergenti di ambiti disciplinari diversi - quelli della Diplomatica e della Storia - indubbiamente autonomi, ma anche fatalmente legati. Mi limito in questa sede solo a notare che forse le nuove tecnologie informatiche possono non tanto fornire "la" risposta, quanto invece favorire l'elaborazione di soluzioni compromissorie.

Le carte in rete

Da tempo, in ambito accademico, s'incontrano difficoltà nel programmare iniziative editoriali ambiziose come nel giungere alla pubblicazione di tesi di laurea o di lavori preparatori. Sulla "Rivista dei Libri" lo storico americano Robert Darnton ha messo per primo in luce come la crescita dei prezzi di edizione e il conseguente costo degli abbonamenti delle riviste specialistiche abbiano cominciato a togliere agli studiosi i luoghi tradizionali di espressione delle proprie ricerche. A questo proposito egli individua una possibile soluzione nell'editoria elettronica, perché estremamente comoda, organizzabile in diversi piani di lettura e virtualmente illimitata (14). All'interno del vasto campo delle pubblicazioni scientifiche, le difficoltà legate alla pubblicazione delle fonti storiche - com'è stato ripetutamente messo in luce - sono ancora maggiori, a causa della grande quantità di documenti dei nostri archivi e della modesta entità dei contributi pubblici erogati. E' quindi da questo settore, più che da altri, che si comincia a guardare con sempre crescente interesse non solo all'editoria elettronica in genere, ma anche e soprattutto alle enormi possibilità che offre Internet (15). Pur con un certo ritardo rispetto agli States e al resto d'Europa, anche in Italia si cominciano a registrare alcune interessanti iniziative in questa direzione, come il progetto del Codice Diplomatico Bresciano coordinato da Michele Ansani (16), o ancora la Biblioteca italiana telematica del CIBIT (Centro Interuniversitario Biblioteca Italiana Telematica), che presenta una sezione dedicata ai "testi di Pisa", in cui figurano i brevi del Comune e i Constituti della legge e dell'uso (17). Parallelamente si è cominciato a discutere in maniera sempre più consapevole e articolata del rapporto tra Internet, ricerca storica ed edizione delle fonti (18). Non è il caso, in questa sede di dilungarsi sull'argomento: mi limito a indicare in maniera sintetica i principali vantaggi di una eventuale edizione in rete delle carte del Comune di Pisa.

Alcuni sono comuni a tutta l'editoria elettronica:

a) spazio illimitato (e nel caso di Internet gratuito) di pubblicazione;
b) possibilità di condurre ricerche testuali rapide all'interno di tutti o parte dei documenti pubblicati;
c) possibilità di indicizzare ogni parola in maniera automatica;
d) possibilità di 'scaricare' rapidamente gli stessi documenti sul proprio computer;
e) possibilità di descrivere e visualizzare la struttura e il contenuto dei documenti.

Altri vantaggi sono invece collegati alla dimensione di piena condivisione e di apertura continua che fornisce la Rete:

a) possibilità di gestire una pubblicazione aperta, un work in progress in cui si rendono disponibili serie complete di documenti mano a mano che questi vengono trascritti dai responsabili delle singoli settori in cui è articolato il progetto;
b) possibilità di accogliere, di conseguenza, anche altre proposte, aggiunte e articolazioni successive senza che questo incida sulla validità del lavoro già svolto;
c) immediata disponibilità dell'infomazione per tutti i componenti dell'équipe di ricerca, con relativa accelerazione delle procedure di confronto e di interrelazione reciproca;
d) possibilità di rendere parzialmente disponibili a tutti gli utenti (anche al di fuori dell'équipe) le ricerche condotte ai diversi stadi di lavoro, in modo da coinvolgere direttamente nel progetto anche studiosi di altre università, archivi e biblioteche in grado di dare un contributo;
e) possibilità di arricchire l'edizione delle fonti con un corredo critico immediatamente disponibile, contente elenchi cronologici di vescovi, consoli, podestà, magistrature cittadine, notai, famiglie e singoli personaggi, elenchi continuamente aggiornabili in relazione ai nuovi apporti documentari.

In sostanza: l'eventuale messa in opera di un progetto di raccolta e di edizione delle carte del Comune di Pisa comporterebbe necessariamente un lavoro di ricerca piuttosto lungo, l'impegno di un'équipe di almeno una mezza dozzina di persone e il coinvolgimento di altri enti italiani ed esteri. Tramite lo sfruttamento del World Wide Web la collaborazione sarebbe rapida, facile e proficua e consentirebbe, tramite l'aggiornamento continuo dei risultati ottenuti, di limitare al massimo le ripetizioni e i controlli. Il principale difetto imputabile a una realizzazione siffatta sarebbe, e a buona ragione, la sua indeterminatezza, la sua virtuale interminabilità. Lungi però dal dover essere considerati handicap, l'evoluzione e l'arricchimento continuo dovrebbero essere ritenuti un valore e dovrebbe essere superato il disagio, comprensibile per chi è abituato a consultare i bei volumi di raccolte, di non avere più un riferimento immutabile. Come superarlo? Ponendo limiti e regole precisi. Ad esempio, dato che la suddivisione degli incarichi all'interno dell'équipe non potrebbe che avere una base geo-topografica (per archivi e fondi), si dovrebbe consentire la pubblicazione in rete solo ai documenti trascritti da fondi e/o archivi completamente spogliati ed entro limiti cronologici dichiarati in anticipo. In questo modo l'utente potrebbe sempre sapere l'estensione della copertura raggiunta in quel momento e decidere di conseguenza in quali direzioni dirigere le sue ulteriori ricerche. Per ogni fondo spogliato si dovrebbe inoltre redigere una scheda ampiamente descrittiva che possa agevolare, per quanto possibile, la comprensione del singolo documento nel contesto a cui appartiene. Un primo passo fattibile potrebbe, ad esempio, essere quello di pubblicare solo i documenti pisani conservati fuori Pisa, nei fondi dell'Archivio di Stato di Firenze, negli Archives Municipales di Marsiglia, o negli archivi sardi.

E ancora: la numerazione interna dei documenti e la loro collocazione fisica (URL) non dovrebbero mutare, per garantire validità alle citazioni e ai rimandi. A cambiare in continuazione, questo sì, sarbbero invece gli indici, i repertori e sommari. Dovrebbero sempre essere dichiarati i criteri che sovrintendono all'eclusione o all'ammissione dei documenti ed essere debitamente segnalate le ragioni di eventuali scelte straordinarie. Si dovrebbe ovviamente procedere - ma indico solo alcune direttive di massima così come sono emerse da progetti similari - a una indagine preventiva approfondita su tutta la documentazione superstite riguardante la città, alla riproduzione digitale del materiale documentario in modo da consentire la lettura allo schermo del documento, alla elaborazione dei mezzi di corredo necessari alla comprensione dei documenti e dei contesti da cui sono tratti.

Risulta evidente, dalla semplice lettura di queste righe, che un progetto simile sarebbe tutt'altro che di facile realizzazione, nonostante tutte le agevolazioni offerte dai mezzi informatici. Rimangono infatti ancora ingenti le spese vive, relative al recupero in microfilm dei documenti non pisani e dalle indispensabili missioni fuori sede richieste dai controlli. Assai difficile inoltre sarebbe riuscire a mettere insieme un'équipe di archivisti, diplomatisti, storici e informatici disposta a impegnarsi - e a collaborare - in un progetto di tale portata. Rimanene poi ovviamente aperta - last but non least - la "madre di tutti i problemi" ossia la questione metodologica di base, la domanda sulla "validità" di un operazione siffatta e sulla accettabilità o meno di un simile compromesso.

Note

* Enrica Salvatori è ricercatrice di Storia medievale presso L'Università di Pisa (Dipartimento di Medievistica)

(1) Antonella Rovere, I libri iurium dell'Italia comunale, in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento, Atti del convegno della Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti (Genova: 8-11 novembre 1988), Genova: 1989, pp. 159-199.

(2) Il fondo Atti Pubblici conserva 224 pergamene, anche se diverse trascrizioni cartacee sono presenti in altri fondi della medesima struttura. Non si deve poi dimenticare inoltre che presso l'Archivio di Stato di Firenze si trovano tuttora i documenti notarili pisani, quelli delle compagnie religiose e, in parte, delle corporazioni religiose soppresse, nonché una miscellanea con documenti dal secolo XIV: Archivio di Stato di Pisa, Roma: 1986 (estratto dal III volume della Guida Generale degli Archivi d Stato Italiani); si legga inoltre Bruno Casini, Il diplomatico dell'Archivio di Stato di Pisa, in "La Rassegna", (1958), pp. 7-35; Id., Inventario dell'Archivio del Comune di Pisa (secolo XI- 1509), Livorno: Il Telegrafo, 1969; Francesco Bonaini, Documenti della storia pisana restituiti al R. Archivio di quella città, Pisa: 1865 e Id., Il Regio Archivio di Stato di Pisa nel giugno del 1865, Pisa: 1869.

(3) Marco Tangheroni, Famiglie nobili e ceto dirigente a Pisa nel XIII secolo, in I ceti dirigenti dell'età comunale nei secoli XII e XIII, Atti del convegno di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana (Firenze, 14-15 dicembre 1979), Pisa: 1982, pp. 323-346, in particolare p. 324.

(4) Ottavio Banti, Annotazioni circa la raccolta dei documenti riguardanti i rapporti esterni di Pisa nel Mediterraneo occidentale. Contributo per un Codice diplomatico della repubblica di Pisa, in "Anuario de Estudios Medievales", X (1980), pp. 823-827; Id., Il giuramento di pace con Genova di mille cittadini pisani (1188), in Studi storici in onore di Ottorino Bertolini, I, Pisa: Pacini, 1972, pp. 1-20; Id., I rapporti tra Pisa e gli stati islamici dell'Africa settentrionale tra l'XI e il XIV secolo, in Le ceramiche medievali delle chiese di Pisa, Pisa: 1983, pp. 11-26; Id., I trattati tra Genova e Pisa dopo la Meloria fino alla metà del secolo XIV, in Genova, Pisa e il Mediterraneo tra Due e Trecento. Per il VII centenario della battaglia della Meloria, Genova: Società Ligure di Storia Patria, 1984, pp. 349-366 ="Atti della Società Ligure di Storia Patria", n.s., XXIV/2 (1984); Id., I trattati tra Pisa e Tunisi dal XII al XIV secolo, in L'Italia e i paesi mediterranei, Pisa: 1988, pp. 43-74; Id., Il trattato tra Pisa e Ragusa del 1169 nel quadro dei rapporti tra Pisa e Costantinopoli e dell'antagonismo con Venezia nell'Adriatico nella seconda metà del secolo XII, in "Studi Livornesi", III (1988), pp. 15-25.

(5) Ottavio Banti, Annotazioni cit., p. 823.

(6) Bruno Moretti, I trattati stipulati dal comune di Pisa tra il 1293 e il 1337. Studio preparatorio dell'edizione del Codice Diplomatico del Comune di Pisa, tesi di laurea, relatore Ottavio Banti, Pisa: Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1967-68; Carla Burchielli, Studio preparatorio per l'edizione del codice diplomatico del Comune di Pisa (1032 maggio - 1150), tesi di laurea, relatore Ottavio Banti, Pisa: Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1968-69; Violetta de Fino, Studio preparatorio per l'edizione del codice diplomatico del Comune di Pisa (1152 novembre 18 - 1179 agosto), tesi di laurea, relatore Ottavio Banti, Pisa: Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1968-69; Giuseppe Vella, I trattati stipulati dal comune di Pisa tra il 1340 e il 1357. Studio preparatorio dell'edizione del Codice Diplomatico del Comune di Pisa (sulla base del codice 29 cc. 69-120 dell'Archivio di Stato di Pisa), tesi di laurea, relatore Ottavio Banti, Pisa: Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1968-69.

(7) Come ad esempio quella dell'edizione digitale del Codice Diplomatico Bresciano, visibilie all'URL <http://dobc.unipv.it/scrineum/CDB/>. Ovviamente le influenze del "mutamento digitale" nelle discipline umanistiche e in particolare in quelle storiche non si sono limitate alla disponibilità di strumenti più agili e utili per la diffusione della conoscenza: per una disamina della questione si legga Andrea Zorzi, Millennio digitale. I medievisti e internet alle soglie del 2000, in "Memoria e ricerca", 5 (gennaio-giugno 2000), pp. 199-211.

(8) Enrica Salvatori, "Boni amici et vicini". Le relazioni tra Pisa e le città della Francia meridionale dall'XI secolo agli inizi del XIV, Pisa, GISEM-ETS, in corso di stampa.

(9) Su questo linguaggio la bibliografia è ampia. Un'informazione sufficientemente completa la si può comunque trovare in rete nei siti <http://www.html.it/>, <http://www.xml.it/> e soprattutto <http://www.xml.com/>. In Italia, Maria Venticelli e Aldopaolo Palareti hanno quasi completato, con l'uso dell'xml e di database relazionali, l'edizione degli Statuti di Bologna del 1376. Il lavoro, presentato al VII Convegno del Comitato nazionale per gli studi e le edizioni delle fonti normative tenutosi a Ferrara nell'ottobre 2000, ha dimostrato con efficacia le enormi potenzialità di questo linguaggio nel campo dell'edizione documentaria.

(10) Sui principi dell'archivistica e della dilpomatica le citazioni sarebbero innumerevoli. Per brevità rimando ai celeberrimi testi di Giorgio Cencetti (Scritti archivistici, Roma: Centro di Ricerca, 1970) e ai saggi raccolti nel volume di Alessandro Pratesi (Tra carte e notai. Saggi di diplomatica dal 1951 al 1991, Roma: Società romana di storia patria, 1992). Uno dei maggiori diplomatisti italiani, Silio P.P. Scalfati, in un saggio del 1993, invita caldamente a superare "nel rispetto della struttura archivistica della documentazione, lo stadio dei sondaggi e censimenti parziali e settoriali e delle edizioni di codici diplomatici e di analoghe raccolte di carte pubbliche e private, estratte da archivi diversi e pubblicate allo scopo di documentare la storia politica e giuridica, sociale ed economica di un dato ente o di un borgo, città, regione, nazione, dinastia". Le motivazioni di un tale rifiuto sono chiarite dallo stesso autore: questo genere di imprese sarebbero infatti il "prodotto di una concezione erudita selettiva se non genericamente collezionistico-antiquaria, che ebbe grande sviluppo nel Settecento e secondo la quale erano degne di interesse storico soltanto o soprattutto le gesta e le vicende di grandi personaggi e di importanti istituzioni". In tempi più recenti tali raccolte avrebbero invece risposto a tendenze nazionalistiche della storiografia, tese "all'esaltazione del ruolo politico dei comuni cittadini italiani" (Silio P. P. Scalfati, Trascrizioni, edizioni, regesti. Considerazioni su problemi e metodi di pubblicazione delle fonti documentarie, in Id., La forma e il contenuto. Studi di scienza del documento, Pisa: Pacini, 1993, pp. 31-50, in particolare p. 49).

(11) Ettore Cau, Il piano di edizione delle fonti documentarie bresciane, in "Civiltà Bresciana", III, fasc. 3, luglio 1994, pp. 7-12, ora in "Scrineum", 1 (1999) <http://dobc.unipv.it/scrineum/CDB/saggi/Cau.htm>.

(12) L'operazione di "completamento" di un deposito archivistico tramite la raccolta di carte disperse appartenenti a una medesima istituzione ma conservate altrove è d'altronde già stato applicata dallo stesso Scalfati (Carte dell'Archivio della Certosa di Calci, 1: 999-1099, a cura di Silio P. P. Scalfati, Roma: 1977 (Thesaurus Ecclesiarum Italiae, VII, 17)) Allo studioso, inoltre, si devono i primi lavori italiani sul rapporto tra informatica ed edizione dei documenti: L'utilizzazione del calcolatore elettronico per lo studio degli atti pisani anteriori al secolo XII e Problémes de méthodes à propos des actes notariés de Pise, in Informatique et Histoire Médiévale. Communications et débats de la Table Ronde CNRS, organisée par l'École française de Rome et l'Institut d'Histoire Médiévale de l'Université de Pise (Rome: 20-22 mai 1975), Roma, 1977, rispettivamente alle pp. 107-116 e 251-252.

(13) La citazione è presa da Giovanna Nicolaj, Originale, autenticum, publicum: una sciarada per il documento diplomatico, in "Scrineum", 2 (2000) <http://dobc.unipv.it/scrineum/nicolaj.html> a cui rimando anche per la bibliografia di base elencata nelle note. Un utilissimo punto di riferimento potrebbe, nel caso pisano, essere il complesso delle scelte operate da Attilio Bartoli Langeli nella pubblicazione del Codice diplomatico del comune di Perugia. Periodo consolare e podestarile (1139-1254) [ 3 voll., Perugia, Deputazione di storia patria per l'Umbria, 1983-1985]. La raccolta comprende infatti documenti "tramandati in qualsiasi stesura, purché affidabile, in qualunque sede archivistica siano conservati", aventi come trait d'union il fatto che il comune "ovvero componenti costituzionali di esso, deve figurare tra le 'persone' del documento". Bartoli Langeli esclude "i documenti 'riguardanti' il comune ma ad esso non assegnabili diplomaticamente", mentre accoglie quelli dove compaiono "figure provviste di configurazione pubblica e funzione civile che, pur non facendo parte della struttura comunale erano ad essa collegate" (Ibidem, pp.XI-XII).

(14) Robert Darnton, Libri in Rete, in "La Rivista dei Libri", (1999), pp. 4-6.

(15) Per un panorama della questione si veda Paolo Paoletti, Informatica e fonti storiche, in "Scrineum", 1 (1999) <http://dobc.unipv.it/scrineum/paoletti.htm>.

(16) Allo stesso autore si deve inoltre un interessante disamina del rapporto, ancora insufficiente, tra diplomatica e nuove tecnologie. Cfr. Michele Ansani, Diplomatica (e diplomatisti) nell'arena digitale, in "Scrineum", 1 (1999) <http://dobc.unipv.it/scrineum/ansani.htm>.

(17) Raggiungibile all'URL <http://cibit.unipi.it/>.

(18) Si legga, oltre al contributo di Michele Ansani di cui alla nota 16, anche Krasten Uhde, Documenti in Internet - Forme di presentazione nuove d'antichi documenti d'archivio, in "Scrineum", 2 (2000) <http://dobc.unipv.it/scrineum/kuhde.htm>. Nel giungo 2000 si terrà a Firenze un workshop dedicato al rapporto tra studi medievali e mutamentio digitale organizzato dal Polo Informatico Medievistico dell'Università di Firenze e da "Reti Medievali" <http://www.storia.unifi.it/_PIM/Medium-Evo/default.htm>.

Enrica Salvatori


    Ultimo aggiornamento:
    11 febbraio 2010

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