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Francesca Santoni

Palazzi vecchi e nuovi: il fenomeno grafico tra Ravenna, Pavia e Milano (sec. VIII-IX)

Pubblicato in «Ravenna Studi e Ricerche», IX/1 (2002), pp. 115-136. Relazione presentata alla Giornata Tjaeder: Scrittura e storia a Ravenna (secoli V-IX). Un grande capitolo di storia della scrittura e di storia diplomatica a Ravenna. In ricordo di Jan Olof Tjaeder, Ravenna, Dipartimento di Storia e Metodi per la Conservazione dei Beni culturali, 26 maggio 2001.

La collaborazione di Jan-Olof Tjäder con la prima serie delle Chartae Latinae Antiquiores [1] fu lunga, felice e feconda. Fin dal III volume, pubblicato nel 1963 e relativo ai materiali conservati presso il British Museum di Londra [2], lo studioso svedese diede infatti avvio per le ChLA alla revisione e riedizione di quei papiri ravennati [3] compresi tra gli anni 445 e 700 ai quali già da tempo si andava appassionatamente dedicando con una magistrale edizione critica difficilmente suscettibile di correzioni [4], a parte qualche lettura o qualche datazione precisata o corretta nelle ChLA, o di miglioramenti, salvo forse, a giudizio dello stesso Tjäder, nella descrizione paleografica dei singoli pezzi, non sempre in quella sede così ampia e puntuale come lo studioso avrebbe desiderato [5] e che fu da lui completamente rielaborata.
Con il progredire della serie altri materiali furono destinati alle cure di Tjäder, che quindi editò per le ChLA, oltre a quei pochissimi papiri italiani di VIII secolo [6] che eccedevano il limite cronologico fissato per la sua edizione critica, anche numerose pergamene altomedievali italiane di provenienze disparate, cartulae di Milano, di Pavia, di Bergamo, della Tuscia e dell'Emilia, legate tutte dal filo rosso di una medesima scrittura, quella corsiva nuova che nell'Italia di età longobarda era la scrittura egemone in ambito documentario e con la quale Tjäder si era confrontato per anni nelle sue  molte ricerche.

Come si sa [7], dopo la trasformazione da maiuscola a minuscola della scrittura usuale romana nel III secolo, le forme alfabetiche di quella che felicemente è stata definita «minuscola primitiva» [8] vennero in breve tempo adattate ad un'esecuzione corsiva, rapida e legata, che tra IV e V secolo appare già uniformemente diffusa per tutte le provincie dell'Impero. Proprio quell'esito corsivo della minuscola usuale, d'abitudine definito «corsiva nuova», è ancora, per tutta l’Italia altomedievale, la scrittura caratteristica di coloro, notai o scriptores senza titolo, laici od ecclesiastici, che scrivono documenti per i privati, semplici cartulae e notitiae o documenti qualche volta di tono più formale; e in linea di massima è questa stessa scrittura che viene adoperata (naturalmente con esiti diversissimi, conseguenti da esecuzioni che spesso sono faticose ed elementari, opera di scriventi in grado di tracciare poco più che lettere costituite da tratti disarticolati) da coloro che quei documenti sottoscrivono senza qualificarsi professionalmente [9]. In questo mare magnum di testimonianze differenti per epoca e per provenienza, le considerazioni fatte in tono quasi casuale da Tjäder nel commento ad alcuni dei documenti altomedievali da lui pubblicati nelle ChLA possono servire da spunto per ulteriori riflessioni intorno al differente atteggiamento e ai differenti esiti (non esenti qua e là dall’influenza di qualche moda) della corsiva nuova nell'Italia dell'VIII secolo, che significa perciò l’Italia della piena epoca longobarda e della primissima età carolingia, dato che proprio con l'età carolingia lo straripante successo della 'nuova' minuscola, la carolina, inizierà ad influenzare anche le corsive documentarie, in alcuni casi premendo verso un'esecuzione più posata e leggibile (ad esempio allentando, o per così dire slegando, i legamenti più complessi e faticosi per l'occhio), e comunque avviando un processo che finirà per condannare la corsiva nuova italiana alla sclerosi e alla frammentazione in una miriade di soluzioni ibridate. Il campione che le Chartae Latinae Antiquiores ci offrono e sul quale condurre questa indagine, peraltro, è disomogeneo per quantità e per qualità, affidata com’è la sopravvivenza delle fonti scritte a una molteplicità di fattori, tra i quali il caso non è certo l’ultimo [10]: del resto, «Lavoriamo su frammenti», come ebbe a scrivere un po' sconsolato Luigi Schiaparelli nel Codice diplomatico longobardo, lamentando l'impossibilità di poter ricostruire appieno l'archivio privato del possidente longobardo Alahis [11].  Inoltre, le osservazioni di Tjäder stimolano a verificare i rapporti tra corsiva nuova italiana, nelle sue tante soluzioni locali, personali e talvolta, laddove vengano elaborate e consapevolmente adoperate tipizzazioni particolari, di scuola, con la corsiva nuova dei papiri di V-VII secolo, soprattutto con la cosiddetta corsiva nuova 'privata', per usare proprio la terminologia di Tjäder [12], cioè di quella usuale corsiva che, in buona sostanza e per citare le parole di Giorgio Cencetti, nella tarda antichità latina è «la scrittura degli affari, dei documenti, della corrispondenza ... e ... anche ... della cultura e degli studi, sia per la copia personale di libri … sia per gli scolii» [13], adoperata dai professionisti della scrittura e dagli scrittori non professionali, vera matrice e presupposto delle tante corsive nuove altomedievali. Ma in questo percorso di verifica e confronti uno spazio va riservato anche alla corsiva tardoantica che Tjäder definisce di tipo ‘ufficiale’, studiata negli ultimi cinquant’anni (solo per fare alcuni nomi) da Mallon, da Cencetti o dallo stesso Tjäder [14], la scrittura delle amministrazioni locali cioè, degli officia e di quei soggetti che erano con tali officia in rapporto continuo, una scrittura che può oscillare tra soluzioni ora più ora meno tipizzate e solenni. In questo ambito, dopo la ben nota costituzione del 367 con la quale gli imperatori Valentiniano e Valente proibirono alle cancellerie provinciali l’uso delle litterae caelestes, d’allora in poi tassativamente riservate alla cancelleria imperiale [15], all'apice della formalizzazione calligrafica si collocano le scritture delle cancellerie provinciali dell'Impero, nelle quali la corsiva ordinaria viene modificata allo scopo di conferirle solennità, ma anche riconoscibilità, e quindi, in qualche misura, autenticità, come crisma di una buona e certa provenienza di quella scrittura dagli ingranaggi del complesso meccanismo burocratico dell’Impero. Naturalmente, al fianco di soluzioni di tono così elevato esiste una molteplicità di soluzioni intermedie, generate sempre dall’adattamento alle esigenze e alla pratica d’ufficio delle litterae communes, alle quali vengono impressi caratteri che possono variare dal raddrizzamento dell’asse della scrittura all’accentuazione della rotondità degli occhielli, dall’allungamento esagerato delle aste al gusto calligrafico per il ghirigoro, il ricciolo, il contorcimento dei tratti, secondo linee di tendenza generali efficacemente messe in evidenza da Giorgio Cencetti in una famosa lezione spoletina del 1961 [16] e comuni a tutte le scritture che abitualmente raggruppiamo sotto la generica definizione di cancelleresche. Perciò, ad illustrazione e a termine di confronto per le caratteristiche che andremo riconoscendo nelle corsive altomedievali, si possono assumere come campione puramente esemplificativo alcuni papiri ravennati databili tra la metà del VI e l’VIII secolo [17], ai quali si può inoltre aggiungere, come esempio di scrittura estremamente solenne, il celeberrimo Papiro Butini, conservato a Ginevra ma di origine italiana e redatto a metà del VI secolo nella scrittura della cancelleria di un comes sacri stabuli forse identificabile con Giovanni il Sanguinario, magister militum di Giustiniano [18]. L’esempio altomedievale dal quale prendere le mosse è una cartula vinditionis commentata da Tjäder nel XXVII volume delle Chartae Latinae Antiquiores [19]. Il documento venne rogato a Pavia nel marzo 769 dal chierico e notaio Martino per la clarissima femina Natalia, figlia del defunto Gisulfo [20], uomo ricco e di nobile schiatta, che era stato strator del re, o, per usare il termine longobardo, marpahis, letteralmente l’addetto alla cavalcatura del sovrano, ma piuttosto una sorta di scudiero con un ruolo di prestigio che lo poneva a diretto contatto con la persona del re. Natalia, con il consenso del marito Adelper, che è antepor (cioè membro del seguito) della regina Ansa, vende alcuni beni ad Anselberga, figlia di Ansa e di re Desiderio, badessa del monastero di S. Salvatore a Brescia; tra i sottoscrittori al documento, sia autografi sia per signum [21], oltre al marito della donna, figurano Arechi qui fuit gastaldus [22] di Bergamo, i gasindi della regina Alperto e Gisolfo da Castelseprio, Arioald gasindio del re e Gunpert notarius regiae potestatis, cioè personaggi non solo chiaramente appartenenti alla élite longobarda ma addirittura legati all’entourage del sovrano stesso [23]. Il documento, accuratamente impaginato dallo scrittore, è in una corsiva fluida ed elegante, ricca di inflessioni cancelleresche, ad es. nell’atteggiamento rigidamente diritto delle lettere, che in qualche misura la accomuna alla scrittura solennemente impostata del Papiro Butini di due secoli e mezzo prima [24], o negli eleganti svolazzi delle aste discendenti. La scrittura sembrerebbe eseguita con una penna particolarmente flessibile, che consente un raffinato gioco chiaroscurale tra tratti spessi e tratti assai sottili, al quale il chierico e notaio Martino indulge quasi con compiacenza, facendone una delle caratteristiche più significative della sua scrittura; meno probabile, sebbene non del tutto da escludersi, l’uso di una penna mozza o a punta tronca, strumento scrittorio non abituale per gli scrittori di carte, ma che potrebbe lasciar supporre per uno scrittore dell'eleganza di Martino una pratica di scrittura legata anche al mondo del libro. Descrivendo nei particolari la corsiva di Martino, Tjäder rileva la presenza costante di caratteri che ben si intonerebbero con la corsiva nuova dei papiri tardoantichi: le lettere e ed r sono, per adoperare le parole dello studioso, «perfettamente conformi alle regole vigenti nei secoli V-VII», ovvero assumono una forma specifica a seconda della forma e del tratteggio della lettera seguente, con la quale legano [25]; la lettera q, di dimensioni piuttosto grandi, assume in legatura con e o t precedente una forma semplificata «nota anche ai papiri ravennati dei secoli V-VII» [26]; tipiche e assai frequenti le a alte verticalizzate sul rigo [27], comunissime nella corsiva tardoantica [28], ma, a giudizio dello stesso Tjäder, piuttosto rare nelle carte dell’VIII secolo [29]. A queste osservazioni, già suggestive, si può aggiungere l’uso sicuro e spontaneo di legature anche complesse, testimonianza di un’abilità non comune; l’asta discendente di p, con piccolo occhiello ovale, e quella di q, che ha invece occhiello grosso e rotondo ma coda più corta rispetto a p, guarnite all’estremità da un trattino orizzontale orientato verso destra; le aste ascendenti raddoppiate e slanciate; la x col secondo tratto prolungato molto al di sotto del rigo e anch'esso raddoppiato. E in parallelo c’è pure da considerare come il formulario adoperato da Martino riecheggi di termini colti e di antica tradizione, come il ricordo della vacua possessio, e che le formule di sottoscrizione di due dei testimoni, autografe ma plausibilmente dettate dallo stesso notaio [30], riproducano il modello delle sottoscrizioni testimoniali poste in calce ai papiri di età tardoantica, strutturate come una sorta di piccolo chirografo nel quale il testimone attesta di aver preso parte o di aver veduto compiersi le fasi salienti del negozio documentato. Quello di Martino non sembra essere stato un esempio isolato: dieci anni prima, sempre a Pavia e sempre in relazione con il gruppo familiare dello strator Gisulfo, e perciò ancora con una ‘committenza’ di alto livello, il notaio regiae potestatis Audo aveva rogato una pagina manifestationis (definita semplicemente come cartula nella formula di completio) relativa ad una vendita [31], adoperando una abilissima corsiva nuova forse meno sensibile a suggestioni di tipo cancelleresco rispetto a quella di Martino e meno ortodossa rispetto ai modelli tardoantichi, in specie per le forme di e, ma pure molto vicina ad essi, con legamenti fluidi e disinvolti e aste slanciate e raddoppiate, a alta specie se in legamento con t, p e q nelle forme e con gli abbellimenti sopra descritti, x con il secondo tratto vistosamente prolungato. Un particolare interessante si può osservare nell’abbreviazione a festone per s(upra)s(crip)tus/-a/-um composta dalle lettere sst + desinenza [32], nella quale il secondo tratto della seconda s si annoda, appunto formando una sorta di complicato fiocco, con il segno abbreviativo legato al primo tratto di t, testimonianza della peculiare evoluzione corsiva di un'abbreviazione adoperata d'abitudine nei papiri [33] che sembrerebbe figurare soltanto in alcune carte altomedievali lombarde e nelle coeve carte ravennati [34]. Il notaio regio Audo probabilmente non è identificabile, come propone sia pure dubbiosamente Bresslau [35], con l’Audoald che redige due diplomi per re Desiderio [36], ma non si può escludere una sua relazione con la produzione di praecepta regi, dato che, indotto probabilmente dall’alto rango dei personaggi coinvolti nel negozio, sposta la formula di datazione dal protocollo, dove di norma è collocato nelle carte private, alla fine del testo, come appunto è prassi comune nei diplomi; e pure Audo, come Martino, adopera termini ed espressioni tipiche della prassi documentaria tardoantica e consuete nei papiri ravennati, come il riferimento al saccolo del compratore dal quale viene tratto il prezzo della vendita [37]. La vitalità del rapporto tra corsiva di età tardoantica e corsiva nuova italiana altomedievale e la persistenza in quest'ultima di elementi grafici comunissimi nella scrittura dei papiri di V-VII secolo, ma di sapore raffinato e 'antico' nell'VIII, sembrano confermate se si allarga l'orizzonte dell'indagine a testimonianze di altre provenienze, distribuite lungo un asse geografico forse non casuale, anzi da porre probabilmente in relazione con la dislocazione delle sedi prime e principali del potere regio longobardo, spesso coincidenti con centri politico-istituzionali e culturali ancora di primissimo livello durante gli ultimi sussulti dell'Impero in Italia o durante l'età gotica [38]. Non sembrerebbe però che l'indagine, partita dal cuore del Regnum longobardo, si possa fruttuosamente allargare verso occidente: le testimonianze documentarie per il Piemonte sono numericamente scarse e dal punto di vista grafico suggeriscono tenui legami con la corsiva dei papiri, con un'unica eccezione per un notaio Gulverissi, autore, in un latino deplorevole, di due documenti rogati in zona di Asti, una noticia cummudacionis del 792 per il gastaldo regio Sunderulfo e una vendita nell'812 [39], il quale adopera una corsiva, caratterizzata dal frequente impiego di a alta e verticalizzata, molto simile a quella di Audo e di particolare spicco tra quelle dei suoi contemporanei, tanto da far sospettare una sua educazione non locale. La situazione sembra però assai differente se ci si dirige verso oriente, seguendo le direttrici di strade importanti, da Pavia, posta sul Ticino presso l'asse di quella che poi sarà la via Francigena e dove giungevano le strade che portavano dalla regione renana in Lombardia, all'asse della via pedemontana che passa per Milano, Bergamo e Brescia, fino allo snodo di Verona. Lì la via pedemontana si incrocia con la via Postumia, che va verso Aquileia e i collegamenti con la Pannonia e la Dalmazia, secondo il nuovo tracciato medievale spostato leggermente a sud rispetto a quello romano, fino a toccare Treviso, quella stessa via Postumia che, percorsa in senso inverso, aveva in un primo momento favorito la penetrazione in Italia dei Longobardi di Alboino per poi essere abbandonata, nell'avanzamento delle truppe verso occidente, per la difficoltà di affrontare l'ampia zona paludosa che si estendeva intorno all'alveo del Po [40]. Oppure si può ripartire da Pavia scendendo verso sud fino a Piacenza, dove la via Postumia incrocia la via Emilia e il corso del Po, in uno snodo cruciale che porta verso i valichi appenninici per la Tuscia e la via Cassia (e, di lontano, si indovina in fondo al percorso Roma), o si volge in direzione dell'Adriatico e di Ravenna. A Milano, come si sa, l’arrivo dei Longobardi di Alboino aveva indotto il vescovo Onorato e gran parte del clero alla fuga a Genova, da dove il presule era rientrato già verso la metà del VII secolo, dopo la conquista longobarda della Liguria. A Milano, che è ancora un enigma per quanto riguarda la produzione di codici (come ha ribadito di recente Guglielmo Cavallo [41]), poiché le prime testimonianze certe non sono anteriori all’inizio del IX secolo e non mostrano una cultura grafica particolarmente elevata, per quanto riguarda la scrittura delle carte però si possono osservare, frammisti a corsive nuove tipicamente altomedievali, prive di particolare grazia o di caratteri come quelli su descritti, esempi efficacemente comparabili con quelli pavesi. Spicca, in particolare, il più antico documento milanese che ci sia stato conservato in originale, una carta di vendita (anzi, per adoperarne il linguaggio, un dogomentum [42] venditionis) del giugno 725 [43]. Il notaio Faustino adopera una corsiva elegantissima, dal tratto sottile, legata e veloce, piuttosto inclinata a destra, caratterizzata dall'uso frequente di a verticalizzata e di u alta [44], con p e q nelle forme già segnalate; da notare l'uso dell'abbreviazione per c(um) costituita da una c seguita da un comma ondulato e prolungato sotto il rigo come nella nota antica [45], e, nella parola signum, il legamento tra le lettere s e g, con i racchiusa nel grande arco che il legamento spontaneamente forma, che, adoperato già nei papiri, rimarrà una caratteristica perdurante della corsiva nuova dei tabellioni di Ravenna fino almeno a tutto l'XI secolo [46]. Anche Faustino è un notaio regiae potestatis, come il pavese Audo, e si mostra aggiornatissimo sull'evoluzione della normativa, poiché fa esplicito riferimento al capitolo relativo ai negozi intrapresi da donne emanato da Liutprando neanche quattro anni prima [47]: forse con la sua qualifica si può porre in relazione, oltre al tipo di scrittura adoperata, anche l'uso di un formulario colto, declinato in senso 'romano', nel quale spicca ad esempio la praescriptio, cioè quella formula, posta all'inizio del testo, che suona Scripsi ego ... rogatus ab ..., con la quale il notaio dichiara di aver scritto in prima persona il documento su richiesta dell'autore, adoperata dai tabellioni di età tardoantica ma che trova i suoi precedenti già nei chirografi dell'età classica, quando siano scritti da un terzo su richiesta e per conto di un analfabeta [48]. Qualche decina di anni dopo, merita di essere segnalata anche la pagina iudicati redatta per il dovizioso Totone di Campione [49] da un Tommaso scriptur, noto solo attraverso questa testimonianza, che adopera una corsiva elegante, esperta, sebbene meno ortodossa rispetto al modello tardoantico (in specie per le forme di e e di r), con a verticalizzata che lega sempre con la lettera seguente, q con occhiello aperto e semplificato e u ridotta [50], c iniziale ingrandita e prolungata sotto il rigo da confrontare con l'analoga forma presente nei papiri [51], e con il legamento sg nella parola signum; da notare, ad es. nella sequenza dom(ni) Thomae, r. 19, il segno di abbreviazione per dom(ni) rappresentato da un vistoso ricciolo che lega con la t iniziale della parola seguente prolungandosi poi verso sinistra. A Bergamo, i pochi documenti superstiti per l'VIII secolo dimostrano, pur senza l'eccellenza constatata per altre città, la vitalità di una tradizione scrittoria di buon livello padroneggiata da notai come il chierico Gaff [52], che nel 773 si qualifica orgogliosamente notario publico Bergomates, o come il prete Radoald [53],  che adoperano corsive forse non sempre elegantissime, serrata e legata il primo, più tondeggiante e di modulo più ridotto il secondo, ma pure con le caratteristiche aste slanciate e raddoppiate, con e e r nelle forme obbligatorie consuete nei papiri di V-VII secolo, con p e q nelle forme descritte sopra, con il legamento sg per la parola signum. A uno scrittore bergamasco potrebbe pure ascriversi la ben nota copia coeva del diploma di Astolfo del 755 [54], considerata per lungo tempo l'unico praeceptum originale di un re longobardo: chi ha copiato il documento ha comunque adoperato una corsiva abile, svelta, di buona tradizione, con la a alta, grandi x eseguite in un solo tempo, con le code di i in legamento vistosamente allungate, come pure esageratamente ingrandita e prolungata sotto il rigo è la c nel legamento con [55], una scrittura forse non propriamente 'solenne' ma nemmeno priva di un'impronta cancelleresca, come si vede anche dal gusto per il chiaroscuro che è elemento relativamente diffuso ma comunque d'élite. Per Brescia invece, la Flavia Brexia amata da Desiderio, città di fondamentale importanza dal punto di vista strategico per il controllo degli equilibri politici nell'Italia padana, che per Paolo Diacono magnam semper nobilium Langobardorum multitudinem habuit [56], non possediamo originali dell'VIII secolo, ma due carte dei primissimi anni del secolo successivo ci fanno sospettare l'adozione, da parte di alcuni notai, di una corsiva analoga a quella già vista a Pavia e Milano. Manipert e Martino, autori di un documento a testa nell'806 e nell'807, adoperano infatti una corsiva molto diversa rispetto a quella dei loro colleghi [57], ricca di legature risolte con freschezza e con gusto calligrafico, con aste ascendenti alte e slanciate e code discendenti, specie delle i in legamento, lunghe e ondulate, con uso assai frequente e caratteristico di a aperta e alta sul rigo, con p e q nelle forme già descritte, con il tipico legamento sg; a questa tendenza grafica sembrerebbe riferirsi, ancora nel maggio 838, anche Ghisulfo, notaio del conte franco di Brescia Adalghisi [58], che redige un solenne placito presieduto, oltre che dallo stesso conte e da un messo del pontefice, da Witgario vescovo di Torino, già cancelliere di Lotario I.

Proseguendo l'itinerario verso oriente, anche Verona, antica sede regia di Teodorico e prima capitale dei Longobardi, non conserva documenti in originale per l'epoca che qui interessa, ma, a giudicare dai primi originali rogati in città, il più antico dei quali dovrebbe risalire all'809 [59], la scrittura delle carte sembra oscillare tra una corsiva di non elevato livello, prossima quasi alla sclerosi, e una vigorosa, elegante minuscola non priva di calligraficità, con interessanti analogie con la minuscola retica dei documenti sangallesi e che, in qualche esempio, sembra recare qualche influenza insulare; una scrittura, forse da porre in relazione con l'incisiva presenza a Verona, nell'ultimo ventennio del secolo VIII, del vescovo Egino, di nobile ascendenza alamanna e legato al monastero di Reichenau, che andrebbe indagata in controluce rispetto alle attività e alla produzione manoscritta dello scriptorium episcopale durante il secolo IX. In compenso, gli archivi veronesi conservano la documentazione più antica di Treviso, sede di ducato di particolare spicco per la sua posizione strategica e militare sul confine con il territorio controllato da Venezia. È stranoto il passo di Paolo Diacono [60] nel quale si racconta come Alboino, rex largissimus, avrebbe confermato al vescovo di Treviso Felice tutti i beni della sua Chiesa con un pracmaticum, evidentemente un documento solenne che sarebbe ragionevole pensare prodotto non certo dalla cancelleria del re ma piuttosto da un qualche scriptor del vescovo; e a Treviso, nell'VIII secolo, colpisce la scrittura di rogatari come Teodaldo, che nel 772 redige una vendita [61], ove figura come compratore il gastaldo Ermuald, in una corsiva vivace, ricca di legature, con frequente uso di a alta e la forma semplificata di u nel gruppo –que [62], o come l'anonimo scrittore di una carta di donazione per il chierico Felice nel 780 [63], che mostra una padronanza professionale di una corsiva fluida, regolare, con molte delle particolarità già osservate, tra cui anche la nota antica per c(on), coniugata con una buona conoscenza della prassi giuridica, in tempi di coabitazione tra individui viventi secondo diritti diversi, poiché sottolinea come il versamento del launegild al chierico Felice, autore della donazione, sia avvenuto quamquam Romane legibus subiectus set. Lungo il versante adriatico, all'altro capo del percorso, termine di paragone obbligato per un'indagine sulle corsive altomedievali è naturalmente Ravenna, con i territori che ad essa facevano riferimento, in particolare quelli che componevano la sua provincia ecclesiastica; se ne può assumere ad esempio [64] la brillante corsiva di Calvenzio in una carta imolese del 783 [65], nella quale la tradizione tardoantica si riflette in elementi già sottolineati (uso abbondante di a alta, forme di p/q, di e e di r, aste e code lunghe, la nota antica per c(um), l'abbreviazione s(upra)s(crip)tus/-a/-um annodata a fiocco come in Audo), elementi che si riscontrano facilmente anche nelle carte ravennati del secolo IX e oltre. Ma a Ravenna, che vive nell'alto medioevo una orgogliosa alterità rispetto al Regnum longobardo almeno fino alla conquista da parte di Astolfo nel 751 e dove le scritture dei notarii della cancelleria arcivescovile e dei tabelliones cittadini mostrano con tanta evidenza il filo ininterrotto con la scrittura dei papiri, proprio questo legame col passato, così testardamente preservato e forse coltivato quasi a blasone culturale ed elemento di identità locale rispetto al resto d'Italia, finirà per diventare elemento di chiusura e quasi morta spoglia di un glorioso passato, tanto che ancora nel secolo XII la scrittura delle carte ravennati sarà ancora, in apparenza, la corsiva nuova, ma un corsiva nuova esausta, priva di spontaneità e per giunta 'disegnata' tratto per tratto, una sorta di monstrum che idealmente contraddice l'essenza stessa della corsività [66].

Se si ritorna verso ovest lungo la via Emilia, il territorio di Piacenza è ben noto per le peculiarità del formulario adoperato in numerose carte di vendita, legato a modelli pregiustinianei risalenti al vecchio istituto romano della mancipatio e analogo a quello che si riscontra nelle tavolette algerine del V secolo o, ancora prima, in quelle transilvaniche del II, e che forse rimonta a precedenti ercolanesi [67]. Proprio questo formulario è adottato anche dal prete Peredeo, un vir clarissimus che si definisce semplicemente scriptur nella completio dell'unico documento di suo pugno che possediamo [68] e che intesse nel formulario arcaizzante della mancipatio concetti tutti romani come quello di praedia rustica (in opposizione ai praedia urbana), pressoché ignoto nell'alto medioevo, o ancora sostituisce la consueta formula di defensio con quella di evizione, propria appunto delle mancipationes, e con la stipulatio dupli, correttamente risolta secondo il modulo dialogico previsto dal diritto romano. Peredeo scrive in una corsiva diritta, di evidente discendenza da modelli tardoantichi, con un gusto spiccato per il chiaroscuro che sembrerebbe caratteristico anche di altri ambienti elevati e che in qualche modo lo apparenta con il Martino chierico e notaio di Pavia già menzionato in precedenza.

Se poi si traversa l'Appennino, scendendo verso la Tuscia orientale lungo una dorsale che tocca quelli che furono i più antichi insediamenti longobardi nella regione ed è costellata di monasteri famosi [69], analoghe tendenze grafiche risaltano nelle scritture di notai pistoiesi come Tacuald, che nel luglio 726 scrive una carta di vendita dove, come compratore, figura quel Gaiduald medicus regie potestatis [70] che una quarantina d'anni dopo fonderà il monastero di S. Bartolomeo proprio sulle terre acquistate in questa occasione e, come testimone, tra chierici e viri devoti, anche un gastaldo. La corsiva dello scriptor Tacuald è rapida, inclinata verso destra e ricchissima di legamenti: risaltano le solite a alte, le grandi x, la u semplificata e alta in legamento con e, l'antica nota per c(um) [71]; ed inoltre, nel formulario si può ancora riconoscere il modello romano-ravennate, con la praescriptio in apertura del testo, con espressioni derivate dall'antica mancipatio e il riferimento alla vacua possessio [72]. Ma già poco più di cinquanta anni dopo, un'altra testimonianza pistoiese come quella dello scriptor Gautpert [73], pure se di buon livello e con accenti cancellereschi, testimonia di un'evoluzione della corsiva verso forme più rigide e diritte, meno legate e dal sapore più 'altomedievale', dove il tratteggio delle lettere non corrisponde più in modo coerente alle regole della corsiva tardoantica. Un po' differente è il discorso per il triangolo Siena-Chiusi-Sovana: qui, in una documentazione che si è conservata abbondante, esempi che tradiscono la dipendenza dal modello dei papiri tardoantichi non mancano, ma l'esecuzione di queste scritture sembra a volte faticosa e inelegante, in linea di massima poco sensibile ad istanze di tipo cancelleresco e di livello 'alto', come per Gaidilapu, che redige nel 746-747 una carta di vendita [74] in una scrittura non calligrafica, ma ancora sostanzialmente rispettosa delle forme tardoantiche di e e di r (sebbene la rigidità del canone si sia già allentata e ammetta in quest'epoca soluzioni alternative, come la e con legatura interna [75]), e adopera, oltre alla praescriptio, la formula sub stipulatione spunsioneque interposita, che, ereditata dai papiri e adoperata dai notai longobardi senza costanza e con scarsa frequenza, finirà per fissarsi nel formulario della charta altomedievale dopo l'arrivo dei Franchi, in virtù di peculiari intrecci tra prassi e logiche giuridiche vecchie e nuove studiati di recente da Giovanna Nicolaj [76]. Altri esempi ci vengono dalla scrittura, esasperatamente corsiva nel ductus, ma irregolare e scarsamente incline a preziosismi grafici, del notaio Domnulinus di Chiusi [77], il quale, pur non avendo sempre chiare le differenze tra le varie forme di e e di r, padroneggia egregiamente il sistema tardoantico delle legature, e conserva lui pure nel suo formulario praescriptio e formula stipulatoria; o ancora di Ferruccio, notaio a Toscanella nel 768 [78], che adopera, oltre alle forme già descritte di p e q (quest'ultima con occhiello aperto), u semplificata e alta in legamento ed anche un segno abbreviativo costituito da un ricciolo che lega con il primo tratto di una c seguente, già presente nella scrittura dei papiri e di uso comune, in età medievale, quasi soltanto nelle carte di Ravenna o del ravennate [79]. Sul finire del secolo VIII, già in età carolingia, si incontrano invece scriventi che uniscono ad una sicura padronanza di una corsiva nella quale si riconoscono ancora i tratti di una tipizzazione all'antica (nelle a alte, nelle forme di e, di r, di x, di p e di q e in alcuni legamenti) il chiaro intento di imprimere ad essa una nota di solennità, come nell'ultimo decennio del secolo Ermenperto notaio o Grisiperto prete, l'uno scrittore di una cartula cummutationis per il gastaldo Occhini [80], l'altro di una donazione in favore di S. Salvatore di Monte Amiata [81], nella quale spicca la scrittura ingrandita e tondeggiante della completio, per la quale si sarebbe tentati di invocare la derivazione da modelli cancellereschi.

Esaurito questo veloce e parziale giro d'orizzonte, sembrerebbe che in Italia centrosettentrionale, apparentemente in ambienti 'alti' non di rado identificabili con le più alte sedi del potere istituzionale longobardo, sia stata adoperata una corsiva nuova (si passi il bisticcio) all’antica, una corsiva cioè nella quale sono ancora vitali caratteri tipici delle corsive usuali tardoantiche, spesso con esiti di sorprendente spontaneità e freschezza, in esempi diffusi lungo assi geografici e stradali che tagliano da ovest a est l'Italia settentrionale e che portano verso sud lungo il crinale della Toscana orientale. E sembrerebbe anche che tali corsive siano per larga parte adoperate proprio da quei rogatari che prediligono e adoperano un formulario ricco di echi romano-ravennati, che suona, in quel torno di decenni, più 'colto' di quello corrente. Difficile dire se e quale influenza possano aver avuto sulla vitalità di questi modelli scrittorii il lungo periodo di stabilità coincidente con il regno liutprandeo, o il legame, ideale e profondamente sentito, dei re Longobardi con Ravenna, corte imperiale italiana per antonomasia e modello ispiratore da cui trarre immagini di regalità raffinata e maestosa, magari anche attraverso la spoliazione di marmi e mosaici da trasferire là dove il potere si andava dotando di nuove sedi e nuovi apparati. In un primo tempo avevo pensato che una delle conseguenze della caduta di Ravenna nel 751 in mani longobarde potesse essere stata la circolazione nel Regnum proprio di scriptores ravennati e che grazie a loro, al loro impiego, magari limitato ai centri principali, la tradizione grafica corsiva fosse stata rinverdita; ma ora non mi sentirei più di avanzare ipotesi del genere, avendo constatato che dopo il 751 non si osserva una tendenza alla ripresa di scritture di antica tradizione, che invece si mostrano ben vitali nel Regnum anche prima di quella data. E osservando le peculiarità di queste corsive, come si è visto adoperate spesso in contesti quasi ufficiali e a volte in ambienti in stretta connessione con il Palatium, si potrebbe forse riproporre il problema della scrittura dei praecepta regi longobardi, tema certamente non nuovo. Ormai quarant'anni fa, in un'appassionante discussione spoletina tra Carlo Guido Mor, Giorgio Cencetti e Alessandro Pratesi [82], Cencetti, che pure riteneva che i re longobardi, privi di una cancelleria organizzata, fin dai primi tempi si servissero per la loro documentazione di notai scelti tra gli scrittori di carte per i privati e non tra il personale delle antiche cancellerie provinciali o delle curie municipali [83], chiedendosi a quale cancelleria italiana avrebbe potuto eventualmente appigliarsi nel VI secolo la regalità longobarda, allo stato nascente e bisognosa di simboli concreti di potere e prestigio quali una scrittura solenne e ben riconoscibile, puntò sulla cancelleria milanese del vicarius Italiae, nell'ipotesi che non tutti i funzionari ne fossero fuggiti insieme al vescovo: proprio a quella Milano dove, fin dalle prime testimonianze disponibili, risulta ben viva nella pratica degli scrittori di carte la corsiva 'all'antica'. E allora, scartando l'idea di Tjäder che la scrittura dei diplomi longobardi fosse in qualche misura rapportabile a quella del Papiro Butini [84], bisognerebbe immaginare una relativa semplicità formale dei diplomi regi [85], redatti in una corsiva non troppo distante, in fondo, da quella svolazzante adoperata per la copia bergamasca del diploma di Astolfo del 755, da uno scrittore lombardo cioè avvezzo a tipizzazioni ‘alte’ della corsiva, anche se non necessariamente nell’ambito di una cancelleria, forse solo immaginaria.


[1] Chartae Latinae Antiquiores. Facsimile-edition of the Latin Charters prior to the ninth Century, ed. by A. Bruckner and R. Marichal, part I-XLIX, Olten & Lausanne - Dietikon-Zürich 1954-1998 (da qui in avanti ChLA). La seconda serie, dedicata ai documenti del IX secolo, è iniziata nel 1997 (Chartae Latinae Antiquiores. Facsimile-edition of the Latin Charters, 2nd series, Ninth Century, ed. by G. Cavallo and G. Nicolaj, part L-     , Dietikon-Zürich 1997-    , da qui in avanti ChLA2) e ad oggi ne sono apparsi dieci volumi. Nella prime serie i documenti sono numerati a catena, mentre nella seconda serie si è prevista una numerazione autonoma per ciascun volume: si rinvia perciò con il semplice numero d'ordine ai documenti pubblicati nella prima serie, mentre per quelli della seconda serie si indica anche il numero del volume.

[2] Per il quale Tjäder, «the eminent authority on Ravenna papyri» (così A. Bruckner nella Prefazione al volume), fu autore di trascrizione e commento di ChLA 181, 198 e 199, tre papiri di VI e VII secolo (rispettivamente PP. Tjä. 35, 41 e 46).

[3] L'espressione 'papiri ravennati', per adoperare anche qui una definizione diffusissima e non del tutto priva di ragioni, è in realtà soltanto una definizione di comodo, che si limita esclusivamente a sottolineare l'origine ravennate della stragrande maggioranza dei pochi papiri documentari italiani superstiti per l'epoca tardo antica (talmente pochi che tra VI e VII secolo si può far conto soltanto su una trentacinquina di pezzi, sparpagliati in luoghi di conservazione diversi, primo fra tutti la Biblioteca Apostolica Vaticana che ne conserva quasi la metà del totale), senza minimamente sottointendere una qualche loro peculiarità, di scrittura o di formulario, rispetto ai tanti altri instrumenta redatti dai tabellioni delle grandi città italiane o insinuati nei volumina dei gesta municipalia delle diverse curie secondo procedure in tutto analoghe tra loro, che non sono sopravvissuti fino a noi.

[4] J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri Italiens aus der Zeit 445-700, I, Papyri 1-28, e III, Tafeln, Lund 1954-1955; II, Papyri 29-59, Stockolm 1982. Come lo stesso studioso svedese ricorda (J.-O. Tjäder, Latin Palaeography in Sweden after the Second World War, with a short Appendix on Latin Diplomatics, in Un secolo di paleografia e diplomatica (1887-1986). Per il centenario dell'Istituto di Paleografia dell'Università di Roma, a cura di A. Petrucci e A. Pratesi, Roma s.d. [ma 1988], p. 285), l'edizione dei Papyri, cui si dedicò per quasi un trentennio, nacque dalla sua tesi di dottorato in Filologia classica, iniziata alla fine degli anni '40 del secolo scorso, nell'attendere alla quale il suo interesse si estese (grazie anche alle suggestioni e agli stimoli in lui suscitati dalle lezioni di Giulio Battelli presso la Scuola Vaticana di Paleografia) dalla lingua dei papiri alla loro scrittura.

[5] Nonostante lo spazio da lui destinato all'analisi della scrittura e della lingua dei papiri fosse in verità considerevole (cf. J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen cit., I, pp. 86-165); inoltre il tema fu in seguito oggetto di numerosi studi nei quali Tjäder affrontò specifici argomenti e problemi, tra i quali senza dubbio da ricordare La misteriosa "scrittura grande" di alcuni papiri ravennati e il suo posto nella storia della corsiva latina e nella diplomatica romana e bizantina dall'Egitto a Ravenna, in «Studi Romagnoli», 3 (1952), pp. 173-221; Considerazioni e proposte sulla scrittura latina nell'età romana, in Palaeographica, Diplomatica et Archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, I (Storia e letteratura. Raccolta di studi e testi, 139), Roma 1979, pp. 31-62; Some Ancient Letter-Forms in the Later Roman Cursive and Early Mediaeval Script and the Script of Notarii, in «Scrittura e Civiltà», 6 (1982), pp. 5-21; Later Roman (Common) Script. A Tentative Definition in Anticipation of forthcoming Monograph, in Calames et cahiers. Mélanges de codicologie et de paléographie offerts à Leon Gilissen (Les publications de «Scriptorium», IX), Bruxelles 1985, pp. 167-199.

[6] Cf. ChLA 722, copia della metà dell'VIII secolo di una chartula donationis rogata a Ravenna da un anonimo tabellione; ChLA 877, un instrumentum venditionis scritto nella prima metà del secolo VIII da Urso adiutor del tabellione ravennate Benenato; ChLA 881(P.Tjä. 45), frammento della copia di una petizione di enfiteusi rivolta alla Chiesa di Ravenna redatta a metà VIII secolo.

[7] Si riassumono qui nel modo più elementare concetti talmente conosciuti che è probabilmente sufficiente rinviare alla migliore manualistica disponibile, e in particolare alle limpidissime pagine di G. Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, rist. a cura di G. Guerrini Ferri con indici e aggiornamento bibliografico, Bologna 1997, pp. 63-86 [62-77].

[8] «[...] sempreché [...] tali denominazioni s'intendano corrispondere non a una scrittura tipica e governata da regole precise ma a un insieme di scritture individuali con tendenze comuni»: così, lucidamente, G. Cencetti, Lineamenti cit., p. 69 [67].

[9] Sulle scritture «di base» adoperate dai sottoscrittori dei documenti altomedievali, nelle quali appunto sono riconoscibili i connotati di «quella minuscola comune di origine antica, che costituisce il sostrato comune a tutte le minuscole librarie e documentarie posate, semicorsive e corsive in uso fra VII e VIII secolo» e che è, ancora nella seconda metà del secolo VIII, la base dell'insegnamento scrittorio v. A. Petrucci, Alle origini dell'alfabetismo altomedievale, in A. Petrucci - C. Romeo, «Scriptores in urbibus». Alfabetismo e cultura scritta nell'Italia altomedievale, Bologna 1992, pp. 26 e 29-30.

[10] Basti pensare che nelle ChLA, a fronte di due soli documenti per l'intera Italia meridionale, o della ventina scarsa di carte per città come Milano, Piacenza o Pisa, o ancora dell'assenza di testimonianze veronesi, sta, poderosissimo, il gruppo delle pergamene lucchesi, che conta quasi 300 pezzi.

[11] Cf. Codice diplomatico longobardo, a cura di L. Schiaparelli, I-II (Fonti per la storia d'Italia. Carte. Secolo VIII, 62-63), Roma 1929-1933 (d'ora in avanti CDL), n. 295 = ChLA 808. Sull'archivio del vir magnificus Alahis, cf. P.S. Leicht, L'archivio di Alahis, ora in Scritti vari di storia del diritto italiano, II/1, Milano 1948, p. 234; S. Gasparri, Il regno longobardo in Italia. Struttura e funzionamento di uno stato altomedievale, in Langobardia, a cura di S. Gasparri - P. Cammarosano, Udine 1999, pp. 286-289.

[12] J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen cit., I, pp. 118-119; v. anche, dello stesso, l'Introduzione al vol. XX delle ChLA, p. VII.

[13] Così G. Cencetti, Lineamenti cit., p. 75 [72].

[14] Cf. ad es. J. Mallon, L'écriture de la chancellerie impériale  romaine, in «Acta Salmaticensia», Filologìa y Letras, IV/2 (1948), pp. 5-34, rist. in J. Mallon, De l'écriture, Paris 1982; J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen cit., I, pp. 120-122, e La misteriosa "scrittura grande" cit., passim; G. Cencetti, Note paleografiche sulla scrittura dei papiri latini dal I al III secolo d.C., in «Memorie dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna», Classe di Scienze morali, s. V, I (1950), pp. 5-58, spec. p. 37, nonché Dall'unità al particolarismo grafico. Le scritture cancelleresche romane e quelle dell'alto medioevo, in Il passaggio dall'antichità al medioevo in Occidente (Settimane di studio del Centro Internazionale di Studi sull'Alto Medioevo, IX), Spoleto 1962, pp. 237-357, spec. pp. 236 e ss., entrambi rist. in Scritti di paleografia, a cura di G. Nicolaj, Dietikon-Zürich 1993.

[15] C. Th. 9.19.3.

[16] G. Cencetti, Dall'unità al particolarismo grafico cit., pp. 255-256.

[17] In ordine cronologico, sono i papiri ChLA 711(P.Tjä. 2), per Tjäder frammento di una copia fatta ad uso della Chiesa ravennate, probabilmente da uno scrittore di curia, di un processo verbale relativo al trasferimento di alcuni beni dalla Chiesa ariana a quella cattolica, databile tra novembre 565 e agosto 570; ChLA 181 (P.Tjä. 35), un instrumentum venditionis rogato dal forensis Flavio Giovanni il 3 giugno del 572 e miracolosamente giunto fino a noi pressoché intatto, il che consente di prendere in esame anche le corsive dei sei testimoni che sottoscrivono di loro pugno; ChLA 199 (P.Tjä. 46), frammento di una vendita di origine probabilmente ravennate, redatto all'incirca nel 600 da uno scrittore di cui non si conosce il nome; ChLA 240 (P.Tjä. 16), frammento inferiore (con sei sottoscrizioni autografe di testimoni, una delle quali in alfabeto greco) di una donazione rogata da Vitalis tabellio e datata alla prima metà del VII secolo, ma probabilmente databile al primo quarto del secolo poiché alla mano dello stesso Vitale possono essere attribuiti anche ChLA 719 + ChLA 879 (2 frammenti) + ChLA 198 (P.Tjä. 38-41), frammenti di una vendita rogata tra 616 e la fine del 619; ChLA 722, della metà dell'VIII secolo, v. sopra nt. 6.

[18] ChLA 5 (P.Tjä. 55). Cf. G. Cencetti, Dall'unità al particolarismo cit., pp. 257-258; J. Mallon, Le Papyrus Butini, in «Bibliothèque d'humanisme et renaissance», 14 (1952), pp. 283-288, rist. in J. Mallon, De l'écriture, cit.; J.-O. Tjäder, Der Genfer lateinische Papyrus ms. lat. 75, in «Eranos», LVIII (1960), pp. 159-189 e La misteriosa "scrittura grande" cit., pp. 214-215.

[19] ChLA 815 (CDL n. 226). Cf. C. Mantegna-F. Santoni, La scrittura dei documenti, in Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno, a cura di C. Bertelli - G.P. Brogiolo, Milano-Brescia 2000, scheda n. 244 (F. Santoni), pp. 181-182.

[20] Sul gruppo parentale dello strator Gisulfo cf. S. Gasparri, Grandi proprietari e sovrani nell'Italia longobarda, in Atti del 6° Congresso internazionale di studi sull'alto medioevo (Milano 21-25 ottobre 1978), Spoleto 1980, pp. 429-442, in partic. pp. 438-439; da ultimo C. La Rocca, La legge e la pratica. Potere e rapporti sociali nell'Italia dell'VIII secolo, in Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno. Saggi, a cura di C. Bertelli - G.P. Brogiolo, Milano-Brescia 2000, pp. 45-69, in partic. 66-68, nonché, sinteticamente, C. Mantegna-F. Santoni, La scrittura cit., schede nn. 241 (F. Santoni) e 244 cit., pp. 180-182.

[21] Di rilievo le croci potenziate adoperate come signum dalla venditrice e dai testimoni analfabeti (cf. ChLA 815, rr. 22, 25, 26, 29), tutte autografe a giudizio di Tjäder: forse è ipotizzabile una responsabilità del notaio Martino nella scelta del tipo di croce, particolarmente elegante e solenne.

[22] Arechi, che è uno dei parenti di Natalia che consentono alla vendita, è così definito nel testo del documento (r. 3) ma non nella sua sottoscrizione (r. 25).

[23] Il gasindio regio Arioald, zio materno di Natalia, sottoscrive anche ChLA 814, r. 39 (CDL n. 137), per il quale v. più avanti, mentre il notaio Gunpert è probabilmente lo scrittore della permuta tra Natalia e la sorella Pelagia da un lato e ancora la badessa Anselberga dall'altro, rogata a Pavia nel settembre 761 e pervenuta in copia, v. CDL n. 155.

[24] Anche se in tutta la corsiva cosiddetta 'privata' o usuale si può constatare un irrigidimento del ductus e un certo raddrizzamento dell’asse della scrittura già nel VII secolo, come si può osservare ponendo a confronto le corsive tendenti all'inclinazione verso destra di ChLA 711 o ChLA 181 (segnatamente nelle scritture personali dei testimoni) con la posizione verticale rispetto al rigo della scrittura in ChLA 199 e più ancora nella copia di ChLA 722.

[25] Una chiara esposizione dell'argomento nell'Introduzione al vol. XXIII ChLA, nella quale Armando Petrucci e Jan-Olof Tjäder identificano tre forme ben distinte delle lettere e e r in legamento: in ChLA 815 si può osservare ad es. la e di 'forma 3' a r. 10 (Ursonem), e quella di 'forma 2' a r. 12 (et).

[26] Si confronti la forma di q ad es. in atque, r. 9, ad es. con ChLA 181, r. 49, quoque o, un rigo più in basso, aedificateque.

[27] Abbondantissimi gli esempi per il legamento at con a verticalizzata, ma si notano anche am, an, ac, as, ae e ar. Osserva Tjäder nell'introduzione a ChLA 815: «Questa posizione della a può dirsi l'unica vera caratteristica della scrittura del Martinus».

[28] Limitandoci ai papiri presi come termine di paragone, v., ad es., in ChLA 181, Ariminensi, r. 14, agell(arii), r. 61 o stationem, r. 88, ma anche, nella sottoscrizione del vir devotus Eugenio, unciarum, r. 68; o in ChLA 240 mano, r. 17, o agnoscentis, r. 27, ma anche, nelle sottoscrizioni dei testimoni magistro, r. 31, donatione, r. 58, praedicto, r. 69, Iohannem, r. 80 o evvangelia corporaliter nella sottoscrizione dell'exceptor Giovanni, dove la a alta lega con la c iniziale della parola seguente. Come bene si vede in ChLA 5, r. 2, [... i]ciana, l'uso di a verticalizzata è abituale anche delle scritture più solenni.

[29] Cf. il commento a ChLA 832 (796 gennaio 22, Piacenza), ma v. anche J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen cit., I, pp. 97 e 99.

[30] Almeno nel caso di Gausoala, rr. 30-31. L'altra sottoscrizione infatti (rr. 32-33) è del notaio regiae potestatis Gunpert, il quale (v. sopra, nt. 23) dovrebbe essere stato il rogatario della permuta del settembre 761 (CDL n. 155, pervenutaci in copia) in calce alla quale figurano sottoscrizioni testimoniali redatte secondo una formula parimenti complessa e di sapore colto e antico, probabilmente da lui stesso ispirate: perciò Gunpert avrebbe potuto sottoscrivere ChLA 815 senza necessità di 'suggerimenti' in merito al tenore della sottoscrizione da parte del notaio Martino.

[31] ChLA 814 (CDL n. 137). Cf. C. Mantegna-F. Santoni, La scrittura dei documenti, in Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno, a cura di C. Bertelli - G.P. Brogiolo, Milano-Brescia 2000, scheda n. 241 (F. Santoni), p. 180.

[32] Come suggerisce, con riferimento a due papiri del marzo 540 e del febbraio 575 (PP. Tjä. 32 e 6, ora rispettivamente ChLA 708 e ChLA 714), W.M. Lindsay, Notae Latinae. An account of abbreviation in Latin mss. of the early minuscule period (c. 700-850), Cambridge 1915, rist. anast. Hildesheim 1963 con un supplemento (Doris Bains, Abbreviations in Latin MSS. of 850 to 1050 A.D., Cambridge 1936), pp. 300-301, fu in età tardoantica che l'antica nota ss venne in questo modo resa più precisa secondo la tecnica della contrazione.

[33] Per restare agli esempi qui assunti come riferimento, v. ChLA 181, rr. 16 e 61 (ma a r. 60 compare ancora la vecchia nota ss), o ChLA 240, r. 27: alle due s affiancate, di modulo regolare, segue una t, la cui sommità del tratto verticale lega con un segno abbreviativo a ricciolo volto all'indietro che può andare a lambire (ma qui ancora senza legare) la seconda s; seguono infine le lettere della desinenza. 

[34] Come già aveva notato en passant G. Cencetti, Lineamenti cit., p. 411 [359], trattando di stilizzazioni ‘locali’ di età tardo-longobarda per certe specifiche abbreviazioni. Per quanto riguarda le carte ravennati altomedievali in corsiva nuova, nessuna delle quali anteriore alla metà del secolo IX, cf. in particolare ChLA2 LIV 3 e 7, con una soluzione abbreviativa quasi identica a quella adottata da Audo. Va rilevato però che a Ravenna, graficamente assai 'conservativa', e nel territorio della sua provincia scrittoria questo tipo di abbreviazione assume una forma ancora più contorta lungo tutto il medioevo fino almeno all'XI secolo, finendo per perdere alcuni elementi costitutivi e a ridursi ad una specie di abbreviazione convenzionale nella quale non è più possibile distinguere i diversi elementi che la compongono: ciò ha determinato ad esempio i numerosi fraintendimenti e le molte imprecise trascrizioni nelle carte edite in M. Fantuzzi, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo per la maggior parte inediti, tt. I-VI, Venezia 1801-1804; v. anche su questo C. Manaresi, Il compendio ctus nelle carte del territorio imolese, in «La Romagna», IX (1912), pp. 278-282 e, più di recente, i rilievi in Breviarium Ecclesiae Ravennatis (codice Bavaro), secoli VII-X, a cura di G. Rabotti, Appendici documentarie a cura di C. Curradi, G. Rabotti, A. Vasina (ISI - Fonti per la storia d'Italia, 110), Roma 1985, p. LVIII e nt. 120.

[35] H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la Germania e l'Italia, trad. it. di A.M. Voci-Roth (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Sussidi, 10), Roma 1998, p. 320 [357].

[36] Codice diplomatico longobardo, a cura di C. Brühl, III/1 (ISI - Fonti per la storia d'Italia, 64), Roma 1973 (da qui in avanti CDL III/1), nn. 31 (gennaio 759, in copia del sec. XII) e 44 (novembre 772, pure in copia dei secoli IX ex.-X in.).

[37] Una rassegna assai utile delle sopravvivenze di lessico e formulario romani nelle carte longobarde è ancora quella di L. Schiaparelli, Note diplomatiche sulle carte longobarde, II, Tracce di antichi formulari nelle carte longobarde, in «Archivio Storico Italiano», s. VII, XIX (1933), pp. 3-34, ora in Note di diplomatica (1896 - 1934), raccolte a cura di A. Pratesi, Torino 1972, pp. 215-248; v. anche G. Nicolaj, Il documento privato italiano nell'alto medioevo, in Libri e documenti d'Italia: dai Longobardi alla rinascita delle città, a cura di C. Scalon, Udine 1996, pp. 153-198, in partic. pp. 164-167.

[38] Già C.G. Mor, Lo stato longobardo nel VII secolo, in Caratteri del secolo VII in Occidente (Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, V), Spoleto 1958, p. 272, notava la coincidenza delle sedi dei ducati longobardi con i territori degli antichi municipia romani; in proposito v. anche, ibid. p. 332, l'intervento di François Ganshof durante la discussione sulla lezione Mor.

[39] ChLA 836 e ChLA2 1: nel commento a questo secondo esempio l'editore Gian Giacomo Fissore attribuisce all'uso di una penna «a punta mozzata quadra» i raffinati giochi chiaroscurali di Gulverissi.

[40] V. ancora C.G. Mor, La marcia di re Alboino (568-69), in Problemi della civiltà e dell'economia longobarda, Milano 1964, pp. 179-197, ora in Scritti di storia giuridica altomedievale, Pisa 1977, pp. 367-390.

[41] G. Cavallo, Libri e cultura nelle due Italie longobarde, in Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno. Saggi, a cura di C. Bertelli - G.P. Brogiolo, Milano-Brescia 2000, p. 90; già M. Ferrari, Centri di trasmissione: Monza, Pavia, Milano, Bobbio, in G. Billanovich - M. Ferrari, La trasmissione dei testi nell'Italia nord-occidentale, in La cultura antica nell'occidente latino dal VII all'XI secolo (Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, XXII), Spoleto 1975, pp. 303-320, definiva Milano un «centro culturalmente del tutto nebuloso» (p. 307), pur sottolineando l'esistenza di correnti culturali quasi sotterranee che pongono in relazione il centro di Milano, come contenitore e custode di antichi testi, con gli interessi culturali e la produzione manoscritta che fa capo allo scriptorium di Bobbio. Naturalmente, la fuga davanti all'invasore longobardo dell'alto clero e degli esponenti delle classi sociali più elevate, e quindi più colte, provocò una dispersione del patrimonio grafico sia librario sia documentario, aggravata poi da alcuni gravi incendi durante il secolo XI: cf. M. Ferrari, Centri di trasmissione cit., p. 307-308 nonché A. Petrucci, Scritture e scriventi in Padania: Milano e Bergamo, in A. Petrucci - C. Romeo, «Scriptores in urbibus». Alfabetismo e cultura scritta nell'Italia altomedievale, Bologna 1992, pp. 58-59.

[42] Il termine documentum ha, per l'alto medioevo, un'evidente coloritura colta ed è piuttosto raro: adoperato da Cassiodoro in senso ancora relativamente generico (cf. Cassiodori senatoris Variae, recensuit Th. Mommsen, MGH, «Auctores Antiquissimi, 12», Berolini 1894, III, 52; IIII, 40; V, 21), col significato specifico di 'atto scritto, carta, titolo' in relazione al possesso di beni ecclesiastici risulta attestato già all'inizio del VI secolo nei canoni del Concilio di Agde del 506 poi accolto nel Decretum di Graziano, c. 33 C. 12 q. 2; tra la metà del V secolo e la metà del VII ricorre naturalmente, col senso di Urkunde, in alcuni papiri ravennati editi da Tjäder, figurando con maggiore frequenza nella formula di completio o nelle sottoscrizioni dei testimoni: cf. J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen cit., II, p. 31, nonché PP. 1 (settembre 445-settembre 446), 8 (luglio 564: da rilevare, nel testo della notitia ... de domus posta in allegato alla chartula plenariae securitatis l'espressione secundum fidem documenti), 33 (luglio 541), 34 (a. 551: nella chiusa del testo, privo di completio, l'instrumentum tabellionale è definito proprio in solutum cessionis venditionisque documentum), 36 (aa. 575-591), 37 (marzo 591), 38-41 (aa. 616-fine 619), 56 (aa. 613-641).

[43] ChLA 845 (CDL 36). Cf. C. Mantegna-F. Santoni, La scrittura dei documenti, in Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno, a cura di C. Bertelli - G.P. Brogiolo, Milano-Brescia 2000, scheda n. 233 (F. Santoni), p. 177.

[44] Come la terza u in unumquemquem, r. 10.

[45] Cf. rr. 10 e 15: sul tipo di abbreviazione cf. W.M. Lindsay, Notae Latinae cit., pp. 41-42.

[46] Cf. r. 14. Osserva Tjäder nel commento al papiro ChLA 877 (metà VIII secolo, Ravenna) a proposito di tale legatura: «legature di questo genere si incontrano nelle sottoscrizioni non autografe fatte mediante la croce, e proprio nella parola Signum (Signum + illius ecc.), e appartengono dunque al corredo degli scriventi di mestiere».

[47] Liut. 22: il riferimento è chiarissimo nella formula di sottoscrizione che Faustino traccia ad accompagnamento del signum crucis del lurigario (forse un fabbricatore di corazze?) Theotperto, parente della venditrice, in cuius presentia se nullas violentias patire clamavit.

[48] La formula, in forma sintetica, è presente addirittura nelle tavolette pompeiane della metà del I secolo: cf. ad es. Fontes iuris Romani antejustiniani, p. tertia, Negotia, ed. V. Arangio-Ruiz, Florentiae 1941, nn. 129a e 129b, pp. 408-410.

[49] ChLA 855 (777 marzo 8, Milano). Su Totone di Campione, sul suo gruppo parentale e sui documenti che lo riguardano da ultimo si vedano, in attesa degli atti a stampa, i materiali relativi al Seminario internazionale di studi Il dossier documentario del gruppo familare di Totone di Campione (721-877) (Venezia, 2-3 febbraio 2001) consultabili in rete <URL: http://www.storia.unifi.it/_RM/rivista/atti/Totone.htm> (sito consultato il 5 dicembre 2001).

[50] Specie nel gruppo -que, cf. atque, r. 14.

[51] V. conprehinsa, r. 21, e cf. oltre, nt. 55.

[52] ChLA 868 (CDL 284). Per A. Petrucci, Scritture e scriventi in Padania cit., p.  69, la scrittura di Gaff è una «splendida e fluida corsiva nuova di tipo antico, diritta e slanciata, con evidente punteggiatura».

[53] ChLA 869 (785 maggio 5, Bergamo).

[54] ChLA 867 (cf. CDL III/1, n. 27), sulla scrittura del quale si v. le opinioni di Tjäder nel commento al facsimile.

[55] Rr. 4, 9 e soprattutto 17, da confrontare ad es. con la grande c di considerantes, r. 23, del papiro ChLA 711.

[56] Pauli Historia Langobardorum, edd. L. Bethmann - G. Waitz, MGH, «Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX», Hannoverae 1878, V, 36, p. 156.

[57] Per Manipert, v. ChLA2 LIX n. 3 (806 gennaio 15, Platiano), e sulla sua scrittura v. anche le osservazioni di S. Zamponi, Pacifico e gli altri. Nota paleografica in margine a una sottoscrizione, in C. La Rocca, Pacifico di Verona. Il passato carolingio nella costruzione della memoria urbana (ISI - Nuovi Studi Storici, 31), Roma 1995, pp. 229-244, in partic. p. 235; per il documento di Martino (807 settembre 11, Brescia) si rinvia alla tav. 40 in Il Museo Diplomatico dell'Archivio di Stato di Milano, a cura di A.R. Natale, I/1, Milano s.d. [ma 1971].

[58] Non è possibile identificarlo con certezza nel Gisulfus notarius Brixianus che nel marzo 877 sottoscrive come testimone l'ordinatio testamenti dell'imperatrice Angelberga, figlia dello stesso Adalghisi conte e consorte dell'imperatore Ludovico II, poiché il documento è tradito in copia: cf. Codice diplomatico Parmense, edito da U. Benassi, I, Secolo VIIII, Parma 1910, n. XXII, p. 156.

[59] Cf. ChLA2 LV n. 2 (809 maggio 13, Verona).

[60] Pauli Historia Langobardorum cit., II, 12, p. 79.

[61] ChLA 876 (CDL 277).

[62] V. quoque, r. 19.

[63] ChLA 873 (780 maggio, Treviso): lo scrittore è sconosciuto poiché il documento, già privo di rogatio, pur non sembrando rifilato lungo il margine inferiore non porta tracce della completio.

[64] Ma si tengano naturalmente presenti anche i papiri del secolo VIII citati sopra, nt. 6.

[65] ChLA 888 (783 febbraio 20, monastero di S. Donato, Imola).

[66] V. G. Cencetti, Lineamenti cit., p. 110 [103], che definisce questa scrittura  'corsiva' «artificiosa, dura, manierata, brutta».

[67] Basti rinviare, sull'argomento, alle pagine di L. Schiaparelli, Ricerche e studi sulle carte longobarde, I, Le carte longobarde dell'Archivio Capitolare di Piacenza, in «Bullettino dell'Istituto storico italiano», 30 (1909), pp. 49-73, e, dello stesso, a Note diplomatiche sulle carte longobarde, II, Tracce di antichi formulari cit., pp. 10-16 [pp. 224-230 della ristampa]; v. anche A. Solmi, La formula della «mancipatio» nei documenti piacentini del secolo VIII, in «Archivio Storico Italiano», LXXI (1913), pp. 225-270; V. Arangio-Ruiz, «Mancipatio» e documenti contabili (da Ercolano a Piacenza), in «Acme», 8,1955, pp. 27-36; G. Nicolaj, Il documento privato cit., p. 164 e nt. 34.

[68] ChLA 824 (CDL 130).

[69] Dal quadro d'insieme toscano si lascia volutamente in ombra il caso lucchese, già molto studiato: cf. senz'altro A. Petrucci, Il codice e i documenti: scrivere a Lucca fra VIII e IX secolo, in A. Petrucci - C. Romeo, «Scriptores in urbibus». Alfabetismo e cultura scritta nell'Italia altomedievale, Bologna 1992, pp. 77-108, dove si indaga sull'uso di una scrittura documentaria, diversa dalla «normale e comune corsiva nuova», che nella Lucca di VIII secolo adoperano, non casualmente, rogatari che mostrano di conoscere formulari di tradizione romano-ravennate ed anche alcuni esponenti della classe dirigente longobarda (ibid., pp. 82-83). Per tale scrittura, che non perviene mai al canone, si adotta la definizione di «cancelleresca lucchese»; ma sembrerebbe, proprio sulla scorta delle osservazioni compiute da Petrucci (pp. 79-80, 84 e 88), che la cancelleresca lucchese sia un fenomeno grafico di tipo quasi 'curiale' (molti dei rogatari sono infatti ecclesiastici), nato e sviluppato in relazione con l'ambiente episcopale e con un evidente desiderio (quanto consapevole è difficile dire) di imitare e/o emulare modelli grafici provenienti da curie prestigiose, come per esempio quella ravennate (v. ChLA 721= P. Tjä. 44, solenne concessione di enfiteusi dell'arcivescovo ravennate databile tra 642 e 666 su papiro, nella scrittura curiale adoperata dai notarii sanctae Ravennatis Ecclesiae).

[70] ChLA 794 (CDL 38). Difficile dire se la qualifica di medicus regiae potestatis indichi per Gaiduald un concreto incarico presso il palatium o non sia piuttosto una semplice «pennellata di ufficialità», come nota giustamente C. Mantegna in C. Mantegna-F. Santoni, La scrittura cit., scheda n. 234, p. 177.

[71] V. la u semplificata in que a r. 3, e la nota c(um) a r. 5.

[72] A margine, si potrebbe rilevare che se nei primi casi esaminati (ad es. per Martino chierico e notaio o per Audo notaio regiae potestatis) esiste con ogni probabilità una relazione tra alto rango degli autori del documento (in senso diplomatico) e capacità grafiche di chi quel documento scrive, in questo caso, come pure nel caso citato sopra del documento trevigiano rogato da Teodaldo, una relazione analoga si può forse porre tra capacità grafica dello scrittore e personalità del destinatario del documento (qui un medico regiae potestatis, a Treviso un gastaldo), ovvero della parte destinata a conservare il documento stesso e che potrebbe forse avere qualche responsabilità nella scelta di un rogatario di buon livello professionale.

[73] ChLA 795 (782 aprile 27, Pistoia).

[74] ChLA 734 (CDL 92).

[75] Come nota Tjäder nel commento al facsimile; si noti che allo studioso la scrittura di Gaidilapu ricorda la merovingica.

[76] G. Nicolaj, Il documento privato cit., pp. 176-178.

[77] Attivo tra 760 e 793: v. ChLA 737 (CDL 141), ChLA 741 (CDL 185), ChLA 754 (775 agosto, Chiusi), ChLA 768 (793 agosto, Montepulciano).

[78] ChLA 744 (CDL 213).

[79] Cf. r. 1, a D(e)o conserbatis dove il tratto di base di c si prolunga verso sinistra andando a legare col ricciolo che abbrevia D(e)o: per Ravenna un'analoga abbreviazione si ritrova frequentemente nella sigla v(ir) c(larissimus) (v. ad es. ChLA2 LIV 3, r. 17).

[80] ChLA 765 (791 agosto, Fauloni).

[81] ChLA 769 (793 (?) novembre, Marano).

[82] Cf. la discussione in appendice a G. Cencetti, Dall'unità al particolarismo cit., pp. 350-357.

[83] Ibid., p. 259,  nt. 39.

[84] Così si esprime lo studioso nel commento a ChLA 867, osservando inoltre che in un praeceptum originale ci si sarebbe aspettati una prima riga in litterae elongatae. A questo del resto farebbe pensare la formula di intitolazione di re Desiderio (Fl(avius) Desiderius vir excell(entissimus) rex) redatta in scrittura «alta e stretta» al verso di una carta chiusina del 765 (ChLA 741, uno degli originali dell'abile notaio Domnulinus, v. sopra, nt. 76) e rilevata già da L. Schiaparelli (Note paleografiche e diplomatiche, 1, Sulla scrittura dei diplomi dei re Longobardi, in «Archivio Storico Italiano», s. VII, V (1926), pp. 161-165; cf. pure A. Petrucci, Il codice e i documenti: scrivere a Lucca cit., pp. 84-85 e C. Brühl, Studien zu den langobardischen Königsurkunden (Bibliothek des deutsches historischen Instituts in Rom, XXXIII), Tübingen 1970, pp. 13, 150-152, nonché J.-O. Tjäder, Die nichtliterarischen cit., II, pp. 234-235), anche in mancanza di prove certe che tale nota sia stata effettivamente copiata dal protocollo di un diploma originale. E' pur vero, però, che da questo punto di vista è suggestivo l'accostamento con la produzione epigrafica longobarda di alta committenza, nella quale si può constatare l'adozione di una «capitale longobarda» caratterizzata proprio da lettere alte e strette, compresse lateralmente e con apici alle estremità dei tratti: v. da ultimo, e con ampia bibliografia, F. De Rubeis, La scrittura epigrafica in età longobarda, in Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno. Saggi, a cura di C. Bertelli - G.P. Brogiolo, Milano-Brescia 2000, pp. 72-73.

[85] Come già è parso plausibile, del resto, ad A. Petrucci, Il codice e i documenti: scrivere a Lucca cit., p. 85, che pensa all'uso, per i praecepta regi, di una scrittura con elementi cancellereschi affine a quelle adoperate a Lucca dai rogatari ecclesiastici o da taluni sottoscrittori di rango elevato per l'area di Milano-Pavia. Ma a Milano, o a Pavia, tale scrittura è adoperata non solo da sottoscrittori d'élite ma anche, come si è visto, da alcuni rogatari particolarmente colti: e va forse ancora sottolineato come, dal punto di vista della struttura formulare, il diploma regio longobardo non sia apparentato con modelli tardo imperiali romani ma mostri evidenti connessioni proprio con il formulario della documentazione dei privati, in specie dei documenti di donazione: su questo v. da ultimo G. Nicolaj, Fratture e continuità nella documentazione fra tardo antico e alto medioevo. Preliminari di diplomatica e questioni di metodo, in Morfologie sociali e culturali in Europa tra tarda antichità e alto medioevo (Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, XLV), Spoleto 1998, p. 977; P. Classen, Kaiserreskript und Königsurkunde. Diplomatische Studien zum Problem der Kontinuität zwischen Altertum und Mittelalter (Byzantine Texts and Studies), Thessaloniki 1977, pp. 196-205; A. Pratesi, Il documento sovrano, in Libri e documenti d'Italia: dai Longobardi alla rinascita delle città, a cura di C. Scalon, Udine 1996, pp. 119-121.