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Varie
L’edizione
delle fonti medievali in Italia e in Germania: stato dei lavori,
metodi, prospettive.
Die
Edierung mittelaterlicher Quellen in Deutschland und in Italien:
Stand der Arbeiten, Methoden, Perspektiven.
Trento, 28
febbraio-1 marzo 2002 (per Patrizia Merati - © Scrineum
2002)
Le
iniziative editoriali concernenti le fonti medievali si dimostrano
fondamentali da più d’un punto di vista: non solo poiché non
esiste ricerca storica che possa prescindere dalla loro conoscenza; ma
anche perché in un momento, come quello attuale, in cui si mettono in
discussione le diverse correnti storiografiche tradizionali, emerge
ancor più urgente la necessità di una rinnovata attenzione ai
documenti. Così si è espresso Giorgio Cracco nel discorso di
apertura dell’incontro “L’edizione delle fonti medievali in
Italia e in Germania: stato dei lavori, metodi, prospettive”,
tenutosi a Trento il 28 febbraio e 1° marzo 2002. Lo scopo del
colloquio, organizzato dal Centro per gli studi storici
italo-germanici in Trento in collaborazione con il Comitato per la
pubblicazione delle fonti relative alla Terraferma veneta, era quello
di focalizzare l’attenzione sulle varie realtà attualmente
esistenti e fattivamente operanti nel campo, mettendo in luce la
situazione attuale, le linee di fondo a cui si è deciso di improntare
l’attività, i progetti e le aspettative per il futuro. Se infatti
al giorno d’oggi non ci si trova più di fronte solamente alle
grandi collane delle istituzioni nazionali, ma anche, e soprattutto, a
una pluralità di enti a carattere più o meno locale impegnati in
questo campo, ha sottolineato ancora Cracco, è importante avere a
disposizione una panoramica delle iniziative in corso.
Hanno
fatto seguito le due relazioni introduttive di taglio più generale,
riguardanti rispettivamente l’Italia e la Germania. Nella prima,
Giorgio Chittolini ha dapprima accennato al problema dei criteri da
utilizzare nella scelta della fonte a cui dedicarsi e delle
metodologie da adottare, suggerendo come soluzione una certa elasticità
per adattarsi di volta in volta alle caratteristiche dell’oggetto di
studio. Ha poi proseguito con una parte propositiva: da un lato, di
fronte al rallentamento dell’attività dei grandi centri di ricerca,
dovuto all’impegno in attività collaterali ed accessorie, potrebbe
essere più efficace una maniera di procedere molto mirata,
finalizzata a precisi progetti; dall’altro, pur senza porre in
questione il ruolo dell’edizione vera e propria, di fronte a
tipologie di documenti molto simili o a serie ripetitive, sarebbe
utile, per cominciare, anche un lavoro di repertoriazione o
indicizzazione. Ludwig Schmugge ha invece preso le mosse da un
convegno del 1998 sul tema dell’edizione come opera senza fine per
riprenderne gli spunti polemici contro uno degli ostacoli più
difficili da affrontare, ossia la mancanza di fondi, conseguenza di
scelte operate a livello politico. La risposta è quella di rilanciare
il carattere di “ricerca di base” del lavoro di storici ed
editori, e come tale paragonabile a quello delle altre discipline
scientifiche.
E’
poi stata la volta di due comunicazioni sull’attività degli enti
promotori: Giorgio Cracco ed Emanuele Curzel, dopo una panoramica
sulle edizioni di fonti trentine a partire dal secolo XVIII, hanno
esposto il recente progetto “Trento fra nord e sud: la
documentazione storica”, che intende puntare l’attenzione sul
principato vescovile nei suoi rapporti con impero e papato per tutta
la durata della sua esistenza (secoli XI-XVIII). Antonio Rigon ha
invece presentato la collana delle fonti relative alla Terraferma
veneta descrivendone i vari titoli come frutto di un work
in progress: se, da un lato, si procede in maniera decisamente
empirica nella scelta degli oggetti di studio, evitando preclusioni
nei confronti di qualsiasi genere di testimonianza, dall’altro si
sottolinea come la presenza in ciascun volume, accanto alle vere e
proprie introduzioni, di saggi ad opera di esperti “esterni”
costituisce sì un momento di prima riflessione, che però non vuole
raggiungere risultati definitivi, bensì fornire spunti e suggerire
temi per ulteriori ricerche.
In
seguito, l’incontro si è strutturato secondo uno schema che
prevedeva un percorso parallelo, prima relativamente alla Germania e
poi all’Italia: partendo dall’esposizione dell’attività
presente e dei programmi futuri degli istituti di carattere nazionale
(rispettivamente Monumenta Germaniae Historica e Istituto storico
italiano per il Medio Evo), si passava ad approfondimenti dedicati ad
un ambito più ristretto sia geografico, sia tematico.
Al
di là delle numerose iniziative editoriali già in corso e ancora da
intraprendere che tutti i relatori hanno illustrato, e che sarebbe
troppo lungo enumerare qui, sono emersi alcuni temi di fondo, i quali
hanno trovato riscontro in più di un intervento. Si è trattato
sostanzialmente delle questioni sollevate in apertura da Chittolini e
Schmugge, a cui si è aggiunto l’interesse alle prospettive che
schiude l’utilizzo dei mezzi informatici, ma anche ai problemi ad
esso legati.
Per
quanto riguarda i criteri da seguire nella pubblicazione delle fonti,
è stata generalmente rilevata la mancanza di una programmazione a
livello sia centrale, punto su cui ha insistito Massimo Miglio nel
corso del dibattito, sia delle istituzioni locali. Ciò è stato
sottolineato in particolare per l’Austria dal professor Härtel, che
ha portato l’esempio di progetti in corso in Stiria e Carinzia dal
raggio territoriale piuttosto ampio, ma non inseriti in un piano
globale; tale osservazione ha trovato eco anche in Italia: descrivendo
lo stato dei lavori in Toscana, Anna Benvenuti ha presentato una
situazione segnata da una tradizione di disomogeneità, che le
circostanze suggerirebbero di superare almeno in ambito regionale. Pur
individuando nel Veneto il medesimo stato di cose, come rilevato in
precedenza da Gianmaria Varanini, l’esposizione di Attilio Bartoli
Langeli è stata invece improntata all’ottimismo, poiché ha
interpretato tale libertà di scelte come sintomo di freschezza di
energie, come l’esito di una coscienza collettiva del valore
dell’edizione documentaria da intendersi come esperienza conoscitiva
in sé. Per gli istituti di più antica fondazione, che si dedicano a
opere di ampio respiro, il problema è meno sentito: Georg Schmitz,
relazionando sugli MGH, ha dichiarato che non esiste una loro
metodologia o filosofia editoriale, ma si sceglie di partire
dall’esperienza pratica legata a un concetto di individualità della
fonte, ossia all’idea che ciascuna, a causa delle sue particolari
caratteristiche, richiede un approccio diverso e mirato.
Un
grave ostacolo al procedere delle operazioni di edizione è
rappresentato dalla carenza di fondi, problema che affligge un po’
tutti i centri di ricerca e che ognuno tenta di risolvere con varie
soluzioni. La situazione più drammatica è quella descritta per la
Sassonia e la Turingia da Thomas Graber: il Codex
diplomaticus Saxoniae, infatti, nato nel secolo XIX, dopo un
inizio intensamente produttivo ha subito una battuta d’arresto,
tanto che il volume più recente è apparso nel 1941; le ripetute
richieste di aiuto economico alle autorità politiche sono rimaste
senza risposta e pertanto si dubita ormai che per l’opera ci sia un
futuro. Appaiono meno gravi, ma comunque importanti, le notazioni in
tal senso di Werner Maleczek per l’ambito austriaco e di Isa Lori
Sanfilippo per la Società romana di storia patria. Una conseguenza
evidentemente legata alle difficoltà finanziarie è la scarsità di
personale, oltre che competente, disposto ad assumersi l’impegno di
lavorare a un’edizione, come ha sottolineato ancora Maleczek,
insieme ad Anna Benvenuti per Firenze e Maria Franca Baroni per
Milano. Fortunatamente, si sono avuti esempi anche di possibili
soluzioni: dal programma dell’Istituto storico italiano per il Medio
Evo, che ha in animo un deciso rilancio delle pubblicazioni di fonti,
all’eventualità di trovare alternative al sostegno statale,
rivolgendosi per esempio agli enti locali, come hanno dimostrato le
esperienze lombarda e ligure, esposte rispettivamente da Michele
Ansani e Dino Puncuh. La vera questione sta nel riuscire a proporre le
edizioni nella maniera più adatta per suscitare l’interesse delle
istituzioni che potrebbero stanziare i fondi, ha ricordato Giorgio
Cracco facendo riferimento all’origine del Comitato per la
pubblicazione delle fonti relative alla Terraferma veneta. Il parere
di Bartoli Langeli a proposito delle forze da impiegare è stato
invece quello che le persone disponibili ci siano e debbano essere
aiutate, anche se sono espressione non solo del mondo accademico, ma
anche della cultura locale.
Oltre
alle edizioni critiche vere e proprie, sono stati esposti anche
progetti mirati alla
realizzazione di regesti o di repertori, che si rivelano utili
soprattutto quando si abbia a che fare con serie di documenti o
particolarmente rilevanti dal punto di vista quantitativo, o
caratterizzate da una struttura standardizzata e ripetitiva. Del
resto, il ricorso a soluzioni di questo genere, ha affermato Wilhelm
Jansen, che si occupa della regestazione degli atti degli arcivescovi
di Colonia, risulta obbligato quando l’opera che si vuole realizzare
sia di portata globale, data l’impossibilità di pubblicare una mole
di materiale troppo imponente. Lo stesso principio sta alla base
dell’attività dei “Regesta imperii”, come ha esposto Peter
Thorau. Tuttavia, non si deve pensare che la procedura di regestazione
o di repertoriazione non comporti dei problemi. Data la notevole
quantità di documentazione da sottoporre ad analisi, per esempio, si
rende necessaria una ripartizione del lavoro all’interno di un’équipe,
e ciò comporta fatalmente delle difficoltà sia nell’uniformità,
sia nella continuità della produzione: così è stato rilevato da
Stefan Brüdermann, nella relazione concernente il “Repertorium
Germanicum”. Talvolta, poi, la scelta del regesto non è dettata dai
motivi appena esaminati, ma da circostanze contingenti. E’ questo il
caso dell’Italia del sud, dove, a causa dei gravi danneggiamenti
subiti dall’Archivio di Stato di Napoli durante la seconda guerra
mondiale, gli studiosi si trovano molto spesso ad avere a che fare non
con gli atti originali, ormai perduti, ma con le trascrizioni o anche
solo i riassunti di eruditi dei secoli XVII e XVIII in un ordine che
sovente non è più quello antico. Quindi, Giovanni Vitolo ha
sottolineato come la scelta di determinate soluzioni editoriali sia
quasi obbligata, in quanto causata dallo stato della tradizione,
sottolineando l’importanza, soprattutto in questo contesto, di
un’indagine preliminare anche di carattere archivistico.
L’opportunità di una sinergia fra editori e addetti alla
conservazione dei documenti è stata del resto suggerita anche da
Francesca Cavazzana Romanelli.
Infine,
una questione il cui interesse è emerso da un gran numero di
relazione è quella dell’impiego dei mezzi informatici. Sono state
esposte alcune esperienze in tale ambito, come quella di Wolfram
Schneider Lastin, che ha messo in luce come le possibilità del
digitale risolvano i problemi posti da testi la cui tradizione è
particolarmente ramificata, come ha esemplificato nel dettaglio con la
“Badener Disputation”, facente parte della serie delle fonti per
la storia della Riforma; o quella di Flavia De Vitt, che ha
sperimentato la pubblicazione di un registro battesimale in due parti
complementari, una su carta e una su CD-rom. Anche le relazioni
dedicate ai “Regesta imperii” e agli MGH hanno insistito sul tema.
In particolare, per quanto riguarda la prima iniziativa, Peter Thorau
ha evidenziato la precocità con cui ci si è orientati all’edizione
elettronica e ha poi esposto il progetto di riversare su CD tutti i
volumi già usciti, nonché i regesti ancora in lavorazione; si
desidererebbe inoltre dare vita a una pubblicazione in rete in tempo
reale. Georg Schmitz, invece, si è soffermato dapprincipio sui limiti
posti dalla bidimensionalità della carta soprattutto alla resa
delle diverse fasi costitutive di alcune fonti e dei loro
livelli di stratificazione, mentre gli strumenti informatici
consentono di visualizzare
chiaramente di volta in volta quello che interessa all’utente. I
“Monumenta” in questo campo non hanno una strategia ben definita,
ma scelgono di lavorare sia on-line,
sul sito dell’istituto, sia off-line,
presentando su diverso supporto il testo dell’edizione tradizionale.
Inoltre, Schmitz ha rilevato le opportunità offerte tanto dalla
velocità rispetto alla stampa, quanto dalla possibilità di
collegamento fra collaboratori in diverse sedi, eliminando la necessità
di un’unità logistica.
Non
si deve però pensare che il nuovo mezzo susciti solamente entusiasmi;
infatti, durante il dibattito, sono stati espressi dei timori per i
rischi che un’edizione elettronica potrebbe comportare, ossia,
limitatamente ai lavori su internet,
il problema di un controllo della qualità dei prodotti immessi e, più
in generale, quello dell’invecchiamento di supporti e sistemi
operativi. Nel suo intervento, Michele Ansani ha cercato di rispondere
a queste obiezioni affermando che il livello scientifico delle diverse
pubblicazioni digitali può e deve sicuramente essere attentamente
vagliato, come del resto accade con quelle cartacee; in merito
all’obsolescenza degli strumenti, ha ricordato l’esistenza di standard
che forniscono la possibilità di evitare, o almeno minimizzare, il
danno prospettato.
Alla
fine della seconda giornata di convegno, la seduta è stata terminata
dalle conclusioni di Ludwig Schmugge. Si è trattato di un colloquio
proficuo per le opportunità di dialogo che ha offerto e per il
confronto proposto fra due realtà con caratteristiche differenti,
come l’Italia e la Germania. Si è infatti notato che, mentre in
quest’ultima nazione continuano le iniziative degli istituti di
antica tradizione e si trovano in difficoltà quelle locali, nella
prima sembra essere la dimensione regionale la carta vincente: ciò è
segno della presenza nelle due aree di tendenze storiografiche
diverse, con obiettivi e oggetti di interesse distinti. Gli incontri
come quello organizzato a Trento rappresentano dunque un’occasione
importante per discutere insieme tali linee di ricerca, per
confrontarsi, per avere uno sguardo panoramico su “stato dei lavori,
metodi, prospettive”.
Patrizia
Merati
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