Scrineum Biblioteca



 

 

 

 

 

Luisa Zagni

Carta, breve, libello nella documentazione milanese dei secoli XI e XII

Pubblicato in Studi in memoria di Giorgio Costamagna, Genova 2003 («Atti della Società Ligure di Storia Patria», n.s., XLIII/1), pp. 1073-1091.

Nell’ambito del vasto ed articolato processo, indagato e percorso da tanti studiosi, che porta alla formazione dell’instrumentum [1] non è forse inutile ritornare qui a quei secoli cruciali, l’XI ed il XII, in cui questo documento prese gradualmente forma, cercando di seguirne lo sviluppo in un’area, come quella milanese, dove la sua affermazione appare meno lineare che altrove. Poiché, se è vero che il milanese partecipò non diversamente da altre zone al grande moto che portò i notai all’autonomia professionale e alla piena responsabilità della documentazione prodotta, di cui l’instrumentum è l’espressione, il modo in cui qui tutto questo si attuò fu complicato da incertezze formali e da soluzioni transitorie che traevano origine dalla stessa prassi locale.
Delle tre forme documentali in uso per gli atti privati nel secolo XI, carta, breve, libello, la prima, destinata a transazioni di carattere definitivo e ad atti di liberalità quali la compravendita, la permuta, il testamento, la donazione, cui si aggiunge la promessa, è senz’altro la più importante e preponderante, anche dal punto di vista numerico, rispetto alle altre. Essa ha ormai consolidato la propria struttura formale [2], mentre, intorno alla metà dell’XI secolo, adotta finalmente la scrittura carolina invece della corsiva e, nella data, gli anni dell’era cristiana subentrano a quelli di regno [3]. In questi due fatti, insieme all’altro, quello della scomparsa delle notizie dorsali, già il Manaresi [4] aveva visto uno dei primi indizi dell’evoluzione, anche in senso formale, dell’atto privato milanese da carta ad instrumentum.
Il breve, destinato ad investiture, guadie, refute e accordi, atti tutti di carattere non definitivo, nel secolo XI a Milano è usato con molta parsimonia; rarissimo nella prima metà del secolo, compare più frequentemente, anche se in nettissima sproporzione in confronto alla carta, dopo la metà del medesimo: negli oltre 900 documenti editi negli Atti privati milanesi e comaschi del sec. XI [5], nel territorio milanese ricorre infatti 27 volte [6], 4 fino al 1050 [7], cui vanno aggiunti una decina di atti rogati nel comasco e nel valtellinese, che presentano alcune differenze rispetto ai milanesi [8]; negli atti del secolo XII finora editi, complessivamente vicini al numero sopra ricordato, e in quelli regestati dal Manaresi nel Regesto di S. Maria di Monte Velate [9], lo si trova fino alla metà del secolo una quarantina di volte, anche se tale cifra deve ritenersi puramente indicativa, date le modalità del suo impiego, di cui si dirà più avanti.
Esso non si uniforma all’impianto più comune, che prevede la data divisa tra protocollo, dove compaiono il giorno della settimana e del mese insieme alla data topica - spesso con una particolareggiata menzione del luogo esatto in cui avviene il negozio – e l’escatocollo, dove, introdotti da factum, vengono specificati anno e indizione, cui seguono il signum manus dell’autore, la menzione dei testimoni mediante la formula interfuerunt testes e infine la sottoscrizione notarile, in cui l’espressione usata per indicare il ruolo del rogatario nel documento è interfui et hoc breve - senza ulteriori specificazioni - rogatus scripsi [10].
Nel milanese la data divisa tra protocollo ed escatocollo, che risulta l’elemento più immediato per identificare il breve, è molto rara: negli atti editi nella raccolta degli Atti privati sopra citata compare pochissime volte [11]; nel secolo successivo, per quanto risulta dallo spoglio degli atti fin qui editi, vi si ricorre una sola volta, nel marzo 1120 [12]. In quest’area dapprima si preferisce concentrare i dati cronologici nell’escatocollo; alla soluzione, più usata agli inizi del secolo XI, di anteporre la data topica alla cronica introdotta da actum (actum suprascripta civitate Mediolani, anno….) [13], si alterna, nella stessa sequenza, l’altra, in cui la data topica è introdotta da factum o dall’espressione, tipica del breve, ma solitamente riservata alla data cronica, factum est hoc [14].
Nell’ultimo ventennio del secolo XI in due brevia che presentano la datazione nell’escatocollo si distingue la data cronica, introdotta da factum, factum est hoc, dalla topica, introdotta o meno da actum[15], ma ormai si fa più frequente la soluzione, che poi diverrà definitiva a Milano, di aprire il documento con la data cronica, preceduta o meno dall’invocatio verbalis: il primo esempio risale al 1066 [16], seguito da uno del 1067 [17] e poi da sempre più numerosi esempi [18]; nel secolo XII la datazione cronica e topica nell’escatocollo si trova eccezionalmente [19].
Anche a Milano talvolta compaiono brevia con escatocolli ricchi di sottoscrizioni, da mettere in relazione con le personalità degli autori e l’ambiente in cui furono redatti [20], ma ciò, se è raro nel secolo XI, diviene eccezionale nel XII [21].
L’autore, anche nei casi di escatocolli non elaborati, si puo’ sottoscrivere autograficamente, specie se appartiene all’ambito ecclesiastico [22], più spesso esso viene citato nella rogatio, che nel secolo XI puo’ anche mancare [23], ma nel successivo diviene pressoché costante, per cadere definitivamente alla fine del medesimo [24]. Spesso, dagli anni ’70 del secoli XI, nella rogatio, e talvolta nella sottoscrizione notarile, viene specificata, evidentemente per contaminazione con quanto avviene nella carta, la tipologia del breve (breve guadie, convenientie ecc.) [25].
Ma gli aspetti che avvicinano maggiormente l’escatocollo dei brevia milanesi alla carta si riferiscono alla menzione dei testi ed alla sottoscrizione notarile [26].
Per quanto riguarda la prima delle due formule, che dapprima puo’ sostituire una serie di sottoscrizioni autografe, essa è quasi sempre espressa mediante i signa manuum, magari con la specificazione ridondante qui interfuerunt testes [27]; mentre la formula caratteristica del breve (interfuerunt testes) è più rara [28], e puo’ trovarsi in aggiunta ai signa manuum dei testimoni [29], finché si stabilizza l’uso quasi uniforme, nel XII secolo, dei soli signa, fino all’avvento dell’instrumentum [30]. La commistione con formule della carta si coglie infine, anche se eccezionalmente, nel fatto che vengano menzionati in una serie a parte di signa manuum  testimoni professanti legge diversa dalla longobarda, anche se nel testo del documento tale precisazione, come è d’altra parte corretto trattandosi di brevia, manca [31].
La sottoscrizione notarile nel secolo XI riprende quella tradizionale interfui et hoc breve scripsi [32] - spesso invertendo, come già abbiamo notato per l’area comasca [33], la posizione dei due verbi [34] o omettendo il riferimento al tipo di documento (interfui et scripsi, interfui et rogatus scripsi) [35] - cui si puo’ combinare quella mutuata dalla carta (interfui et hoc breve scripsi, seu postradito complevi et dedi e simili) [36]; ma dalla seconda metà del secolo la completio della carta comincia ad essere trasferita tout court al breve [37], cosa questa che poi diventa sempre più comune dagli anni ’70. Nel secolo XII la formula propria, ripresa specie in riferimento ad atti con datazione nell’escatocollo, puo’ apparire semplificata e ridotta agli scarni e laconici scripsi, scripsi et dedi [38]; il postradita dapprima diviene meno frequente [39] per ricomparire poi, in alternanza con espressioni quali  scripsi et tradidi, tradidi et dedi, che denunciano l’avvento dell’instrumentum [40].
Vi sono inoltre altri fenomeni che coinvolgono il breve specie dall’ultimo quarto del secolo XI.
In primo luogo il suo particolare utilizzo, insieme alla promessa, in relazione ad altri documenti [41]. Capita infatti di imbattersi in brevia che seguono immediatamente altri atti, per lo più, ma non esclusivamente, carte venditionis e offersionis, e si riferiscono ad esempio a pattuizioni bilaterali, a garanzie date dal venditore all’acquirente del bene in oggetto o ad investiture o refute dello stesso bene fatte dall’acquirente al venditore; talvolta essi si presentano in forma completa [42], ma più frequentemente, secondo una prassi che trova le prime testimonianze nella seconda metà del secolo XI [43] in zone periferiche rispetto a Milano e diviene poi comune anche nel capoluogo, questi brevia non sono sottoscritti [44], sono dapprima datati [45], ma, essendo stesi contestualmente all’atto principale, finiscono per rifarsi, per lo più, alla data e ai testimoni di quello (ibi statim, in eodem loco et in presentia suprascriptorum testium e simili) [46]. Espressioni vicine a quella appena citata si ritroveranno più tardi nei cartulari notarili, in atti rogati il medesimo giorno dei precedenti, e alle prime annotazioni o notule [47] e alle nascenti imbreviature rimandano la concisione del testo e la mancanza di sottoscrizioni di questi atti; essi appaiono trasferiti in mundum senza alcuna elaborazione, nel nudo nucleo dispositivo, tanto che non hanno autonomia documentaria, anzi si puo’ dire che cerchino di mutuarla dall’atto a cui si trovano aggiunti. Questa condizione un po’ vaga favorisce la loro risalita all’interno degli atti che li precedono: dal secolo XII infatti si posizionano nell’escatocollo di questi ultimi, prima della completio notarile [48], mantenendo tuttavia, in netto contrasto con la forma soggettiva della carta, la forma narrativa, per divenire poi, non senza soluzioni intermedie talvolta maldestre [49], vere e proprie formule del testo, che ora risulta essere completamente in forma oggettiva e rimanda, nell’uso del tempo passato e nella stessa struttura, al  tenor del breve [50].
La medesima cosa si verifica anche per le promesse, che, dapprima carte a sé stanti, pur potendo essere riferite a documenti appena conclusi [51], si trovano poi frequentemente di seguito ad altri atti, cui sono strettamente connesse, per definire meglio precisi obblighi dell’autore e dare maggiori garanzie al negozio giuridico, senza tuttavia modificare il formulario dell’atto a cui sono congiunte [52]; successivamente sono unite, in concisa forma narrativa, senza sottoscrizioni e con sintetico riferimento ai medesimi testi e data, all’atto principale, dopo quello [53], poi risalgono prima della completio [54], per divenire infine parte del tenor [55].
In secondo luogo il breve, come si vedrà tra poco, nell’impianto formale si avvicina tanto alla carta da essere totalmente assimilato ad essa.
Qualcosa di simile avviene pure per il libello, un contratto agrario non molto diffuso a Milano [56], dove è presente nella prima metà del secolo XI in due forme [57]. La prima è quella in cui, dopo l’invocatio verbalis e la data, il richiedente, mediante una vera e propria petizione [58], naturalmente in forma soggettiva, domanda al concedente, sempre un ente ecclesiastico - nella quasi totalità degli esempi pervenutici il monastero di Sant’Ambrogio - la concessione di un bene immobile in usufrutto per un canone annuo prefissato. La parte finale del tenor prevede sempre la formula alia superimposita, la definizione della pena per l’inadempiente, la clausola di convenientia, cui puo’ aggiungersi l’accenno al doppio originale richiesto al notaio [59]. Apre l’escatocollo la data topica introdotta da actum, cui seguono il signum manus dell’autore, il richiedente, con rogatio [60], sottoscrizioni autografe o signa manuum dei testimoni e la sottoscrizione del rogatario con la formula scripsi post tradito complevi et dedi.
Questo formulario è però destinato ad essere progressivamente abbandonato [61], mentre diviene via via preponderante la seconda delle forme assunte a Milano dal libello, quella - dove i concedenti sono pure nella quasi totalità enti ecclesiastici, ma anche laici che detengono beni ecclesiastici in beneficio o a loro volta a titolo livellare – in cui l’atto si struttura come un patto bilaterale, come si evidenzia dall’esordio stesso del tenor, qui in forma oggettiva [62], mentre protocollo, formule finali del testo ed escatocollo permangono invariati [63], forse per attrazione del primo e più antico formulario. Infatti a Milano il libello, in questa forma che diviene poi definitiva, non presenta quelle caratteristiche che lo connotano in altri centri, dove lo si trova strutturato con la data, introdotta da actum, nell’escatocollo [64].
I libelli del secolo XI che ci sono pervenuti, poi, sono quasi esclusivamente rogati in città, e se ciò puo’ anche dipendere dal fatto che sono gli archivi dei grandi enti milanesi a conservarli, questo non sembra bastare a spiegare che solo sporadicamente, e solo dal 1069, si trovino libelli rogati altrove [65], dove sembra si abbia per questa forma documentale qualche diffidenza.
Nella prima metà del secolo XII il libello dimostra di subire alcune contaminazioni da parte della carta, comparse fin dal settimo decennio del secolo precedente: la menzione del mundoaldo [66], l’accenno alla professione di legge [67] o al launechild [68]; mentre anch’esso al termine puo’ presentare brevi aggiunte [69].
Ricapitolando, a Milano nel libello, contrariamente a ciò che avviene in altri centri, la data cronica compare costantemente nel protocollo, e in questa posizione, tranne poche eccezioni [70], dalla seconda metà del secolo XI tende gradualmente a spostarsi nel  breve, così come la menzione dei testi e la sottoscrizione notarile, già ricalcate nel libello su quelle della carta, anche nel breve tendono in questo torno d’anni a modellarsi su di essa, il cui influsso sui due documenti ‘minori’ si rivela, come sopra detto, pure da altri indizi, quali la specificazione della tipologia del contratto [71], la presenza di una serie a parte di signa [72], la menzione del mundoaldo ecc. [73].
Tutto ciò rende inevitabile che ben presto si tenda a confondere le diverse forme di documentazione, a partire proprio dal breve, anzi da una tipologia ben definita di esso, la convenientia. Ciò avviene per la prima volta nel 1042 [74], in un atto, definito dal rogatario cartula convenincie, che nelle formule del tenor appare molto vicina ad una conveniencia con le caratteristiche formali del breve di quache anno successivo [75]. A sua volta quest’ultimo atto rivela tra l’altro il forte travaglio cui tutta la materia è sottoposta nell’inserzione nel tenor, in forma oggettiva (Presentia bonorum hominum …stetit et convenit …) di parti in forma soggettiva che sfuggono al notaio (… ita ut si ego …per convenencia non remanserit…componere promitto…) e nell’aggiunta dell’espressione pro anima mea remedium alla clausola quia sic inter nobis convenerunt.
Dopo questo esempio bisogna attendere un trentennio per ritrovarne altri, che poi si fanno via via più frequenti [76]. Così, mentre nel 1068 è risolto in forma di breve, purtroppo mancante di parte dell’escatocollo, un accordo per l’usufrutto di una selva [77], nel 1096 un patto dello stesso tenore ha la forma di carta [78]:
 
(ST) In nomine Domini. Breve recordationis de convenientia quam fecerunt A … cum  B … ad abendum et tenendum seu usufructuendum, idest per nominative silva …cum ex parte prato … pecia una …, coeret …; in tali vero ordine ut persolvere debeat ipse B omnique anno .… Si ipse B ipso ficto … non dederit …, statim predicta silva … cum predicto prato … in ipsis A … revertant potestatem …. Et insuper obligavit ipse B ut, si sui … heredes … agere aut causare vel requirere presumserint, tunc componere debeant … libras …, et insuper tacitus permaneant.
Factum est hoc … suprascripta civitate …, anno …. Unde trex breve uno tenore scripti sunt.
+ B a me facta subscripsi.
 
(ST) In nomine Domini. Anno …. Stetit et convenit inter A … necnon et B …, eo tenore sicut hic supter legitur, ita ut  … habere et tenere debent ipsi B … vineam … petiam unam et camporum petias quinque….; predicta vinea dicitur …, est ei a mane ….; primus campus dicitur …, est ei a mane …; secundus …, eo tamen  ordine quod … ipsi B … persolvant tantum fictum … quantum … solitum est dari …. Et si hoc provenerit quod ipse A …agere aut causari presumpserit …, tunc componere debet … solidos …, et insuper in eadem convenientia permaneat. Quia sic inter nos convenit. Actum infra castrum de … loco Vicomodronis..
Signum + manus ipsius A qui hanc cartulam convenientie … fier rogavit.
Signa + + + + + + + manuum … testium.
(ST) Ego … notarius et iudex … scripsi, post traditam complevi et dedi.
 
Allo stesso modo è possibile stabilire un raffronto tra una carta convenientie  del 1076 che stabilisce le modalità con cui un tale, avendo venduto un suo manso, si impegna per riottenerlo entro un anno ed annullare la vendita [79], e un breve di pari contenuto ad essa quasi contemporaneo (1081), rogato contestualmente ad una carta venditionis [80].
Infine due atti rogati nel medesimo mese ed anno a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro, riguardanti patti circa l’uso di manufatti, senza differenziazioni dal punto di vista formale, sono definiti dai rispettivi rogatari il primo carta, l’altro breve [81].
 
(ST) Anno …. Stetit et convenit inter A …, consenciente …, pro data licentia … iudicis …, necnon et inter B eo tenore sicut hic subter legitur, ita ut si ipse B … edificaverit molandinum …, tunc licentiam et potestatem habeat … firmare clusam …; et hoc stetit et convenit inter eos ut ipse B … nullum damnum facere debeat …, et item hoc stetit et convenit inter eos ut ipse B … dare debeat … de milio et secale ….modium unum…. Alia superimposita inter eos exinde non fiat. Penam vero …. Quia sic inter eos convenit. Actum ….  Signum +  + + + + manuum A qui hanc cartulam convenientie … fieri rogaverunt  ecc..
 
(ST) Stetit et convenit inter A necnon et inter B eo tenore et conventu sic hic subter legitur, ita ut ipse B … levare debeat cum suprascriptis A murum unum comunum …, et ipse B et A facere debeant omne … asium et utilitatem in ipso muro…. Et hoc stetit et convenit inter eos ut, si aliquis eorum predictum murum … plus alcius levaverit, tunc omnes equaliter asium et suam utilitatem … habere debeant …. Et hoc stetit et convenit inter eos ut, si ipsi A … levaverint casa …, tunc ipse B … non contradicat pluere grunda de ipsa casa …. Alia superimposita inter eos exinde non fiat. Penam vero .… Quia sic inter eos convenit. Actum … Signum + manus suprascripti A qui hunc breve convenientie … fieri rogavit ecc.. 
 
Lo stesso fenomeno si riscontra per la refuta: un primo esempio risale al 1078 [82], quando un breve refutacionis in tutto coerente con lo schema tradizionale, con esordio tipico (Presentia bonorum hominum …per fustem et pergamenam …), data topica e cronica nell’escatocollo, la formula interfuerunt testes congiunta a varie sottoscrizioni autografe di testi, nella rogatio - forse per la menzione del launechild presente nel tenor - è definita carta, e di questa ricalca la completio.
Dalla prima metà del secolo XII il formulario della carta penetra più profondamente nella refuta secondo le già citate modalità: menzione della professione di legge, consenso del munodaldo e del giudice alla donna coautrice con il marito [83], corresponsione del launechild [84].
Più tardi, almeno da quanto risulta dallo spoglio delle pergamene milanesi fin qui edite, compare la carta investiture [85].
Pure il libello è inevitabilmente attratto dalla carta, e se i primi esempi di cartule libelli possono indurrre a credere che definizioni di tale genere siano imputabili ad esperimenti più o meno arditi condotti dai rispettivi rogatari, in seguito è proprio il libello nel suo consueto formulario ad essere chiamato carta.
Il primo esempio di cartula libelli risale al 1069: qui troviamo inserita per intero, opportunamente volta in forma oggettiva, pur con qualche incertezza - negli altri casi consimili ve ne è solo un accenno – la formula di consenso data alla moglie dal marito coautore dell’atto e dai parenti di lei [86].
Più tardi troviamo due atti del 1090 [87] e 1092 [88] che del libello – eccetto nel primo un accenno alla professione di legge - seguono il formulario fino alle coerenze del bene, per poi bruscamente passare alla forma soggettiva e al formulario della carta.
Nel 1093 infine un libello secondo lo schema seguito solitamente nel milanese è detto cartula libelli [89], e ciò accade ancora nel 1098 [90], nel 1120 [91], nel 1121 [92], nel 1127 [93] ecc..
Proprio attraverso questa via breve  e libello, usati con parsimonia nel secolo XI, trasformandosi in tal modo, sono per così dire rivitalizzati e divengono di uso più comune, risultando vitali molto a lungo.
D’altro canto la carta, che pur sembra immutabile nel suo impianto formale, grazie a questo incessante processo di avvicinamento del tenor alle succitate forme documentarie e all’uso duttile e libero delle aggiunte, abbandona pian piano gli  antichi schematismi e si apre assai precocemente a nuovi orizzonti, dando vita a soluzioni diverse, più consone alle mutate esigenze dei committenti: si avvia in una parola a divenire instrumentum .
E questo  processo di svecchiamento nella documentazione privata milanese credo sia favorito da una certa indipendenza dei rogatari dai dettami di scuola e da una apertura degli stessi a figure professionali non appartenenti all’ambito strettamente notarile, quali giudici - notai, ma soprattutto giudici che siano solo tali [94], attivi nel milanese proprio da questi anni cruciali, e in certo modo sia anche determinato da una visione della professione fortemente condizionata dalla prassi.
 



[1] Della vasta bibliografia che si potrebbe citare, mi limito, per restare ai lavori più tecnici e agli ambiti territoriali più vicini al nostro, a ricordare, oltre al lontano lavoro di C. MANARESI, Spirito di tempi nuovi nei documenti privati lombardi del periodo precomunale, in ‘Atti e memorie del I Congresso Storico Lombardo (Como, 21, 22 maggio , Varese 23 maggio 1936)’, Milano 1937, pp. 77 – 85;  G. CENCETTI, La ‘rogatio’ nelle carte bolognesi, contributo allo studio del documento notarile italiano nei secoli X – XII, in ‘Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Provincie della Romagna’, n. s., VII, 1960, pp. 17 – 150, ora anche in ‘Notariato medievale bolognese’,  tomo I, Scritti di Giorgio Cencetti, Consiglio Nazionale del Notariato, Roma 1977, pp. 217 – 352; G. COSTAMAGNA, Il notaio a Genova tra prestigio e potere, Consiglio Nazionale del Notariato, Roma 1970, cap. II, pp. 33 – 95; G. COSTAMAGNA, Dalla ‘charta’ all’ ‘instrumentum’, in ‘Notariato medievale bolognese’, tomo II, Atti di un convegno, (febbraio 1976), Consiglio Nazionale del Notariato, Roma 1977, tomo II, pp. 7 – 26; A. LIVA, Notariato e documento notarile a Milano (dall’alto madioevo alla fine del Settecento), Consiglio Nazionale del Notariato, Roma 1977, pp. 41 – 60; M. F. BARONI, Il documento notarile novarese: dalla «charta» all’ «instrumentum», in ‘Studi di Storia Medioevale e di Diplomatica’, 7, Milano 1982, pp. 13 – 23; A. PRATESI, Appunti per una storia dell’evoluzione del notariato, in ‘Studi in  onore di Leopoldo Sandri’, Roma 1983 (Pubblicazioni deali Archivi di Stato, XCVIII, Saggi I), pp. 77759 – 772; E. BARBIERI, Notariato e documento notarile a Pavia (sec. XI – XIV), Firenze 1990; ID., Il notariato in età comunale, in ‘Storia di Pavia’, III, Dal libero comune alla fine del principato indipendente, tomo II, Milano 1990, pp . 562 –565.

[2] Dal secolo X compare, divenendo via via più frequente, la professione di legge (Cfr. Codex Diplomaticus Longobardiae (d’ora in poi C.D.L.), Historiae Patriae Monumenta, XIII, a cura di G. Porro Lambertenghi, Torino 1873, n. CCCCII, 903 gennaio 11, Milano; n. CCCCV, 903 agosto 15, Milano; n. CCCCLI, 913 giugno, Milano ecc.); anche nel milanese, nonostante un leggero ritardo rispetto ad altre zone, testi professanti la legge dell’autore, se diversa dalla longobarda, compaiono nell’escatocollo separatamente dagli altri (Cfr. per es. ivi, n. DCXV, 956 maggio, Monza, dove un’apposita serie di signa manuum è destinata a testi di legge romana in una permuta tra ecclesiastici di cui non è specificata la legge; nonché il n. DCXLIX, 961 dicembre, Milano, una carta iudicati dell’arcivescovo Valperto, di legge longobarda, in cui compare una serie di signa manuum di testi romani, così come il n. DCLXXXIII, 964 maggio 12, Milano, testamento del prete di origine longobarda Valdeverto); nella seconda metà del secolo alla formula nec me liceat per il clero di origine longobarda si aggiunge il richiamo alla dignità sacerdotale, e se nel già citato testamento di Valperto vi è solo un  accenno (et pro honore sacerdocii mei nec me liceat…), nel testamento del prete Valdeverto la si trova per esteso ( et si propter honore sacerdocii mei  mihi impedit lege romana, nec me liceat…), e ciò diventa normale dal decennio successivo (Cfr. ivi, n. DCCXLI, 972 novembre, Milano, in una vendita che ha per autore un prete che non manifesta la propria origine, ma è evidentemente longobardo, alla formula et si propter honore… corrisponde una serie di testi romani, così come al n. DCCLXVIII, 975 ottobre 15, o al n. DCCCLXVIII, 992 giugno, Milano, ecc.); dalla fine del secolo si trova, anche se sporadicamente, il formulario, fortemente simbolico, riferito ad autori professanti la legge salica (Cfr. ivi, n. DCCCCXXX, 997 gennaio 29, Imbersago); la corresponsione del launechild compare nelle carte donationis dal terzo decennio dell’XI secolo anche in riferimento ad autori di legge romana, anche se gli esempi pervenutici provengono da luoghi come l’Isola Comacina o Chiavenna (Cfr. Gli atti privati milanesi e comaschi del sec. XI (d’ora in poi A.P.M.C.), II, a cura di C. Manaresi e C. Santoro, Milano 1960, n. 230 p. 191, 1035 aprile, Pino; III, a cura di C. Manaresi e C. Santoro, Milano 1965, n. 542 p. 364, 1074 aprile, Chiavenna) lontani da Milano, che non ci tramanda carte donationis con autori di legge romana, benché si possa constatare che ciò si verifica nelle carte promissionis, dove pure esso viene corrisposto (Cfr. A.P.M.C. II, n. 204 p. 136, 1033 febbraio, Baggio), anzi in esse il launechild permane a lungo, anche quando scompare dalle donazioni, fino alla fine del secolo, prevedendo, oltre alla corresponsione di un oggetto (Cfr. A.P.M.C. IV, a cura di C. Manaresi e C. Santoro, Milano 1969, n. 818 p. 488, 1095 gennaio, Milano) anche quella di denaro (Cfr. ivi IV, n. 825 p. 502, 1095 maggio, Milano; n. 846 p. 542, 1097 aprile 26, Milano). Intorno alla metà del secolo XI la roboratio, anche prima rara, scompare del tutto a Milano dalle carte offersionis e donationis, se si eccettuano i pochi casi in cui gli autori professino la legge salica (Cfr. A.P.M.C. II, n. 312 p. 355, 1045 marzo 7, Bollate; III, n. 368 p. 50, 1054 marzo 9, Milano), permanendo invece, anche se non costantemente, in atti rogati nel comasco e nel varesotto (Cfr. A.P.M.C. III, n. 372 p. 60, 1054 aprile, Conca; n. 378 p. 71, 1055 febbraio 1, Gallarate; n. 391 p. 94, 1057 gennaio 3, Schianno ecc.). In queste e nelle carte iudicati nel secolo XI la minatio è sporadica, ma, quando compare, per lo più negli anni del governo di Ariberto e di Guido da Velate, rieccheggia formule di tipo ecclesiastico (Cfr. A.P.M.C. I, a cura di G. Vittani e C. Manaresi, Milano 1933, n. 81 p. 186, 1016 settembre, Milano; n. 90 p. 206, 1017 agosto, Milano; II, n. 163 p. 45, 1028 settembre, Milano; III, n. 351 p. 9, 1052 marzo 29, Milano ecc.) e puo’ presentare clausole riservative contro l’alienazione o il cattivo uso dei beni in oggetto (Cfr. per es. A.P.M.C. III, n. 416 p. 140, 1060 aprile, Milano; n. 425 p. 155, 1061 aprile, Milano ecc.) da mettersi in relazione col movimento patarinico (V. C. VIOLANTE, La pataria milanese e la riforma ecclesiastica, I, le premesse (1045 – 1057), Roma 1955, p. 10 e segg., e p. 27, e G. G. FISSORE, Origini e formazione del documento comunale a Milano, in ‘Atti dell’11o Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Milano 26 – 30 ottobre 1987’, tomo II, Spoleto 1989, p. 576 e nota 73).

[3] V. C: MANARESI, Spirito…, cit., p. 78.

[4] ID, ivi, pp. 83, 84.

[5] Cfr. nota 2.

[6] Sono esclusi dal computo i brevi aggiunti ad altri documenti, di cui si dirà in seguito.

[7] Cfr. A.P.M.C. I, n. 27 p. 59, 1007 agosto, Milano; n. 40 p. 97, 1010 gennaio; n. 75 p. 173, 1015 settembre, Inzago; II, n. 228 p. 189, 1035 febbraio, Milano.

[8] Essi presentano la data, costantemente nell’escatocollo, divisa tra data cronica, introdotta da factum - oppure senza alcuna formula introduttiva, (Cfr. A.P.M.C. IV, n. 740 p. 344, 1089 settembre, Intercorte; n. 885 p. 616, 1100 metà febbraio, ‘Scalugla’ <Isola Comacina>) – e data topica introdotta da actum (Cfr. ivi. III, n. 444 p. 189, 1063 ottobre, Como; IV, n. 590 p. 74, 1079 gennaio 30, Como; n. 762 p. 386, 1091 febbraio, Como); fa eccezione un breve rogato a Cantù nel luglio 1093 recante la data cronica nel protocollo e la data topica nell’escatocollo introdotta da factum (Cfr. ivi., IV, n. 790 p. 437); spesso compare l’apprecatio feliciter’ (Cfr. ivi, IV, n. 679 p. 234, 1086 gennaio, Campo; e nn. 740, 790, 885 citt.) che talvolta divide la data topica dalla cronica; gli autori, quando siano ecclesiastici, si sottoscrivono autograficamente (Cfr. i citati atti n. 444, 590), altrimenti sono ricordati attraverso i signa manuum della rogatio (Cfr. ivi III, n. 469 p. 234, 1066 ottobre 28, Porlezza, e nn. 740 e 885 citt.), che tuttavia puo’ anche mancare (Cfr. nn. 679, 762 citt. ed A.P.M.C. IV, n. 899 p. 640, 1100 Chiavenna); la formula dei signa manuum riservata ai testimoni è talora rafforzata dall’espressione qui interfuerunt testes (Cfr. i citati atti n. 444, 469, 679); la sottoscrizione del notaio reca il solo scripsi (Cfr. ivi III, n. 444, cit.) oppure la formula scripsi et interfui, che ripropone le due espressioni tipiche del breve, rovesciandone però l’ordine (ma nel n. 762, cit., manca l’ego e la sottoscrizione viene espressa in forma oggettiva: Ubertus notarius causidicusque sacri palatii hunc brevem scripsit et interfuit). Nel 1066, però, a Porlezza (Cfr. n. 469 cit.), in un’investitura che per altro si uniforma agli usi comaschi, il giudice Petracius afferma nella sua sottoscrizione hanc cartam tradidi et scripsi. Anche a Tirano data cronica e topica sono nell’escatocollo, compare l’apprecatio ‘feliciter’ e il rogatario usa la formula scripsi et interfui.

[9] V. C. MANARESI, Regesto di S. Maria di Monte Velate sino all’anno 1200, (Regesta chartarum Italiae), Roma 1937.

[10] Questo è lo schema del breve così come è ettestato a Pavia, dove compare nell’ultimo quindicennio del secolo XI già pienamente strutturato; esso è stato dettagliatamente descritto da E. BARBIERI, Notariato e documento notarile…, cit., pp. 50 – 54; v. pure ID., Il notariato in età comunale, cit., p. 563. Secondo questo schema formale il breve si trova usato anche a Cremona (Cfr. Le carte cremonesi dei secoli VIII – XII, edizione e introduzione a cura di E. Falconi, II (1073 – 1162), Cremona 1984, n. 222 p. 5, 1078 aprile 9, Cremona, n. 233 p. 36, 1088 giugno 21, Cremona ecc.), esempi questi preceduti da pochi altri in cui l’escatocollo presenta forme più elaborate rispetto a quella definitiva (Cfr. Le carte cremonesi, cit., I (759 – 1069), Cremona 1979, n. 99 p. 271, 998 novembre 18, Cremona; n. 166 p. 429, 1036 maggio 22, Gombito; n. 191 p. 478, 1052 agosto 19, Cremona): in questi atti compaiono infatti come intervenienti giudici o notai: nel primo sono due a sottoscriversi dopo la manufirmatio di uno degli autori e la formula del signum manibus con cui vengono ricordati gli altri, pure i testi sono qui menzionati mediante il signum manibus, l’atto si chiude poi con l’attestazione del rogatario che assicura di essere stato presente al negozio e di aver scritto l’atto: ego …. hoc breve scripsi et ibi fuit; nel secondo l’escatocollo è simile al primo, ma manca qualsiasi cenno all’autore; nel terzo infine alla rogatio, espressa col signum manibus, e al signum manibus dei testi seguono due sottoscrizioni, di cui la prima di un notaio, oltre a quella del rogatario. La presenza di giudici o notai si riscontra successivamente in atti di particolare rilievo, quali l’investitura da parte del vescovo eletto Gualtiero alla chiesa di S. Agata della chiesa di S. Valeria in Olza di vari beni fondiari (Cfr. Le carte cremonesi, cit., II, cit., n. 230 p. 30, 1086 settembre 26, Cremona) o la scambievole investitura di diversi beni fatta dagli abati di S. Lorenzo e di S. Pietro (Cfr. ivi, n. 250 p. 68, 1104 marzo 24, Cremona), mentre è da ricollegarsi all’ambiente in cui viene stipulato l’atto il ricco apparato di sottoscrizioni autografe che i canonici della cattedrale appongono ad una investitura di terre e vigne da essi effettuata in favore di Giovanni del fu Obizone (Cfr. ivi, n. 243 p. 54, 1098 febbraio 17, Cremona), così come la serie di sottoscrizioni apposte da esponenti del clero cremonese al sopra citato atto del 1086.
 Lo stesso formulario è in uso a Novara, dove il breve è diffusissimo. Anche qui si nota, scorrendo Le carte dell’archivio capitolare di Santa Maria di Novara, II (1034 – 1172), a cura di F. Gabotto, G. Basso, A. Leone, G. B. Morandi, O. Scarzello, Biblioteca della Società Storica Subalpina, vol. LXXIX, Pinerolo 1915 (d’ora in poi B.S.S.S. LXXIX), negli esempi più antichi una fase di assestamento prima di giungere alla struttura definitiva: atti che presentano la sottoscrizione autografa dell’autore come quello del 20 settembre 1054, Novara (Cfr. B.S.S.S. LXXIX , cit., n. CCIV p. 44) o quello del 13 aprile 1072, Novara (Cfr. ivi, n. CCXXVIII p. 78) o del marzo 1100, Gozzano (Cfr. ivi, n. CCLXXXIII p. 169), si alternano ad altri che ne sono privi; nel secondo caso per di più si riscontra una commistione tra il formulario del breve, di cui l’aspetto più appariscente è la datazione sdoppiata tra protocollo ed escatocollo, e quello della carta promissionis, tanto che l’atto è detto breve promissionis nel tenor, cartula nella sottoscrizione dell’autore e nella completio, che della carta appunto riproduce la formula post tradita complevi et dedi. I testi sono ricordati, qui come nel citato atto del 1054, insieme come romani e longobardi (signum manibus …romanos et longobardos qui interfuerunt testes), cosa questa non eccezionale a Novara (Cfr. per es. la carta offersionis del novembre 1118, B.S.S.S. LXXIX, n. CCCI, p. 191) e che si riscontra anche in due atti del 21 ottobre 1097, Novara (Cfr. ivi, n. CCLXXIX p. 161) - che tra l’altro sono definiti breve comutationis in quanto riguardano entrambi una reciproca investitura di beni - ma questa rimane l’unica stonatura in documenti ormai coerentemente strutturati; il breve successivamente, dal quarto decennio del secolo XII, vede farsi sempre più rara la formula dei signa manuum per i testi, i quali saranno ricordati semplicemente come presenti.
 Anche a Brescia il breve segue, apparentemente senza sbavature, almeno a quanto risulta da un rapido spoglio de Le carte del monastero di San Pietro in Monte di Serle (Brescia), 1039 – 1200, a cura di E. Barbieri ed E. Cau, Brescia 2000, lo schema formale pavese, cremonese, novarese (Cfr. per es. ivi, n. 48 p. 94, 1078 maggio, Gavardo; così avviene a Tortona (Cfr. Le carte dell’archivio capitolare di Tortona (sec. IX – 1220), a cura di F. Gabotto e V. Legé, Biblioteca della Società Storica Subalpina, XXIX, Pinerolo 1905, per es. n. XXXI p. 44, 1114 marzo 10, Tortona; n. XXXIV p. 45, 1124 aprile 13, Tortona).

[11] Cfr. A.P.M.C. III, n. 369 p. 53, 1054 marzo 13, Milano; n. 422 p. 151, 1061 febbraio 12, Varese; n. 521 p. 329, datato dagli editori <1070> agosto 7, sabato, Casbeno, ulteriormente da me più genericamente ascritto alla fine del secolo XI (V. Le pergamene della basilica di San Vittore di Varese (899 – 1202), Pergamene milanesi dei secoli XII –XIII, vol. IX (d’ora in poi P.M. IX), a cura di L. Zagni, Milano 1992, n. XXIV p. 39) esso, essendo una notula, probabilmente conservata con altre coeve, non reca data di anno né sottoscrizione notarile. Vorrei ricordare qui che le pergamene milanesi del secolo XII fin qui edite e d’ora in poi citate sono consultabili anche in Scrineum, saggi e materiali on - line di scienze del documento e del libro medioevale, pubblicazione elettronica annuale dell’Università di Pavia, nell’ambito del Codice diplomatico digitale della Lombardia Medioevale.

[12] Cfr. Le pergamene milanesi del secolo XII conservate presso l’Archivio di Stato di Milano: S. Apollinare, S. Caterina alla Chiusa, S. Dionigi, S. Donnino, S. Eusebio, S. Eustorgio, Lentasio, S. Marco, Pergamene milanesi dei secoli XII – XIII, vol. XII (d’ora in poi P.M. XII), a cura di L. Martinelli, Milano 1994, n. I p. 29.

[13] Cfr. A.P.M.C. I, n. 27 p. 59, 1007 agosto , Milano; n. 75 p.173 cit.; II, n. 228 p. 189 cit.; ma anche III, n. 445 p. 190, 1063 ottobre, Vimercate; IV, n. 649 p. 182, 1084 febbraio, Monza e Le pergamene dei secoli XII e XIII del monastero di S. Pietro in Gessate conservate presso l’archivio di Stato di Milano, Pergamene milanesi dei secoli XII – XIII, vol. VI (d’ora in poi P.M. VI), a cura di R. Perelli Cippo, Milano 1988, n. I p. 1, 1119 luglio, Milano).

[14] Cfr. A.P.M.C. III, n. 392 p. 96, 1057 febbraio, Milano; n. 490 p. 270, 1068 gennaio, Milano; n. 515 p. 317, 1070 marzo, Milano; IV, n. 711 p. 294, 1087 maggio, Milano; n. 881 p. 610, 1099 ottobre, Meda); un po’ diverso il caso di due brevi, entrambi del 4 ottobre 1075, in cui nel protocollo, aperto da una roboante invocatio verbalis, si trova la data topica, indicante il luogo preciso dove avvenne l’atto, ripresa poi, con l’aggiunta della menzione della città, nell’escatocollo, introdotta da factum est hoc (factum est hoc suprascripta civitate et predicta curte) e seguita dalla data cronica ( V. ivi IV, n. 557 p. 14; n. 558 p. 16).

[15] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 645 p. 176, 1083 dicembre 29, Milano; n. 647 p. 179, 1084 febbraio 15, Milano.

[16] Cfr. ivi III, n. 466 p. 230, 1066 marzo, Monza.

[17] Cfr. ivi III, n. 487 p. 266, 1067 dicembre (25 – 31), Meda.

[18] Cfr. ivi III, n. 516 p. 320, 1070 aprile 5, Milano cit.; n. 546 p. 370, 1074 agosto, Milano ecc..

[19] Cfr. P.M. IX, n. XXXIII p. 51, 1112 maggio, Galliate; n. XXXVI p. 57, 1114 dicembre, Varese; P.M. VI, n. I p. 1 cit.; P.M. XII., n. VI p. 39, 1159 dicembre 21, Milano; la data cronica senza la topica, forse per dimenticanza, nell’escatocollo in P.M. XI, n. I p. 43, 1162 gennaio 23.

[20] E’ il caso dell’investitura del febbraio 1035 che ha per autore l’arcivescovo Ariberto, sottoscritta, oltre che da questi, da tre giudici (Cfr. A.P.M.C., II, n. 228 p. 189 cit.), o della convenientia in cui agisce l’abate del monastero di Sant’Ambrogio, che si sottoscrive con tre monaci e due giudici, mentre gli altri testi sono ricordati nei signa manuum (Cfr. ivi, III, n. 515 p. 317 cit.), o della divisione fatta tra un laico e tre enti ecclesiastici, i cui rappresentanti si sottoscrivono (Cfr. ivi, n. 649 p. 182 cit.).

[21] Cfr. P.M. XII, n. IV p. 35, 1158 aprile 4, Milano; n. VI p. 39 cit..

[22] Cfr. A.P.M.C., IV, n. 594 p. 80, 1079 febbraio, Milano, in cui si sottoscrive una badessa; n. 711 p. 294 cit., con sottoscrizione autografa dell’abate di Sant’Ambrogio; P.M. IX, n. XXXVI p. 57 cit.; P.M. XIV, n. XXXII p. 55, 1140 dicembre 14, Vimercate.

[23] Cfr. A.P.M.C. I, n. 75 p. 173 cit.; III, n. 466 p. 230 cit.; n. 516 p. 320 cit.; IV, n. 620 p. 126, 1081 febbraio, Bobbiate; n. 862 p. 575, 1098 maggio 2, Monza.

[24]Cfr. per es. P.M. II, n. XXV p. 39, 1189 aprile 21, Milano; n. XXVI p. 40, 1194 dicembre 17, Milano; n. XXVII p. 41, 1195 aprile 10, Milano ecc..

[25] I primi esempi in A.P.M.C. IV, n. 557 p. 14 e n. 558 p. 16 citt.; n. 575 p. 47, 1077 novembre, Civate; n. 592 p. 77, 1079 febbraio 13, Lesmo; n. 647 p. 179 cit..

[26] Naturalmente nel secolo XI questi aspetti non si colgono in quei brevia che seguono il formulario altrove più comune, con la data divisa tra protocollo ed escatocollo (V. A.P.M.C. n. 422 cit.; n. 521 cit.); la cosa diviene meno lineare nel secolo XII, dove ad esempio in P.M. XII, n. I p. 29 cit. si ha la data divisa tra protocollo ed escatocollo, ma una serie separata di signa manuum è riservata a testimoni di legge romana  (V. più oltre nota 31 e testo corrispondente).

[27] Cfr. per es. A.P.M.C. I, n. 75 p. 173 cit.; III, n. 445 p. 190 cit.; n. 487 p. 266 cit.; IV, n. 546 p. 370 cit.; n. 557 p. 14 e 558 p. 16 citt..

[28] E ciò indipendentemente dalla posizione della data, cfr. A.P.M.C. III, n. 466 cit, con data nel protocollo, dove , come si è visto sopra, manca pure la sottoscrizione o il signum manus dell’autore; IV, n. 620 p. 126 cit, con data nell’escatocollo; n. 862 p. 575 cit., con data nel protocollo.

[29] Cfr. A.P.M.C. IV, n.557 p. 14 e n. 558 p. 16 citt.; n. 575 cit.; Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Giorgio al Palazzo di Milano conservate presso l’Archivio di Stato di Milano, Pergamene milanesi dei secolo XII – XIII, vol. V, (d’ora in poi P.M. V), a cura di L. Zagni, Milano 1988, n. XXXVI p. 65, 1148 maggio 14, Milano; Le pergamene della canonica di S. Ambrogio nel secolo XII, a cura di A. Ambrosioni, Milano 1974, n. 69 p. 211, 1171 settembre 18, Milano; n. 82 p. 251, 1173 maggio 8, Milano; P.M. XIV, n. LXXXI p. 135, 1176 marzo, Vimercate ecc., ma in questi ultimi casi più che un collegamento con il breve si deve vedere forse un approccio all’instrumentum.

[30]Unica eccezione, sembra, tra gli atti editi sopra considerati, P.M. XII, n. VI p. 39 cit. in cui l’interfuerunt compare tra sottoscrizioni autografe.

[31] E’ il caso dell’atto rogato a Meda nell’ottobre del 1099 (Cfr. A.P.M.C. IV, n. 881 p. 610 cit.), o di quello rogato a Milano l’11 marzo 1120 (P.M. XII, n. I p. 29 cit. ), entrambi con una serie di signa per testi di legge romana, in corrispondenza ad autori ecclesiastici, di cui non è specificata la legge di nascita nel testo.

[32] Cfr. A.P.M.C. I, n. 75 p. 173 cit..

[33] Cfr. nota n. 8.

[34] Cfr. A.P.M.C. II, n. 228 p. 189 cit.; III, n. 445 p. 190 cit.; n. 466 p. 230, 1066 marzo, Monza; n. 487 p. 266 cit.; IV, n. 575 p. 47 cit.; n. 647 p. 179 cit..

[35] Cfr. P.M. VII, n. XXI p. 38, 1137 settembre, Magnago; P.M. XIV, n. XXXI p. 53, 1138 marzo 26, Milano; n. XXXII p. 55, 1140 dicembre 14, Vimercate.

[36] Cfr. A.P.M.C. I, n. 27 p. 59 cit.; III, n. 515 p. 317 cit.; n. 546 p. 370 cit..

[37] Cfr. A.P.M.C. III, n. 392 p. 96 cit.; IV, n. 557 p. 14 e 558 p. 16 citt.;  n. 592  p. 77 cit..

[38] Cfr. P.M. XIV, n. VI p. 9, 1107 giugno, Vimercate; P.M. IV, n. I p. 1, 1137 luglio, Milano.

[39] Cfr. Santa Maria, cit., n. CCCIX  p. 200, 1125 maggio, Milano; Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Lorenzo di  Milano, Pergamene milanesi dei secoli XII – XIII, vol. VII, (d’ora in poi P.M. VII), a cura di M. F. Baroni, Milano 1989, n. XVII p. 32, 1135 gennaio 9, Milano; P.M. V, n. XXV p. 43, 1144 febbraio, Milano.

[40] Cfr. Le pergamene del secolo XII conservate presso l’Archivio di Stato di Milano, S. Radegonda, S. Sepolcro, S. Silvestro, S. Simpliciano, S. Spirito, S. Stefano, Pergamene milanesi dei secoli XII – XIII, vol. VIII, (d’ora in poi P.M. VIII), a cura di M. F. Baroni, Milano 1993,  n. XV p. 30, 1141 maggio, Milano; P.M. XIV, n. XLI p. 70, 1147 dicembre 28, Vimercate; P.M. V, n. XXXVI p. 65, 1148 maggio 14, Milano ecc..

[41] Cfr. C. MANARESI, Spirito…, cit., pp. 77 – 78; A. LIVA, Notariato…, cit., p. 49 – 51..

[42] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 592 p. 77 cit., di seguito ad un livello rogato nel medesimo giorno, ne ripete la data per esteso e ne rimenziona i testi; n. 620 p. 126 cit., di seguito ad una carta venditionis in pari data, di cui riproduce i testi; n. 679 p. 234 cit., di seguito ad una carta offersionis in pari data, presenta gli stessi testimoni che prima la carta citava divisi secondo la professione di legge, riuniti in un’unica serie di signa manuum.

[43] Cfr. A.P.M.C. III, n. 417 p. 143, 1060 giugno, Premonte; n. 422 p. 151 cit.; IV, n. 551 p. 3, 1075 gennaio, Stabio ecc..

[44] Completamente diversa la prassi a Pavia, cfr. E. BARBIERI, Notariato…, cit., pp. 63 – 66, che vede risolta l’inserzione dei brevia  in altre forme e con un ritardo di qualche decennio rispetto a Milano.

[45] Cfr. A.P.M.C. III, n. 422 p. 151 cit.; IV, n. 551 p. 3 cit.; eccezionalmente se ne trova uno anche alla metà del secolo XII, di seguito ad una carta convenientie; in esso la datazione appare divisa tra protocollo ed escatocollo, ma qui la data di anno e l’indizione aprono il documento, che si conclude con la menzione del giorno della settimana e del mese introdotti da  factum est hoc (Cfr. P.M. IV, n. VII p. 11, 1148 dicembre, Milano).

[46] Cfr. ad es. A.P.M.C. IV, n. 752 p. 367, 1090 giugno 9, Milano.

[47] Cfr. A.P.M.C. I, n. 88 p. 200, 1017 agosto

[48] Cfr. P.M. IX, n. XXXVII p. 59, 1116, Masnago; P.M. VII, n. XV p. 28, 1127 ottobre, Fiorano, preceduti da un solitario esempio del 1069 (Cfr. A.P.M.C. III, n. 507 p. 301, 1069 marzo, Cernusco).

[49] Cfr. P.M. IX, n. LXX  p. 114, 1150 luglio 25, Varese; n. LXXIII p. 120, 1157 agosto, Varese; P.M. I, n. IX p. 24, 1176 ottobre, Nova.

[50] Cfr. per es. P.M. VII, n. XXXIII p. 58, 1171 novembre 20, Milano (venditionem fecit Paganus … in dominum Vivianum … nominative de … ita ut … et pro suprascripto accessio vendito manifestavit accepisse …) con  P.M. IV, n. VI p. 9, 1146 novembre 8, Milano (Anselmus … et Vuerenzo … fecerunt finem … nominative de … ea racione ut … et proinde hacceperunt …).

[51] Cfr. A.P.M.C. II, n. 189 p. 109, 1031 maggio, Milano, riferita ad una vendita appena conclusa.

[52] Cfr. A.P.M.C. III, n. 443 p. 188, 1063 ottobre, Monza; n. 492 p. 273, 1068 marzo, Busto Arsizio ecc..

[53] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 582 p. 59, 1078  marzo, Varese; n. 650 p. 184, 1084 aprile, Velate; n. 688 p. 252, 1086 aprile, Lissago; n. 731 p. 328, 1089 aprile, Varese.

[54] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 871 p. 591, 1099 marzo, ‘Muntenade’; P.M. VIII, n. IV p. 11, 1117 febbraio 8, Milano.

[55] Cfr. per es. P.M. V, n. LIV p. 93, 1169 marzo 11, Milano. Per il passaggio da carta promissionis a clausola, v. pure A. LIVA, Notariato, cit., pp. 49 – 51.

[56] Negli A.P.M.C. ricorre complessivamente 37 volte, 10 nella prima metà del secolo.

[57] In questo arco cronologico si ricorre all’uno o all’altro formulario lo stesso numero di volte, 5 in tutto per ciascun gruppo.

[58] Cfr. per es.A.P.M.C. I, n. 85 p. 194, 1017 marzo, Milano: ‘Petimus ad te domunus Guifredus humilis abbas ... ut nobis Rolandi et Lanzoni fratres ... dare ac prestare iubeatis … ad abendum et tenendum seu censum redendum libellario nomine usque ad annos vigintinovem expletu ...’.

[59] Cfr. per es. A.P.M.C. II, n. 187 p. 104, 1030 novembre, Milano; n. 245 p. 221, 1036 gennaio, Milano; nella seconda metà del secolo, cfr. ivi, III, n. 454 p. 210, 1064 giugno, Milano.

[60] Fa eccezione alla fine del secolo un libello rogato a Monza in cui è il concedente a sottoscriversi, essendo membro del clero, autograficamente (Cfr. A.P.M.C. IV, n. 611 p. 108, 1080 agosto, Monza).

[61] Ricompare, dopo il 1036, solo due volte, nel giugno 1064 a Milano e nell’agosto 1080 a Monza (Cfr. A.P.M.C. III, n. 454 p. 210 cit.; IV, n. 611 p. 108 cit.).

[62] Cfr. per es. A.P.M.C. I, n. 61 p. 141, 1013 settembre 10, Milano: ‘Placuit atque convenit inter … necnon et inter … ut in Dei nomine debeat dare … ad habendum et tenendum seu censum reddendum libellario nomine usque ad annos vigintinovem expleti …’.

[63] Compare citato nel signum manus come autore per lo più il richiedente, anche perché, dei due originali del negozio, spetta al concedente, al cui archivio di solito appartengono gli atti pervenutici, quello sottoscritto dall’altra parte, anche se ci sono casi in cui compare come autore il concedente, che, quando ecclesiastico, si sottoscrive autograficamente ( Cfr. per es. A.P.M.C. I, n. 61 p. 141 cit.; n. 68 p. 156 , 1014 agosto, Milano; III, n. 418 p. 145, 1060 settembre ecc.).

[64] Ancora una volta il termine di confronto più immediato puo’ essere offerto da Pavia, dove il libello presenta nel protocollo solo l’invocatio verbalis, nell’escatocollo la data cronica introdotta da factum come nel breve, la data topica e l’apprecatio’feliciter’ che invece appaiono mutuate dalla charta, i signa - di cui il primo è riservato all’autore, il concedente, il secondo ai testi senza alcuna divisione in base alla lagge - e la completio ricalcata sulla charta (Cfr. E. BARBIERI, Notariato…, cit., p. 50); questo schema è seguito, per quel che si puo’ desumere dallo spoglio dei volumi della Biblioteca della Società Storica Subalpina, anche nei pochi esempi novaresi, dove la data cronica non è introdotta da particolari espressioni, la topica, quando compare, da actum (Cfr. Le carte dell’Archivio Capitolare di Santa Maria di Novara, I (792 – 1034), a cura di F. Gabotto, A. Lizier, A. Leone, G. B. Morandi, O. Scarzello, Biblioteca della Società Storica Subalpina, vol. LXXVIII, Pinerolo 1913 (d’ora in poi B.S.S.S. LXXVIII), n. CXIX p. 199, 1006 luglio 12, S. Giulio; B.S.S.S. LXXIX, cit., n. CCIX p. 50, 1058 aprile 5, Novara), signa appositi possono essere riservati a testi di legge differente dalla longobarda (Cfr. B.S.S.S. LXXVIII, n. CXLVII p. 245 1018 maggio 19; B.S.S.S. LXXIX, n. CCIX p. 50 cit.) per evidente contaminazione della carta. Dall’ottavo decennio del secolo anche a Novara queste contaminazioni si fanno più evidenti, per influsso anche del breve, così diffuso in quest’area (Cfr. B.S.S.S. LXXIX, n. CCLXI p. 133, 1087 settembre 19, Novara, dove manca il signum dell’autore, ma, insieme a quello riservato a due testi romani, è presente la formula interfuerunt testes; n. CCLXXVI p. 157, 1094 novembre, Novara, con data cronica nel protocollo, dove pure manca il signum  dell’autore e nella completio è usata la formula interfui et rogatus scripsi); un caso a parte sembra il n. CCXLVI p. 109, 1083 gennaio 23, Novara, che è definito libellus ma in realtà è un breve. A Cremona dei due esempi delle Carte cremonesi, cit., uno reca la data cronica nell’escatocollo (Cfr. Le carte cremonesi, cit., II, n. 218 p. 9, 1075 marzo 27, Isso), l’altro  nel protocollo (Cfr. ivi, I, n. 164 p. 426, 1035 giugno, Moscazzano). A Lodi il libello segue per lo più lo schema ‘pavese’ (Cfr. C. VIGNATI,Codice Diplomatico Laudense, I, Laus Pompea, Milano 1879, n. 31 p. 45, 1037 agosto 7, Lodi; n. 54 p. 82, 1106 aprile 10; n. 64 p. 93, 1118 marzo 12, Lodi; ecc.; che si alterna dal 1117 con pochi esempi ‘milanesi’ (Cfr. n. 69 p. 99, 1117 giugno, Cerreto; n. 90 p. 120, 1128 marzo, Galgagnano; n. 109 p. 140, 1142 ottobre, Merlino) che sembrano poi prevalere (Cfr. n. 147 p. 181, 1153 gennaio, Lodi; n. 153 p. 188, 1154 maggio 9, Cavenago ecc.).

[65] Cfr. A.P.M.C. III, n. 507 p. 301 cit.; IV, n. 591 p. 75, 1079 febbraio 13, Lesmo; n. 611 p. 108 cit.; n. 777 p. 413, 1092 novembre, Vimercate; n. 856 p. 563, 1098 febbraio, Oreno; n. 858 p. 566, 1098 marzo, riva del Ticino.

[66] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 507 p. 301 cit., ma sulle particolarità di questo atto si tornerà più avanti; n. 868 p. 586, 1098 luglio, Milano; P.M. II, n. IV p. 5, 1103 giugno Milano.

[67] Cfr. per es. P.M. V, n. XXVIII p. 48, 1146 maggio 26, ma l’assimilazione alla carta qui è ormai completa.

[68] Cfr. per es. P.M. VII, n. IV p. 4, 1115 marzo, Milano; P.M. VIII, n. VI p. 14, 1127 aprile, Milano.

[69] I primi esempi in A.P.M.C. IV, n. 507 p. 301 cit., dove l’aggiunta, come già evidenziato alla nota 48, compare prima della sottoscrizione notarile, e ivi, n. 701 p. 275, 1087 febbraio, Milano, dove invece è successiva alla stessa..

[70] Cfr. note 11, 12.

[71] Cfr. nota 25 e testo ad essa corrispondente.

[72] Cfr. nota 31 e testo ad essa corrispondente.

[73] Cfr. note 66, 67, 68 e teso ad esse corrispondente.

[74] Cfr. A.P.M.C. II, n. 293 p. 323, 1042 maggio 12, Milano.

[75] Cfr. ivi III, n. 296 p. 266, 1067 dicembre (25 – 31), Meda: essa presenta nei signa manuum deri testi l’aggiunta qui interfuerunt, nella sottoscrizione notarile l’espressione scripsi et interfui, mentre la data cronica nel protocollo si uniforma all’uso del breve milanese.

[76] Cfr., relativamente al sec. XI, A.P.M.C. IV, n. 586 p. 35, 1076 luglio, Milano; n. 581 p. 57, 1078 marzo 15, Milano, dove, penso per errore, è definito cartula vendicionis; n. 677 p. 231, 1085 dicembre, Paderno; n. 682 p. 239, 1086 marzo 2, Sesto; n. 718 p. 306, 1088 febbraio 29, Milano; n. 786 p. 430, 1093 aprile, Milano; n. 832 p. 516, 1096 febbraio, Vimodrone; n. 890 p. 625, 1100 (1103?) aprile 6, Milano ecc.; nel sec. XII per es. P.M. I, n. I p. 1, 1105 gennaio, Milano; P.M. VIII, n. IX p. 19, 1132 luglio 24, Milano.

[77] Cfr. A.P.M.C. III, n. 490 p. 270 cit..

[78] Cfr. ivi IV, n. 832 p. 516 cit..

[79] Cfr. ivi, n. 568 p. 35 cit..

[80] Cfr. ivi, n. 620 p. 126 cit..

[81] Cfr. ivi, n. 682 p. 239, 1086 marzo 2, Sesto, cit., e n. 685 p. 245, 1086 marzo, Milano.

[82] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 588 p. 70, 1078 novembre, Milano.

[83] Cfr. P.M. XI, n. XIII p. 22 e n. XIV p. 24, 1135 marzo 31, Caronno Pertusella; P.M. VIII, n. XII p. 23, 1139 giugno, Milano.

[84] Cfr. P.M. IX, n. XXVI p. 40, 1105 aprile, Varese; P.M. VII, n. XV p. 28 cit.

[85] Cfr. P.M. V, n. XXXI p. 54, 1147 marzo 21, Milano; P.M. IX, n. LXV p. 105, 1148 febbraio 2, Varese; n. LXVII p. 107, 1148 luglio, Varese.

[86] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 507 p. 301 cit. : …consentiente iugali et mundoaldo suo, et, ut legis habet auctoritas, una cum notitia de propinquioribus parentibus suis quorum nomina ..., in cuius presentia et testium interrogata certam professionem et manifestationem [fecit eo quod ab eo] iugali suo nec ab alio homine nullam patior violentiam, nisi sua bona et spontanes voluntate hanc cartulam libelli facere visa est…

[87] Cfr. ivi IV, n. 748 p. 361, 1090 aprile 12, Milano.

[88] Cfr. ivi IV, n. 772 p. 405, 1092 maggio 1, Milano.

[89] Cfr. ivi IV, n. 788 p. 434, 1093 luglio 2, Milano.

[90] Cfr. ivi IV, n. 868 p. 586 cit..

[91] Cfr. P.M. IX, n. XL p. 65, 1120 giugno, Varese.

[92] Cfr. ivi, n. XLII p. 68, 1121 marzo, Vedano Olona.

[93] Cfr. P.M. VIII, n. VI p. 14, 1127 aprile, Milano.

[94] Cfr. A.P.M.C. IV, n. 639 p. 164, 1083 febbraio 5, Tresivio; n. 686 p. 247, 1086 aprile 1, Milano; n. 689 p. 253, 1086 aprile, Bellagio; n. 790 p. 437 cit.; n. 806 p. 466, 1094 giugno, Comabbio; n. 823 p. 498, 1095 maggio, Milano ecc..