Studi medievali e cultura digitale

I° Seminario e laboratorio di formazione

Pavia, 2-7 settembre 2002
Palazzo San Tommaso - Piazza del Lino, 2

 

Resoconti

Studi medievali e cultura digitale

(Pavia, 2-7 settembre 2002)

 

Il seminario di studi, tenutosi presso il Palazzo S. Tommaso di Pavia, sede del Dipartimento di Scienze Storiche e Geografiche “Carlo M. Cipolla”, è stato promosso ed organizzato dal “Coordinamento delle iniziative on line per la medievistica italiana” in collaborazione con l’Università degli Studi di Pavia e la Provincia di Pavia, con il patrocinio dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e di “La Storia. Consorzio italiano per le discipline storiche on line”.

In virtù di una peculiare articolazione – che prevedeva lezioni antimeridiane vertenti sulle trasformazioni maggiormente significative indotte  negli ultimi anni dal mutamento digitale e telematico nei linguaggi e  nelle pratiche  della ricerca medievistica; seminari dedicati alla presentazione dei progetti a contenuto informatico curati dai singoli partecipanti; ‘workshop’ ed attività di laboratorio pomeridiane finalizzate all’acquisizione, da parte dei giovani studiosi, delle principali tecniche di elaborazione dei dati e di ‘editing’ ( linguaggi html e xml, applicazioni java, trattamento di immagini) – gli ideatori hanno realizzato  un autentico “prolungamento” del I Workshop nazionale di studi medievali e cultura digitale, “Medium-evo” [1], tenutosi a Firenze nel giugno 2001: fu allora che emerse chiara l’esigenza di puntare, nei  futuri incontri, sulla specifiche dimensioni della didattica e dello sviluppo, all’interno delle nuove generazioni, di una forte consapevolezza critica circa l’impiego delle risorse elettroniche orientate alla ricerca storica. E ad inequivocabile conferma di come peraltro ormai proprio i più giovani “motori” dell’universo accademico italiano vivano il confronto con la “rivoluzione digitale” nei termini di una esperienza epistemologicamente e metodologicamente impegnativa ma ineludibile, ancor più affascinante e significativa quando bene a fuoco venga messa la priorità di tutelare – nel rinnovamento – la “lezione dei maestri”, stanno le attive partecipazioni di ciascuno dei componenti le “classi” seminariali,  che con interesse notevole e costanza hanno seguito l’iniziativa, partecipando in maniera a volte anche assai vivace ai dibattiti seguenti le singole relazioni della mattina, e confrontando i propri percorsi formativi ed i bagagli di conoscenze sin qui interiorizzate con le grammatiche di principî offerte dalle nuove forme della comunicazione.

 Ad inaugurazione della settimana di studi, nel pomeriggio del 2 settembre, i saluti portati dal Prof. Gianni Francioni, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pavia e dal Prof. Michele Ansani (Università di Pavia), co-fondatore di “Scrineum. Saggi e materiali on line di scienze del libro e del documento medievali”, e coordinatore dell’incontro, assieme al Prof. Andrea Zorzi (Università di Firenze, Direttore di “Reti medievali. Iniziative on line per gli studi medievistici” ). Allo stesso Zorzi, poi, il compito di presentare il quadro generale delle tematiche oggetto di trattazione e approfondimento nella piattaforma  del seminario e laboratorio di formazione, con la sua relazione dall’eloquente titolo Gli studi medievali e le risorse digitali: uno status quaestionis. L’apertura dell’intervento è  di quelle che tendono immediatamente a fissare una traiettoria coerente di riflessione, e, al tempo stesso, ad eliminare qualsivoglia rischio di strumentalizzazione ideologica dell’argomento: è una realistica e lucida constatazione – egualmente lontana dalle più entusiastiche ed incondizionate adesioni ai dogmatici  manifesti delle avanguardie informatico-umanistiche e da certe aprioristiche riottosità a verificare e misurare le potenziali strategie di “traduzione” di ermeneutiche tradizionali – di quanto tuttora, pur dopo decenni di riflessioni e di dibattiti, l’ambiente medievistico sia ben lungi dall’aver affrontato in maniera organica l’ampio spettro di opportunità offerte all’indagine storica dalla “cultura digitale”. Dimostrato come le reazioni verso gli impieghi dell’elettronica non siano affatto riconducibili a 'gap'  generazionali, Zorzi si sofferma a disvelare rischi e limitazioni progettuali ed operative connesse all’uno e all’altro tipo delle diverse eppur sovrapponibili forme di inerzia scientifica, lo “strabismo tecnologico” e la preconcetta chiusura nei confronti dell’ ‘ordinateur’: da un lato il proliferare di costruzioni autoreferenziali che spesso indulgono in ostentazioni di stampo edonistico assolutamente gratuite e, ciò che più conta, abbandonate ad un dilagante spontaneismo al di fuori della lunga e consolidata tradizione disciplinare; dall’altro, un pressoché totale immobilismo che rischia d’ impedire una seria riflessione critica attorno allo “stato di salute” e alle future sorti degli ambiti in cui viene esplicandosi la ricerca medievistica, pigrizia e/o indifferenza che presta facilmente il fianco ad accuse, nel migliore dei casi, di scarsa responsabilità. Se è difatti incontestabilmente vero, continua Zorzi, che certe “enfatizzazioni massmediologiche” ed avventurismi nel mondo telematico sfuggono alle – o  nascono deliberatamente al di fuori delle – tradizionali categorie d’analisi e d’interpretazione, le strutture accademiche e  didattiche non possono e non devono esimersi oltre da una attenta opera di esplorazione di quello stesso mondo, in ordine alla necessità di evitare una mera duplicazione dei metodi e dei canoni disciplinari, o, peggio, una globale rifondazione dei medesimi coi-e-sui nuovi mezzi elettronici. Nel contesto della “fase telematica” che stiamo vivendo, s’impone  allo storico di professione una scelta decisiva che, bandendo ogni facile entusiasmo e, allo stesso tempo, evitando di semplicisticamente e superficialmente bollare ogni “contaminazione elettronica” come irriducibilmente estranea all’ortodossia disciplinare, sappia individuare precise strade da battere nella direzione di un miglioramento della ricerca condotta con l’ausilio delle nuove tecnologie.  E ciò, appunto, non al di fuori, ma ben visibilmente entro il solco tracciato in un plurisecolare sforzo di definizione “statutaria”, all’insegna di una logica che rischia di negare se stessa se non viene portata a riconoscere come vantaggiosa “la condizione di una scienza che si rinnova rispetto a quella di una scienza statica e conservatrice” [2]. E le possibilità, tiene a sottolineare Zorzi, offerte alla medievistica e, più in generale, alle scienze storiche e sociali, da una condivisione della rete anzitutto ai fini di un esponenziale incremento della comunicazione delle informazioni che spezzi certi gravi ritardi nella veicolazione tradizionale  del sapere, sono ben visibili agli addetti ai lavori. Sempre che essi abbiano una buona dose di onestà e coraggio intellettuale per colmare quei vuoti di progettualità e di coordinamento fra Atenei ed Istituti di ricerca che restano prerequisiti fondamentali per muoversi da protagonisti nell’ episteme digitale. Alla focalizzazione delle caratteristiche principali della comunicazione in “era telematica” su cui deve riflettere lo storico – ubiquità, interattività, velocità, ipertestualità – ha fatto così seguito una ricognizione delle più significative esperienze nell’ambito degli studi medievistici per ciascuna delle due fasi “elettroniche” (la fase detta “informatica”, caratterizzata, essenzialmente, da interminabili discussioni circa l’affinamento dei “metodi quantitativi di rilevamento, gestione e reperimento” delle informazioni, e, appunto, la fase telematica, incentrata più sulle possibilità comunicative dei dati che non sulla loro raccolta ed elaborazione): dalla esperienza del progetto “Clio/Kleio” [3], elaborato presso il Max-Planck-Institut di Göttingen tra gli anni settanta ed ottanta, emblema d’un momento storico in cui le banche dati apparivano irrimediabilmente isolate e non condivisibili, alla standardizzazione di linguaggi di ‘mark-up’  per l’analisi e la codifica testuale e la loro comunicabilità attraverso il protocollo di  trasferimento, sino ai cataloghi elettronici delle biblioteche – tra i quali va ricordato almeno il “DBI-link”, il più grande database d’Europa, realizzato dal Deutsches Bibliotheksintitut <http://www.dblink.de/> – alle grandi iniziative di spoglio delle riviste specialistiche – si consideri almeno “JStor” <http://utl1.library.utoronto.ca/www/iter/index.htm> , che consente l’accesso al formato digitale di ben 117 periodici a stampa americani – e alle monumentali  realizzazioni, spesso a carattere inter-universitario e inter-bibliotecario, volte alla repertoriazione delle risorse webliografiche e alla catalogazione e digitalizzazione dei fondi librari e documentari [4] . Con una nuova, perentoria esortazione, rivolta in modo particolare al giovane uditorio,  a vagliare sempre e comunque criticamente, e nella maniera più funzionale possibile allo specifico campo di ricerca,  gli strumenti telematici e multimediali senza mai lasciarsi attrarre dalle facili sirene di un’estensione indiscriminata della “tecnofilia”, Zorzi chiude il suo intervento per lasciar spazio al dibattito e alle prime presentazioni dei progetti dei partecipanti.

Con la netta sensazione che il percorso dei binari lungo i quali si muoveranno riflessioni e proposte nel corso della settimana sia stato stabilmente e ben visibilmente tracciato.

 Le medesime logiche e motivazioni che hanno guidato Zorzi nel pensare ai potenziali apporti delle nuove tecnologie alle pratiche canoniche dell’indagine storica come a qualcosa di necessariamente inscindibile dai linguaggi tradizionali, si ritrovano difatti puntualmente echeggiate nel corso dei due interventi della successiva mattina, quelli del Prof. Pietro Corrao (Università di Palermo) e del Dott. Stefano Vitali (Archivio di Stato di Firenze).

Corrao, nella sua relazione-lezione dal titolo La saggistica e le forme del testo, calando all’interno della specifica dimensione del saggio storico (il “prodotto canonico della conoscenza storica tradizionale e professionale” ) le questioni relative alle forme della comunicazione scientifica e della scrittura elettronica emerse dalla analisi di Zorzi, affronta in via preliminare alcune cause oggettive dell’attuale stato di crisi della saggistica di carattere medievistico. Esse appaiono individuabili nell’ “estrema specializzazione e  frammentazione” delle linee-guida e degli ambiti di ricerca, che inevitabilmente conducono all’eclissi  di un linguaggio comune all’intera comunità di studiosi. Il valore, l’usabilità stessa  delle tecnologie digitali e telematiche in questo preciso contesto – ma è chiaro che Corrao offre una proposta estendibile ad ogni livello della ricerca storica – andrà allora di volta in volta misurata sulla base delle potenzialità d’incremento del lavoro di produzione scientifica e, se possibile – come certo auspicabile – di superamento dei su citati elementi di debolezza. Necessaria, in una corretta valutazione degli effetti sortiti dal “digitale”, una loro netta distinzione su due livelli: un primo livello, definito “minimale” in virtù del fatto che una sua adozione non implica – a meno delle solite preconcette ed immotivate  diffidenze – radicali  mutamenti di scala nelle consolidate pratiche di produzione della scrittura; ed un secondo, dove è di converso possibile segnalare – in questo caso sì con preoccupazione – profonde modifiche nella struttura stessa del testo specialistico, con l’aggravante che i risultati raramente sembrano condurre a miglioramenti qualitativi e alla economicità nell’impiego di risorse umane e materiali. I rischi di una profonda trasformazione si presentano anzitutto nei  termini di una eccessiva fluidità della scrittura, che inevitabilmente comporta minori garanzie tanto per l’autore quanto per il lettore, privato dei consueti parametri di riconoscibilità e di valutazione; di  irrigidimento del campo di riferimento al solo digitale – spesso a scapito, almeno a tutt’oggi, della qualità filologica del lavoro – o, all’opposto, di tentativi di ibridazione e/o di annullamento delle distanze fra prodotti tradizionali a stampa e testi elettronici, con la nociva conseguenza di rinunciare così alle principali  peculiarità di questi ultimi, rappresentate da una  dinamicità e percorribilità interna – impensabili negli strumenti cartacei – garantite dalla cifra distintiva dell’ipertestualità. È attorno a quest’ultima specifica  qualità che si articola la parte maggiormente problematica della relazione di Corrao: se è vero, da un lato, che la “tecnologia ipertestuale” configura un terreno su cui necessariamente devono essere sperimentate le più vantaggiose soluzioni della “cultura digitale”(incremento delle possibilità di  relazionare parti strutturali costitutive dei testi, maggiore e più efficace leggibilità ed utilizzabilità degli strumenti di indicizzazione e di caricamento automatico),  dall’altro, è innegabile che si pongono una serie di interrogativi in merito alla sua adattabilità ad una argomentazione storica, costruita sulla base di complesse relazioni e di “procedimenti indiziari” di cui l’idea base dell’ipertestualità sembra proprio non essere in grado di dar conto. Il modello di riferimento, conclude allora Corrao, riallacciandosi ai nodi cruciali di definizione delle tipologie di saggio storico, ed estendo il discorso ad ogni forma di integrazione tra forme “antiche” – ed irrinunciabili della scrittura scientifica – e tecniche “nuove”, è da ricercarsi nella proposta di Robert Darnton [5]: si tratta di un testo che, senza affatto rinunciare ai canoni consolidati della produzione saggistica tradizionale, si articoli, sfruttando appieno le opportunità offerte dalla telematica e dal digitale, in una struttura “multilivello” dove, dal ‘concise account’ ad un insieme di strumenti didattici e  alla recensione, sia possibile realizzare approcci differenziati per specifici ambiti ed oggetti di ricerca e per gradi ed esigenze di approfondimento. Un’idea che ha l’indubbio pregio di definire una modalità di integrazione fra i differenti sentieri su cui si svolge l’attività degli storici in direzione di una strada maestra che, rispettando e valorizzando le individualità dei singoli apporti, sappia contribuire a quella sintesi interpretativa e di linguaggi di cui in apertura si lamentava  l’assenza.

 Come si accennava precedentemente, l’esigenza di rinvenire metodi d’applicazione delle tecnologie informatiche in una direzione che non porti a rotture insanabili con le pratiche disciplinari consolidatesi nella tradizione costituisce senza dubbio uno dei cardini attorno cui ruota anche  il discorso di Vitali (Gli archivi digitali). Preso atto di come il settore dell’archivistica si sia notevolmente avvantaggiato da una gestione automatizzata delle informazioni e  da una loro condivisione e diffusione telematica; dimostrato come le digitalizzazioni di ‘pièces d’archives’ abbiano permesso una consultazione di qualità senza ricorrere ai preziosi patrimoni conservati nelle sedi deputate – risultando esse peraltro indubitabilmente di più rapida ed agevole gestione rispetto alle riproduzioni tramite microfilm – non si può difatti anche in questo contesto negare che un “estremismo” nell’utilizzo delle risorse elettroniche sia in stridente contrasto non solo e non tanto con precedenti linguaggi descrittivi, ma in particolar modo con la necessità di una esplicitazione dell’intimo rapporto esistente fra informazione e contesto che è per l’appunto peculiare di tanta tradizione archivistica. La restituzione dinamica delle informazioni, avverte Vitali, da parte di banche dati che consentano solo il “recupero puntiforme di singoli record fra loro irrelati”, comporta il serio rischio di una decontestualizzazione del documento, sganciato – e come “perduto nello spazio virtuale” [6] – da ogni specifica collocazione (busta, filza, serie, fondo). Questione nodale con cui si son confrontate anzitutto quelle istituzioni archivistiche italiane – tradizionalmente più attente di altre alla tutela dei contesti di produzione e conservazione dei patrimoni documentali – impegnate da anni in progetti di realizzazione digitale di fondi [7] che delle originarie strutture e supporti rendano ogni tipo di  informazione, all’insegna di una integrazione fra i più rigorosi e consolidati canoni  descrittivi e filologici e un mirato uso dello strumento elettronico che s’impone già quale autentico modello.

Particolarmente interessante anche l’ultima parte dell’intervento di Vitali, incentrata sulle strategie di “pubblicazione on line” dei sistemi archivistici: oltre alle “ordinarie”  presentazioni ed informazioni istituzionali ( resoconti di pubblicazioni, calendari delle attività, note sulle condizioni d’accesso alla documentazione, etc.) e alle costruzioni di grande banche dati inventariali, esse appaiono tenere in sempre crescente conto gusti ed esigenze del “nuovo pubblico”, di un insieme di utenti cioè – senz’altro più numerosi nei Paesi Anglosassoni – le cui frequentazioni degli archivi sono dettate, ben più che da motivazioni di studio e di ricerca a carattere professionale, da interessi assolutamente amatoriali per ricostruzioni genealogiche o patrimoniali [8]. Altro segno della vitalità di istituzioni tradizionali che s’impongono da protagoniste sulla scena del mutamento.

Occupano la mattina di mercoledì 3 settembre gli interventi del Prof. Paul Gabriele Weston (Università di Pavia) e della Dott.ssa Patrizia Cotoneschi (Firenze University Press).

Dal primo (La catalogazione bibliografica delle risorse elettroniche) emerge la convinzione che, se l’ “irruzione della telematica nel settore biblioteconomico” ha notevolmente contribuito a snellire e a velocizzare le modalità di accesso alle informazioni, non si può senz’altro affermare che essa abbia a tutt’oggi configurato la tanto spesso evocata “rivoluzione post-gutenberghiana”. La necessità di individuare stabili punti di riferimento di fronte al congenito disordine della “rete”, e la conseguente delineazione di coerenti percorsi informativi, non pare difatti possa prescindere dai bagagli di conoscenze e di esperienze depositatesi sul fondo di una antica tradizione nata e fiorita a contatto con il “cartaceo”. Evidente, difatti, che l’indicizzazione bibliografica a contenuto elettronico sia sviluppata a partire da una consolidata pratica di formalizzazione atta, non troppo diversamente, appunto, da quanto rilevabile a livello di una normale scheda di catalogo di biblioteca, ad ottimizzare il recupero dell’informazione grazie ad un “vocabolario controllato” che elenchi le parole-chiave più adeguate alla descrizione di un documento sulla base del suo specifico contenuto. Di qui la messa a punto di una serie di norme – suscettibili di applicazioni ai contesti più diversi e per questo caratterizzate da una estrema duttilità – per facilitare la ricerca e l’inventariazione delle risorse elettroniche. Tra di esse, senz’altro quella che attira maggiormente le attenzioni delle comunità di bibliotecari risulta essere “Dublin Core” [9] , “nucleo archetipico di metadati” che ha nella “interoperabilità semantica” – nella capacità cioè di descrivere documenti appartenenti a qualsiasi ambito disciplinare, etichettandone il contenuto secondo uno schema coerente ed  in un’unica sessione di ricerca – e nella “piana comprensibilità” – in virtù del fatto che i ‘tag’, i descrittori utilizzati per “marcare” i documenti, sono assai vicini al linguaggio naturale – i suoi oggettivi  punti di forza. Il set originario dei quindici elementi costitutivi è stato ampliato dai bibliotecari in vista della definizione di un chiaro percorso di ricerca che stimoli l’utente a prender coscienza in maniera agevole, senza il ricorso ai complessi servizi di ‘reference’ e di ‘bookmark’, delle nuove “frontiere” rappresentate dall’integrazione di documenti disponibili su supporti diversificati nelle “biblioteche o collezioni virtuali”. “Frontiere” –  non a caso sì definite – di un mutamento la cui efficacia è in molti casi ancora da dimostrare,  e del quale forse soltanto una riflessione a vasto raggio nella politica di tutela e valorizzazione dei beni culturali ed una diffusa sperimentazione delle reali potenzialità sapranno illuminare prospettive di sostanziale arricchimento.

Al centro dell’intervento della Cotoneschi (Un nuovo modello di editoria per facilitare la comunicazione accademica) si situa  una attenta valutazione della rilettura complessiva dell’universo editoriale tradizionale che si è venuta imponendo –  in vari casi suggestionando anche lo sviluppo di una prolifica letteratura critica [10] - in forza delle nuove tecnologie e della comunicazione in rete. La linea d’analisi privilegiata dalla responsabile della “Firenze University Press” conduce però a spostare il baricentro di ogni riflessione attorno al dirompente fenomeno delle pubblicazioni sul ‘web’ da una prospettiva che badi unicamente ad una accentuazione del problema dell’ “adeguamento” alle nuove tecnologie da parte dell’identità tradizionale dell’editoria cartacea, ad un inquadramento unitario della autentica natura della transizione in atto, culturale ancor prima che tecnologica;  una transizione, peraltro, in cui proprio lo scenario telematico in via di definizione, col suo costante bisogno di cornici d’orientamento, appare potenzialmente il terreno più adatto ad una valorizzazione e ad una estensione del ruolo tradizionalmente ricoperto dall’editore. Da tale necessaria premessa, e dalla constatazione di come il fondamentale ostacolo all’affermazione e alla riconoscibilità scientifica delle pubblicazioni elettroniche sia rappresentato dall’assenza di una definita normativa che renda l’editoria telematica in tutto assimilabile a quella a stampa, la Cotoneschi prende le mosse per presentare un progetto di editoria elettronica che, primo nel panorama universitario italiano, ha avuto il merito di comprendere appieno la rilevanza culturale della questione. Si tratta appunto della “Firenze University Press” [11], la cui peculiarità – ed eccezionalità, aggiungiamo noi, ove si tengano presenti analoghe realizzazioni on line – sta nella definizione programmatica e globale del flusso editoriale caratterizzante il processo di creazione e di diffusione del documento elettronico. Processo che dalla autenticazione – per il tramite di un deposito legale volontario alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze di tutte le pubblicazioni, garanzia certificatrice dei diritti di proprietà intellettuale in grado di colmare il vuoto “statutario” telematico di cui sopra – passa a coinvolgerne gestione (attraverso un coordinamento editoriale di supporto e di assistenza agli autori) ed accesso, assicurato, quest’ultimo, da una serie di cataloghi (OPAC di Ateneo, SBN, Catalogo FUP), dalle migliori banche dati bibliografiche e dai distributori commerciali in rete. Se l’innovazione maggiormente qualificante resta, come si diceva, la messa a punto di un articolato modello organizzativo-giuridico per la risoluzione dei problemi di copyright, non deve sfuggire la portata di un’altra iniziativa decisamente all’avanguardia nella sperimentazione di nuovi servizi di ‘electronic publishing’ : la realizzazione di un archivio ‘e-print’ nato per velocizzare al massimo i tempi di visualizzazione di varie tipologie di pubblicazioni (per lo più di carattere didattico) con modalità di deposito e di gestione diretta da parte degli autori ( ‘self-archiving’ ).

Le lezioni-relazioni antimeridiane di giovedì 5 settembre sono affidate al Prof. Roberto Delle Donne (Università di Napoli “Federico II” ) e al Prof. Michele Ansani ( Università di Pavia ).

Delle Donne (Gli strumenti di consultazione) , partendo da un caso emblematico di “mistificazione storiografica di era telematica” ( un articolo diffuso in rete  a cura di Stuart Jenks [12], considerato assai a lungo, sulla base di criteri puramente ed esclusivamente “formali”, tra i migliori contributi ospitati nel Web per l’approfondimento di certe tematiche inerenti la ‘Black Death’  trecentesca),  affronta la spinosa e cruciale questione della selezione e valutazione critica delle risorse on line di carattere storico alla quale, appunto, l’esempio addotto offre più di un motivo di sviluppo. Evidente, difatti, che il solo riferirsi, come in simili casi, ad estrinseci criteri di giudizio – adottati spesso in maniera convenzionale su suggestione di modelli biblioteconomici americani – formalizzati in ortodosse “griglie” esportabili più o meno in qualsiasi ambito tematico, costituisce una forte ragione di smarrimento dello studioso di fronte ad un mare informativo (e spesso purtroppo pseudoinformativo) dove sono del tutto assenti quei “filtri” che tradizionalmente, nell’universo “cartaceo”, testimoniavano e garantivano della qualità scientifica. Se siffatta (amara) constatazione, afferma Delle Donne, porta chiaramente a ribadire l’insopprimibile necessità di un confronto critico e diretto con qualsiasi tipo di testo, una sommaria condanna, da essa troppo facilmente conseguente, che accomuni in frettoloso rifiuto tutto quanto reperibile in rete, è però allo stesso tempo inaccettabile secondo una seria metodologia operativa scientificamente fondata. Piuttosto casi analoghi dovrebbero contribuire a sviluppare la consapevolezza che soltanto una assidua frequentazione proprio delle logiche e dei linguaggi caratteristici delle nuove tecnologie rappresenta il più efficace antidoto alla parzialità che contraddistingue le varie “liste” di valutazione-classificazione della straripante offerta informativa presente sul Web, o, sull’altro versante, a quella latitanza che non permette in alcun modo di rilevare l’utilità (a volte elevatissima) degli “strumenti di consultazione” telematici. Perché essi – pur se una “navigazione a vista” è sempre consigliabile – risultano in molti casi dotati di un’efficacia da cui difficilmente appare possibile prescindere per lo sviluppo di una ricerca che voglia caratterizzarsi per aggiornamento dei dati e dei risultati, per aperture al perfezionamento continuo e alla dimensione collettiva del lavoro : tratti distintivi di tutte quelle realizzazioni, frutto per lo più dell’operosità di gruppi di ricerca istituzionali, che vengono dal relatore ripartite secondo le consuete classificazioni invalse nelle guide a stampa, ma anche con specifico riferimento al mondo dell’informatica applicata (bibliografie generali e  medievistiche, banche dati specializzate nello spoglio di riviste, cataloghi elettronici di biblioteche, sistemi informativi archivistici, motori di ricerca generalisti e dedicati, liste di discussione). Nonostante una presentazione necessariamente sintetica [13] di tali  “risorse” (difficile, al di là d’ogni sforzo, trovare un termine che sia meno indeterminato od ambiguo), il loro valore e grado di utilità è facilmente intuibile nella ricerca storica : si va dalla possibilità d’interrogazione simultanea di milioni di ‘record’  bibliografici nelle grande banche dati, alla fusione di diversi cataloghi in un unico database, sino all’ accesso diretto al documento elettronico e alla disponibilità on line di articoli, di  testi e di raccolte di fonti. Viene naturale pensare che almeno la prima “frontiera” del mutamento digitale, l’ “accelerazione della comunicazione”, sia stata raggiunta. E varcata.

Le edizioni di fonti in ambiente digitale, il rapporto tra la scienza del documento medievale e l’informatica è il tema approfondito da Michele Ansani. Quando, per la prima volta, ormai ventisette anni fa, ne disquisirono due dei più autorevoli diplomatisti d’Europa [14], le conclusioni furono decisamente negative e segnate da forti preoccupazioni per le sorti stesse di una disciplina, quale la “critica documentaria”, che da un utilizzo dell’ ‘ordinateur’ volto anche solo ad una “manipolazione” – e non già ad un ribaltamento – dei suoi fondamenti epistemologici nel contesto specificamente digitale, sarebbe venuta a perdere i peculiari tratti di una fisionomia disciplinare innalzatasi – e nel tempo consolidatasi – sulle fondamenta di una irripetibile stagione erudita che diede i suoi frutti più rigogliosi prima della Grande Guerra [15]. Ora, profondamente modificato (e potenziato) lo scenario “elettronico” di siffatte riflessioni, catapultate anch’esse in quella “arena digitale” [16] nella quale ogni diplomatista è chiamato giocoforza a misurarsi, l’esigenza di salvaguardare proprio quella tradizione scientifica, quel patrimonio di saperi specialistici confluiti nel monumentale Vocabulaire International de la Diplomatique [17] in un ultimo sforzo di sistematizzazione affrontato dalla comunità sovranazionale di studiosi giusto quando il linguaggio “universale” delle ‘new machines’ cominciava ad articolare i primi suoni (!), non dev’esser giudicata alla stregua di una elitaria ed antistorica chiusura nel confortevole rifugio dell’ortodossia disciplinare: in essa, piuttosto, va riconosciuto il più ragionevole tentativo di dar sostanza e critica consapevolezza ad un cauto approccio nei confronti delle nuove tecnologie, che sappia a queste guardare, senza ideologici od opportunistici fraintendimenti, per ciò che irriducibilmente sono : strumenti, manipolatori di simboli atti a normalizzare e ad unificare le procedure operative e le prassi di rappresentazione canoniche in un nuovo formato, quello elettronico appunto, e non teorie di riformulazione metodologica, piattaforme per lo sviluppo di diverse modalità di comprensione dei fenomeni testuali. Reso dunque “innocuo”, attraverso il ribadimento della centralità ed imprescindibilità della canonica critica diplomatistica, il potenziale rischio di una ‘computer based edition’ che configuri nuove ecdotiche secondo criteri specificamente digitali, lo studioso contemporaneo alle prese con le carte è chiamato ad impadronirsi dei linguaggi dei nuovi strumenti informatici e delle loro formalizzazioni procedurali in una maniera che gli consenta non già di mettere a punto sofisticate e puramente teoriche definizioni di neutrali modelli di codifica testuale, quanto invece di “investire” sulle possibilità offerte dalla “leggerezza” e multisequenzialità del testo elettronico al fine di realizzare un prodotto scientifico autenticamente trasparente e leggibile; un prodotto che sia in grado di rendere costantemente conto delle scelte e delle responsabilità dell’editore attraverso una immediata ricerca al suo interno, e che sappia dimostrarsi aperto, pur sempre all’interno di una visione moderatamente innovativa del “trasloco” dei materiali di lavoro, alla continua evoluzione dei meta-linguaggi di codifica, sui quali peraltro molto è ancora da sperimentare in ordine al potenziamento dell’efficacia e semplicità di rappresentazione ipertestuale di fonti e di apparati di corredo. Il diplomatista che, in questo primo scorcio del terzo millennio, voglia scendere da protagonista nell’ “arena digitale”, ha di fronte a sé la possibilità di dar vita, per la prima volta dal tramonto della stagione erudita, ad una comunicazione che superi certe frammentarietà e discontinuità nella ricerca che troppo a lungo hanno impedito l’esplicarsi di una progettualità a vasto raggio in grado di integrare saperi, risorse ed energie in una analisi sistematica di corpora testuali omogenei. Sempre che si sappia impiegare lo strumento elettronico secondo i principi di una “sperimentazione sostenibile” che eviti – o quanto meno riduca – ogni stravolgimento delle pratiche tradizionali nella loro “ristrutturazione digitale”, e che condanni quelle mirabolanti realizzazioni ipertecnologiche alla perenne rincorsa del sensazionalismo fine a se stesso o delle immodificabili prescrizioni di carattere universale, che nessun contributo recano ad una miglioria della ricerca orientata alle specificità storico-territoriali dei fatti documentari.

La percorribilità di avanzate soluzioni elettroniche che nascano non al di fuori delle consolidate ermeneutiche, quale esito di un loro generale ripensamento, ma piuttosto configurino nuovi spazi di estensione delle pratiche tradizionali su uno sfondo di indolore traducibilità, viene ampiamente dimostrata nel corso dei due interventi di venerdì 6 settembre, rispettivamente della Dott.ssa Giliola Barbero (Biblioteca Ambrosiana di Milano) e del Prof. Simone Albonico (Università di Pavia), con vari esempi di realizzazioni già acquisite o in via di ultima definizione.

Il cardine attorno al quale ruota l’intervento della Barbero (La catalogazione elettronica dei manoscritti medievali) è rappresentato da una proposta di (ri)fondazione della politica di catalogazione dei prodotti librari nel nostro Paese, le cui basi vanno cercate inevitabilmente nella integrazione dei vecchi saperi specialistici con gli innegabili vantaggi recati da un consapevole e mirato impiego dello strumento informatico. Una (ri)scrittura dei modelli di riferimento, da diversificarsi a seconda delle esigenze e delle aree territoriali, pianificata con l’ausilio delle nuove tecnologie, sembra il necessario presupposto per ovviare alle oggettive difficoltà incontrate da ogni proposta catalografica avente ad obiettivo il censimento e la descrizione accurata di un’immensa produzione – come quella italiana – relativa a manoscritti profondamente eterogenei tanto dal punto di vista cronologico quanto contenutistico. Il coordinamento delle iniziative portate avanti da istituzioni accademiche e centri di inventariazione che operano in contesti omogenei, e l’adeguamento alle specificità e storicità dei prodotti manoscritti degli standard prescrittivi più evoluti [18], rappresentano le strade obbligate per permettere un’ottimizzazione dei lavori ed una maggiore economicità, quando le sperimentazioni abbiano ben chiarito le principali applicazioni delle nuove tecnologie nei tre ambiti maggiormente suscettibili di sviluppi:  il recupero – e l’integrazione dinamica – dei cataloghi preesistenti, l’elaborazione di nuovi cataloghi, e la messa a punto degli indici di consultazione . Per ciascuna di queste tipologie di soluzioni elettroniche, vengono presentate diffusamente alcune realizzazioni [19] scelte come emblematiche per la loro efficacia nella organizzazione e nella distribuzione della documentazione e delle informazioni, cui è possibile accedere con straordinaria rapidità articolando ricerche anche assai complesse orientate alla restituzione automatica di ‘record’ inventariali, bibliografici o di altra natura (descrizioni dei fondi e delle sedi di conservazione, riproduzioni digitali di manoscritti, etc. ). Evidente che tale rapidità risulta essere direttamente proporzionale alla  intuitività ed immediatezza delle procedure od al successo della ricerca medesima soltanto ove – e non pare il caso di approfondire ulteriormente una questione più volte richiamata – l’utente si presenti all’appuntamento con l’interrogazione della banca dati armato di una solida preparazione specialistica che gli consenta tanto di utilizzare una terminologia congruente, quanto di interloquire con la macchina nella maniera più funzionale possibile.  Ampie competenze disciplinari di base e buona familiarità con le logiche degli strumenti si rivelano una volta di più requisiti indispensabili al raggiungimento di quel “valore aggiunto” nelle pratiche della ricerca storica che, solo, può consentire ai medievisti di muoversi con disinvoltura nell’universo digitale, ed esorcizzare, nel campo specifico della catalogazione elettronica dei manoscritti, eventuali rischi di perdita delle informazioni ed orientamenti editoriali più attenti alle pubblicazioni dal forte richiamo simbolico/evocativo che all’accuratezza critico-filologica del materiale oggetto di digitalizzazione.

Incentrato sulle soluzioni informatiche e telematiche per la filologia, e sulla presentazione di un articolatissimo progetto di edizione ipertestuale, è l’intervento di Albonico (La filologia e i testi letterari : la “Vita Nova”).

Le considerazioni sul contributo della ‘computer science’  alla critica del testo muovono dalla constatazione di come la frattura venutasi ad approfondire soprattutto nell’ultimo decennio fra “filologi tradizionali” più restii ad accettare i contributi delle risorse elettroniche, e quegli umanisti che, repentinamente e (troppo) entusiasticamente, si son convertiti alla fede informatica, sia alla base di gravi ritardi nello sviluppo di quei campi che apparivano inizialmente garantire le innovazioni più apprezzabili : quello delle collazioni e delle classificazioni automatiche dei testimoni della tradizione di un testo letterario. Se agli “adepti dei nuovi strumenti” si può ragionevolmente imputare di aver orientato le potenzialità del mezzo elettronico ad una realizzazione non consapevole del lavoro filologico – che si è spesso configurato quale digitalizzazione più o meno indiscriminata dell’esistente su supporto tradizionale, mera trasposizione in altro ambiente di materiali – non sono esenti da colpe, sull’altra sponda, quei critici testuali la cui ostinata diffidenza ha impedito di cogliere con compiutezza i vantaggi che, anche ad un livello non troppo avanzato, comporta l’informatica, specie in relazione al potenziamento della mentalità e della dimensione d’equipe nelle fasi operative, e della esplicitazione di regole e presupposti attraverso la quale giungere ad una maggior condivisione di dati e di informazioni. Solo dal superamento dei rispettivi esclusivismi e dalla convergenza delle specifiche capacità e tradizioni, possono scaturire programmatiche assunzioni di una strategia che consenta di verificare, passo dopo passo, la funzionalità di ricerche e di soluzioni orientate al raggiungimento d’un ruolo non secondario per la filologia nel contesto telematico, in quella “rete” che sempre più appare veicolo irrinunciabile per una vasta comunicazione dei risultati dell’editoria scientifica.

Muovendo da queste necessarie premesse, Albonico si è quindi  soffermato  nella delineazione di una possibile “traiettoria di ricerca” che consenta, attraverso un fattivo confronto con i linguaggi e meta linguaggi di codifica (anzitutto XML, ‘mark-up language’  fra i più “leggeri” ed avanzati per la descrizione e condivisione dei documenti elettronici), la realizzazione di un “archivio-edizione” multitestimoniale in grado di incrementare al massimo l’attività interpretativa in una dimensione multilivello: dallo studio lessicografico all’analisi storico-linguistica, da un accesso di tipo paratestuale ai testimoni (tale dunque da consentirne un’analisi paleografica e codicologica) sino al confronto delle varianti. Il riferimento continuo è a I testimoni della Vita Nova, progetto di “edizione dei manoscritti non descripti del prosimetro dantesco”, della cui ideazione e direzione scientifica è responsabile lo stesso Albonico. La codifica elettronica, che si avvale del sistema di “marcatura” (TEI)-XML – con le dovute rinunce alla piena ‘conformance’  allo standard in funzione di un adattamento più fedele possibile alla peculiarità del testo – consente di offrire alla critica testuale la “possibilità di sviluppo di nuove, o più agevoli, strategie di indagine ai fini della ricostruzione/scelta delle forme e di “visualizzazioni differenziate del testo [semidiplomatica/seminterpretativa] a partire da un'unica base di dati”.

In virtù della  rapidità di interrogazione degli elementi strutturali “marcati”, l’archivio digitale definisce così un autentico spazio editoriale complesso, ponendo in essere le condizioni più adatte alla creazione di uno strumento di lavoro condivisibile, che, dalla esplicazione più corretta del criterio basilare della telematica – la globalità dell’informazione – permette di rendere autenticamente interattive e reciprocamente comunicabili le direzioni esplicantesi negli orizzonti della ricerca, da una prospettiva “verticale”(all’interno cioè dei singoli testimoni) ad una “orizzontale”, con possibilità di “navigare” all’interno del corpo della intera tradizione trascegliendo l’ “approdo” (cronologico, stemmatico o geografico) che di volta in volta appare più funzionale. 

Se non si è ancora ad una nuova forma di testualità – e quanto essa sia auspicabile è peraltro ancora tutto da dimostrare e sperimentare – certo il progetto presentato definisce metodologie organizzative e scopi disciplinari di cui difficilmente si potrà fare a meno nell’approntare serie iniziative elettroniche al servizio della ricerca umanistica.

L’ultima giornata del seminario, sabato 7 settembre, è dedicata, nella sezione antimeridiana, ad un riepilogo delle  attività svolte nel corso dei laboratori XML e HTML (coordinati, rispettivamente, dal Dott. Simone Merli, dell’Università di Pavia, e dal Dott. Luigi Siciliano, dell’Ateneo Fiorentino) , per poi dar spazio, nel pomeriggio, alla consegna degli attestati di partecipazione, all’approfondimento e alle finali valutazioni in merito ai progetti a contenuto digitale presentati dai partecipanti (acquisizioni in formato elettronico di fonti documentarie ed archeologiche, catalogazione di manoscritti, realizzazioni di banche dati, ‘e-books’, repertori di risorse on line per lo studio della Storia Medievale e della Paleografia latina) , e ad un bilancio dei lavori da cui si è tratta occasione per un nuovo confronto d’opinioni sui contenuti e sugli aspetti logistico-organizzativi della settimana di studi.

Se la dimensione didattica voleva essere la componente qualificante e caratterizzante l’incontro, svoltosi in un clima assolutamente sereno e costruttivo, privo di qualsiasi preconcetto condizionamento o di ideologico “estremismo”, non si può che affermare, stando anche alle impressioni dei partecipanti, che l’ “esperimento” sia largamente riuscito. Relativamente ai contenuti specifici, il pregio forse maggiore del seminario e laboratorio di formazione sta nell’aver stimolato l’acquisizione della consapevolezza che il medievista – anche e soprattutto il più giovane, quello cui la “rivoluzione digitale” impone una sfida decisiva, per quanto puramente tecnica e non di metodo – per non “esser preso in rete”, per non vedere il patrimonio di tradizioni e di ecdotiche a lui care e familiari polverizzarsi in un nuovo scenario epistemico, ha, hic et nunc , la enorme responsabilità di creare, in direzione di quello spazio infinito che è l’universo digitale, un passaggio non ingannevole. Forse, chissà, solo un pertugio sarebbe sufficiente. Ha la necessità, se vuole continuare il suo viaggio, “di costruirsi un mezzo di trasporto”. E “non dev’essere”, beninteso, “necessariamente un’astronave” (Albonico).  

GIANMARCO DE ANGELIS

 


[1]  Il Web site informativo al seguente indirizzo: <http://www.storia.unifi.it/_PIM/medium-evo/ >

[2] Cfr. P. Ortoleva, Presi nella rete? Circolazione del sapere storico e tecnologie informatiche, in Storia & Computer. Alla ricerca del passato con l’informatica, a cura di S. Soldani e L. Tomassini, Milano, 1996, p.71.

[3]Cfr. M. Thaller, Kleio. A Database system, St. Katharinen, 1993. Un “manuale” on line per l’uso di “Kleio” è visitabile al seguente indirizzo: <http://www.gwdg.de/kleio/manual/tutorial/welcome.htm>.

[4] Qui l’elenco sarebbe senz’altro eccessivamente vasto e, in tale sede, né funzionale né esaustivo. Mi limito a segnalare qualche titolo, puramente indicativo: Virtual Library – Historische  Hilfswissenschaften – Kodikologie <http://www.vl-ghw.uni-muenchen.de/hw.html#top>  e la sezione Paléographie & images des textes manuscrits di Ménestrel (MEdiévistes sur l'interNEt / Sources, Travaux, Références En Ligne). <http://www.ccr.jussieu.fr/urfist/menestrel/paleo/Paleo_accueil.htm>  tra i repertori di risorse on line più notevoli per gli studi paleografico-codicologici, e Index of Medieval Manuscipts <http://www.usask.ca/english/medieval/> , Manuscripta Medievalia <http://fotomr.uni-marburg.de/HS-bank.htm>  e Anglo-Saxon Charters <http://www.trin.cam.ac.uk/chartwww/> per quanto concerne progetti di indicizzazione e riproduzione digitale di prodotti manoscritti.

[5] Cfr. R. Darnton, The New Age of the Book <http://www.nybooks.com/nyrev/WWWarchdisplay.cgi?19990318005F>.

[6] Cfr. H. Smith, Lost in Cyberspace: Have Archives a Future? <http://www.archivists.org.au/whatsnew.html>

[7] Si veda anzitutto il  MAP (Mediceo Avanti il Principato) on line, <http://www.archiviodistato.firenze.it/Map/> , pubblicazione digitale integrale del fondo "Mediceo Avanti il Principato", comprendente la documentazione dell'archivio della più famosa famiglia fiorentina per un arco cronologico che dal XIV secolo si estende sino al  1537, anno dell’investitura di Cosimo dei Medici a Duca di Firenze.

[8] Emblematici i seguenti web sites: American Family Immigration History Center <http://www.ellisisland.org/default.asp> , e la Guida al Catasto generale Toscano <http://www.archiviodistato.firenze.it/CGT/>. Per una tipica iniziativa  on line di valorizzazione del patrimonio culturale e storico nazionale rivolta al “grande pubblico” cfr. NARA / US National Archives & Records Administration <http://www.archives.gov/index.html>.

[9]  Vd. Dublin Core Metadata Iniziative <http://dublincore.org>.

[10] Si vedano anzitutto i seguenti contributi, utilissimi per la delineazione del nuovo scenario che viene caratterizzando l’editoria – e non solo accademica – nell’era telematica : La nuova economia del libro. L’editoria elettronica e le professioni del libro, ed. Attanasio, Marandola, Roma, Istituto tipografico e zecca dello stato, 1998. ; P. Ferri, La rivoluzione digitale. Comunità, individuo e testo nell’era di Internet, Milano, Mimesis, 1999. 

[12]Si veda al seguente indirizzo : <http://ccat.sas.upenn.edu/jod/lamjer/front.html>, The Black Death in the Civitas nostrae dominae reginae angelorum: The Testimony of the Anonymus Losangelensis, by S. Jenks. L’autorevolezza dello studioso, la piena rispondenza (formale e sostanziale al tempo stesso, in virtù anzitutto di una continuo riferimento a fonti narrative e documentarie) ai criteri basilari della saggistica scientifica sembravano requisiti più che sufficienti a garantire della attendibilità dello scritto. Il quale, però, anche ad una indagine non troppo approfondita, non avrebbe tardato a palesare una (ri)costruzione storiografica assolutamente falsa, ravvisabile peraltro già nel paradossale titolo, la “Peste nera nella città di Los Angeles” (!) – la Civitas nostrae dominae reginae angelorum delle “fonti” – ridente paesino di 11000 anime “tra le colline e l’Oceano”. Siamo dunque di fronte ad una autentica burla, confezionata ad arte secondo canoni formali così precisi da spingere qualsiasi compilatore ad indicizzare il testo anche di fronte ad una emblematica “edizione non migliorabile”.

[13] Si menzionano qui di seguito solo alcuni titoli delle realizzazioni di rete oggetto della presentazione di Delle Donne. Per un elenco completo si veda il “Dossier webliografico collegato all'abstract della relazione quadro su Gli strumenti di consultazione” <http://www.storia.unina.it/dossiesrefer.htm>.

Tra i repertori e banche dati bibliografiche generali e storico-generali: Online-Bibliographies for Historians: A Directory, a cura di S. Blaschke <http://www.geocities.com/history_guide/ebib/ebib.html>, Catalogo Italiano dei Periodici(ACNP) <http://acnp.cib.unibo.it/cgi-ser/start/it/cnr/fp.html>,WWW-VL:History: Bibliography and Gateways<http://www.ukans.edu/history/VL/bibliography/bibliography.html>.Bibliografie medievistiche generali :International Medieval Bibliography. Bibliography for the Study of the European Middle Ages (450-1500)  <http//www.leeds.ac.uk/imi/imb/imb.htm>(presentazione CD-ROM) <http://cdrom.bibliothek.uni-augsburg.de/db/imb.html> (accesso riservato), Iter. Gateway to the Middle Ages and Renaissance (accesso riservato) <http://www.library.utoronto.ca/iter/iter1a3.htm>.

Per esempi di  opac e metaopac si vedano:

Istituto Centrale per il Catalogo Unico. Indice SBN  <http://opac.sbn.it/cgi-bin/IccuForm.pl?form=WebFrame>,MultiOpac, a cura del Centro Interstrutture di Servizi Informatici e Telematici per le Facoltà Umanistiche dell'Università di Torino<http://www.multiopac.com/demo/forms/index.html>.

Tra le  realizzazioni archivistiche on line: A2A: The Access to Archives Programme <http://www.pro.gov.uk/archives/A2A/default.htm>.

Servizio tra i più efficaci di “Document Delivery”è Subito. Lieferdienst der Bibliotheken <http://www.subito-doc.de/>.

Tra i motori di ricerca dedicati e le “discussion list” , rispettivamente, Argos <http://argos.evansville.edu/search.cgi> e MEDIAEVISTIK. Das deutschsprachige Mittelalter <http://www.uni-bayreuth.de/departments/aedph/mediaevistik.htm>.

[14]  Robert-Henri Bautier e Alessandro Pratesi, tra i relatori della tavola rotonda “Informatique et Histoire Médiévale”, promossa (sotto l’egida del CNRS) nel maggio del 1975 dall’Istituto di Storia Medievale di Pisa e l’ École française di Roma. Se ne  vedano gli atti : Informatique et Histoire Médiévale. Communications et débats de la Table Ronde CNRS, organisée par l’École française de Rome et l’Institut d’Histoire Médiévale de l’Université de Pise (Rome, 20-22 mai 1975), presentés par L.Fossier, A. Vauchez, C. Violante, Roma, École française de Rome, 1977.    

[15]  Come faceva notare P. Rück in La diplomatique  face à  la codicologie triomphante, “Gazette du livre médiévale”, 17, automne 1990, p.2 (« dans son essence, la diplomatique n’est pas sortie des tranchées de Verdun »).

[16]  Cfr. Michele Ansani, Diplomatica (e diplomatisti) nell’arena digitale, in “Scrineum. Saggi e materiali on line di scienze del documento e del libro medievali”, 1, 1999 <http://dobc.unipv.it/scrineum/ansani/htm>.

[17]  Commission International de Diplomatique. Comité International des Sciences Historiques, Vocabulaire International de la Diplomatique, ed. Ma Milagros Cárcel Ortí, València, 1994. (si tratta della seconda, definitiva, versione).

[18]  Si pensi in particolare al progetto internazionale Text Encoding Iniziative (TEI) <http://www.tei-c.org/ >. Per informazioni dettagliate sulle proposte di descrizione dei manoscritti medievali cfr. TEI Medieval Manuscripts Description Work Group (TEI MMSS) <http://www.stg.brown.edu/~tei-mmss/> .

[19]  Accludo di seguito un solo  titolo per ciascuna tipologia.

Tra le digitalizzazioni  di preesistenti cataloghi cartacei: British Library Catalogne < http://molcat.bl.uk>

Tra le realizzazione di cataloghi informatizzati ab origine di manoscritti: Codex, Inventario dei Manoscritti Medievali della Toscana <http://www.sismelfirenze.it/CODEX/codex.htm.>.

Tra le elaborazioni di indici digitali: Indici  <http://www.ambrosiana.it/ita/index.htm>

 

 

 

 

Dipartimento di Scienze Storiche e Geografiche "Carlo M. Cipolla" - Università degli studi di Pavia
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